Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Testo della predicazione: Marco 4,26-29

Gesù disse loro: «Il regno di Dio è come un uomo che getti il seme nel terreno, e dorma e si alzi, la notte e il giorno; il seme intanto germoglia e cresce senza che egli sappia come. La terra da se stessa porta frutto: prima l'erba, poi la spiga, poi nella spiga il grano ben formato. Quando il frutto è maturo, subito il mietitore vi mette la falce perché l'ora della mietitura è venuta».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli,

siamo reduci da celebrazioni del 17 febbraio, che in quest’anno del 500° anniversario della Riforma si sono concentrate sull’essere “riformata” della nostra chiesa e sulla questione in che modo e in che misura noi siamo e restiamo legati a quanto ha preso l’avvio il 31 ottobre 1517 nella città di Wittenberg. In quest’ottica, il nostro testo può generare in noi qualche imbarazzo. La parabola di Gesù ci presenta la nascita e la maturazione del Regno di Dio come un processo analogo alla crescita del grano; ce la descrive quasi come un processo naturale, continuo, pacifico, inarrestabile. Per molti secoli, almeno fino a quel 17 febbraio 1848 che ugualmente abbiamo commemorato l’altro ieri, la storia della nostra chiesa non era affatto stata così. È stata una storia piena di insidie, piena di forze che non soltanto tagliavano ma cercavano perfino di estirpare le piante, una storia – per parlare in modo non parabolico – piena di distruzione, piena di sofferenza per chi si sentiva parte del Regno di Dio in questo senso. Oramai da più di 150 anni, in Italia le cose sono cambiate, anche se uno potrebbe dire che una vera libertà di far crescere il seme sparso da Dio non ci sia neanche adesso.

            Forse, però, ragionando così sulle parole di Gesù, rischiamo un fraintendimento. In realtà, i suoi tempi non erano più pacifici del XVI secolo o del nostro tempo, per niente. Il Nuovo Testamento stesso ci dà troppe testimonianze di speranze religiose smentite, di credenti perseguitati, di persone punite e sottomesse a violenza per un niente di fatto. Guardiamo dunque un po’ più da vicina questa parabola! Il primo punto da tener fermo è sicuramente che, essendo una parabola, la parola di Gesù non ci parla di natura, né di sviluppi naturali, ma, appunto del “Regno di Dio”. Gesù ci vuole far notare una realtà che è diversa da quella che è immediatamente davanti agli occhi, una realtà in cui si manifesta il potere di un “Regno” diverso, che agisce senza farsi sentire con la pesantezza del potere, adoperando invece un soffio leggero, per così dire. Dal momento che è Gesù che parla così, non dobbiamo neanche dimenticare che il messaggio di questo Regno avrebbe portato chi parlava in croce, per zittirlo nel modo più definitivo possibile. Il fatto soltanto che questa mossa non è riuscita, però, e la semplice constatazione che le parole di questo uomo sono rimaste conservate e che ci riflettiamo su ancora noi, il fatto che le sue parole si sono diffuse in tutto il mondo, ci può anche dare una prima idea di quel potere diverso dai poteri terreni che si nasconde dietro la formula del “Regno di Dio”. Non tutta la vita è potere, dunque, almeno nelle categorie che normalmente applichiamo al termine, e forse possiamo anche dire che la sopravvivenza di una chiesa come la Chiesa riformata delle valli ne sia una testimonianza. Ciò non toglie che sarebbe sbagliato identificare quel Regno di Dio con una sola chiesa, magari contro un’altra, perché vorrebbe dire entrare nel discorso del potere terreno. La forza di quel “Regno” è diversa: non si fa comune con nessuno che lo vorrebbe incorporare nei propri progetti, per quanto siano benpensanti. Questo vale anche per noi.

Sabato, 18 Febbraio 2017 22:00

Che cosa (non) è successo nella Riforma?

Scritto da

Conferenza del professore Lothar Vogel, docente di Storia del Cristianesimo nella Facoltà valdese di teologia di Roma.

  1. Cinquant'anni fa...

Cinquant'anni fa, quando ci celebrava il 450° anniversario della Riforma, un titolo come quello che mi avete proposto per l'intervento di questo pomeriggio sarebbe stato impensabile. "Che cosa (non) è successo nella Riforma?" La formulazione, e in particolare il "non" tra parentesi, trasmette un forte senso d'incertezza sulla Riforma. E questo non è soltanto un problema di chi ha coniato il titolo; in realtà, quest'anniversario è generalmente caratterizzato da interrogativi: Che cos'è stata la Riforma? Quando ha cominciato e quando si è conclusa? Qual è il suo contenuto, ossia ciò che ne resta, il perno che giustifica la commemorazione e che ci può dare orientamento anche oggi?

Testo della predicazione: Genesi 22,1-14

Dio mise alla prova Abraamo e gli disse: «Abraamo!» Egli rispose: «Eccomi». E Dio disse: «Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, Isacco, e va' nel paese di Moria, e offrilo là in olocausto sopra uno dei monti che ti dirò».
Abraamo si alzò la mattina di buon'ora, sellò il suo asino, prese con sé due suoi servi e suo figlio Isacco, spaccò della legna per l'olocausto, poi partì verso il luogo che Dio gli aveva indicato. Il terzo giorno, Abraamo alzò gli occhi e vide da lontano il luogo. Allora Abraamo disse ai suoi servi: «Rimanete qui con  l'asino; io e il ragazzo andremo fi n là e adoreremo; poi torneremo da voi». Abraamo prese la legna per l'olocausto e la mise addosso a Isacco suo figlio, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutti e due insieme. Isacco parlò ad Abraamo suo padre e disse: «Padre mio!» Abraamo rispose: «Eccomi qui, figlio mio». E Isacco: «Ecco il fuoco e la legna; ma dov'è l'agnello per l'olocausto?» Abraamo rispose: «Figlio mio, Dio stesso si provvederà l'agnello per l'olocausto». E proseguirono tutti e due insieme.
Giunsero al luogo che Dio gli aveva detto. Abraamo costruì l'altare e vi accomodò la legna; legò Isacco suo figlio, e lo mise sull'altare, sopra la legna. Abraamo stese la mano e prese il coltello per scannare suo figlio. Ma l'angelo del Signore lo chiamò dal cielo e disse: «Abraamo, Abraamo!» Egli rispose: «Eccomi». E l'angelo: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli male! Ora so che tu temi Dio, poiché non mi hai rifiutato tuo figlio, l'unico tuo». Abraamo alzò gli occhi, guardò, ed ecco dietro a sé un montone, impigliato per le corna in un cespuglio. Abraamo andò, prese il montone e l'offerse in olocausto invece di suo figlio. Abraamo chiamò quel luogo «Iavè-Irè». Per questo si dice oggi: «Al monte del Signore sarà provveduto».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, il sacrificio di Isacco è stato raffigurato dall’artista Marc Chagall in un quadro su telo. Quest’opera attrae lo spettatore per i suoi colori molto intensi. Isacco è in primo piano, nudo, indifeso, curvato sotto l’arma del padre. Un velo d’oro dipinto sul torace d’Isacco gli associa la figura di Dio, la cui luce splende dai cieli sin dalla creazione dell’uomo. Abramo solleva l’arma del sacrificio tenendola insù, verso il cielo. Un intenso rosso ricopre tutta la figura di Abramo e si diffonde come una fiamma intorno a lui. Nell’opera di Chagall, il rosso è il colore delle passioni fiammeggianti: amore e odio. Una passione terribile sconvolge l’anima di Abramo al luogo del sacrifico. La pira di legna è pronta, la lama sollevata e la vittima inerme aspetta la fine, nuda e fragile.

Una nube bianca avvolge la scena avvisandoci della velata presenza di Dio. Un Dio nascosto veglia sui due e un messaggero interviene prima che si compia l’irreparabile. L’azione si ferma nell’istante in cui Abramo viene chiamato dall’angelo, la lama del coltello rivolto all’insù.

Ci aspettiamo una scena diversa: Abramo dovrebbe avere il braccio sollevato e la lama rivolta all’ingiù, se volesse uccidere il figlio. Doveva tenere il coltello in modo completamente diverso, se avesse voluto sacrificare il figlio: rivolto verso il basso, verso la vittima.

Cosa ha voluto esprimere Marc Chagall, l’artista? Che significato ha il rosso che avvolge Abramo? Che passione veniva espressa attraverso il rosso? L’amore? L’odio? Verso Chi? Verso il figlio? Verso Dio?

Luca 17,7-10

Se uno di voi ha un servo che ara o bada alle pecore, gli dirà forse, quando quello torna a casa dai campi: "Vieni subito a metterti a tavola"? Non gli dirà invece: "Preparami la cena, rimbòccati le vesti e servimi finché io abbia mangiato e bevuto, poi mangerai e berrai tu"? Si ritiene forse obbligato verso quel servo perché ha fatto quello che gli era stato comandato? Così, anche voi, quando avrete fatto tutto ciò che vi è comandato, dite: "Noi siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare"

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, per gli antichi copisti della Bibbia, i commentatori o i predicatori, ma anche per noi, questo testo suona molto severo. In fondo ci dice di essere dei buoni a nulla, delle persone inutili. Per questo si è spesso ritoccato il testo per attenuare la sua severità. Lo fa anche la TILC traducendo «Siamo soltanto servitori» omettendo "inutili".

Invece, la frase «Siamo servi inutili» dovrebbe dare a tutti molta gioia.

Certo, ci indisponiamo quando qualcuno ci dice che siamo inadatti al nostro compito, ma se ci pensiamo bene, tutti noi sappiamo di essere peccatori e peccatrici e siamo ben convinti che nessuno al mondo è giusto.

Eppure ci sono tanti «buoni» cristiani che si sono arresi perché si credevano adatti a un compito speciale, ma… quando hanno visto la loro debolezza, e quella degli altri, sono crollati.

Perciò dobbiamo provare molta gioia e riconoscenza per il fatto che Gesù ci tratti già in partenza da «buoni a nulla». Qui, Gesù ci vuole liberare da quel personaggio tanto orgoglioso che è dentro di noi. Gesù ci rimette al nostro posto, al nostro vero posto, e dà la miglior definizione che mai sia stata data della Chiesa: «Una compagnia di buoni a nulla».

Testo della predicazione: Esodo 3,1-12

Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. L'angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava.
Mosè disse: «Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!» Il Signore vide che egli si era mosso per andare a vedere. Allora Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: «Mosè! Mosè!» Ed egli rispose: «Eccomi». Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro». Poi aggiunse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio d'Abraamo, il Dio d'Isacco e il Dio di Giacobbe». Mosè allora si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio.
Il Signore disse: «Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei. E ora, ecco, le grida dei figli d'Israele sono giunte a me; e ho anche visto l'oppressione con cui gli Egiziani li fanno soffrire. Or dunque va'; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall'Egitto il mio popolo, i figli d'Israele».
Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire dall'Egitto i figli d'Israele?» E Dio disse: «Va', perché io sarò con te. Questo sarà il segno che sono io che ti ho mandato: quando avrai fatto uscire il popolo dall'Egitto, voi servirete Dio su questo monte».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, un giorno un pastore di pecore sconfina verso il deserto perché talvolta capita che anche lì qualche raro temporale produca dell’erba nuova, buona per le sue pecore. Oltre il deserto accade un fatto strano: un pruno, una pianta di poco valore nota per il fatto che bruci in un attimo, arde senza consumarsi, perciò il pastore diventa curioso e «devia» dal suo percorso, per dirigersi verso quella direzione. In ebraico Mosè dice: «Devio verso quella direzione; ¿perché il pruno non è mangiato dal fuoco?».

In fondo è proprio la curiosità di Mosè che lo conduce verso quella che sarà una vocazione, è strano, ma solo quando il pastore si lascia trascinare fuori dalla sua realtà, deviare fuori dalla sua normalità, proprio lì avviene l’insolita visione, lì avviene l’incontro con Dio.

Dio si rivela a Mosè mentre è intento a pascolare il suo gregge, e sarà il destino di tante persone nella Bibbia e non solo: come Amos chiamato a essere profeta mentre pascolava il suo gregge, Eliseo che arava il suo campo dietro ai buoi, Gedeone che trebbiava il grano, il re Davide che era a pascolare il gregge quando il profeta Samuele va a casa di suo padre per cercare un re per Israele; ma anche i discepoli di Gesù che erano a pescare. Come i pescatori di pesci diverranno pescatori di uomini, così il pastore delle greggi di Ietro è chiamato a diventare pastore dei figli d’Israele, liberatore dalla schiavitù, colui che li condurrà verso la terra promessa.

Ma perché ciò accada è importante una deviazione, un cambiamento di direzione, di rotta.

Mosè incontra Dio non in un Tempio o mentre sta pregando, ma in un momento qualsiasi della sua giornata, nella sua quotidianità, quando non lo cerca. Dio si rivela a un uomo che non lo conosce, e gli dice: «Io sono il Dio dei tuoi padri», ma Mosè è pieno di domande: «Chi sono io? Perché proprio io? Chi sei tu? Qual è il tuo nome?». Si tratta di domande vitali, importanti; potersi chiamare reciprocamente per nome significa avere una relazione stretta, personale, chiamare per nome rende la comunicazione possibile. Questa è la relazione tra Dio e Mosè, è fatta di un continuo reciproco interrogarsi e chiedersi: “chi sei?”, “chi sono?”.

Testo della predicazione: Romani 1,16-17

Io non mi vergogno del Vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede; del Giudeo prima e poi del Greco; poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com'è scritto: «Il giusto per fede vivrà».

Sermone

Cari fratelli e sorelle, qualche volta sarà capitato anche a voi di sentire tradita la nostra fiducia da un famigliare, parente o amico, oppure è capitato che un rapporto di amicizia si sia logorato perché è venuta meno la fiducia e quella fedeltà reciproca che teneva saldo quel rapporto. Non si sta affatto bene quando un legame si rompe, e allora ci difendiamo ripromettendoci di fidarci solo di noi stessi e di nessun altro.

Ecco, l'apostolo Paolo parla di questo rapporto tra Dio e noi, di un rapporto di fiducia che Dio vuole avere con noi.

Pensate, Lutero nella sua ricerca tormentata di risposte alle domande circa la salvezza, si è fermato sul testo di Romani 1,17 «Io giusto per fede vivrà» e da qui prese inizio la Riforma della chiesa.

L'apostolo Paolo, dice dell’Evangelo che esso è «potenza di Dio». Perché l'apostolo parla di potenza? Come protestanti abbiamo sempre contestato il potere della chiesa. Eppure, per l’apostolo l’Evangelo è potenza di Dio. Che significa dunque?

Per tutti noi l’Evangelo è un messaggio, un annuncio, una parola da dare, non una potenza, anche se di Dio. L'Evangelo non è semplicemente una parola che proclama un contenuto, l’Evangelo è una forza creatrice, la Parola dell’Evangelo è qualcosa che accade, si rea­lizza ciò che afferma.

Testo della predicazione: Esodo 33, 17-23

Il Signore disse a Mosè: «Farò anche questo che tu chiedi, perché tu hai trovato grazia agli occhi miei, e ti conosco personalmente». «Mosè disse: «Ti prego, fammi vedere la tua gloria!» Il Signore gli rispose: «Io farò passare davanti a te tutta la mia bontà, proclamerò il nome del Signore davanti a te; farò grazia a chi vorrò fare grazia e avrò pietà di chi vorrò avere pietà». Disse ancora: «Tu non puoi vedere il mio volto, perché l'uomo non può vedermi e vivere». E il Signore disse: «Ecco qui un luogo vicino a me; tu starai su quel masso; mentre passerà la mia gloria, io ti metterò in una buca del masso, e ti coprirò con la mia mano finché io sia passato; poi ritirerò la mano e mi vedrai da dietro; ma il mio volto non si può vedere».

Sermone

Mosè vuole vedere il volto del Signore.

Cari bambini e bambine, sapete chi è Mosè?

Certo che sì, Mosè è quello che quando nasce doveva morire perché il Faraone d’Egitto voleva uccidere tutti i bambini maschi. Così sua madre lo mette in una cesta di vimini e lo lascia galleggiare sul fiume Nilo, sperando che, lontano dal Faraone, qualcuno lo avrebbe salvato e preso con sé.

E così succede davvero, ma non andrà lontano quel cesto col bimbo dentro, sarà la figlia del Faraone che lo noterà e lo prenderà con sé. Vivrà alla corte del Faraone, proprio lui, il bimbo che voleva morto.

Ma Mosè non era egiziano, era ebreo, e così difende gli ebrei schiavi in Egitto e costretti a lavorare per costruire i palazzi sontuosi del Faraone. Mosè non tollera l’ingiustizia e la prepotenza. Così scappa lontano, e lontano dall’Egitto, sul monte Sinai incontra Dio.

Prima non lo conosceva, neppure lo aveva mai sentito nominare, e ora Dio si presenta a Mosè per parlargli. Lo attira sul monte con un albero che bruciava, ma non si consumava mai. Così, Dio parla a Mosè per dirgli che lo aveva scelto per liberare il suo popolo schiavo degli egiziani e costretto ai lavori forzati.

Così, Mosè ha il grande coraggio di andare dal Faraone per dirgli di liberare il popolo schiavo, gli ebrei. Ma il faraone non voleva rinunciare a tanta manodopera gratis, non voleva rinunciare ai suo nuovi palazzi e si rifiuta. Ma poi Dio lo costringerà a cedere e a lasciare andare gli ebrei.

Essi partono, ma si trovano davanti al mare da attraversare, con gli egiziani che li inseguono per ucciderli, perché il Faraone non voleva più lasciarli andare, era molto arrabbiato.

Testo della predicazione: Matteo 4,12-17

Gesù, udito che Giovanni era stato messo in prigione, si ritirò in Galilea. E, lasciata Nazaret, venne ad abitare in Capernaum, città sul mare, ai confini di Zabulon e di Neftali, affinché si adempisse quello che era stato detto dal profeta Isaia: «Il paese di Zabulon e il paese di Neftali, sulla via del mare, di là dal Giordano, la Galilea dei pagani, il popolo che stava nelle tenebre, ha visto una gran luce; su quelli che erano nella contrada e nell'ombra della morte una luce si è levata». Da quel tempo Gesù cominciò a predicare e a dire: «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, la predicazione di Gesù ha uno scopo particolare: all'umanità viene data una chiave di lettura nuova della vita e della storia, attraverso la quale, ci possiamo collocare, nel contesto umano, come uomini e donne che hanno la possibilità di sfuggire a un destino tragico, di paura e di morte. Ci è data la possibilità di essere riscattati dal giogo della vita umana intessuta di fallimenti, di discriminazioni, di intolleranze, emarginazioni, dal potere delle guerre, distruzioni, dal peso delle violenze inaudite come quelle che abbiamo appreso negli ultimi giorni a Berlino, in Turchia e non solo.

Ma quale risposta diamo come credenti a coloro che domandano: «perché Dio permette tutto questo?».

Gesù si è presentato all’umanità nascendo in una stalla e morendo su una croce, è stato vittima della scelleratezza e della malvagità umana, si è presentato con tutta la debolezza che umanamente ci è propria e l’ha vissuta fino in fondo. Dio non ha fatto improvvisamente irruzione nella storia del mondo con tutto il suo potere e la sua forza, deciso a risolvere lui tutti i problemi dell’umanità. No! Gesù, piuttosto, ci ha insegnato il modo di superarli, di accettarli, di sopravvivere ad essi con dignità.

Dio ha fatto parte della nostra storia, del nostro mondo, della nostra umanità debole, caduca, per dirci che, con noi, anche lui è partecipe del nostro destino umano; il suo essere presente nella nostra quotidianità è la nostra speranza, il nostro nuovo destino che si delinea con contorni sempre più netti.

È questo il Dio che conosciamo, il Dio che viene a noi: Dio ci è davvero vicino in ogni momento della vita, nella sofferenza e nel dolore, si fa solidale con noi, ci accompagna nelle difficoltà, ci tiene per mano quando si fa buio, quando rallentiamo il passo perché non riusciamo a vedere chiaramente dove poggiare in modo fermo il nostro piede. Quando siamo confusi e non sappiamo più capire il senso di quanto accade attorno a noi.