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Domenica, 13 Maggio 2018 19:23

Sermone di domenica 13 maggio 2018 (Geremia 31,31-34)

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Testo della predicazione: Geremia 31,31-34

«Ecco, i giorni vengono», dice il Signore, «in cui io farò un nuovo patto con la casa d'Israele e con la casa di Giuda; non come il patto che feci con i loro padri il giorno che li presi per mano per condurli fuori dal paese d'Egitto: patto che essi violarono, sebbene io fossi loro signore», dice il Signore; «ma questo è il patto che farò con la casa d'Israele, dopo quei giorni», dice il Signore: «io metterò la mia legge nell'intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò loro Dio, ed essi saranno mio popolo. Nessuno istruirà più il suo compagno o il proprio fratello, dicendo: "Conoscete il Signore!", poiché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande», dice il Signore. «Poiché io perdonerò la loro iniquità, non mi ricorderò del loro peccato».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, il profeta Geremia è un “profeta della crisi”, nel senso che è coinvolto nella più grande crisi della storia d’Israele che corrisponde al suo declino politico e alla distruzione di Gerusalemme e del Tempio. Siamo attorno al 580 a.C. Geremia ha un compito profetico che lo porta a confrontarsi duramente tanto con la realtà politica, quanto con quella religiosa.

Per questo il libro delle “Lamentazioni” di Geremia è la fonte dell’interpretazione del profeta stesso: egli ci dice che ciascuno di noi ha il diritto al lamento, cioè ad aprirsi a Dio senza paura. Però, il profeta non perde di vista l’essenziale, non si perde nel lamento, ma va oltre per costruire un rapporto con Dio giusto, sano, e l’intensità del suo messaggio diventa tanto profonda da giungere alle potenti metafore della Parola di Dio vista come un fuoco o come un martello che frantuma le pietre.

Israele ha abbandonato Dio per servire altri dèi (1,16) perciò le conseguenze di questa scelta saranno inevitabili: l’autodistruzione che corrisponderà alla deportazione in Babilonia del 587 a.C. Geremia invita il popolo alla conversione, cioè a tornare a Dio, che è sempre stato un liberatore, e annuncia che Dio stesso muterà/convertirà la loro prigionia, la deportazione in Babilonia, in libertà.

Ecco il messaggio: benché il giudizio di Dio sia duro, l’annuncio è accompagnato dalla prospettiva di un grande futuro di salvezza: Dio non ha pensieri di sciagura, ma di grazia. Porrà fine all’esilio, raccoglierà Israele e rinnoverà il patto che ha stretto con lui, scrivendo nel loro cuore la sua legge, perché non sia mai più infranta.

L’originalità dell’oracolo di salvezza sta nell’aggettivo qualificativo nuovo: «Ecco, i giorni vengono», dice il Signore, «in cui io farò un nuovo patto». Di fronte a un popolo che ha trascurato tutte le possibilità che gli erano offerte per convertirsi, che si è lasciato affondare in una situazione di peccato inestricabile (cfr. 17,1 e 13,23) e ha subìto una meritata punizione, solo un nuovo atto creatore di Dio potrà permettere la riconciliazione con Dio stesso, solo l’iniziativa di Dio potrà portare liberazione e salvezza.

Il profeta riprende il concetto di Patto al quale però dà una nuova interpretazione: come il peccato è scritto sul cuore, così Dio, chiuderà con la logica del peccato e del rancore e scriverà la sua legge nei cuori.

Al riguardo, il profeta Ezechiele, contemporaneo di Geremia, ma deportato in Babilonia con il popolo, afferma che con la legge di Mosè «il cuore umano è diventato di pietra, una tavola su cui si scrivono i peccati» (Ez.36,26), invece il Nuovo patto che Dio promette permetterà al cuore umano di rispondere a Dio.

La legge sarà scritta nel cuore: sarà cioè l’opera di una trasformazione del pensiero umano, e in questa trasformazione vi sarà anche una nuova consapevolezza di Dio che comprende una nuova relazione con Dio che va ben al di là di una conoscenza intellettuale.

Geremia insiste molto su questo, su una conoscenza di Dio da parte di tutto il popolo, dai più giovani ai più vecchi: conoscere Dio sarà una fatto che coinvolgerà tutti, non solo le persone religiose.

Ma la conoscenza di Dio sarà qualcosa che si metterà in pratica, non sarà un fatto intellettuale o filosofico, sarà un confronto sereno e proficuo di relazioni sociali diverse. Non sarà più necessaria una scuola religiosa che insegni chi è Dio, perché Dio stesso si farà conoscere mediante il perdono dei peccati; il fine è la comunità ritrovata, la persona che si pone in relazione con l’altra.

Questa conoscenza di Dio lascerà il posto alla concezione del Dio come “amore”. Cambierà l’immagine che si ha di Dio: il terribile conflitto tra la disobbedienza umana e la collera di Dio finirà. Dio non sarà più il giudice, ma il compagno. La reciprocità avrà vinto la diversità, sorgente del risentimento, in quanto Dio si metterà sul nostro stesso piano e annullerà il conflitto con l’essere umano pronunciando le parole: «io perdonerò la loro iniquità, non mi ricorderò del loro peccato».

“Ecco, i giorni vengono” dice il profeta, per sottolineare che si tratta di una promessa di Dio che ci sta davanti. Soltanto in speranza siamo salvati, la promessa racchiusa in questo brano attende ancora di essere fatta carne in un altro uomo: Gesù di Nazareth. Ma neppure Gesù ha concluso la storia e ci mantiene nell’attesa dei “giorni a venire” (Ebrei 8,8–12): tutto ciò che ci è promesso non è per noi accessibile nella sua pienezza, lo attendiamo ancora.

È giusto tutto questo, perché questa attesa ci pone, come credenti, in cammino, non per quello che crediamo, ma per quello che attendiamo e che speriamo. Da questa antica profezia, antica e sempre nuova, antica e sempre davanti a noi, dobbiamo il nome di “Nuovo” Testamento.

Essere in cammino verso la promessa che ci è stata fatta vuol dire semplicemente avere la possibilità di vivere in coerenza con la nostra fede, significa che la nostra speranza dà segni tangibili dell’amore di Dio che ci dà il coraggio di amare qui e ora, nel nostro tempo e nella nostra città. Solo a partire da questa concezione di Dio può nascere un’opera umana autentica, accompagnata e sostenuta da Dio. Solo a partire dal senso di gratuità dell’amore e del perdono il nostro rapporto con gli altri potrà farsi accogliente, ospitale e premuroso.

Da questo rinnovamento del cuore, passa il nostro impegno concreto di credenti e di comunità nella città e nella realtà umana in cui viviamo.

Vorrei concludere inserendo qui l’invito della Commissione per l’evangelizzazione della chiesa valdese a riflettere in questo anno, che è il 50mo anniversario dell’uccisione del pastore battista Martin Luther King, sul suo messaggio che si è basato anche sul testo biblico del profeta Geremia che oggi abbiamo ascoltato.

«Martin Luther King nel 1964 ha ricevuto il premio Nobel per la pace, l’anno dopo in cui aveva guidato, nell’agosto del 1963, la grandiosa “Marcia su Washington” di 250 mila persone alle quali rivolse un indimenticabile messaggio, ritmato sull’annuncio ripetuto “I have a dream – Io ho un sogno, ce l’ho ancora, malgrado difficoltà, delusioni, critiche, opposizioni, mille problemi, sperando contro speranza, tenacemente, facendomi strada attraverso la disperazione, sorretto solo da una incrollabile fiducia in Dio, nella verità della sua Parola, nella realtà delle sue promesse. Sì, ho ancora un sogno!” Quel discorso fu definito “una delle più irresistibili dichiarazione di fede cristiana del nostro secolo”. Assassinato il 4 aprile del 1968 a Menphis, dove si era recato in appoggio ai netturbini in sciopero, M.L.King ci ha lasciato una splendida eredità morale, spirituale e politica, che può essere riassunta così: non c’è pace senza giustizia; non c’è giustizia senza liberazione; non c’è liberazione finché c’è violenza. Saldando la questione razziale con la questione sociale, M.L. King ha enormemente arricchito il significato della parola “pace” ribadendo comunque fino alla fine che l’unica via per raggiungerla è quella della nonviolenza»

(Paolo Ricca, tratto da “Un giorno una parola 2018” pp. 20-21)

Amen!

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Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

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