Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Bellonatti

Archivio dei sermoni domenicali

Testo della predicazione: Efesini 3,14-21

«Per questo motivo piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni famiglia nei cieli e sulla terra prende nome, affinché egli vi dia, secondo le ricchezze della sua gloria, di essere potentemente fortificati, mediante lo Spirito suo, nell’uomo interiore, e faccia sì che Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, perché, radicati e fondati nell’amore, siate resi capaci di abbracciare con tutti i santi quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo e di conoscere questo amore che sorpassa ogni conoscenza, affinché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio. Or a colui che può, mediante la potenza che opera in noi, fare infinitamente di più di quel che domandiamo o pensiamo, a lui sia la gloria nella chiesa, e in Cristo Gesù, per tutte le età, nei secoli dei secoli. Amen».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, il nostro brano è una sintesi di quello che può essere la vita dei cristiani. L’autore esprime, in poche parole, un’esperienza con Dio che ha segnato la sua vita. La vera fede è vivere in comunione d’amore fraterna, reciprocamente, e con Dio. «Io piego le mie ginocchia», significa: «rivolgo a Dio la mia preghiera chiedendogli che il vostro essere credenti non sia formale, non sia solo un nome scritto su un registro di membri di chiesa, ma forti nell’animo per vivere la fede cristiana con coerenza, senza paura di ritorsioni, di ricatti, di rassegnazione al male, all’ingiustizia sociale».

L’autore biblico rivolge la sua preghiera a Dio affinché il Vangelo di Cristo e il suo messaggio sia davvero il fondamento dei credenti della chiesa di Efeso, e oggi lo dice a noi, credenti della chiesa di Luserna San Giovanni.

Testo della predicazione: Giovanni 16,23b-28. 33

In verità, in verità vi dico che qualsiasi cosa domanderete al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Fino ad ora non avete chiesto nulla nel mio nome; chiedete e riceverete, affinché la vostra gioia sia completa. Vi ho detto queste cose in similitudini; l'ora viene che non vi parlerò più in similitudini, ma apertamente vi farò conoscere il Padre. In quel giorno chiederete nel mio nome; e non vi dico che io pregherò il Padre per voi; poiché il Padre stesso vi ama, perché mi avete amato e avete creduto che sono proceduto da Dio. Sono proceduto dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio il mondo, e vado al Padre. Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me. Nel mondo avrete tribolazione; ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, il brano del Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato è inserito all'interno dei discorsi di addio che Gesù rivolge ai suoi discepoli. Gesù anticipa loro che essere credenti può anche essere una strada in salita, ma che la vita stessa può riservare prove difficili da sopportare, situazioni nelle quali diventa impossibile andare avanti e siamo tentati di cedere, di rinunciare, di tornare indietro.

Gesù insegna a pregare perché la preghiera ci rende consapevoli delle nostre fragilità, sì, ma allo stesso tempo ci impegna ad affrontare la vita e ci riempie della consapevolezza che in ogni circostanza, non siamo soli.

In particolare, Giovanni si riferisce alla difficile situazione in cui i cristiani si erano venuti a trovare all'epoca, essendo considerati pericolosi perché si rifiutavano di adorare l'Imperatore; dicevano: «Cristo è il Signore dei signori e Re dei re» anche dell'imperatore che si autodefiniva «Dominus et deus noster».

Per questo Gesù ricorda ai discepoli dicendo loro: «Nel mondo avrete tribolazione».

Testo della predicazione: Giovanni 10,11-16

Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore. Il mercenario, che non è pastore, a cui non appartengono le pecore, vede venire il lupo, abbandona le pecore e si dà alla fuga (e il lupo le rapisce e disperde), perché è mercenario e non si cura delle pecore. Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me, come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. Ho anche altre pecore, che non sono di quest'ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, nel Vangelo di Giovanni, Gesù si presenta come il buon pastore, generoso, che ha a cuore non tanto la lana delle sue pecore o il loro latte, non il profitto, ma la salute e il bene del suo gregge.

Gesù “Buon pastore” significa che il suo obiettivo è unicamente quello di prendersi cura del suo gregge e di ogni singola pecora, anche a costo della sua vita; anzi, egli dà perfino la sua vita per le sue pecore.

La regola per tutti gli altri pastori è salvarsi quando giunge un pericolo: quando giunge un branco di lupi o una tempesta o quando frana la montagna, tornare a casa vivi è la priorità, se poi capita che il gregge sia preda dei lupi o finisce in un dirupo a causa di una tempesta, anche questo è messo in conto dagli altri pastori.

Ma non dal “Buon pastore”: qui “buono” è, in greco, “Kalòs” cioè generoso, perfetto; egli non può permettere che il suo gregge soccomba, che sia vittima di violenza distruttiva che lo annienti. Il Buon pastore dà perfino la sua vita perché le sue pecore vivano, perché il gregge sia salvato dai lupi che rapiscono le pecore e le disperdono.

Qui, il riferimento alla morte di Gesù qui è chiaro, anzi, di più: qui è spiegato il significato della morte di Gesù: Gesù perde la sua vita per darla agli altri; Gesù perisce perché nessuno perisca più; Gesù subisce violenza perché non vi sia più violenza nel mondo; Gesù subisce lo scherno perché nessuno sia più schernito né discriminato, ma rispettato della dignità; Gesù subisce un giudizio ingiusto perché nessuno sia più giudicato a motivo del colore della sua pelle, appartenenza etnica o religione; Gesù muore solo, perché nessuno sia mai più solo; Gesù è abbandonato dai suoi perché nessuno si senta più abbandonato; Gesù non salva se stesso per salvare noi, da noi stessi, dai nostri egoismi, dalla nostra auto-distruttività.

Testo della predicazione: Luca 9,23-27

Gesù diceva poi a tutti: "Se uno vuole venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la propria vita a causa mia, la salverà. Se uno guadagna il mondo intero, a che cosa gli giova se perde se stesso o se va in rovina? Chi si vergogna di me e delle mie parole, il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria sua, del Padre e degli angeli santi. In verità io vi dico, vi sono alcuni dei presenti che non sperimenteranno la morte prima di vedere il regno di Dio".

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, cari catecumeni, quando si riflette su Dio, spesso, tutto si risolve nel pensare se si può fare a meno di Dio, se Dio è davvero utile, se ha da offrire qualcosa e se il tempo e le energie che si possono dedicare a Dio, e quindi al prossimo, vengono compensate da qualcosa che ci torna a favore.

Oppure si scavalca la necessaria riflessione su Dio, scegliendo la strada più facile e pensando che Dio sia solo frutto di un’illusione, una necessità umana di avere qualcosa di ultraterreno a cui aggrapparsi, ma che in realtà non esiste e dobbiamo cavarcela da soli.

Sull’essere di Dio ne abbiamo parlato molto alle lezioni di catechismo, lo ha fatto perfino Gesù ponendo il problema sotto il lato della pratica della fede. Gesù in fondo domandava: «Che cosa significa credere in Dio?» e rispondeva che bisognava seguire lui, Gesù, rinunciare a se stessi e a prendere la propria croce ogni giorno.

Testo della predicazione: Geremia 20,7-11a

Tu mi hai persuaso, Signore, e io mi sono lasciato persuadere, tu mi hai fatto forza e mi hai vinto; io sono diventato, ogni giorno, un oggetto di scherno, ognuno si fa beffe di me. Infatti ogni volta che io parlo, grido, grido: Violenza e saccheggio! Sì, la parola del Signore è per me un obbrobrio, uno scherno di ogni giorno. Se dico: «Io non lo menzionerò più, non parlerò più nel suo nome», c'è nel mio cuore come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzo di contenerlo, ma non posso. Poiché odo le diffamazioni di molti, lo spavento mi viene da ogni lato: «Denunciatelo, e noi lo accuseremo». Tutti quelli con i quali vivevo in pace spiano se io inciampo e dicono: «Forse si lascerà sviare, noi prevarremo contro di lui e ci vendicheremo di lui». Ma il Signore è con me, come un potente eroe».

Sermone

Geremia è uno dei libri più drammatici dell’Antico Testamento, perché si colloca in un momento tragico della storia di Israele. È il tempo dell’occupazione di Gerusalemme operata dal re babilonese Nabucodonosor, nel 587 a.C. che si conclude con la distruzione della città, l’incendio e il saccheggio del tempio, la desolazione del paese, migliaia di morti e migliaia di deportati in Mesopotamia.

In mezzo a questa storia drammatica del popolo di Dio si intreccia quella personale del profeta Geremia, con le sue vicissitudini: l’imperiosità della vocazione che gli è stata rivolta, gli scontri con le autorità politiche e religiose di Giuda, l’odio che suscita il suo messaggio, la prigionia e le torture subite, la sensazione di essere abbandonato e smentito da Dio.

Testo della predicazione: Luca 14,15-24

Uno degli invitati, appena udì queste parole di Gesù, esclamò: “Beato chi potrà partecipare al banchetto nel regno di Dio!”. Gesù allora gli raccontò un’altra parabola: «Un uomo fece una volta un grande banchetto e invitò molta gente. All’ora del pranzo mandò uno dei suoi servi a dire agli invitati: Tutto è pronto, venite! Ma, uno dopo l’altro, gli invitati cominciarono a scusarsi. Uno gli disse: “Ho comprato un terreno e devo andare a vederlo. Ti prego di scusarmi”. Un altro gli disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e sto andando a provarli. Ti prego di scusarmi”. Un terzo invitato gli disse: “Mi sono sposato da poco e perciò non posso venire”. Quel servo tornò dal suo padrone e gli riferì tutto. Il padrone di casa allora, pieno di sdegno, ordinò al suo servo: Esci subito e va per le piazze e per le vie della città e fa’ venire qui, al mio banchetto, i poveri e gli storpi, i ciechi e gli zoppi. Più tardi il servo tornò dal padrone per dirgli: “Signore, ho eseguito il tuo ordine, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: Esci di nuovo e va’ per i sentieri di campagna e lungo le siepi e spingi la gente a venire. Voglio che la mia casa sia piena di gente. Nessuno di quelli che ho invitato per primi parteciperà al mio banchetto: ve lo assicuro!».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, l’argomento della parabola è aperto da una persona che siede a tavola con Gesù, dice: «Beato chi potrà partecipare al banchetto nel Regno di Dio». Questa beatitudine vuole semplicemente indicare che il futuro Regno di Dio, all'epoca di Gesù, era immaginato come un grande convito, un banchetto, un sedere alla stessa tavola e condividere lo stesso pane. E non si trattava semplicemente di mangiare insieme, ma di qualcosa di più dal momento che nella mentalità orientale il sedere alla stessa mensa implicava una compartecipazione e una condivisione non soltanto del cibo, ma anche degli stessi propositi, delle stesse aspirazioni, speranze, scelte, direzioni da percorrere.

Condividere la mensa con altri, significava compromettersi reciprocamente, accogliere ed essere accolti, significava diventare come l'altro, stringere forti legami di amicizia e di fraternità. Per questo i giudei non potevano sedere a tavola con i peccatori e i pagani, perché, mangiando con loro, avrebbero partecipato al loro peccato.

Tante volte Gesù lo faceva e per questo era accusato di mangiare coi peccatori e le prostitute.

Testo della predicazione: Marco 4,35-40

Giunse la sera e Gesù disse ai discepoli: «Passiamo all'altra riva». I discepoli, congedata la folla, lo presero, così com'era, nella barca. C'erano delle altre barche con lui. Ed ecco levarsi una gran bufera di vento che gettava le onde nella barca, tanto che questa già si riempiva. Egli stava dormendo sul guanciale a poppa. I discepoli lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t'importa che noi moriamo?» Egli, svegliatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!» Il vento cessò e si fece gran bonaccia. Egli disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?». Ed essi furono presi da gran timore e si dicevano gli uni gli altri: «Chi è dunque costui, al quale persino il vento e il mare ubbidiscono?».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, tutti gli studiosi della Bibbia ritengono che il racconto della tempesta sedata abbia molte somiglianze con l’episodio di Giona che scappa nella direzione opposta a quella indicatagli da Dio verso cui andare per predicare il giudizio di Dio sulla città di Ninive:

Il Signore scatenò un gran vento sul mare, e vi fu sul mare una tempesta così forte che la nave era sul punto di sfasciarsi. I marinai ebbero paura e invocarono ciascuno il proprio dio e gettarono a mare il carico di bordo, per alleggerire la nave. Giona, invece, era sceso in fondo alla nave, si era coricato e dormiva profondamente. Il capitano gli si avvicinò e gli disse: «Che fai qui? Dormi? Alzati, invoca il tuo dio! Forse egli si darà pensiero di noi e non periremo».

Così accade anche nel nostro racconto. Gesù dorme durante la tempesta e i discepoli, disperati e pieni di paura, lo svegliano. Sappiamo tutti bene che la Bibbia propone l’immagine delle acque e delle tempeste per designare le paure, le avversità della vita, le insicurezze sociali…

Testo della predicazione: Giovanni 12,44-50

Gesù esclamò ad alta voce: «Chi crede in me, crede non in me, ma in colui che mi ha mandato; e chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto come luce nel mondo, affinché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se uno ode le mie parole e non le osserva, io non lo giudico; perché io non sono venuto a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo. Chi mi respinge e non riceve le mie parole, ha chi lo giudica; la parola che ho annunciata è quella che lo giudicherà nell’ultimo giorno. Perché io non ho parlato di mio; ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha comandato lui quello che devo dire e di cui devo parlare; e so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre me le ha dette».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, l’evangelista Giovanni cerca di rispondere alla domanda: «Chi è Gesù?» e fa in modo che una risposta sorga dentro ciascuno di noi. Gesù stesso ha domandato ai suoi discepoli: «Chi dite voi che io sia?» (Matt. 16,15).

A Natale abbiamo tutti riflettuto sull’evento storico del Messia Gesù che nasce, che viene nel mondo e partecipa alla nostra umanità, ma oggi ci viene posta una domanda: Chi è questo Gesù che viene nel mondo? Che partecipa alla nostra fragilità, alla nostra provvisorietà, alla nostra debolezza umana?

Sono sicuro che ognuno di voi, a partire da quello che ha imparato a catechismo, risponderà che Gesù è il “Figlio di Dio”. Giusto, questa è una risposta teologica. Ma si possono dare diverse risposte: di tipo filosofiche, o teologiche, appunto, o spirituali, o dettate dall’anima o dalla passione della fede, quindi calate nella nostra esperienza di credenti. Qualcuno potrebbe rispondere: «per me Gesù è tutto»; un’altra persona: «un amico», oppure «una guida»un «sostegno», «il Salvatore», «il Redentore», «il Messia», ecc… Un catecumeno, una volta, mia ha risposto: «Un compagno di viaggio».

E per voi? Proviamo a riflettere un po’. Insieme.

Testo della predicazione: Michea 5,1-4

Da te, o Betlemme, Efrata, piccola per essere tra le migliaia di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni. Perciò egli li darà in mano ai loro nemici, fino al tempo in cui colei che deve partorire partorirà; e il resto dei suoi fratelli tornerà a raggiungere i figli d’Israele». Egli starà là e pascolerà il suo gregge con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore, suo Dio. E quelli abiteranno in pace, perché allora egli sarà grande fino all’estremità della terra. Sarà lui che porterà la pace.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, un proverbio ebraico dice così: «Non sprezzare alcun uomo e non svilire alcun oggetto, poiché non vi è uomo che non abbia la sua ora e non vi è cosa che non trovi il suo posto» (Trattato dei princìpi). Betlemme era un villaggio tanto insignificante e così privo di importanza che quando i profeti dell'Antico Testamento lo nominavano, la gente si domandava: «Ma cosa può venire di buono da Betlemme? Cosa c'è di tanto significativo a Betlemme?». Perché il profeta pone l'accento sull’insignificanza del luogo da cui sarebbe venuto un re tanto importante che avrebbe cambiato le sorti del mondo?

     Facciamo un piccolo passo indietro di 2700 anni, e andiamo al 720 a.C. Israele vive sotto l'incubo dell'invasione degli Assiri, il Regno del Nord, Israele appunto, è già caduto nel 722 sotto i pesanti colpi inferti dall'Assiria; «A chi toccherà adesso?», si domandava con inquietudine il popolo.

«Toccherà a noi del regno di Giuda», risponde il profeta Michea, proclamando il giudizio di Dio e il suo duro castigo. Toccherà ad Israele che non pratica più il diritto e la giustizia! «I suoi Capi giudicano per ottenere regalie (3,11); opprimono le famiglie…» (2,1); E altrove: «Voi capi e magistrati del popolo: non dovreste occuparvi della giustizia? Ma voi odiate quel che è bene e amate quel che è male, spellate la gente, anzi le strappate la carne dalle ossa. Voi divorate il mio popolo… lo fate a pezzi… come se fosse carne da buttare nella pentola» (2,8-9; 3,1-3).

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