Culto domenicale:
sospeso domenica 1 marzo
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Bellonatti

Archivio dei sermoni domenicali

Testo della predicazione: Luca 18,31-34

Gesù prese con sé i dodici, e disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme, e saranno compiute riguardo al Figlio dell’uomo tutte le cose scritte dai profeti; perché egli sarà consegnato ai pagani, e sarà schernito e oltraggiato e gli sputeranno addosso; e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno; ma il terzo giorno risusciterà». Ed essi non capirono nulla di tutto questo; quel discorso era per loro oscuro, e non capivano ciò che Gesù voleva dire.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, Gesù è a pochi giorni da Gerusalemme, la città lo accoglierà festante, con ramoscelli di ulivo e di palme e dicendo: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore». Sarà la stessa città che diventerà il luogo della passione, della disfatta, della distruzione del corpo del Signore.

In questo brano accade una cosa insolita, vi è una descrizione dettagliata della passione di Gesù, mentre in genere, la Bibbia, negli annunci profetici, preferisce non scendere nei particolari, ma qui è spiegato che Gesù sarà consegnato ai pagani, cioè ai Romani, deriso, insultato, coperto di sputi, flagellato e ucciso.

Non è attrazione per il tragico quello che Luca sente, ma si tratta della necessità di ricordare ai suoi lettori che la Passione del Messia non è una parola vuota che va riempita dalla risurrezione, ma una parola con una rilevanza inimmaginabile che trova il suo luogo e il suo tempo: il Golgota nel tempo della Pasqua ebraica.

Testo della predicazione: Matteo 20,1-16

Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa, che uscì presto di mattina ad assumere dei lavoratori per la sua vigna. Giunto a un accordo con i lavoratori per un denaro al giorno, li mandò alla sua vigna. Uscito poi verso la terza ora, vide altri che stavano in piazza disoccupati e disse loro: “Andate anche voi alla vigna e vi darò ciò che è giusto”. Ed essi andarono. Poi, uscito ancora verso la sesta e la nona ora, fece lo stesso. Uscito verso l’undicesima, ne trovò altri che stavano là e disse loro: “Perché siete state qui tutto il giorno senza lavorare?” Essi gli dissero: “Perché nessuno ci ha assunti”. Rispose loro: “Andate anche voi alla vigna”. Fattosi sera, il padrone della vigna disse al suo custode: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, cominciando dagli ultimi fino ai primi”.  Allora vennero quelli dell’undicesima ora e ricevettero un denaro ciascuno. Arrivati i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più di più; ma anche loro presero un denaro ciascuno. Perciò, nel riceverlo, parlarono contro il padrone di casa dicendo: “Questi che sono arrivati per ultimi hanno lavorato un’ora sola e tu li hai equiparati a noi che ci siamo fatti carico della fatica della giornata e del sole cocente”. Ma egli, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, non ti faccio alcun torto; non ti sei accordato con me per un denaro? Prendi il tuo e va’. Voglio, però, dare a quello che è arrivato per ultimo quanto a te. Non mi è permesso fare ciò che voglio con ciò che è mio? O mi guardi tu di cattivo occhio perché sono buono?” Perciò gli ultimi saranno primi e i primi ultimi.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, la parabola dei lavoratori che vengono assunti dal padrone della vigna in diverse ore della giornata percependo tutti lo stesso salario, ha sempre suscitato un senso di disagio perché appare evidente che il padrone non tratti gli operai con equità e non si tratta certo di una le­zione sulla giustizia sociale. Qui, a parità di lavoro, c’è chi è pagato di più e chi è pagato di meno. Oggi noi siamo tutti contro quegli stipendi delle donne che, a parità di ore e di rendimento, sono pagate meno rispetto agli uomini.

Ma allora qual è il messaggio di questa parabola? Esaminiamola insieme.

Il padrone di una vigna al tempo della vendemmia, all’alba, verso le sei del mattino, si reca in piazza per ingaggiare degli operai a giornata. Si accorda con loro e pattuisce la pagaun denaro. Quegli uomini avrebbero lavorato fino al tramonto, per circa 12 ore. Ma verso le nove, all’ora del mercato, il padrone torna in paese e, in piazza, vede altri disoc­cupati che manda a lavorare alla sua vigna: anche questi lavoreranno fino al tramonto per circa nove ore. Ma con questi non pattuisce la paga di un denaro, ma dice loro: «Vi darò ciò che è giusto». Torna in piazza a mezzogiorno, poi alle tre e alle cinque, un’ora prima del tramonto, trova ancora dei disoccupati che nessuno ha preso a giornata, e li manda a vendem­miare nella sua vigna.

Testo della predicazione: Atti 10,19-28

Mentre Pietro stava ripensando alla visione, lo Spirito gli disse: «Ecco tre uomini che ti cercano. Àlzati dunque, scendi e va’ con loro, senza fartene scrupolo, perché li ho mandati io». Pietro, sceso verso quegli uomini, disse loro: «Eccomi, sono io quello che cercate; qual è il motivo per cui siete qui?» Essi risposero: «Il centurione Cornelio, uomo giusto e timorato di Dio, del quale rende buona testimonianza tutto il popolo dei Giudei, è stato divinamente avvertito da un santo angelo, di farti chiamare in casa sua e di ascoltare quello che avrai da dirgli». Pietro allora li fece entrare e li ospitò. Il giorno seguente andò con loro; e alcuni fratelli di Ioppe l’accompagnarono. L’indomani arrivarono a Cesarea. Cornelio li stava aspettando e aveva chiamato i suoi parenti e i suoi amici intimi. Mentre Pietro entrava, Cornelio, andandogli incontro, si gettò ai suoi piedi per adorarlo. Ma Pietro lo rialzò, dicendo: «Àlzati, anch’io sono uomo!» Conversando con lui, entrò e, trovate molte persone lì riunite, disse loro: «Voi sapete come non sia lecito a un Giudeo aver relazioni con uno straniero o entrare in casa sua; ma Dio mi ha mostrato che nessun uomo deve essere ritenuto impuro o contaminato».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, la lettura biblica di oggi ci fa assistere a un fatto singolare che dà inizio all’apertura della chiesa verso il mondo, verso le persone che non facevano parte d’Israele. Tutti sappiamo bene che la chiesa nasce a Gerusalemme e i primi cristiani sono anche ebrei, come lo era Gesù, come lo erano i discepoli, l’apostolo Paolo, e via dicendo, e la legge ebraica giudicava impura una persona che non apparteneva al popolo d’Israele, tale impurità era contagiosa, perciò non si potevano avere contatti con i pagani, né si poteva entrare nelle loro case.

Perfino chi viaggiava fuori dai confini della Palestina, al suo rientro doveva sottoporsi a riti di purificazione prima di inserirsi nella vita sociale della città.

Dunque, l’epoca della chiesa primitiva era segnata da nette divisioni che Gesù aveva individuato cercando di spiegare che tutte le barriere che dividono vanno abbattute, per questo Gesù tocca un lebbroso, permette che una donna ritenuta impura a causa delle sue emorragie di sangue lo tocchi, va a tavola con i peccatori e i pubblicani, non disdegna di riconoscere una grande fede nella donna pagana, siro-fenicia, parla con una samaritana di teologia, ecc…

Domenica, 12 Gennaio 2020 17:37

Sermone di domenica 12 gennaio 2020

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Testo della predicazione: Isaia 42,1-9

«Ecco il mio servo, io lo sosterrò; il mio eletto di cui mi compiaccio; io ho messo il mio spirito su di lui, egli manifesterà la giustizia alle nazioni. Egli non griderà, non alzerà la voce, non la farà udire per le strade. Non frantumerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante; manifesterà la giustizia secondo verità. Egli non verrà meno e non si abbatterà finché abbia stabilito la giustizia sulla terra; e le isole aspetteranno fiduciose la sua legge». Così parla Dio, il Signore, che ha creato i cieli e li ha spiegati, che ha disteso la terra con tutto quello che essa produce, che dà il respiro al popolo che c’è sopra e lo spirito a quelli che vi camminano. «Io, il Signore, ti ho chiamato secondo giustizia e ti prenderò per la mano; ti custodirò e farò di te l’alleanza del popolo, la luce delle nazioni, per aprire gli occhi dei ciechi, per far uscire dal carcere i prigionieri e dalle prigioni quelli che abitano nelle tenebre. Io sono il Signore; questo è il mio nome; io non darò la mia gloria a un altro, né la lode che mi spetta agli idoli. Ecco, le cose di prima sono avvenute e io ve ne annuncio delle nuove; prima che germoglino, ve le rendo note».

Sermone 

            Care sorelle e cari fratelli, nel libro del profeta Isaia vi sono quattro canti cosiddetti del “Servo del Signore”, il nostro è uno di questi nel quale Dio esordisce dicendo: «Ecco il mio Servo, io ho messo il mio Spirito su di lui»così, al capitolo 61, lo stesso profeta dirà:

«Lo Spirito del Signore è su di me,
mi ha unto per portare il lieto messaggio ai poveri,
per fasciare chi ha il cuore spezzato,
per proclamare la liberazione a quelli che sono schiavi,
l’apertura del carcere ai prigionieri».

         «Io ho messo il mio Spirito su di lui», ed è così che i due canti sono legati da un filo rosso che corrisponde al programma del Servo: manifestare la giustizia, portare il lieto messaggio ai poveri, liberare gli schiavi, aprire le carceri ai prigionieri, essere luce delle nazioni.

Mercoledì, 25 Dicembre 2019 19:04

Sermone di Natale 2019 (Galati 4,4-7)

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Testo della predicazione: Galati 4,4-7

Quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l’adozione. E, perché siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori, che grida: «Abbà, Padre». Così tu non sei più servo, ma figlio; e se sei figlio, sei anche erede per grazia di Dio.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, nel brano alla nostra attenzione, l’apostolo Paolo parla del Natale, della venuta del Cristo nel mondo come di un evento atteso, ma che solo in un determinato tempo poteva accadere, perché il tempo era quello giusto, quello opportuno, l’apostolo parla di “pienezza del tempo”: è il kairòs un tempo preciso, non uno fra tanti, uguali.  

Le antiche profezie si adempiono, nel momento in cui una fitta oscurità avvolge i popoli e le tenebre coprono la terra, su di noi sorge il Signore, appare una luce, una stella che splende nell’oscurità del nostro cielo.

          Perciò Maria canta: «Dio ha suscitato un potente Salvatore come aveva promesso da tempo per bocca dei profeti», ma la potenza di questo “potente Salvatore” non è manifestata attraverso un grande esercito; questa potenza non è quella di chi ha la spada sguainata su un destriero bianco per sterminare un nemico, non si tratta di un’arma micidiale che annienta tutti i fautori del male; non è la potenza del più forte che sottomette chi è più debole. La potenza del Salvatore di cui parla Maria si manifesta attraverso un figlio che nasce, come tutti, da una donna, ed è sottomesso, come tutti noi, alle dinamiche umane: alla fragilità di tutti i bambini, alle malattie, al freddo e al gelo, o al caldo insopportabile.

Testo della predicazione: Romani 13,8-12

«Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge. Infatti il «non commettere adulterio», «non uccidere», «non rubare», «non concupire» e qualsiasi altro comandamento si riassumono in questa parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». L’amore non fa nessun male al prossimo; l’amore quindi è l’adempimento della legge. E questo dobbiamo fare, consci del momento cruciale: è ora ormai che vi svegliate dal sonno; perché adesso la salvezza ci è più vicina di quando credemmo. La notte è avanzata, il giorno è vicino; gettiamo dunque via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, siamo alla prima domenica d’Avvento dunque il testo biblico di oggi ci parla della salvezza (più vicina di quanto potevamo credere), ci parla della luce (delle armi della luce), di diventare operanti (svegliatevi dal sonno!), ma soprattutto di debito: «Non abbiate altro debito con nessuno se non quello di amarvi gli uni gli altri». Perché il vero debito, quello del nostro peccato, della nostra incapacità di amare, l’ha pagato Gesù sulla croce, per noi. Per questo è venuto nel mondo. Non avere debiti significa “essere perdonati” ed “essere perdonati” significa riconoscere l’impegno che ci è affidato: quello di perdonare«Rimetti i noi nostri debito come noi li rimettiamo…».

In pratica, questo testo biblico, proposto dal lezionario “Un giorno una Parola”, si adatta perfettamente alla domenica della diaconia di oggi, durante la quale pensiamo al Servizio di accoglienza per minori stranieri non accompagnati gestito dalla Diaconia valdese, in particolare, quella fiorentina, a cui la nostra colletta di oggi sarà destinata.

Testo della predicazione: Deuteronomio 6,4-9

«Ascolta, Israele: Il Signore, il nostro Dio, è l'unico Signore. Tu amerai dunque il Signore, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l'anima tua e con tutte le tue forze. Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore; li inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando te ne starai seduto in casa tua, quando sarai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, te li metterai sulla fronte in mezzo agli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle porte della tua città».

Sermone

         Cari fratelli e care sorelle, i versetti che abbiamo ascoltato sono una esortazione forte, ad accogliere i Comandamenti, che Dio dona a Mosè sul Monte Sinai, come un dono del Signore, lo stesso Signore che ha liberato il popolo dalla schiavitù in Egitto perché vuole che tutti gli esseri umani siano liberi.

Si tratta di una serie di imperativi che partono da un dato certo nel quale il primo comandamento insiste: «Io sono il Signore tuo Dio che ti ha liberto dalla schiavitù in Egitto», non certo per soggiogarti in un altro modo, ma perché tu rimanga libero per sempre.

Questa libertà è il presupposto della fede, del mettere in pratica la Parola di Dio, dei comandamenti, dell’Evangelo che Gesù e gli apostoli hanno predicato. Così dirà l’apostolo Paolo: «Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù» (Gal. 5,1).

Testo della predicazione: Genesi 1,1 fino a 2,3. Passim.

«In principio Dio creò il cielo e la terra. Dio disse: «Vi sia la luce!». E apparve la luce. Dio vide che la luce era bella e separò la luce dalle tenebre. Dio chiamò la luce “Giorno” e le tenebre “Notte”. Dio disse: «Vi sia una grande volta. Divida la massa delle acque». E così avvenne. Dio chiamò la grande volta “Cielo”. Dio disse: «Siano raccolte in un sol luogo le acque che sono sotto il cielo e appaia l’asciutto». E così avvenne. Dio chiamò l’asciutto “Terra” e chiamò le acque “Mare”. Dio disse: «La terra si copra di verde, produca piante con il proprio seme e ogni specie di albero da frutta. E così avvenne. Dio disse: «Vi siano luci nella volta del cielo: saranno segni per le feste, i giorni e gli anni. Risplendano nel cielo per far luce sulla terra». E così avvenne. Dio fece due grosse luci: il sole, la luna e poi anche le stelle. Dio disse: «Le acque producano animali che guizzano, e sulla terra e nel cielo volino gli uccelli». E così avvenne. E disse: «Produca la terra varie specie di animali: domestici, selvatici e quelli che strisciano». E così avvenne. Poi disse: «Facciamo gli esseri umani: siano la nostra immagine». Li benedisse con queste parole: «Siate fecondi, diventate numerosi, popolate la terra. Governatela e abbiate cura dei pesci, degli uccelli e di tutti gli animali». Dio disse: «Vi do tutte le piante con il proprio seme, e tutti gli alberi da frutta. Così avrete il vostro cibo. Dio vide che tutto quel che aveva fatto era davvero molto bello. Terminata la sua opera, Dio si riposò.»

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, abbiamo ascoltato il brano biblico che racconta della creazione della terra, quanto in essa è contenuto, ma anche della creazione dell’universo intero.

«In principio…». Cosa accadde prima che tutte le cose esistessero?

Dio crea!

Cosa crea Dio?

Dio crea la vita! Dio chiama, cioè, all’esistenza.

E cosa c’era prima?

Il nulla! O meglio, il caos primordiale ricordato dalle “acque” sulla cui superfice aleggiava lo Spirito di Dio, o, secondo studi recenti, un vento impetuoso. Tutto era vuoto, deserto e buio, perché non c’era vita. Non esisteva ancora la luce. Non si vedeva nulla, ma tanto non c’era nulla da vedere, proprio nulla, ma neppure c’era qualcuno che avrebbe voluto vedere qualcosa.

Ma qualcuno però c’era, chi?

Testo della predicazione: Salmo 24

Del Signore è la terra con le sue ricchezze, il mondo con i suoi abitanti. Lui l’ha fissata sopra i mari, l’ha resa stabile sopra gli abissi.

Chi è degno di salire al monte del Signore? Chi entrerà nel suo santuario?

Chi ha cuore puro e mani innocenti; chi non serve la menzogna e non giura per ingannare.

Egli sarà benedetto dal Signore e accolto da Dio, suo salvatore.

Così sono quelli che lo cercano, quelli che lo vogliono incontrare: questo è il popolo di Giacobbe!

Alzate, porte, i vostri frontoni, alzatevi, porte antiche: entra il re, grande e glorioso!

Chi è questo re grande e glorioso?  È il Signore, valoroso e forte, è il Signore che vince le guerre!

Alzate, porte, i vostri frontoni, alzatevi, porte antiche: entra il re, grande e glorioso!

Chi è questo re grande e glorioso?  È il Signore, Dio dell’universo: è lui il re grande e glorioso!

Sermone

È solo da pochi anni che abbiamo visto, per la prima volta nella storia dell'umanità, il nostro pianeta dallo spazio: una sfera con più di due terzi d'acqua, terre e continenti, miliardi di persone. E sappiamo bene che questo globo può trasformarsi, in meno di un secolo, in un paesaggio spettra­le e desertico. La tecnica che abbiamo sviluppato e messo in opera ha già provocato danni che possiamo definire irreversibili o che potranno essere sanati solo dopo diverse centinaia di anni (Chernobyl), la lacerazione dello strato di ozono; l’innalzamento delle temperature, dovuto all’inquinamento dell’atmosfera, scioglie i ghiacciai (una volta detti “perenni”) e delle calotte polari provocando l’innalzamento dei mari e l’arretramento di enormi lembi di terra: a breve scompariranno molte città costiere. Siamo solo all’inizio, ma già in Puglia il mare ha coperto oltre 15 metri di terra asciutta.  E continua il processo di desertificazione del globo terre­stre, continua la distruzione del grande polmone della terra costituito dalle foreste tropicali.

Oggi non possiamo più vivere inerti davanti alla distruzione dell'ambiente in cui viviamo perché tra noi e l'ambiente c'è una interdipendenza che risulta oggi fatale: distruggere il creato significa autodistruggersi.

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