Culto domenicale:
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Domenica, 23 Febbraio 2020 11:38

Sermone di domenica 23 febbraio 2020 (Luca 18,31-34)

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Testo della predicazione: Luca 18,31-34

Gesù prese con sé i dodici, e disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme, e saranno compiute riguardo al Figlio dell’uomo tutte le cose scritte dai profeti; perché egli sarà consegnato ai pagani, e sarà schernito e oltraggiato e gli sputeranno addosso; e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno; ma il terzo giorno risusciterà». Ed essi non capirono nulla di tutto questo; quel discorso era per loro oscuro, e non capivano ciò che Gesù voleva dire.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, Gesù è a pochi giorni da Gerusalemme, la città lo accoglierà festante, con ramoscelli di ulivo e di palme e dicendo: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore». Sarà la stessa città che diventerà il luogo della passione, della disfatta, della distruzione del corpo del Signore.

In questo brano accade una cosa insolita, vi è una descrizione dettagliata della passione di Gesù, mentre in genere, la Bibbia, negli annunci profetici, preferisce non scendere nei particolari, ma qui è spiegato che Gesù sarà consegnato ai pagani, cioè ai Romani, deriso, insultato, coperto di sputi, flagellato e ucciso.

Non è attrazione per il tragico quello che Luca sente, ma si tratta della necessità di ricordare ai suoi lettori che la Passione del Messia non è una parola vuota che va riempita dalla risurrezione, ma una parola con una rilevanza inimmaginabile che trova il suo luogo e il suo tempo: il Golgota nel tempo della Pasqua ebraica.

Noi conosciamo bene questa storia e siamo abituati alle tante immagini della passione di Gesù, come la Bibbia ce li propone. Ma non era così per i discepoli di Gesù, i quali non compresero nulla, anzi «il suo parlare restava oscuro per loro e non capivano ciò che Gesù aveva detto».

Per l’evangelista è chiaro che la passione di Gesù e la sua risurrezione fanno parte di quella rivelazione di Dio, la cui comprensione resta sempre un suo dono e non una nostra prerogativa. Le sofferenze di Cristo erano incomprensibili agli occhi dei suoi contemporanei perché l’idea di “Messia” era quella di un condottiero armato che si presentava con il suo destriero e il suo esercito per liberare il popolo di Dio dall’oppressore romano. E invece accade che è proprio a quell’oppressore romano che il Messia è consegnato e nelle sue mani sarà umiliato e ucciso.

In questo evento storico, però, c’è qualcosa che non quadra teologicamente: la risurrezione di Gesù è senz’altro un avvenimento straordinario, ma la passione di Gesù a che serve? Perché Gesù deve soffrire? Come può Dio subire un tale affronto da parte dell’umanità che lui stesso ha creato? Non è certo il Dio che immaginavano le persone all’epoca di Gesù. Ma io dico che non è neppure il Dio che noi ci siamo ritagliati e nel quale crediamo. In fondo, noi riusciamo a sopportare la Passione di Cristo perché sappiamo che è risuscitato a Pasqua.

In fondo, anche noi ricacciamo indietro l’immagine di un Dio sofferente, perché in sé non la comprendiamo, non sappiamo darle un senso; per certi versi ci è scomoda perché ci mette in discussione. Ma Luca ce la propone in modo chiaro e inequivocabile, ce la pone davanti non solo nel racconto della passione stessa, ma nel momento in cui Gesù annuncia, anticipatamente, che avrebbe sofferto.

Il Cristo è l’espressione dell’amore di Dio per l’umanità, ed è anche colui che non trova posto tra i suoi: l’amore di Dio non è ricambiato dai suoi, non trova luogo nel mondo, nel cuore degli uomini e delle donne, non soltanto non è ricambiato, ma è deriso, insultato, schernito, flagellato, ucciso.

Qui la Bibbia non ci parla di un messaggio che riguarda quelli che vivevano all’epoca di Gesù, 2000 anni fa, ma un massaggio che riguarda noi, oggi, nella nostra storia, nella nostra epoca. Chi legge annuncio della passione di Gesù non può non sentirsi chiamato in causa, coinvolto, interrogato.

E noi, siamo sicuri di aver capito tutto? Siamo sicuri di non trovarci nelle medesime condizioni dei discepoli che non capivano?

Luca riporta così chiaramente le parole di Gesù perché vuole ricordare a ciascuno di noi quello che siamo veramente nel profondo: ribelli, egoisti, rinnegatori. La passione, Cristo non l’ha subita soltanto dai romani di 2000 anni fa o dai giudei che lo condannarono, ma anche da noi, da noi che oggi lo releghiamo nelle chiese e nelle teologie, nelle preghiere e nelle liturgie.

È lì che lo insultiamo e lo condanniamo, è lì che lo flagelliamo e lo uccidiamo: quando lo togliamo dalla nostra vita quotidiana, dalle strade, dalle piazze, dalle nostre scelte, dai nostri pensieri e lo releghiamo nel ricordo, nella storia, nella religione, in una festività opulenta e consumistica.

Lo insultiamo quando la sua sofferenza e la sua passione si presentano a noi nelle immagini dei tanti cristi che attraversano i mari con vecchie carrette che affondano, annegando per sempre con i loro sogni e le loro speranze che sono un diritto naturale di tutti gli esseri umani. Lo condanniamo quando restiamo semplicemente indignati nel venire a conoscenza di persone che subiscono sfruttamenti e abusi, violenza e maltrattamenti; di altri che fuggono da guerre e da carestie in cerca di un porto sicuro dove vivere in pace. Gli sputiamo addosso quando non muoviamo un dito davanti all’ingiustizia, all’indifferenza, alla discriminazione, davanti a coloro che sono respinti, allontanati, ricacciati nei loro lager.

Per questo Luca indugia sulle immagini della passione di Cristo, perché saranno immagini che si ripeteranno ancora nella storia e che noi cercheremo di non vedere, di dimenticare, di allontanare dai nostri occhi.

Ma Gesù è risorto! Perché la risurrezione è un’opera di Dio che può essere riconosciuta dalla fede. Cristo annuncia la sua risurrezione dopo aver annunciato la sua passione, annuncia la sua risurrezione perché ci annuncia una guarigione, quella dal nostro egoismo, dalla nostra ribellione, dal nostro odio, dalla nostra aggressività e violenza verso altri che minacciano la nostra pace e il nostro quieto vivere, dalla nostra incapacità di vedere oltre noi stessi, oltre i nostri bisogni, oltre il nostro naso.

Ecco il messaggio: la risurrezione di Gesù è anche risurrezione per noi, ci dice che ci è data una speranza, è la proposta di una vita nuova, di una vita che acquista un senso, una dignità perché condivisa con gli altri, solidale con chi è povero ed emarginato, legata agli altri, a una comunità umana, sociale, religiosa, di persone in cammino verso un benessere comune che coinvolge tutti e tutte. Amen!

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Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

Indirizzo: Via Beckwith 49, Luserna San Giovanni (TO), 10062, ITALIA

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