Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Testo della predicazione: Luca 9,23-27

Gesù diceva poi a tutti: "Se uno vuole venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la propria vita a causa mia, la salverà. Se uno guadagna il mondo intero, a che cosa gli giova se perde se stesso o se va in rovina? Chi si vergogna di me e delle mie parole, il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria sua, del Padre e degli angeli santi. In verità io vi dico, vi sono alcuni dei presenti che non sperimenteranno la morte prima di vedere il regno di Dio".

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, cari catecumeni, quando si riflette su Dio, spesso, tutto si risolve nel pensare se si può fare a meno di Dio, se Dio è davvero utile, se ha da offrire qualcosa e se il tempo e le energie che si possono dedicare a Dio, e quindi al prossimo, vengono compensate da qualcosa che ci torna a favore.

Oppure si scavalca la necessaria riflessione su Dio, scegliendo la strada più facile e pensando che Dio sia solo frutto di un’illusione, una necessità umana di avere qualcosa di ultraterreno a cui aggrapparsi, ma che in realtà non esiste e dobbiamo cavarcela da soli.

Sull’essere di Dio ne abbiamo parlato molto alle lezioni di catechismo, lo ha fatto perfino Gesù ponendo il problema sotto il lato della pratica della fede. Gesù in fondo domandava: «Che cosa significa credere in Dio?» e rispondeva che bisognava seguire lui, Gesù, rinunciare a se stessi e a prendere la propria croce ogni giorno.

Testo della predicazione: Giovanni 6,47-51

In verità, in verità vi dico: chi crede in me ha vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e morirono. Questo è il pane che discende dal cielo, affinché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane che io darò per la vita del mondo è la mia carne.

Sermone

Il brano biblico di Giovanni che abbiamo ascoltato segue il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Il gesto della condivisione del cibo è per Gesù segno di una condivisione ancora più grande: la condivisione delle vite e delle esistenze umane. Gesù permette che la scarsezza di cibo diventi un’abbondanza tale che, dopo aver mangiato a sazietà, avanzino traboccanti ceste di pane.

Eppure sono solo pochi pani e pochi pesci che vengono messi a disposizione di tanti: cinquemila persone che attendono di essere sfamati. Per l’evangelista Giovanni, la condivisione del pane è anche condivisione del Cristo, del Cristo per tutti e non solo per pochi. Anche per noi oggi.

Testo della predicazione: Geremia 20,7-11a

Tu mi hai persuaso, Signore, e io mi sono lasciato persuadere, tu mi hai fatto forza e mi hai vinto; io sono diventato, ogni giorno, un oggetto di scherno, ognuno si fa beffe di me. Infatti ogni volta che io parlo, grido, grido: Violenza e saccheggio! Sì, la parola del Signore è per me un obbrobrio, uno scherno di ogni giorno. Se dico: «Io non lo menzionerò più, non parlerò più nel suo nome», c'è nel mio cuore come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzo di contenerlo, ma non posso. Poiché odo le diffamazioni di molti, lo spavento mi viene da ogni lato: «Denunciatelo, e noi lo accuseremo». Tutti quelli con i quali vivevo in pace spiano se io inciampo e dicono: «Forse si lascerà sviare, noi prevarremo contro di lui e ci vendicheremo di lui». Ma il Signore è con me, come un potente eroe».

Sermone

Geremia è uno dei libri più drammatici dell’Antico Testamento, perché si colloca in un momento tragico della storia di Israele. È il tempo dell’occupazione di Gerusalemme operata dal re babilonese Nabucodonosor, nel 587 a.C. che si conclude con la distruzione della città, l’incendio e il saccheggio del tempio, la desolazione del paese, migliaia di morti e migliaia di deportati in Mesopotamia.

In mezzo a questa storia drammatica del popolo di Dio si intreccia quella personale del profeta Geremia, con le sue vicissitudini: l’imperiosità della vocazione che gli è stata rivolta, gli scontri con le autorità politiche e religiose di Giuda, l’odio che suscita il suo messaggio, la prigionia e le torture subite, la sensazione di essere abbandonato e smentito da Dio.

Testo della predicazione: Ebrei 4,14-16

«Noi abbiamo un grande sommo sacerdote che ha attraversato i cieli, Gesù, il Figlio di Dio, teniamoci saldi nella fede che professiamo. In effetti, non abbiamo un sommo sacerdote che non possa condividere le nostre debolezze, messo alla prova in ogni cosa come noi, ma senza peccato. Accostiamoci con piena fiducia, dunque, al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia per essere aiutati al momento opportuno».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, l’autore della lettera agli Ebrei rivolge un lungo sermone ai suoi lettori per incoraggiarli a superare le difficoltà che vivevano come credenti cristiani nella società di allora. Questo predicatore cerca di spiegare il senso autentico delle Scritture in modo non letterale, ma spirituale, per cui quelle Scritture diventano la prefigurazione di un nuovo Patto che Dio fa con l’umanità.

Si tratta di una alleanza nuova, perfetta perché non è stata compiuta con il sangue di animali sacrificati sull’altare del Tempio di Gerusalemme, ma con il sangue di Cristo, che è la Parola vivente di Dio, Dio stesso che si offre all’umanità. Si tratta di una nuova alleanza che dura per sempre: non servono, dunque, altri olocausti, altre offerte a Dio, ma è accaduto una volta per tutte che Cristo è morto sulla croce.

Questa spiegazione conforta i lettori della lettera, perché Gesù non è rimasto una vittima sacrificale, prigioniero della distruzione, della tomba, della devastazione, dell’annullamento, ma ha vinto l’insufficienza umana, la sua parzialità, il suo peccato, il suo dolore, la sua sofferenza.

Non abbiamo nulla da temere, dunque, perché siamo in buone mani. Siamo tutti partecipi della decisione di Dio di stringere con noi un patto di grazia e di salvezza, malgrado noi non lo meritassimo affatto: è solo una scelta di Dio, unilaterale.

Testo della predicazione: Luca 14,15-24

Uno degli invitati, appena udì queste parole di Gesù, esclamò: “Beato chi potrà partecipare al banchetto nel regno di Dio!”. Gesù allora gli raccontò un’altra parabola: «Un uomo fece una volta un grande banchetto e invitò molta gente. All’ora del pranzo mandò uno dei suoi servi a dire agli invitati: Tutto è pronto, venite! Ma, uno dopo l’altro, gli invitati cominciarono a scusarsi. Uno gli disse: “Ho comprato un terreno e devo andare a vederlo. Ti prego di scusarmi”. Un altro gli disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e sto andando a provarli. Ti prego di scusarmi”. Un terzo invitato gli disse: “Mi sono sposato da poco e perciò non posso venire”. Quel servo tornò dal suo padrone e gli riferì tutto. Il padrone di casa allora, pieno di sdegno, ordinò al suo servo: Esci subito e va per le piazze e per le vie della città e fa’ venire qui, al mio banchetto, i poveri e gli storpi, i ciechi e gli zoppi. Più tardi il servo tornò dal padrone per dirgli: “Signore, ho eseguito il tuo ordine, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: Esci di nuovo e va’ per i sentieri di campagna e lungo le siepi e spingi la gente a venire. Voglio che la mia casa sia piena di gente. Nessuno di quelli che ho invitato per primi parteciperà al mio banchetto: ve lo assicuro!».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, l’argomento della parabola è aperto da una persona che siede a tavola con Gesù, dice: «Beato chi potrà partecipare al banchetto nel Regno di Dio». Questa beatitudine vuole semplicemente indicare che il futuro Regno di Dio, all'epoca di Gesù, era immaginato come un grande convito, un banchetto, un sedere alla stessa tavola e condividere lo stesso pane. E non si trattava semplicemente di mangiare insieme, ma di qualcosa di più dal momento che nella mentalità orientale il sedere alla stessa mensa implicava una compartecipazione e una condivisione non soltanto del cibo, ma anche degli stessi propositi, delle stesse aspirazioni, speranze, scelte, direzioni da percorrere.

Condividere la mensa con altri, significava compromettersi reciprocamente, accogliere ed essere accolti, significava diventare come l'altro, stringere forti legami di amicizia e di fraternità. Per questo i giudei non potevano sedere a tavola con i peccatori e i pagani, perché, mangiando con loro, avrebbero partecipato al loro peccato.

Tante volte Gesù lo faceva e per questo era accusato di mangiare coi peccatori e le prostitute.