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Sabato, 04 Luglio 2020 18:09

Sermone di domenica 28 giugno 2020 (Michea 7,18-20)

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Testo della predicazione: Michea 7,18-20

Quale Dio è come te, che perdoni l’iniquità e passi sopra alla colpa del resto della tua eredità? Egli non serba la sua ira per sempre, perché si compiace di usare misericordia. Egli tornerà ad avere pietà di noi, metterà sotto i suoi piedi le nostre colpe e getterà in fondo al mare tutti i nostri peccati. Tu mostrerai la tua fedeltà a Giacobbe, la tua misericordia ad Abraamo, come giurasti ai nostri padri, fin dai giorni antichi.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, «Quale Dio è come te che perdona?» afferma il profeta. La domanda è retorica, e tutti noi abbiamo la risposta: «Non c’è nessuno come te», anzi «nessun dio è come te, che perdona gratuitamente, che offre la sua grazia senza chiedere nulla in cambio e che ama benché nessuno meriti il suo amore!».

In modo più approfondito, questo brano biblico esporrà, nella sua brevità, questa realtà di Dio e la nostra. Bisogna dire che il nostro brano ha un contesto liturgico all’interno del culto d’Israele.

Secondo gli studiosi della Bibbia, ci troviamo all’epoca in cui Israele sta per essere liberato dall’esilio babilonese dopo la distruzione delle città e la sua cattività avvenuta 50 anni prima. Tuttavia, la schiavitù in Babilonia era un’esperienza che stava per concludersi, la fiducia in Dio diventava sempre più forte e la gioia della liberazione sempre più vicina, malgrado tutto il popolo affermava di essere come delle «ossa secche» Ez. 37), senza forze per organizzare la propria liberazione e il ritorno in patria.

La gioia era davvero grande.

«Quale Dio è grande come te che perdona l’iniquità?».

E sì, perché Israele aveva letto nel suo passato il peccato dell’essersi allontanato da Dio: è il peccato dell’autosufficienza, di pensare di poter fare seguendo i propri egoistici interessi piuttosto che seguire la Parola di Dio che salvaguarda, invece, gli interessi degli ultimi e dei poveri in particolare.

La catastrofe della devastazione dello Stato d’Israele e l’esilio erano la logica conseguenza dell’egoismo, dell’egocentrismo, dell’amore di sé e dell’avidità umana: scelte e alleanze sbagliate, contrastate all’epoca dal profeta Geremia, avevano determinato la distruzione di quello che i padri e Dio stesso avevano costruito. L’ira di Dio, affermava il popolo, si era abbattuta contro di esso!

Ma ora, Dio giunge con il suo perdono e il suo amore e questo atteggiamento di Dio si traduce in riscatto e liberazione per tutti: «Quale Dio è come te?».

In realtà, il nostro brano è un vero e proprio inno, è una poesia e, allo stesso tempo, un responsorio gioioso, perché non si può stare zitti davanti a tanta bontà di Dio immeritata. Con questo responsorio i fedeli riconoscono il perdono e la misericordia di Dio per loro.

Durante il culto in sinagoga, alla domanda del sacerdote:

«Quale Dio è come te che perdoni il peccato e passi sopra la nostra colpa?»

l’assemblea rispondeva:

«Egli non serba la sua ira per sempre, si compiace di usare misericordia, tornerà ad avere pietà di noi, metterà sotto i piedi le nostre colpe e getterà in fondo al mare i nostri peccati».

Nei versetti che precedono il nostro brano, i fedeli riconoscono di trovarsi nelle tenebre e, malgrado ciò, dicono: «Ho peccato contro il Signore, sono seduto nelle tenebre, ma il Signore è la mia luce» (vv. 8-9).

Il libro del profeta Michea si apre con l’affermazione del giudizio di Dio a seguito del traviamento del popolo, il profeta annuncia che la cattività è stata una conseguenza delle sue azioni; ora, invece, nell’ultimo capitolo del suo libro, il profeta conclude con questo inno che esprime meraviglia per la grazia, il perdono e l’amore di Dio; meraviglia per ciò che Dio ha fatto e continua a fare.

«Quale Dio è come te?».

Nell’Esodo, dopo il miracolo del passaggio del Mar Rosso, il popolo esclama:

«Chi è pari a Te, splendido nella tua santità tremendo a chi ti loda, operatore di prodigi?» (Es. 15,11).

Ora il popolo, in attesa della liberazione, si esprime allo stesso modo, come quando fu liberato dalla schiavitù dell’Egitto.

I termini dell’inno solo eloquenti: Dio «perdona l’iniquità»: è l’immagine di un padre clemente verso i suoi figli; egli è un Padre che «passa sopra le nostre colpe», intendendo per “colpa” la ribellione, quella dei figli verso i genitori.

Il profeta qui affronta il tema dell’ira di Dio che aveva causato la distruzione, affermando che, sì la sua ira c’è stata ma, essa non dura per sempre, concordando col Salmo 30 che afferma:

«L’ira sua dura solo un momento, ma la sua benevolenza è per tutta una vita» (Sal. 30,5).

Tutto ciò perché Dio si compiace di usare “misericordia”, una parola ebraica (hesed) che indica un amore senza interruzioni e senza fine, costi quel che costi.

«Egli tornerà ad avere pietà di noi»: la parola “pietà” è, in realtà, “dolcezza, tenerezza”, il termine ebraico indica “grembo”, quindi è l’immagine dell’amore di una madre per il proprio bambino, perciò si può tradurre: «Egli tornerà ad accoglierci nel suo grembo, per vivere al sicuro e senza minacce, ci abbraccerà con tenerezza, come l’amore che solo una madre può esprimere».

Così il profeta dichiarerà altrove:

«Una madre può forse dimenticare il bimbo che allatta? Smettere di avere pietà del frutto delle sue viscere?» (Is. 49,15).

Allo stesso modo, lo stesso termine è utilizzato per descrivere l’amore di un padre per i suoi figli:

«Come un padre è pietoso (esprime dolcezza) verso i suoi figli, così è pietoso (tenero) il Signore verso quelli che lo temono» (Sal. 103,13).

Così, l’inno si conclude affermando che il Signore «getterà in fondo al mare tutti i nostri peccati» come a dire che non se ne ricorderà mai più, che li cancellerà per sempre. «In fondo al mare» indica il luogo più inaccessibile e irraggiungibile per l’epoca, il senso è che Dio si comporta come se i nostri peccati non ci fossero mai stati.

Non poteva mancare, a conclusione del brano, il concetto della fedeltà di Dio; egli mostra la sua “fedeltà”, una parola che indica la solidità di una costruzione, la radice di questa parola è la stessa che indica i solidi pilastri che sorreggevano la porta del tempio di Gerusalemme. Fedeltà indica, quindi, l’affidabilità incrollabile di un amore paterno e materno che non verrà mai meno neppure davanti ai nostri errori e alle nostre ribellioni.

Bisogna ammettere che questo brano, come pochi altri nell’Antico Testamento, anticipa il messaggio evangelico della gratuita della grazia di Dio espresso nel Nuovo Testamento, in modo veramente vivo, dinamico e gioioso. Per questo, l’Evangelo in cui noi crediamo, non può che destare la nostra gioia e la nostra meraviglia per gli atti di Dio, sempre, in ogni circostanza.

L’immagine paterna di Dio che viene fuori dal nostro brano, è stata adoperata anche da Gesù nella parabola del padre amorevole e premuroso che attende il figlio prodigo, pronto a perdonarlo e a gettare in fondo al mare la sua ribellione. L’amore di Dio è così, radicale, che va oltre le immagini che possiamo farci di questo amore che ci sorprenderà sempre, e ci farà esclamare con riconoscenza: «Quale Dio è come te?». Amen!

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Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

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