Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Testo della predicazione: Romani 13,8-12

«Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge. Infatti il «non commettere adulterio», «non uccidere», «non rubare», «non concupire» e qualsiasi altro comandamento si riassumono in questa parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». L’amore non fa nessun male al prossimo; l’amore quindi è l’adempimento della legge. E questo dobbiamo fare, consci del momento cruciale: è ora ormai che vi svegliate dal sonno; perché adesso la salvezza ci è più vicina di quando credemmo. La notte è avanzata, il giorno è vicino; gettiamo dunque via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, siamo alla prima domenica d’Avvento dunque il testo biblico di oggi ci parla della salvezza (più vicina di quanto potevamo credere), ci parla della luce (delle armi della luce), di diventare operanti (svegliatevi dal sonno!), ma soprattutto di debito: «Non abbiate altro debito con nessuno se non quello di amarvi gli uni gli altri». Perché il vero debito, quello del nostro peccato, della nostra incapacità di amare, l’ha pagato Gesù sulla croce, per noi. Per questo è venuto nel mondo. Non avere debiti significa “essere perdonati” ed “essere perdonati” significa riconoscere l’impegno che ci è affidato: quello di perdonare«Rimetti i noi nostri debito come noi li rimettiamo…».

In pratica, questo testo biblico, proposto dal lezionario “Un giorno una Parola”, si adatta perfettamente alla domenica della diaconia di oggi, durante la quale pensiamo al Servizio di accoglienza per minori stranieri non accompagnati gestito dalla Diaconia valdese, in particolare, quella fiorentina, a cui la nostra colletta di oggi sarà destinata.

Testo della predicazione: Luca 6,27-38

«A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici; fate del bene a quelli che vi odiano; benedite quelli che vi maledicono, pregate per quelli che vi oltraggiano. A chi ti percuote su una guancia, porgigli anche l’altra; e a chi ti toglie il mantello non impedire di prenderti anche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede; e a chi ti toglie il tuo, non glielo ridomandare. E come volete che gli uomini facciano a voi, fate voi pure a loro. Se amate quelli che vi amano, quale grazia ve ne viene? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a quelli che vi fanno del bene, quale grazia ve ne viene? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a quelli dai quali sperate di ricevere, qual grazia ne avete? Anche i peccatori prestano ai peccatori per riceverne altrettanto. Ma amate i vostri nemici, fate del bene, prestate senza sperarne nulla e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; poiché egli è buono verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati; perdonate, e vi sarà perdonato. Date, e vi sarà dato; vi sarà versata in seno buona misura, pigiata, scossa, traboccante; perché con la misura con cui misurate, sarà rimisurato a voi.».

Sermone

            Care sorelle e cari fratelli, l’evangelista Luca colloca questo il discorso programmatico di Gesù su un pianoro, perché il pianoro rappresenta il luogo della riflessione e della preghiera. Come ricorderete, l’evangelista Matteo, invece, lo colloca su un Monte perché rappresenti il Sinai, dove Mosè ricevette le tavole della legge, affinché Gesù sia presentato come come il nuovo Mosè che annuncia la nuova legge di Dio, la legge dell’amore per la quale Dio non chiede nulla in cambio. Così in Luca troviamo lo stesso Gesù che ci parla dell’amore che permette di rasserenarci basandoci sulla sua Parola che ispira la nostra meditazione e la nostra preghiera.

         Il brano di Luca alla nostra attenzione parte dal comandamento dell’amore contenuto nel libro del Levitico che dice: «Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso» (Lev. 18,19). In questo brano, il prossimo è rappresentato, comunque, dai “figli del tuo popolo”, non certo i tuoi nemici che diventa invece una vera novità nella predicazione di Gesù.

Così il nostro brano esordisce affermando con forza: «Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, …pregate per quelli che vi oltraggiano» (v. 27). Quindi, Gesù va oltre il concetto dell’amore rivolto verso il prossimo che era ristretto e non includeva coloro che ci vogliono male, o addirittura annientare. Gesù afferma che è perfino vitale amarli, che fa parte della nostra fede.

Testo della predicazione: Deuteronomio 6,4-9

«Ascolta, Israele: Il Signore, il nostro Dio, è l'unico Signore. Tu amerai dunque il Signore, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima tua e con tutte le tue forze. Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore; li inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando te ne starai seduto in casa tua, quando sarai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, te li metterai sulla fronte in mezzo agli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle porte della tua città».

Sermone

         Cari fratelli e care sorelle, i versetti che abbiamo ascoltato sono una esortazione forte, ad accogliere i Comandamenti, che Dio dona a Mosè sul Monte Sinai, come un dono del Signore, lo stesso Signore che ha liberato il popolo dalla schiavitù in Egitto perché vuole che tutti gli esseri umani siano liberi.

Si tratta di una serie di imperativi che partono da un dato certo nel quale il primo comandamento insiste: «Io sono il Signore tuo Dio che ti ha liberto dalla schiavitù in Egitto», non certo per soggiogarti in un altro modo, ma perché tu rimanga libero per sempre.

Questa libertà è il presupposto della fede, del mettere in pratica la Parola di Dio, dei comandamenti, dell’Evangelo che Gesù e gli apostoli hanno predicato. Così dirà l’apostolo Paolo: «Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù» (Gal. 5,1).

Testo della predicazione: Giacomo 2,14-26

A che serve, fratelli miei, se uno dice di aver fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo? Se un fratello o una sorella non hanno vestiti e mancano del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro: «Andate in pace, scaldatevi e saziatevi», ma non date loro le cose necessarie al corpo, a che cosa serve? Così è della fede; se non ha opere, è per se stessa morta. Anzi uno piuttosto dirà: «Tu hai la fede, e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le tue opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede». Tu credi che c’è un solo Dio, e fai bene; anche i demoni lo credono e tremano. Insensato! Vuoi renderti conto che la fede senza le opere non ha valore? Abraamo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere quando offrì suo figlio Isacco sull’altare? Tu vedi che la fede agiva insieme alle sue opere e che per le opere la fede fu resa completa; così fu adempiuta la Scrittura che dice: «Abraamo credette a Dio, e ciò gli fu messo in conto come giustizia»; e fu chiamato amico di Dio. Dunque vedete che l’uomo è giustificato per opere, e non per fede soltanto. E così Raab, la prostituta, non fu anche lei giustificata per le opere quando accolse gli inviati e li fece ripartire per un’altra strada? Infatti, come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, l’autore della lettera di Giacomo non sta cercando di correggere la teologia dell’apostolo Paolo come alcuni hanno ritenuto nel passato. In effetti, noi protestanti siamo abituati a fondare la nostra teologia sulle affermazioni dell’apostolo che, in Galati 2,16, afferma:

«Sappiamo che l'uomo non è giustificato per le opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù … perché dalle opere della legge nessuno sarà giustificato».

         In realtà, Paolo e Giacomo, nelle loro lettere, affrontano temi diversi: Paolo affronta il tema della circoncisione nelle chiese i cui membri provengono dal paganesimo e non dall’ebraismo, mentre Giacomo riflette sul rapporto tra la fede e l’obbedienza, ritenute tutte e due essenziali. Così può affermare che l’obbedienza è una conseguenza della fede, è lei che la genera, dunque la fede soltanto sarebbe inutile senza l’obbedienza alla Paola del Signore.

Testo della predicazione: Isaia 58,1-9a

Grida a piena gola, non ti trattenere, alza la tua voce come una tromba; dichiara al mio popolo le sue trasgressioni, alla casa di Giacobbe i suoi peccati. Mi cercano giorno dopo giorno, prendono piacere a conoscere le mie vie, come una nazione che avesse praticato la giustizia e non avesse abbandonato la legge del suo Dio; mi domandano dei giudizi giusti, prendono piacere ad accostarsi a Dio. «Perché», dicono essi, «quando abbiamo digiunato, non ci hai visti? Quando ci siamo umiliati, non lo hai notato?». Ecco, nel giorno del vostro digiuno voi fate i vostri affari ed esigete che siano fatti tutti i vostri lavori. Ecco, voi digiunate per litigare, per fare discussioni, e colpite con pugno malvagio; oggi, voi non digiunate in modo da far ascoltare la vostra voce in alto. È forse questo il digiuno di cui mi compiaccio, il giorno in cui l’uomo si umilia? Curvare la testa come un giunco, sdraiarsi sul sacco e sulla cenere, è dunque questo ciò che chiami digiuno, giorno gradito al Signore? Il digiuno che io gradisco non è forse questo: che si spezzino le catene della malvagità, che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi gli oppressi e che si spezzi ogni tipo di giogo? Non è forse questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo, che quando vedi uno nudo tu lo copra e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne? Allora la tua luce spunterà come l’aurora, la tua guarigione germoglierà prontamente; la tua giustizia ti precederà, la gloria del Signore sarà la tua retroguardia. Allora chiamerai e il Signore ti risponderà; griderai, ed egli dirà: «Eccomi!».

Sermone

            Cari fratelli e care sorelle, è una promessa di salvezza che il profeta Isaia annuncia e la fa in un’epoca difficile, quando il popolo è reduce dall’esilio in terra straniera, Babilonia. Il re persiano Ciro nel 538 a.C. è vincitore su Babilonia ed emana un editto che pone fine all’esilio di Israele; così comincia il ritorno in patria dei profughi esiliati, e con difficoltà, si ripopolano le campagne, comincia una lenta ricostruzione di quanto era stato distrutto e raso al suolo, anche il tempio di Gerusalemme.

         Ma le ristrettezze economiche fanno vacillare quanti hanno compiuto questo atto di fede, spesso si fermano i lavori di ricostruzione, presto entra lo scoramento e la sfiducia, lo slancio di un nuovo inizio presto si affievolisce.

         È a questa gente che Isaia parla, gente che tuttavia si rivolge a Dio, e a lui domanda quale futuro si delinea davanti a loro. Il lamento che sale a Dio è collettivo. Il popolo si rivolge a Dio nel culto, rende a Lui sacrifici, pratica diversi riti e, in particolare, il digiuno.

Ma Dio se ne sta in silenzio.