Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

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Bellonatti

Archivio dei sermoni domenicali

Testo della predicazione: Lettera ai Romani 6,3-8

Ignorate forse che tutti noi, che siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Siamo dunque stati sepolti con lui mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come Cristo è stato risuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita. Perché se siamo stati totalmente uniti a lui in una morte simile alla sua, lo saremo anche in una risurrezione simile alla sua. Sappiamo infatti che il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui affinché il corpo del peccato fosse annullato e noi non serviamo più al peccato; infatti colui che è morto è libero dal peccato. Ora, se siamo morti con Cristo, crediamo pure che vivremo con lui.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, in questo brano della Bibbia, l'apostolo Paolo parla della morte e le dà un significato positivo: infatti non parla della nostra morte fisica, ma di una morte che diventa il presupposto per una vita da vivere pienamente, qui e ora, una vita che ha senso, degna di essere vissuta: questo significa, per l’apostolo, la vita eterna. Egli, quindi, parla di una morte che in realtà è nascita, culla della vita.

Ma in che senso?

Innanzitutto vediamo che Paolo mette in rapporto la morte di Gesù Cristo con la nostra morte, e parla della nostra morte non come di qualcosa che deve ancora avvenire, ma che è già avvenuta.

Quando?

L’apostolo, in sostanza, vuole parlare dell’avvenire dei credenti, del loro futuro, partendo dal passato: l'avvenire dei credenti è un cammino alla cui fine non c'è la morte, ma la risurrezione; un cammino che parte dalla morte di Gesù sulla croce, una morte che ci riguarda, che ci coinvolge, che ci fa partecipare a quell’evento in modo che anche noi possiamo dire di aver “vissuto la morte”, e che perciò ci attende è la risurrezione.

Quindi il destino dei credenti in Cristo è legato al destino di Cristo, alla sua morte e alla sua risurrezione. Questo è il fondamento della nostra fede: Dio, nonostante la nostra mancanza di fede, la nostra ribellione, ci considera morti con Cristo (perché Cristo è morto per noi) e sceglie di essere dalla nostra parte, con noi, per noi con la risurrezione di Cristo e nostra.

Domenica, 19 Giugno 2016 15:57

Sermone di domenica 19 giugno 2016

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Testo della predicazione: Esodo 33,18-23

Mosè disse: «Ti prego, fammi vedere la tua gloria!» Il Signore gli rispose: «Io farò passare davanti a te tutta la mia bontà, proclamerò il nome del Signore davanti a te; farò grazia a chi vorrò fare grazia e avrò pietà di chi vorrò avere pietà». Disse ancora: «Tu non puoi vedere il mio volto, perché l'uomo non può vedermi e vivere». E il Signore disse: «Ecco qui un luogo vicino a me; tu starai su quel masso; mentre passerà la mia gloria, io ti metterò in una buca del masso, e ti coprirò con la mia mano finché io sia passato; poi ritirerò la mano e mi vedrai da dietro; ma il mio volto non si può vedere.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, un filosofo francese degli anni ’60 scriveva che “senza viso non si è”; non si è nei confronti della società, del mondo, nei confronti di tutti, perché senza viso non si può mostrare la propria identità, il proprio umore, i propri pensieri, non si potrebbero instaurare dialoghi, rapporti, e questo in effetti è, in alcune popolazioni, il senso del coprirsi il viso, in particolare da parte delle donne: significa rinunciare a instaurare rapporti, a costruire dialoghi, confronti, amicizie; significa mantenere distanza, restare anonimi, impersonali, senza nome. Senza il viso non c’è sorriso, pianto, gioia, dolore che possano essere condivisi.

Nella Bibbia ci aspetteremmo che la richiesta di Mosè di vedere il viso del Signore sia presto esaudita, invece Dio dice: «chi vede il mio viso non può vivere, muore». Perché Dio si nega?

A questo punto, facciamo un passo indietro per notare che il nostro brano è preceduto dall’episodio nel quale Israele si costruisce un vitello d’oro da adorare, da riconoscere come dio con un suo corpo e un volto. E questo succede proprio mentre Dio si rivela a Mosè come un Dio che parla, che parla di libertà attraverso le dieci parole scritte sulle tavole.

Il popolo non vuole sentire il cuore di Dio, il suo amore che si rivela nella sua Parola, il popolo vuole vedere e toccare e sentirsi appagato da una superficialità scandalosa e scellerata.

Vedere e toccare esclude la proposta di una scelta di fede o di non-fede; il popolo non vuole andare oltre il primo sguardo, vuole solo una verità lapidaria costituita da una immagine che non ti pone alcun dubbio perché è evidente, nessuna ricerca, nessun approfondimento, nessuna necessità di andare oltre, di scrutare, di incuriosirsi: qui non c’è libertà di scelta, libertà di coscienza, ma c’è solo l’evidenza dei fatti costituita da una immagine, che sia artefatta o no, finta o simulata, l’importante è fermarsi lì, non andare oltre, non indagare.

Testo della predicazione: Marco 10,13-16

Divenne sera e Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all'altra riva». I discepoli, congedata la folla, lo presero, così com'era, nella barca. C'erano delle altre barche con lui. Ed ecco levarsi una gran bufera di vento che gettava le onde nella barca, tanto che questa già si riempiva. Egli stava dormendo sul guanciale a poppa. I discepoli lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t'importa che noi moriamo?» Egli, svegliatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!» Il vento cessò e si fece gran bonaccia. Egli disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, sebbene l’evangelista Marco ci voglia narrare il racconto della tempesta sedata, tuttavia, egli indugia in particolari che, a prima vista, sembrano insignificanti.

Innanzitutto un’informazione: «Divenne sera». Quando si fa sera le nostre faccende del giorno devono concludersi: è buio, siamo stanchi. La sera avverte che sta per arrivare la notte, l’oscurità, che è anche sinonimo di paura, di timore, di apprensione; la notte rivela tutta la nostra fragilità: l’impossibilità di affrontare qualcosa che non vediamo perché è buio; la notte rivela tutta la nostra impotenza, rivela le nostre paure.

L’evangelista ci vuole dire che i discepoli devono affrontare la tempesta quando è già buio nella loro anima, nel momento più alto della loro vulnerabilità.

Divenne sera, quindi Gesù congeda le persone che si erano fermate per ascoltare la sua predicazione e dice ai suoi discepoli in procinto di affrontare la notte: «Passiamo all’altra riva».

Gesù avrebbe potuto dire: «Troviamo un posto sicuro dove passare la notte». Invece Gesù chiede ai discepoli di affrontare la notte, chiede che accada un cambiamento nell’anima e nel cuore dei suoi discepoli. Gesù chiede di fare rotta verso altre mete piuttosto che rinchiudersi dentro le proprie sicurezze, chiede ai discepoli di prendere un’altra direzione, di cambiare progetti, di cambiare piani.

Testo della predicazione: Romani 11,32-36

Dio ha rinchiuso tutti nella disubbidienza per far misericordia a tutti. Oh, profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza dì Dio! Quanto inscrutabili sono i suoi giudizi e ininvestigabili le sue vie! Infatti, "chi ha conosciu­to il pensiero del Signore? O chi è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì da riceverne il contraccambio?". Perché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui sia la gloria in eterno. Amen.

Sermone

     Care sorelle e cari fratelli, è un inno quello che abbiamo letto, un inno di lode! E chi sta parlando è un animo entusiasta, un animo che ha scritto con l'ardore del fuoco. Si tratta dell’apice di un discorso che l'apostolo Paolo ha iniziato alcuni capitoli prima, un discorso che comincia molto pacatamente, in modo tiepido, ma che si ravviva e prende sempre più forza, terminan­do, qui al capito 11, in una splendida poesia che scaturisce dal profondo dell’anima.

     Si tratta di un ardore senza pari che la fede ha suscitato in lui. Spesso è proprio questo entusiasmo per Dio che ci manca perché ci siamo assuefatti alla parola “misericordia”, al messaggio dell’amore di Dio; ma qui l’apostolo vuole trasmettere anche noi oggi la sua gioia incontenibile, come incontenibile è l’amore di Dio e la sua bontà.

Ma cos'è che ci può infiammare, entusiasmare, cosa ci può scio­gliere la lingua, al punto da farci cantare e scrivere poesie come l’apostolo?

     L’inno di Paolo comincia con una espressione eloquente: «Oh!». Ma cosa dobbiamo dire per far sì che quelli che ci ascolta­no, e noi stessi, arriviamo ad esclamare questo «Oh!»?

Testo della predicazione: I Corinzi 12,1-11

Circa i doni spirituali, fratelli, non voglio che siate nell'ignoranza. Voi sapete che quando eravate pagani eravate trascinati dietro agli idoli muti secondo come vi si conduceva. Perciò vi faccio sapere che nessuno, parlando per lo Spirito di Dio, dice: «Gesù è anatema!» e nessuno può dire: «Gesù è il Signore!» se non per lo Spirito Santo. Ora vi è diversità di doni, ma vi è un medesimo Spirito. Vi è diversità di ministeri, ma non v'è che un medesimo Signore. Vi è varietà di operazioni, ma non vi è che un medesimo Dio, il quale opera tutte le cose in tutti. Ora a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune. Infatti, a uno è data, mediante lo Spirito, parola di sapienza; a un altro parola di conoscenza, secondo il medesimo Spirito; a un altro, fede, mediante il medesimo Spirito; a un altro, doni di guarigione, per mezzo del medesimo Spirito; a un altro, potenza di operare miracoli; a un altro, profezia; a un altro, il discernimento degli spiriti; a un altro, diversità di lingue e a un altro, l'interpretazione delle lingue; ma tutte queste cose le opera quell'unico e medesimo Spirito, distribuendo i doni a ciascuno in particolare come vuole.

Sermone

     Cari fratelli e sorelle, dalla parola biblica che abbiamo ascoltato, lo Spirito Santo risulta essere alla base di ogni attività e ogni testimonianza dei credenti. Senza lo Spirito nessuno può dire “Gesù è il Signore”, nessuno può pervenire alla fede, non vi è la capacità di comprendere il lieto annuncio dell’amore di Dio, c’è, infatti, troppa gratuità in quel messaggio per la nostra indole umana che ragiona in termini ricompensa, di “Do ut des”, di scambio di favori o di doni; senza l’azione dello Spirito non vi è la possibilità di esprime tale amore di Dio, tale grazia sovrabbondante, e poterla capire profondamente ed esprimerla sarebbe del tutto impossibile.

Perché?

Perché ciò di cui si parla, è altro da noi, diverso da noi, esseri umani, perché si tratta di qualcosa che ci sorpassa, qualcosa che va oltre il nostro orizzonte e i nostri limiti.

     L’apostolo Paolo che scrive alla chiesa di Corinto, spiega che solo attraverso il dono dello Spirito possiamo capire e allargare il nostro orizzonte.

Come agisce lo Spirito?

Innanzitutto crea diversità.

Testo della predicazione: Giovanni 15, 26 - 16,4

«Quando sarà venuto il Consolatore, che io vi manderò da parte del Pa­dre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli testi­monierà di me e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal princi­pio.
Io vi ho detto queste cose affinché non siate scandalizzati. Vi espelleran­no dalle sinagoghe; anzi l’ora viene che chiunque vi uccide­rà crederà di offri­re un servizio a Dio. E faranno questo perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma io vi ho detto queste cose affinché quando sia giunta l’ora in cui avverranno, vi ricordiate che ve l’ho dette»
.

Sermone

Il brano del vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato, fa parte di un discorso che Gesù rivolge ai suoi di­scepoli. L’argomento è quello dell’«odio del mondo», verso i credenti, i cristiani dell’epoca.

Volendo, possiamo dare anche un’occhiata al contesto del nostro brano e scopriamo subito che, pochi versetti prima, Gesù contrappone a questo brano che parla di odio, l’amore: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi». Appare chiaro il dualismo di Giovanni: da una parte c’è l’amore, che tiene viva la comuni­tà dei cre­denti, e dall’altra l’odio di coloro che non credono in Cristo; da una parte la luce, dall’altra le tenebre. La luce splende nelle tenebre, così come l’amore ama in un mondo d’odio.

Eppure Gesù aveva detto: «conosceranno che siete miei discepoli se avete amore gli uni per gli altri», cioè che la testimonianza dell’a­more porterà i non credenti verso Cristo. Ma nel testo che abbiamo udito sembra invece che l’amore dei discepoli non faccia che inasprire l’odio dei non cre­denti verso la comunità dei cre­denti. Come si spiega questa contraddizione biblica?

Per capire meglio le parole di Gesù è necessario aprire uno squar­cio nella situazione della chiesa al tempo in cui l’evangelista Gio­vanni scrive. Egli ha davanti a sé una realtà concreta, una situa­zione particolare che la comunità dei credenti stava attraversando. Una situazione di persecuzione, di odio, di violenza. Certamente molto difficile da sopportare.

     «Dov’è il Regno di Dio annunziato e promesso? Dov’è quel regno di pace, di giusti­zia, di solidarietà, d’amore?», questa e altre domande simili i credenti cominciava­no a porsi! Essi attendevano che nel mondo irrompesse della pace, della felicità, della giustizia di Dio, invece incontrarono la guerra con il mondo. La fede dei più era scossa!

Testo della predicazione: Giovanni 3,1-8

C'era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Egli venne di notte da Gesù, e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi segni miracolosi che tu fai, se Dio non è con lui». Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio». Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?» Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d'acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito, è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: "Bisogna che nasciate di nuovo". Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, in genere, per tutti, il buio, l’oscurità, le tenebre, sono il luogo in cui nascondersi quando riteniamo di aver agito male, quando non vogliamo che gli altri ci vedano, che pensino male di noi. Anche se il buio è qualcosa che, interiormente, ci fa paura, perché rappresenta la condizione della nostra coscienza, e dei nostri pensieri a volte molto confusi a seguito di tante domande che ci facciamo dopo una sofferenza, un dolore, un lutto, nostro o degli altri.

L’evangelista Giovanni deve avere una comprensione analoga del buio e delle tenebre, tanto che quando Giuda lascia Gesù per consegnarlo ai suoi nemici afferma: «Egli, dunque, prese il boccone, uscì subito, ed era notte». E sì, era davvero notte nell’animo di Giuda.

Un vecchio di nome Nicodemo incontra Gesù di notte. Era un capo dei Giudei, un dottore d’Israele, pare, simpatizzante di Gesù e del suo messaggio. Incontra Gesù di notte, col favore delle tenebre: certamente non voleva che nessuno, data la sua posizione, sapesse che incontrava un maestro considerato eretico da molti dei suoi amici.

Incontreremo ancora Nicodemo più avanti nello stesso Vangelo, quando difenderà Gesù di fronte ai capi dei sacerdoti e dei farisei; e lo incontreremo ancora, più avanti, intento a prendersi cura della salma di Gesù, avvolgendola in fasce e aromi, e poi della sua sepoltura insieme a Giuseppe d’Arimatea, discepolo di Gesù, ma in segreto per timore dei Giudei. Avevano senz’altro qualcosa in comune i due.

Testo della predicazione: Genesi 1,1 fino a 2,3

In principio Dio creò il cielo e la terra. Il mondo era vuoto e deserto, le tenebre coprivano gli abissi e lo Spirito di Dio soffiava su tutte le acque.

Dio disse: «Vi sia la luce!». E apparve la luce. Dio vide che la luce era bella e separò la luce dalle tenebre. Dio chiamò la luce Giorno e le tenebre Notte. Primo giorno.

Dio disse: «Vi sia una grande volta. Divida la massa delle acque». E così avvenne. Dio fece una grande volta e separò le acque di sotto dalle acque di sopra. Dio chiamò la grande volta Cielo. Secondo giorno.

Dio disse: «Siano raccolte in un sol luogo le acque che sono sotto il cielo e appaia l’asciutto». E così avvenne. Dio chiamò l’asciutto Terra e chiamò le acque Mare. E Dio vide che era bello. Dio disse: «La terra si copra di verde, produca piante con il proprio seme e ogni specie di albero da frutta». E così avvenne. La terra produsse erba verde, piante e ogni specie di alberi da frutta. E Dio vide che era bello. Terzo giorno.

Dio disse: «Vi siano luci nella volta del cielo per distinguere il giorno dalla notte: saranno segni per le feste, i giorni e gli anni. Risplendano nel cielo per far luce sulla terra». E così avvenne. Dio fece due grosse luci: il sole, la luna e poi anche le stelle. E Dio vide che era bello. Quarto giorno. [...]

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, cari bambini e bambine della Scuola domenicale, ragazzi e ragazze del catechismo, abbiamo ascoltato il brano della Bibbia che racconta della creazione della terra, di tutto quello che c’è nella terra e dell’universo.

«In principio…». Cosa accade prima che tutte le cose esistessero?

Dio crea!

Cosa crea Dio?

Dio crea la vita! Chiama all’esistenza.

E cosa c’era prima?

Il nulla! Tutto era vuoto, deserto e buio, perché non c’era la vita. Non esisteva neppure la luce. Non si vedeva nulla, ma tanto non c’era nulla da vedere, proprio nulla, ma neppure c’era qualcuno che avrebbe voluto vedere qualcosa.

Ma qualcuno però c’era, chi?

Dio. Dio c’era.

Ma Dio era solo, troppo solo per amare qualcuno. Dio aveva un grande amore da dare, un amore strabordante, infinito, ma non poteva amare nessuno perché non esisteva nessuno. Così Dio decide di creare l’universo e l’essere umano per donagli tutto il suo amore.

Dio crea per amore, crea tutto quello che vediamo per amare tutte le sue creature. Dunque, noi esistiamo per essere amati da Dio, proprio come fa un padre e una madre quando mettono al mondo i loro figli, anzi, Dio ama di più, infatti dice il Salmo 27 (v. 10): «Qualora mio padre e mia madre m'abbandonino, il Signore mi accoglierà».

Ma in che modo Dio crea?

Testo della predicazione: Deuteronomio 10,17-18

Il Signore, il vostro Dio, è il Dio degli dèi, il Signore dei signori, il Dio grande, forte e tremendo, che non ha riguardi personali e non accetta regali, che fa giustizia all'orfano e alla vedova, che ama lo straniero e gli dà pane e vestito.


Sermone

Il libro del Deuteronomio è il libro delle prescrizioni, dei precetti, delle regole e comandi rivolti al popolo d’Israele. Spesso vi è riportata una minuzia di particolari da osservare con grande scrupolo, i casi che possono accadere nella realtà umana sembra che siano tutti considerati meticolosamente.

Si tratta di esortazioni date per evitare errori e di cadere nelle maglie del male e della malvagità, e ciò attraverso la mera osservanza di tutte regole. Perciò dirà il Salmo 34 «Allontànati dal male e fa' il bene; cerca la pace e adoperati per realizzarla» (Salmo 34,14).

Nel nostro brano, l’autore parla del comportamento di Dio nei confronti di coloro che non osservano le sue esortazioni e cercano di abbonirsi Dio rivolgendogli offerte, doni e regalie.

L’autore biblico presenta un Dio che “incarna”, nel suo essere, il suo progetto di bene per l’umanità: innanzitutto Dio è un Dio che rende giustizia a coloro che hanno ricevuto ingiustizie a motivo del loro essere poveri e senza mezzi di sostentamento come potevano esserlo, all’epoca, l’orfano, la vedova.

Ma in questo elenco di persone che attendono giustizia vi è anche lo straniero che poteva essere considerato senza diritti perché fuori dalla sua patria dove, invece, si sarebbe sentito al sicuro e protetto.

Il testo dice che «Dio ama lo straniero e gli dà pane e vestito». Dunque, Dio non transige nel portare avanti la giustizia, non può che usare imparzialità ed equità verso tutti. Perciò, dice il nostro brano, «Dio non ha riguardi personali» e «non accetta regali», non si lascia corrompere per chiudere un occhio sulla disonestà e sull’ingiustizia, sulla parzialità e l’arbitrio di chi trasforma il proprio potere in strapotere per accaparrare, accumulare illegalmente, a proprio vantaggio e a scapito dei cittadini e delle istituzioni.

Il Signore non ha riguardi personali, non distribuisce raccomandazioni ai più meritevoli, ma tratta tutti allo stesso modo, con imparzialità per il bene di tutti perché è questo bene che Dio vuole per tutti i suoi figli. Una logica diversa dalla nostra, che orienta la nostra benevolenza verso chi la merita.