Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

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Testo della predicazione: Luca 10,25-37

«Un dottore della legge si alzò per mettere Gesù alla prova, dicendo: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?» Gesù gli rispose: «Nella legge che cosa sta scritto? Come leggi?» Egli rispose: «Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la forza tua, con tutta la mente tua, e il tuo prossimo come te stesso». Gesù gli disse: «Hai risposto esattamente; fa' questo, e vivrai». Ma egli, volendosi giustificare, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». Gesù rispose: «Un tale scendeva da Gerusalemme a Gerico, e cadde nelle mani dei banditi. Essi lo spogliarono e, dopo averlo ferito, se ne andarono lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella stessa via e, avendolo visto, passò dall'altra parte. Così pure un levita, che si trovava in quel luogo, lo vide, ma passò oltre dal lato opposto. Un samaritano in viaggio, invece, giunse fino a lui e, avendolo visto, ebbe compassione e, fattosi avanti, fasciò le sue ferite versandovi dell'olio e del vino. Dopo averlo caricato sulla sua cavalcatura, lo condusse a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno dopo diede due denari al locandiere e disse: "Prenditi cura di lui; e quello che spenderai in più, io te lo renderò al mio ritorno". Quale dei tre pensi che sia stato il prossimo di colui che si è imbattuto nei ladroni?» Lui rispose: «Quello che gli ha dimostrato misericordia». Gesù gli disse: «Va', e comportati allo stesso modo».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, la parabola del «buon Samaritano» nasce dall’esigenza della gente comune di capire quale fosse il comandamento più importante da seguire perché troppo difficile era diventato seguire ogni dettaglio della legge ebraica e le innumerevoli pratiche della tradizione.

Gesù spiega che “amare” significa adempiere tutta la legge, amare Dio e amare gli altri, cioè il prossimo. Da qui sorge l’altra domanda: «Chi è il mio prossimo?». Chi sono gli altri? Tutti quanti? Tutto il mondo? Anche i Romani oppressori? Anche gli esattori delle tasse? Anche i nemici?

Al tempo di Gesù il “prossimo” era una persona ap­partenente al popolo di Israele, le altre persone non erano considerate prossimo. Tra ebrei e samaritani vi era un odio profondo perché i due popoli rivendicavano, ciascuno, di essere il vero popolo di Dio. Un samaritano non si avvicinava, né parlava a un israelita e viceversa. Anche la donna samaritana al pozzo con Gesù si meraviglia dicendo: «Come mai tu che sei Giudeo chiedi da bere a me, che sono una samaritana?». Gesù, come vedremo, apre orizzonti nuovi.

Per la Bibbia, l’amore è una realtà divina che irrompe nella nostra realtà umana: è un dono di Dio che ci rende capaci di amare gli altri, il prossimo. Dunque torniamo alla domanda: «Chi è il mio prossimo?». Gesù risponde che non lo è solo la persona della tua stessa religione, il tuo vicino di banco in chiesa, il tuo compatriota, ma lo è anche chi è straniero e abita nella tua città, ti è prossimo chi si trova nel bisogno, chi è debole, è colui che puoi aiutare; Gesù stesso si identifica con i minimi quando dice: «quanto avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, lo avete fatto a me».

Testo della predicazione: 1 Samuele 2,12. 6-8 (TILC)

Anna pregò così: «Il Signore ha riempito il mio cuore di gioia, il Signore ha risollevato il mio spirito abbattuto. Ora posso ridere dei miei nemici; Dio mi ha aiutata: sono piena di gioia. Solo il Signore è santo, lui solo è Dio. Solo il Signore è roccia sicura. Il Signore fa morire e fa vivere, fa scendere e risalire dal regno dei morti. Il Signore rende poveri e ricchi, umilia e innalza. Rialza il povero dalla polvere, solleva l'infelice dalla miseria: lo fa sedere in mezzo ai prìncipi, gli riserva un posto d'onore, perché il Signore è il fondatore del mondo e lo sostiene».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, l’evento della nascita del figlio di Anna, narrato nel primo libro di Samuele riguarda non solo Anna, ma la comunità intera a cui Anna appartiene: Israele. La nascita di un figlio da una donna o un uomo sterile, oggi può essere senz’altro essere una gioia, ma non è strano perché può accadere attraverso la tecnologia medica e scientifica. Nell’antico Israele, è l’occasione di una festa straordinaria: Anna riacquista la sua dignità di donna e il suo posto accanto al marito è ristabilito.

Dunque, Anna canta, deve cantare perché quelli che la mortificavano amareggiandole la vita, rinfacciandole la sua sterilità, adesso sarebbero stati zitti davanti all’opera di Dio!

Quello di Anna, non è un canto rivolto alla fatalità oppure alla fortuna, è il canto di chi è consapevole del fatto che Dio è davvero all’opera e che ha un disegno che vuole portare avanti.

Rendere possibile un figlio ad una donna sterile riguarda l’intera comunità afflitta, l’intero popolo sofferente. Non è un miracolo privato quello che accade qui, ma è affermata la volontà di Dio di offrire una possibilità nuova, una nuova vita.

Anche Israele deve cantare con Anna.

Testo della predicazione: Isaia 50,4-9

Dio, il Signore mi ha insegnato le parole adatte per sostenere i deboli. Ogni mattina mi prepara ad ascoltarlo, come discepolo diligente. Dio, il Signore, mi insegna ad ascoltarlo, e io non gli resisto né mi tiro indietro. Ho offerto la schiena a chi mi batteva, la faccia a chi mi strappava la barba. Non ho sottratto il mio volto agli sputi e agli insulti. Ma essi non riusciranno a piegarmi, perché Dio, il Signore, mi viene in aiuto, rendo il mio viso duro come la pietra. So che non resterò deluso. Il Signore mi è vicino, egli mi difenderà. Chi potrà accusarmi? Dio, il Signore, mi viene in aiuto. Chi mi dichiarerà colpevole? Tutti i miei avversari scompariranno. Diventeranno come un abito logoro, divorato dai tarli.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, nel libro del profeta Isaia abbiamo ascoltato il «terzo canto del servo del Signore». È un canto autobiografico. Il servo è il popolo stesso, Israele, che vive il segno profondo della sofferenza e dell’umiliazione a causa della deportazione in Babilonia per opera del re Nabucodonosor. Lo hanno colpito, gli hanno tirato la barba, lo hanno insultato, gli hanno sputato in faccia. Al servo è indicato il compito di proclamare anche in cattività la Parola di Dio, ed è questa Parola che gli permette di resistere alle ostilità e può sfidare i suoi oppositori invitandoli a un confronto davanti a un giudice in tribunale.

Tutta la violenza e l’umiliazione non hanno alcun potere, infatti egli dice, «il Signore è vicino, mi difenderà, chi potrà accusarmi?».

Ecco, si tratta della consapevolezza che credere in Dio non significa vivere senza dubbi e interrogativi, e neppure senza esperienze dolorose e delusioni. Credere in Dio significa invece, sentire crescere dentro di sé la forza per far fronte all’annientamento a cui ci porterebbero i colpi della vita e della nostra storia.

È un mistero quello che spesso accade, e cioè che il più battuto e vittima del dolore e delle lacrime è anche colui o colei che ha la forza di dare conforto agli altri. Perciò questo servo del Signore può dire: «Dio mi ha soccorso, non sono stato abbattuto» (v. 7).

Infatti la sorte degli avversari è ormai segnata, perché il re persiano Ciro sta avanzando e la caduta dell'Impero babilonese è vicina. Israele sarà finalmente libero e potrà tornare a servire Dio come fa un discepolo nei confronti del suo maestro.

Dice il testo originale ebraico del nostro canto: «Il Signore mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco; egli risveglia ogni mattina il mio orecchio perché io ascolti come ascoltano i discepoli».

Testo della predicazione: Geremia 32,6-15

Geremia disse: «La parola del Signore mi è stata rivolta in questi termini: "Ecco, Canameel, figlio di Sallum, tuo zio, viene da te per dirti: 'Còmprati il mio campo che è ad Anatot, poiché tu hai il diritto di riscatto per comprarlo'"». E Canameel, figlio di mio zio, venne da me, secondo la parola del Signore, nel cortile della prigione, e mi disse: «Ti prego, compra il mio campo che è ad Anatot, nel territorio di Beniamino; poiché tu hai il diritto di successione e il diritto di riscatto, compratelo!» Allora riconobbi che questa era parola del Signore. Io comprai da Canameel, figlio di mio zio, il campo che era ad Anatot, e gli pesai il denaro, diciassette sicli d'argento. Scrissi tutto questo in un documento, lo sigillai, chiamai i testimoni, e pesai il denaro nella bilancia. Poi presi l'atto d'acquisto, quello sigillato contenente i termini e le condizioni, e quello aperto, e consegnai l'atto di acquisto a Baruc, in presenza di mio cugino Canameel, in presenza dei testimoni che avevano sottoscritto l'atto d'acquisto, e in presenza di tutti i Giudei che sedevano nel cortile della prigione. Poi, davanti a loro, diedi quest'ordine a Baruc: «Così parla il Signore dell'universo e Dio d'Israele: "Prendi questi atti, l'atto d'acquisto, sia quello sigillato, sia quello aperto, e mettili in un vaso di terra, perché si conservino a lungo". Infatti, così parla il Signore dell'universo, Dio d'Israele: "Si compreranno ancora case, campi e vigne, in questo paese"».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, questo brano tratta della compravendita di un terreno eseguita con tutte le norme e le procedure della legislazione giudaica. Ciò che sorprende in questa compravendita è che essa si situa alla vigilia di una catastrofe inevitabile, quella della deportazione in Babilonia del 587 a.C.

Infatti, Gerusalemme era ormai assediata dall’esercito del re Nabucodonosor e la città si sentiva ormai prossima all’occupazione e alla disfatta.

In questa situazione non ha alcun senso acquistare un terreno perché tutto è perduto, la compera non servirà a niente perché Israele lascerà quella terra, forse per sempre; ma il senso del gesto del profeta sta proprio nell’assurdità dell’acquisto.

Il profeta Geremia compie un atto profetico e ne dà una grande rilevanza. Non si tratta di parole e neppure di un atto simbolico, ma di un atto concreto, reale, giuridico che porta con sé tutto il futuro che Geremia vuole annunciare, un futuro che sta già anticipando con l’acquisto del terreno.

Questo atto impegna il profeta non solo economicamente, ma nella fede e nella speranza: il vaso di terracotta in cui il contratto sarà conservato è un pegno che Dio sancisce; ciò significa che il contratto non sarà logorato dal tempo perché ben conservato (la carta era fatta da semplici papiri che avevano breve durata) e neppure annientato dalla distruzione imminente di Gerusalemme.

Lunedì, 12 Marzo 2018 22:51

Sermone di domenica 11 marzo 2018

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Testo della predicazione: Filippesi 1,15-21

Vero è che alcuni predicano Cristo anche per invidia e per rivalità; ma ce ne sono anche altri che lo predicano di buon animo. Questi lo fanno per amore, sapendo che sono incaricato della difesa del vangelo; ma quelli annunziano Cristo con spirito di rivalità, non sinceramente, pensando di provocarmi qualche afflizione nelle mie catene. Che importa? Comunque sia, con ipocrisia o con sincerità, Cristo è annunziato; di questo mi rallegro, e mi rallegrerò ancora; so infatti che ciò tornerà a mia salvezza, mediante le vostre suppliche e l'assistenza dello Spirito di Gesù Cristo, secondo la mia viva attesa e la mia speranza di non aver da vergognarmi di nulla; ma che con ogni franchezza, ora come sempre, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia con la vita, sia con la morte. Infatti per me il vivere è Cristo e il morire guadagno.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, la lettera ai Filippesi è scritta dalla prigionia, l’apostolo Paolo è stato arrestato e incarcerato a Efeso perché predicava l’Evangelo di Gesù Cristo. E ora, egli scrive questa lettera per rassicurare la comunità di Filippi che lui stesso aveva fondato con la sua predicazione.

È stanco della prigionia e preferirebbe non soffrire più quei patimenti ingiusti, e dice che vorrebbe «partire ed essere con Cristo». Il termine «partire» significa letterarmente “tirar via i picchetti della tenda”“togliere gli ormeggi”“emigrare”. Questo desiderava Paolo. Forse, alla tristezza del carcere bisogna aggiungere la malattia dell’apostolo Paolo, quella che egli stesso chiama “una spina nella carne” per la quale ha chiesto la guarigione al Signore, per ben tre volte, e il Signore gli ha risposto «La mia grazia ti basta!».

Ma Paolo, anche in quella situazione di estrema fragilità, riesce a capire che Dio ha un progetto quello della divulgazione dell’Evangelo. Perciò l’apostolo, pur preferendo partire, riconosce che il suo rimanere, il suo restare in vita è più importante e necessario perché l’annuncio della grazia di Dio per l’umanità è un progetto che va portato avanti e non va interrotto.

L’apostolo, pur nella situazione difficile della prigionia, riesce a mettere a confronto le sue esigenze con la necessità dell’evangelo. È una lezione di grande umiltà che ci è donata e cioè quella di saper esprimere i propri desideri, essere consapevoli delle nostre aspettative e, allo stesso tempo, saper riconoscere quello che veramente conta, quello che più è importante per noi e per gli altri. Talvolta la Parola di Cristo va in conflitto con le nostre esigenze e là noi siamo chiamati a fare delle scelte.

Eppure, a un certo punto, l’apostolo si rallegra della sua prigionia perché essa è servita al progresso dell’Evangelo, cioè al suo allargamento, alla sua promozione. Forse perché dopo un’istruttoria in cui l’apostolo ha potuto spiegare in cosa consisteva la predicazione del Vangelo, sono cadute le calunnie su di lui, o forse perché anche in prigione ha potuto annunciare l’amore di Dio.

Testo della predicazione: Geremia 13,1-11

Così mi ha detto il Signore: «Va', comprati una cintura di lino, mettitela attorno ai fianchi, ma non la porre nell'acqua». Così io comprai la cintura, secondo la parola del Signore, e me la misi attorno ai fianchi. La parola del Signore mi fu indirizzata per la seconda volta, in questi termini: «Prendi la cintura che hai comprata e che hai attorno ai fianchi; va' verso l'Eufrate e nascondila laggiù nella fessura d'una roccia». Io andai e la nascosi presso l'Eufrate, come il Signore mi aveva comandato. Dopo molti giorni, il Signore mi disse: «Àlzati, va' verso l'Eufrate e togli di là la cintura che io ti avevo comandato di nascondervi». Io andai verso l'Eufrate, scavai e tolsi la cintura dal luogo dove l'avevo nascosta. Ecco, la cintura era marcita, non era più buona a nulla. Allora la parola del Signore mi fu rivolta in questi termini: «Così parla il Signore: "In questo modo io distruggerò l'orgoglio di Giuda e il grande orgoglio di Gerusalemme, di questo popolo malvagio che rifiuta di ascoltare le mie parole, che cammina seguendo la caparbietà del suo cuore, e va dietro ad altri dèi per servirli e per prostrarsi davanti a loro; esso diventerà come questa cintura, che non è più buona a nulla. Infatti, come la cintura aderisce ai fianchi dell'uomo, così io avevo strettamente unita a me tutta la casa d'Israele e tutta la casa di Giuda", dice il Signore, "perché fossero mio popolo, mia fama, mia lode, mia gloria; ma essi non hanno voluto dare ascolto".

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, il profeta Geremia è chiamato ad annunciare un messaggio scomodo; lo fa rivolgendosi ad un popolo, Israele, che aveva rinnegato Dio con l’adorazione di divinità straniere, la venerazione degli astri, del sole e della luna, oltre a compiere scelte politiche equivoche e destinate al fallimento, scelte sociali egoistiche dettate da protervia, superbia derivate dal rifiuto di ascoltare la Parola di Dio. Il profeta parla di orgoglio, caparbietà del cuore e di malvagità del popolo; parla di un culto che è il risultato di un tentativo di ingannare Dio, mentre si tratta di un auto-inganno; così dirà Geremia: «La mia casa, nella quale è invocato il mio nome, è diventata una spelonca di ladri» (7,11).

In modo arrogante e presuntuoso, il popolo aveva rotto l’alleanza con Dio, una rottura che avrebbe portato a delle conseguenze più che ovvie: alla disgrazia.

Così, Geremia, compie un’azione dimostrativa che Dio gli ordina di fare: quella di comprare una cintura di lino e di indossarla; successivamente di portare quella cintura presso l’Eufrate e di nasconderla nella fessura di una roccia. Si trattava di una fascia di stoffa di lino legata ai fianchi a mo’ di cintura e che faceva parte dei paramenti dei sacerdoti secondo la legge mosaica (Esodo 28,1-5. 39-43); rappresentava il legame stretto tra Dio e il popolo, un legame che partiva dal patto con Dio sul monte Sinai e dalle parole «Voi sarete mio popolo e io sarò vostro Dio» (11,4) parole pronunciate dallo stesso profeta.

Ebbene, dopo un lungo lasso di tempo, Geremia deve tornare sul luogo in cui aveva nascosto la cintura di lino per riprenderla e per scoprire che era marcita, che non era più buona a nulla se non a essere gettata via.

Testo della predicazione: II Corinzi 6,1-10

Come collaboratori di Dio, vi esortiamo a non ricevere la grazia di Dio invano; poiché egli dice: «Ti ho esaudito nel tempo favorevole, e ti ho soccorso nel giorno della salvezza». Eccolo ora il tempo favorevole; eccolo ora il giorno della salvezza! Noi non diamo nessun motivo di scandalo affinché il nostro servizio non sia biasimato; ma in ogni cosa raccomandiamo noi stessi come servitori di Dio, con grande costanza nelle afflizioni, nelle necessità, nelle angustie, nelle percosse, nelle prigionie, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni; con purezza, con conoscenza, con pazienza, con bontà, con lo Spirito Santo, con amore sincero; con un parlare veritiero, con la potenza di Dio; con le armi della giustizia a destra e a sinistra; nella gloria e nell'umiliazione, nella buona e nella cattiva fama; considerati come impostori, eppure veritieri; come sconosciuti, eppure ben conosciuti; come moribondi, eppure eccoci viventi; come puniti, eppure non messi a morte; come afflitti, eppure sempre allegri; come poveri, eppure arricchendo molti; come non avendo nulla, eppure possedendo ogni cosa!

Sermone

Cari fratelli e sorelle, in questa lettera, l’apostolo Paolo si rivela apertamente, descrivendo le esperienze di oltre venti anni di servizio in diverse città: Damasco, Antiochia, Filippi, Atene, Corinto, Efeso, ecc… L’apostolo ha visto gloria e umiliazione, vita e morte; una visione di angeli che lo rinvigorisce e una spina nella carne che lo abbatte; grande tenerezza, ma anche grande severità; un dolore smisurato, ma consolazioni immense: ecco alcune delle contraddizioni che si conciliano nello stesso uomo.

Nei capitoli precedenti, l’apostolo ricorda che il Signore ha messo il suo tesoro in noi, in noi che siamo fragili e di scarso valore, come vasi di terra (4,7); ricorda che le sofferenze sono solo momentanee e che, finché siamo in questo mondo, siamo chiamati a vivere coerentemente con al nostra fede esprimendo la nostra testimonianza, come se l’amore di Cristo ci costringesse a farlo (5,14); che ogni credente è una nuova creatura (5,17), incaricato del servizio della “Riconciliazione”, con il quale esercitiamo la funzione di Collaboratori di Dio (5,18). 

Ecco, anche qui, nel nostro brano, Paolo si sofferma sulla grazia di Dio che rende i credenti collaboratori del Signore, siamo resi collaboratori di Dio nel manifestare al mondo il suo amore, la sua giustizia, la riconciliazione, la guarigione, l’accoglienza.

L’apostolo, dunque, invita con forza a non rendere vana la grazia di Dio.

Ma come può la grazia di Dio diventare vana?

Non è forse per tutti?

Non è forse gratuita?

Non raggiunge essa uomini e donne, malati e sani, peccatori e giusti? Come può diventare vana?

Testo della predicazione: II Corinzi 12,7-10

E perché io non avessi a insuperbire per l'eccellenza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un angelo di Satana, per schiaffeggiarmi affinché io non insuperbisca. Tre volte ho pregato il Signore perché l'allontanasse da me; ed egli mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me. Per questo mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando sono debole, allora sono forte.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, in questo brano, l’apostolo Paolo riflette sulle sue debolezze fisiche che possono essere oggetto della grazia di Dio.

Nei versetti precedenti i nostri, l’apostolo spiega di avere ricevuto delle rivelazioni sovrumane: un rapimento in Paradiso, nel terzo cielo, dove ha visto e sentito cose che non è possibile raccontare con parole umane. Si tratta di un’esperienza spirituale intensa, carica di quell’emotività che indurrebbe l’apostolo a rimanere in una condizione estatica perenne. Ma Paolo non vuole dare a quell’esperienza un’importanza eccessiva, perché è consapevole che il soggetto della sua predicazione non è la sua esperienza personale, ma la croce di Cristo, l’amore di Dio, la sua grazia e il suo perdono.

Certo, non deve essere facile, perché per l’apostolo, come per tutti noi, le esperienze sono proprio quelle che determinano il nostro carattere, la nostra vita e la nostra storia.

Come farà Paolo a vivere e a continuare a evangelizzare non tenendo conto di un’esperienza così carica di forza per il suo messaggio?

Testo della predicazione: Geremia 9,23-24

Così parla il Signore: «Il saggio non si glori della sua saggezza, il forte non si glori della sua forza, il ricco non si glori della sua ricchezza: ma chi si gloria si glori di questo: che ha intelligenza e conosce me, che sono il Signore. Io pratico la bontà, il diritto e la giustizia sulla terra, perché di queste cose mi compiaccio», dice il Signore.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, avere saggezza è una grande dote umana, tutte le persone sagge, purtroppo non sempre sono riconosciute per la loro saggezza; a volte accade che tale riconoscimento giunga dopo la loro morte. Resta la speranza che non siano vissuti invano.

Così accade anche per le persone forti di temperamento: che non cedono a compromessi, alla corruzione, che si mantengono integri, onesti, autentici; come pure per le persone ricche che ricevono onori e magnificenze a motivo del loro potere dovuto alla ricchezza.

Sappiamo tutti come i profeti biblici tuonano contro l’attaccamento alle ricchezze perché distolgono l’attenzione da ciò che è essenziale, da ciò che è veramente importante e che dona un senso pieno al mondo, alla vita, alle persone.

I profeti tuonano contro tutto ciò che causa annullamento di obiettivi civili raggiunti, di ciò che causa povertà e indigenza. I profeti tuonano contro quelle ricchezze ottenute impoverendo l’”orfano” e la “vedova”.

In realtà, il profeta Geremia di cui abbiamo letto oggi un brano al capitolo 9, non demonizza “a priori” doti come la ricchezza, la saggezza e la forza umane, non tuona contro chi le possiede, e non considera la saggezza, la ricchezza e la forza come peccato.

Il profeta riconosce che ci può essere del bene in tutte le cose, perfino in quelle cose che possono essere reputate negative, insensate, o che si configurano in un orizzonte di superficialità o di “umanità”, il profeta ritiene che Dio possa perfino usarle per la sua gloria e la sua testimonianza.

Sei saggio, forte, ricco? Bene! – afferma il profeta.