Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

Indirizzo: Via Beckwith 49, Luserna San Giovanni (TO), 10062, ITALIA

Tel/Fax: (+39) 0121/30.28.50

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Testo della predicazione: Michea 7,18-20

Quale Dio è come te, che perdoni l’iniquità e passi sopra alla colpa del resto della tua eredità? Egli non serba la sua ira per sempre, perché si compiace di usare misericordia. Egli tornerà ad avere pietà di noi, metterà sotto i suoi piedi le nostre colpe e getterà in fondo al mare tutti i nostri peccati. Tu mostrerai la tua fedeltà a Giacobbe, la tua misericordia ad Abraamo, come giurasti ai nostri padri, fin dai giorni antichi.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, «Quale Dio è come te che perdona?» afferma il profeta. La domanda è retorica, e tutti noi abbiamo la risposta: «Non c’è nessuno come te», anzi «nessun dio è come te, che perdona gratuitamente, che offre la sua grazia senza chiedere nulla in cambio e che ama benché nessuno meriti il suo amore!».

In modo più approfondito, questo brano biblico esporrà, nella sua brevità, questa realtà di Dio e la nostra. Bisogna dire che il nostro brano ha un contesto liturgico all’interno del culto d’Israele.

Secondo gli studiosi della Bibbia, ci troviamo all’epoca in cui Israele sta per essere liberato dall’esilio babilonese dopo la distruzione delle città e la sua cattività avvenuta 50 anni prima. Tuttavia, la schiavitù in Babilonia era un’esperienza che stava per concludersi, la fiducia in Dio diventava sempre più forte e la gioia della liberazione sempre più vicina, malgrado tutto il popolo affermava di essere come delle «ossa secche» Ez. 37), senza forze per organizzare la propria liberazione e il ritorno in patria.

Testo della predicazione: Luca 18,31-34

Gesù prese con sé i dodici, e disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme, e saranno compiute riguardo al Figlio dell’uomo tutte le cose scritte dai profeti; perché egli sarà consegnato ai pagani, e sarà schernito e oltraggiato e gli sputeranno addosso; e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno; ma il terzo giorno risusciterà». Ed essi non capirono nulla di tutto questo; quel discorso era per loro oscuro, e non capivano ciò che Gesù voleva dire.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, Gesù è a pochi giorni da Gerusalemme, la città lo accoglierà festante, con ramoscelli di ulivo e di palme e dicendo: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore». Sarà la stessa città che diventerà il luogo della passione, della disfatta, della distruzione del corpo del Signore.

In questo brano accade una cosa insolita, vi è una descrizione dettagliata della passione di Gesù, mentre in genere, la Bibbia, negli annunci profetici, preferisce non scendere nei particolari, ma qui è spiegato che Gesù sarà consegnato ai pagani, cioè ai Romani, deriso, insultato, coperto di sputi, flagellato e ucciso.

Non è attrazione per il tragico quello che Luca sente, ma si tratta della necessità di ricordare ai suoi lettori che la Passione del Messia non è una parola vuota che va riempita dalla risurrezione, ma una parola con una rilevanza inimmaginabile che trova il suo luogo e il suo tempo: il Golgota nel tempo della Pasqua ebraica.

Testo della predicazione: Deuteronomio 30:15-20

«Vedi, io metto oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; poiché io ti comando oggi di amare il Signore, il tuo Dio, di camminare nelle sue vie, di osservare i suoi comandamenti, le sue leggi e le sue prescrizioni, affinché tu viva e ti moltiplichi, e il Signore, il tuo Dio, ti benedica nel paese dove stai per entrare per prenderne possesso. Ma se il tuo cuore si volta indietro, e se tu non ubbidisci ma ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dèi e a servirli, io vi dichiaro oggi che certamente perirete, e non prolungherete i vostri giorni nel paese del quale state per entrare in possesso passando il Giordano. Io prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra, che io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, affinché tu viva, tu e la tua discendenza, amando il Signore, il tuo Dio, ubbidendo alla sua voce e tenendoti stretto a lui, poiché egli è la tua vita e colui che prolunga i tuoi giorni. Così tu potrai abitare sul suolo che il Signore giurò di dare ai tuoi padri Abraamo, Isacco e Giacobbe».

Sermone

«Un patto per la vita» potrebbe essere il titolo del testo biblico oggi alla nostra attenzione, afferma: «Scegli la vita affinché tu viva, tu e la tua discendenza».

Il messaggio biblico ci insegna che Dio dà a ogni essere umano la possibilità di scegliere, anzi il diritto/dovere di scegliere, di decidere nella libertà. Questo non significa «Se vuoi hai la possibilità di decidere», ma più corretto sarebbe intendere: «Nessuno può sce­gliere per te, a nessuno puoi delegare quello che è un tuo diritto, un tuo dovere, una tua responsabilità».

La Bibbia non è il libro delle risposte chiare e precise alle nostre domande sul da farsi circa i problemi cui andiamo incontro che siano esistenziali o etici o di altra natura. Certo, sarebbe più semplice avere delle certezze dogmatiche cui crede­re, delle risposte preconfezionate cui ubbidire. Ma la Bibbia non è un manuale da consultare nel momento del bisogno, e neppure una raccolta di articoli che ci indicano come dobbiamo comportarci caso per caso. Per questo, neppure noi, come chiesa valdese, siamo la chiesa delle risposte.

Testo della predicazione: Matteo 20,1-16

Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa, che uscì presto di mattina ad assumere dei lavoratori per la sua vigna. Giunto a un accordo con i lavoratori per un denaro al giorno, li mandò alla sua vigna. Uscito poi verso la terza ora, vide altri che stavano in piazza disoccupati e disse loro: “Andate anche voi alla vigna e vi darò ciò che è giusto”. Ed essi andarono. Poi, uscito ancora verso la sesta e la nona ora, fece lo stesso. Uscito verso l’undicesima, ne trovò altri che stavano là e disse loro: “Perché siete state qui tutto il giorno senza lavorare?” Essi gli dissero: “Perché nessuno ci ha assunti”. Rispose loro: “Andate anche voi alla vigna”. Fattosi sera, il padrone della vigna disse al suo custode: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, cominciando dagli ultimi fino ai primi”.  Allora vennero quelli dell’undicesima ora e ricevettero un denaro ciascuno. Arrivati i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più di più; ma anche loro presero un denaro ciascuno. Perciò, nel riceverlo, parlarono contro il padrone di casa dicendo: “Questi che sono arrivati per ultimi hanno lavorato un’ora sola e tu li hai equiparati a noi che ci siamo fatti carico della fatica della giornata e del sole cocente”. Ma egli, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, non ti faccio alcun torto; non ti sei accordato con me per un denaro? Prendi il tuo e va’. Voglio, però, dare a quello che è arrivato per ultimo quanto a te. Non mi è permesso fare ciò che voglio con ciò che è mio? O mi guardi tu di cattivo occhio perché sono buono?” Perciò gli ultimi saranno primi e i primi ultimi.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, la parabola dei lavoratori che vengono assunti dal padrone della vigna in diverse ore della giornata percependo tutti lo stesso salario, ha sempre suscitato un senso di disagio perché appare evidente che il padrone non tratti gli operai con equità e non si tratta certo di una le­zione sulla giustizia sociale. Qui, a parità di lavoro, c’è chi è pagato di più e chi è pagato di meno. Oggi noi siamo tutti contro quegli stipendi delle donne che, a parità di ore e di rendimento, sono pagate meno rispetto agli uomini.

Ma allora qual è il messaggio di questa parabola? Esaminiamola insieme.

Il padrone di una vigna al tempo della vendemmia, all’alba, verso le sei del mattino, si reca in piazza per ingaggiare degli operai a giornata. Si accorda con loro e pattuisce la pagaun denaro. Quegli uomini avrebbero lavorato fino al tramonto, per circa 12 ore. Ma verso le nove, all’ora del mercato, il padrone torna in paese e, in piazza, vede altri disoc­cupati che manda a lavorare alla sua vigna: anche questi lavoreranno fino al tramonto per circa nove ore. Ma con questi non pattuisce la paga di un denaro, ma dice loro: «Vi darò ciò che è giusto». Torna in piazza a mezzogiorno, poi alle tre e alle cinque, un’ora prima del tramonto, trova ancora dei disoccupati che nessuno ha preso a giornata, e li manda a vendem­miare nella sua vigna.

Testo della predicazione: Apocalisse 1,9-18

Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, ero nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù. Fui rapito dallo Spirito nel giorno del Signore, e udii dietro a me una voce potente come il suono di una tromba, che diceva: «Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette chiese: a Efeso, a Smirne, a Pergamo, a Tiatiri, a Sardi, a Filadelfia e a Laodicea». Io mi voltai per vedere chi mi stava parlando. Come mi fui voltato, vidi sette candelabri d’oro e, in mezzo ai sette candelabri, uno simile a un figlio d’uomo, vestito con una veste lunga fino ai piedi e cinto di una cintura d’oro all’altezza del petto. Il suo capo e i suoi capelli erano bianchi come lana candida, come neve; i suoi occhi erano come fiamma di fuoco; i suoi piedi erano simili a bronzo incandescente, arroventato in una fornace, e la sua voce era come il fragore di grandi acque. Nella sua mano destra teneva sette stelle; dalla sua bocca usciva una spada a due tagli, affilata, e il suo volto era come il sole quando risplende in tutta la sua forza. Quando lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli pose la sua mano destra su di me, dicendo: «Non temere, io sono il primo e l’ultimo, e il vivente. Ero morto, ma ecco sono vivo per i secoli dei secoli, e tengo le chiavi della morte e dell’Ades. Scrivi dunque le cose che hai visto».

Sermone 

            Cari fratelli e care sorelle, l’Apocalisse è un libro che ci parla di speranza, fu scritto durante le feroci persecuzioni dell’imperatore Domiziano, il quale si era dato l’appellativo divino di “dominus et deus noster”, così voleva essere invocato dai suoi sudditi. Ma per i cristiani questa invocazione poteva essere rivolta soltanto a Dio, si rifiutavano quindi di dare del divino a un uomo che si arrogava il titolo di Dio, benché imperatore. Da qui le dure persecuzioni dei cristiani.

          Il libro dell’Apocalisse svela dove si annida il male per riconoscerlo e invocare la liberazione di Dio. Le comunità cristiane erano oggetto di rappresaglie e persecuzioni; in mezzo a loro giungeva chi portava terrore e morte; eppure, questi credenti che rischiando la propria vita tutti i giorni, s’incontravano dicendo: «Gesù è il Signore dei Signori e il Re dei re».

L’Apocalisse ci dice quella parola che tutti vorremmo sentirci dire quando viviamo il dramma della sofferenza, il tormento del dolore, la solitudine più triste, la notte più buia.

Il libro apocalittico era scritto sempre nelle occasioni di tragiche persecuzioni dai contorni davvero apocalittici, come potremmo definire quello della Shoah, durante il periodo nazifascista.

Testo della predicazione: Atti 10,19-28

Mentre Pietro stava ripensando alla visione, lo Spirito gli disse: «Ecco tre uomini che ti cercano. Àlzati dunque, scendi e va’ con loro, senza fartene scrupolo, perché li ho mandati io». Pietro, sceso verso quegli uomini, disse loro: «Eccomi, sono io quello che cercate; qual è il motivo per cui siete qui?» Essi risposero: «Il centurione Cornelio, uomo giusto e timorato di Dio, del quale rende buona testimonianza tutto il popolo dei Giudei, è stato divinamente avvertito da un santo angelo, di farti chiamare in casa sua e di ascoltare quello che avrai da dirgli». Pietro allora li fece entrare e li ospitò. Il giorno seguente andò con loro; e alcuni fratelli di Ioppe l’accompagnarono. L’indomani arrivarono a Cesarea. Cornelio li stava aspettando e aveva chiamato i suoi parenti e i suoi amici intimi. Mentre Pietro entrava, Cornelio, andandogli incontro, si gettò ai suoi piedi per adorarlo. Ma Pietro lo rialzò, dicendo: «Àlzati, anch’io sono uomo!» Conversando con lui, entrò e, trovate molte persone lì riunite, disse loro: «Voi sapete come non sia lecito a un Giudeo aver relazioni con uno straniero o entrare in casa sua; ma Dio mi ha mostrato che nessun uomo deve essere ritenuto impuro o contaminato».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, la lettura biblica di oggi ci fa assistere a un fatto singolare che dà inizio all’apertura della chiesa verso il mondo, verso le persone che non facevano parte d’Israele. Tutti sappiamo bene che la chiesa nasce a Gerusalemme e i primi cristiani sono anche ebrei, come lo era Gesù, come lo erano i discepoli, l’apostolo Paolo, e via dicendo, e la legge ebraica giudicava impura una persona che non apparteneva al popolo d’Israele, tale impurità era contagiosa, perciò non si potevano avere contatti con i pagani, né si poteva entrare nelle loro case.

Perfino chi viaggiava fuori dai confini della Palestina, al suo rientro doveva sottoporsi a riti di purificazione prima di inserirsi nella vita sociale della città.

Dunque, l’epoca della chiesa primitiva era segnata da nette divisioni che Gesù aveva individuato cercando di spiegare che tutte le barriere che dividono vanno abbattute, per questo Gesù tocca un lebbroso, permette che una donna ritenuta impura a causa delle sue emorragie di sangue lo tocchi, va a tavola con i peccatori e i pubblicani, non disdegna di riconoscere una grande fede nella donna pagana, siro-fenicia, parla con una samaritana di teologia, ecc…

Testo della predicazione: Giovanni 1,29-34

Il giorno seguente, Giovanni vide Gesù che veniva verso di lui e disse: «Ecco l'Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo! Questi è colui del quale dicevo: "Dopo di me viene un uomo che mi ha preceduto, perché egli era prima di me". Io non lo conoscevo; ma appunto perché egli sia manifestato a Israele, io sono venuto a battezzare in acqua». Giovanni rese testimonianza, dicendo: «Ho visto lo Spirito scendere dal cielo come una colomba e fermarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma colui che mi ha mandato a battezzare in acqua, mi ha detto: "Colui sul quale vedrai lo Spirito scendere e fermarsi, è quello che battezza con lo Spirito Santo". E io ho veduto e ho attestato che questi è il Figlio di Dio».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, l’affermazione di Giovanni Battista «Io ho veduto e ho attestato che questi è il Figlio di Dio» è senz’altro per noi molto ovvia, ci è insegnato fin da piccoli che Gesù è il Figlio di Dio. Ma ci vollero secoli e diversi Concili prima che si pervenisse alla testimonianza di Giovanni Battista e considerarla una affermazione teologica.

Certo è che nella chiesa antica non era così semplice. L’annuncio che «Gesù è colui nel quale dimora Dio» è una testimonianza accettabile da tutti, anche dall’ebraismo. Anche in Mosè ha dimorato Dio; il ruolo di Mosè quale veicolo della suprema autorità divina è innegabile, a questo fondamento non si poteva rinunciare. E la chiesa primitiva era composta innanzitutto da ebrei. Allora chi sarebbe Gesù? Un secondo rivelatore di Dio dopo Mosè?

Domenica, 12 Gennaio 2020 17:37

Sermone di domenica 12 gennaio 2020

Testo della predicazione: Isaia 42,1-9

«Ecco il mio servo, io lo sosterrò; il mio eletto di cui mi compiaccio; io ho messo il mio spirito su di lui, egli manifesterà la giustizia alle nazioni. Egli non griderà, non alzerà la voce, non la farà udire per le strade. Non frantumerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante; manifesterà la giustizia secondo verità. Egli non verrà meno e non si abbatterà finché abbia stabilito la giustizia sulla terra; e le isole aspetteranno fiduciose la sua legge». Così parla Dio, il Signore, che ha creato i cieli e li ha spiegati, che ha disteso la terra con tutto quello che essa produce, che dà il respiro al popolo che c’è sopra e lo spirito a quelli che vi camminano. «Io, il Signore, ti ho chiamato secondo giustizia e ti prenderò per la mano; ti custodirò e farò di te l’alleanza del popolo, la luce delle nazioni, per aprire gli occhi dei ciechi, per far uscire dal carcere i prigionieri e dalle prigioni quelli che abitano nelle tenebre. Io sono il Signore; questo è il mio nome; io non darò la mia gloria a un altro, né la lode che mi spetta agli idoli. Ecco, le cose di prima sono avvenute e io ve ne annuncio delle nuove; prima che germoglino, ve le rendo note».

Sermone 

            Care sorelle e cari fratelli, nel libro del profeta Isaia vi sono quattro canti cosiddetti del “Servo del Signore”, il nostro è uno di questi nel quale Dio esordisce dicendo: «Ecco il mio Servo, io ho messo il mio Spirito su di lui»così, al capitolo 61, lo stesso profeta dirà:

«Lo Spirito del Signore è su di me,
mi ha unto per portare il lieto messaggio ai poveri,
per fasciare chi ha il cuore spezzato,
per proclamare la liberazione a quelli che sono schiavi,
l’apertura del carcere ai prigionieri».

         «Io ho messo il mio Spirito su di lui», ed è così che i due canti sono legati da un filo rosso che corrisponde al programma del Servo: manifestare la giustizia, portare il lieto messaggio ai poveri, liberare gli schiavi, aprire le carceri ai prigionieri, essere luce delle nazioni.

Mercoledì, 25 Dicembre 2019 19:04

Sermone di Natale 2019 (Galati 4,4-7)

Testo della predicazione: Galati 4,4-7

Quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l’adozione. E, perché siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori, che grida: «Abbà, Padre». Così tu non sei più servo, ma figlio; e se sei figlio, sei anche erede per grazia di Dio.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, nel brano alla nostra attenzione, l’apostolo Paolo parla del Natale, della venuta del Cristo nel mondo come di un evento atteso, ma che solo in un determinato tempo poteva accadere, perché il tempo era quello giusto, quello opportuno, l’apostolo parla di “pienezza del tempo”: è il kairòs un tempo preciso, non uno fra tanti, uguali.  

Le antiche profezie si adempiono, nel momento in cui una fitta oscurità avvolge i popoli e le tenebre coprono la terra, su di noi sorge il Signore, appare una luce, una stella che splende nell’oscurità del nostro cielo.

          Perciò Maria canta: «Dio ha suscitato un potente Salvatore come aveva promesso da tempo per bocca dei profeti», ma la potenza di questo “potente Salvatore” non è manifestata attraverso un grande esercito; questa potenza non è quella di chi ha la spada sguainata su un destriero bianco per sterminare un nemico, non si tratta di un’arma micidiale che annienta tutti i fautori del male; non è la potenza del più forte che sottomette chi è più debole. La potenza del Salvatore di cui parla Maria si manifesta attraverso un figlio che nasce, come tutti, da una donna, ed è sottomesso, come tutti noi, alle dinamiche umane: alla fragilità di tutti i bambini, alle malattie, al freddo e al gelo, o al caldo insopportabile.

Testo della predicazione: Matteo 11,2-10

Giovanni, avendo nella prigione udito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: «Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?» Gesù rispose loro: «Andate a riferire a Giovanni quello che udite e vedete: i ciechi ricuperano la vista e gli zoppi camminano; i lebbrosi sono purificati e i sordi odono; i morti risuscitano e il vangelo è annunciato ai poveri. Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!» Mentre essi se ne andavano, Gesù cominciò a parlare di Giovanni alla folla: «Che cosa andaste a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? Ma che cosa andaste a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Quelli che portano delle vesti morbide stanno nei palazzi dei re. Ma perché andaste? Per vedere un profeta? Sì, vi dico, e più che profeta. Egli è colui del quale è scritto: "Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero per preparare la tua via davanti a te"».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, oggi è la terza domenica di Avvento, e questa ci ricorda che siamo in attesa; che la Chiesa di Cristo è in attesa della venuta del Signore. Questo è il messaggio del Natale: che Cristo viene, viene per riscattarci, per pagare, cioè, un riscatto per liberarci dalla nostra schiavitù del peccato con il suo perdono, della condanna con la sua assoluzione, delle nostre tenebre con la sua luce, di noi stessi e della nostra incredulità con la forza della sua Parola che agisce attraverso il dono dello Spirito.

Domando sempre alle mie classi di catechismo cosa sia per loro il Natale, le risposte in genere sono davvero vaghe: «Natale è una festa, si mangia insieme, si gioca a tombola, ci si scambia i regali». Eh, qualcosa di più? «Sì, sì, è una festa religiosa». In effetti, nel nostro mondo cristiano, l’Avvento è il tempo in cui ci si prepara a comprare i regali da aprire a Natale, giorno in cui bisogna essere buoni, o, quantomeno, non arrabbiarsi. Ci si rallegra se riceviamo un regalo che abbiamo desiderato e ci serve davvero, se no, è pur sempre un regalo.

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