Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Bellonatti

Archivio dei sermoni domenicali

Testo della predicazione: Matteo 28,1-10

Dopo il sabato, verso l'alba del primo giorno della settimana, Maria Maddalena e l'altra Maria andarono a vedere il sepolcro. Ed ecco si fece un gran terremoto; perché un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e vi sedette sopra. Il suo aspetto era come di folgore e la sua veste bianca come neve. E, per lo spavento che ne ebbero, le guardie tremarono e rimasero come morte. Ma l'angelo si rivolse alle donne e disse: «Voi, non temete; perché io so che cercate Gesù, che è stato crocifisso. Egli non è qui, perché è risuscitato come aveva detto; venite a vedere il luogo dove giaceva. E andate presto a dire ai suoi discepoli: "Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete". Ecco, ve l'ho detto». E quelle se ne andarono in fretta dal sepolcro con spavento e grande gioia e corsero ad annunciarlo ai suoi discepoli. Quand'ecco, Gesù si fece loro incontro, dicendo: «Vi saluto!» Ed esse, avvicinatesi, gli strinsero i piedi e l'adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, le donne vanno al sepolcro dove è custodito il corpo di Gesù, morto da tre giorni, vanno per ispezionare il sepolcro e assicurarsi che Gesù sia davvero morto.

Nel vangelo è raccontato che la tomba è vuota: un angelo rotola la pietra e vi si siede sopra e dice alle donne: «Non temete, Gesù che è stato crocifisso e che voi cercate non è qui perché è risuscitato».

L’angelo si siede sulla pietra rotolata. Il messaggio è chiaro, significa che la risurrezione di Gesù è definitiva, è per tutte le epoche, per tutte le persone di ogni del globo.

Le donne saranno pure spaventate, sì, ma le guardie svengono: quando si dice delle donne “il sesso debole”. A loro l’angelo dice: «Non temete». La stessa parola detta ai pastori quando Gesù nasce a Betlemme.

Questo racconto non vuole raccontarci un miracolo spettacolare come quello di una risurrezione, ma rivelarci il senso della croce di Cristo per noi.

Alle donne è data una missione: andate e dite che Gesù è risuscitato. Ora i discepoli possono finalmente capire che la morte di Gesù non è stata una tragedia che ha annullato le loro speranze e distrutto il futuro!

Testo della predicazione: Giovanni 13,1-15

Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio se ne tornava, si alzò da tavola, depose le sue vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse. Poi mise dell'acqua in una bacinella, e cominciò a lavare i piedi ai discepoli, e ad asciugarli con l'asciugatoio del quale era cinto. Si avvicinò dunque a Simon Pietro, il quale gli disse: «Tu, Signore, lavare i piedi a me?» Gesù gli rispose: «Tu non sai ora quello che io faccio, ma lo capirai dopo». Pietro gli disse: «Non mi laverai mai i piedi!». Gesù gli rispose: «Se non ti lavo, non hai parte alcuna con me». E Simon Pietro: «Signore, non soltanto i piedi, ma anche le mani e il capo!». Gesù gli disse: «Chi è lavato tutto, non ha bisogno che di aver lavati i piedi; è purificato tutto quanto; e voi siete purificati, ma non tutti». Perché sapeva chi era colui che lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete netti». Quando dunque ebbe loro lavato i piedi ed ebbe ripreso le sue vesti, si mise di nuovo a tavola, e disse loro: «Capite quello che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore; e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, che sono il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Infatti vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, questo gesto di Gesù ha un significato profondo: la lavanda dei piedi dei discepoli è un gesto semplice e umile, ma carico di una forza dirompente.

Questo brano rappresenta il passaggio di Gesù dalla sua morte alla sua risurrezione. Gesù «depone» e «riprende» le sue vesti, prima e dopo la lavanda, come «depone» e «riprende» la sua vita.

Ecco, Gesù vuole insegnarci che Dio viene a noi e ci offre la salvezza nell’abbassamento e nell’immagine del servo. Pietro, ma anche gli altri discepoli, non capisce, non può comprendere, perché il gesto di Gesù non è nella logica umana: Dio si abbassa, diventa servo e vive la passione e la morte.

Questo non è ovvio!

Perciò Gesù risponde a Pietro: «Se non ti laverò, non avrai parte con me!». È chiara la strada che il Messia deve percorrere, ma Gesù coinvolge in quella strada anche i suoi.

«Non avrai parte con me!». Per far parte del Regno, Pietro deve accettare di accompagnare il Signore sulla strada della passione. Ma Pietro non è pronto. Non è questo il Messia in cui credeva.

La lavanda dei piedi indica l’umile servizio che non si ferma neppure davanti a una croce, al sacrificio di sé. Il nostro destino è quello di essere testimoni di un Maestro che dà la sua vita per amore dei suoi, che chiama amici. Essere testimoni significa percorrere la strada del Maestro, fino in fondo, fino alla croce.

Pietro gli dice: «lavami dalla testa ai piedi», ma Gesù fa capire che non è il rito che ti permette di vivere il messaggio di Cristo: basta un segno, un piede o due, o anche meno, l’importante è che tu capisca la necessità di essere coinvolto nell’evento della croce di Cristo.

È necessario essere lavati da Gesù per essere parteci, così ci è chiesto di fare lo stesso anche tra noi, per vivere la comunione, il legame che Dio stesso instaura tra noi, chiesa sua.

Gesù pone le basi per il fondamento della comunità dei credenti: «Vi ho dato un esempio affinché anche voi facciate come io vi ho fatto».

Testo della predicazione: 1 Pietro 1,3-5

Che gran Dio è il nostro! E come siamo fortunati ad avere lui come Dio, il padre del nostro Signore Gesù. Poiché Gesù è stato risuscitato dalla morte, a noi è stata donata una vita completamente nuova, abbiamo tutto ciò che ci serve per vivere, compreso un futuro in cielo, e questo futuro comincia adesso! Dio veglia attentamente, su di noi e sul domani. Viene il giorno in cui avrete una vita totalmente sana e piena. (Traduzione da: The Bible in contemporary english)

Sermone

     Care sorelle e cari fratelli, l’autore della lettera di Pietro scrive ad alcune comunità cristiane dell’Asia Minore alla fine del primo secolo, quando, dopo un periodo iniziale di consensi ed entusiasmo per la fede cristiana, i credenti, durante il governo dell’imperatore Domiziano, cominciarono a subire dure prove e persecuzioni. Fu un periodo successivo a quello di Nerone che, però, limitò le sue persecuzioni contro i cristiani solo a Roma.

     I credenti dell’epoca che leggono questa lettera vivono il forte disagio dell’incertezza del domani, dell’insicurezza, della sofferenza, della discriminazione, tutto a causa di pregiudizi e intolleranze.

     Perciò, chi scrive sa bene che sulla terra la vita può essere costellata di difficoltà, prove, sofferenze e che ci sono tanti buoni motivi per essere tristi.

     E tuttavia egli esplode in un canto entusiasta che dice: «Che gran Dio è il nostro, come siamo fortunati ad avere lui come Dio», piuttosto che Zeus o un altro Dio dell’Olimpo che ti soggioga e sottomette alla sua inesorabile volontà. Il nostro Dio, ci dice il brano biblico, invece è il Padre di Gesù che è morto per noi.

     Quale altro dio darebbe la sua vita per noi. Semmai è il contrario, perché sono gli dèi che chiedono di dare a loro la nostra vita: che si tratti del dio Mammona (il denaro) o del dio potere: essi esigono asservimento e sudditanza.

     La morte di Gesù e la sua risurrezione, invece, ci hanno permesso di ricevere una vita completamente nuova. Il nostro è cioè un Dio che viene per farci vivere non una vita qualunque, ma una vita nuova, cioè una vita piena, sana, che ha un senso, uno scopo per il quale vale davvero la pena vivere.

Domenica, 26 Marzo 2017 21:52

Liturgia di domenica 26 marzo 2017

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Testo della predicazione: Efesini 5,8b-14

Voi siete luce nel Signore. Comportatevi come figli di luce - poiché il frutto della luce consiste in tutto ciò che è bontà, giustizia e verità - esaminando che cosa sia gradito al Signore. Non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre; piuttosto denunciatele; perché è vergognoso perfino il parlare delle cose che costoro fanno di nascosto. Ma tutte le cose, quando sono denunciate dalla luce, diventano manifeste; poiché tutto ciò che è manifesto, è luce. Per questo è detto: «Risvègliati, o tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti inonderà di luce».

Sermone

Cari fratelli e sorelle, il testo biblico della lettera agli efesini è stato scritto per far riflettere i credenti: si parla della svolta della loro vita, la conversione, si parla di quello che erano e di quello che sono.

Ma di che si tratta? Cos'erano i credenti prima di credere? E che senso può avere che diventino qualcos'altro?

L'autore della lettera agli efesini ha le idee chiare; sostiene che la natura dell'essere umano è quella di vivere nelle tenebre, nella prigione della sua umanità, all'interno delle sue contraddizioni, dei suoi limiti, della sua parzialità. Per natura non riesce ad andare al di là di se stesso e il fatto di volersi riscattare da questa condizione con le proprie forze non fa che peggiorare il suo stato: è come dimenarsi per liberarsi mentre si affonda di più.

L'orgoglio di considerarsi capace e adeguato allo scopo non fa che accentuare questa sua contraddizione. È come se un cieco avesse la pretesa di dirigersi, da solo, in modo disinvolto, alla conquista del mondo. Ebbene, questo è l'essere umano secondo la Bibbia: un essere che da solo non può riscattarsi dalla sua condizione di peccato.

Dunque, emerge chiara la necessità dell'intervento propizio di Dio. Ma cosa accade quando Dio interviene?

Succede che tutto cambia.

Testo della predicazione: II Samuele 12,1-7a

Il Signore mandò Natan da Davide e Natan andò da lui e gli disse: «C’erano due uomini nella stessa città; uno ricco e l’altro povero. Il ricco aveva pecore e buoi in grandissimo numero; ma il povero non aveva nulla, se non una piccola agnellina che egli aveva comprata e allevata; gli era cresciuta in casa insieme ai figli, mangiando il suo pane, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno. Essa era per lui come una figlia. Un giorno arrivò un viaggiatore a casa dell’uomo ricco. Questi, risparmiando le sue pecore e i suoi buoi, non ne prese per preparare un pasto al viaggiatore che era capitato da lui; prese invece l’agnellina dell’uomo povero e la cucinò per colui che gli era venuto in casa». Davide, allora, si adirò moltissimo contro quell’uomo e disse a Natan: «Com’è vero che il Signore vive, colui che ha fatto questo merita di essere punito e pagherà quattro volte il valore dell’agnellina, per aver fatto una cosa simile e non aver avuto pietà. Allora Natan disse a Davide: «Tu sei quell’uomo!».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, cari bambini e bambine della SD, cari genitori, care monitrici, il profeta Natan pronuncia la parabola che abbiamo ascoltato davanti al re Davide, il più grande re d’Israele. Gesù sarà poi discendente di questo re.

Davide però ha sbagliato, si invaghisce di una bella donna, Betsabea, mentre la guarda dalla sua terrazza, mentre Betsabea faceva un bagno. Ma la donna è la moglie di un militare in alto grado del re, Uria. Davide manda a chiamare Betsabea e con lei ha dei rapporti, viola la sua integrità di donna e di moglie fedele. E quando la donna rimane incinta, il re cerca di rimediare sposandola. C’è però suo marito, Uria. Come fare? Così il re Davide ordina di esporre in battaglia Uria, di lasciarlo solo in prima linea perché così sia ucciso dal nemico. E così accadde. Uria, fedele servo del re, muore in battaglia.

Il profeta Natan va dal re Davide e gli racconta una storia: C’erano due uomini, uno ricco, l’altro povero. Per descrivere il ricco, Natan, non ci mette molto, non c’è alcun interesse in quell’uomo. Era ricco, aveva in gran numero pecore e buoi, aveva tutto quello che gli serviva per vivere, anzi, molto di più.

Il povero, invece, attira la nostra attenzione: aveva una piccola agnellina che aveva comprato e allevata, era cresciuta insieme a lui e ai suoi figli, era tutto ciò che possedeva, le voleva bene come a una figlia. L’agnellina mangiava con il suo padrone, beveva alla sua coppa, dormiva tra le sue braccia. Come un animale domestico, un gattino o un cagnolino che custodiamo con affetto.

Ma un giorno arrivò un ospite in casa dell’uomo ricco, e questi, per non uccidere nessuna tra le sue pecore e i suoi buoi, per preparare il pranzo all’ospite, «prende» l’agnellina del povero e la cucina.

Il ricco prese ciò che non era suo, prese l’agnellina del povero e ne fece un pranzo per sé e per il suo ospite. Il ricco ha trattato come sua proprietà ciò che non gli apparteneva.

Testo della predicazione: Matteo 12,38-42

Alcuni scribi e farisei presero a dirgli: «Maestro, noi vorremmo vederti fare un segno». Ma egli rispose loro: «Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno; e segno non le sarà dato, tranne il segno del profeta Giona. Poiché, come Giona stette nel ventre del pesce tre giorni e tre notti, così il Figlio dell’uomo starà nel cuore della terra tre giorni e tre notti. I Niniviti compariranno nel giudizio con questa generazione e la condanneranno, perché essi si ravvidero alla predicazione di Giona; ed ecco, qui c’è più che Giona! La regina del mezzogiorno comparirà nel giudizio con questa generazione e la condannerà; perché ella venne dalle estremità della terra per udire la sapienza di Salomone; ed ecco, qui c’è più che Salomone!».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, davanti a persone che si considerano dei “santi” o degli “unti del Signore” noi protestanti assumiamo subito un atteggiamento prudente, guardingo, se non scettico, siamo certi che la Parola di Dio non ha bisogno di figure carismatiche potenti per affermarsi e per essere creduta. È giusto, anche perché nel passato abbiamo fatto esperienze di personalità carismatiche devastanti, come Hitler, Mussolini e altri tiranni che vantavano Dio dalla loro parte.

Dunque, la richiesta che gli scribi e i farisei rivolgono a Gesù “Dacci un segno” è più che legittima. Significa: “Dai prova delle tue pretese di essere il Messia, così potremo interpretarle alla luce delle Scritture”.

All’epoca, erano molti i “profeti” che vantavano pretese messianiche e promettevano segni stupefacenti che, ovviamente, non riuscivano a rendere concreti. C’era bisogno, quindi, di capire e di non farsi abbindolare dal primo venuto.

Tuttavia, Gesù riesce a capire cosa si nascondeva dietro la domanda degli scribi e dei farisei. Non era semplice curiosità di capire per poter giudicare l’autenticità di una persona come Gesù. Gesù non ha a che fare con delle persone che sono alla ricerca di Dio e sentono il bisogno di incontrarlo e amarlo; qui i farisei sono alla ricerca di un Messia potente che sappia essere forte, di grande impatto carismatico sulla popolazione e di grande potere!

Si tratta del fascino dell’onnipotenza, del potere che conquista, che sottomette e domina.

Testo della predicazione: Marco 4,26-29

Gesù disse loro: «Il regno di Dio è come un uomo che getti il seme nel terreno, e dorma e si alzi, la notte e il giorno; il seme intanto germoglia e cresce senza che egli sappia come. La terra da se stessa porta frutto: prima l'erba, poi la spiga, poi nella spiga il grano ben formato. Quando il frutto è maturo, subito il mietitore vi mette la falce perché l'ora della mietitura è venuta».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli,

siamo reduci da celebrazioni del 17 febbraio, che in quest’anno del 500° anniversario della Riforma si sono concentrate sull’essere “riformata” della nostra chiesa e sulla questione in che modo e in che misura noi siamo e restiamo legati a quanto ha preso l’avvio il 31 ottobre 1517 nella città di Wittenberg. In quest’ottica, il nostro testo può generare in noi qualche imbarazzo. La parabola di Gesù ci presenta la nascita e la maturazione del Regno di Dio come un processo analogo alla crescita del grano; ce la descrive quasi come un processo naturale, continuo, pacifico, inarrestabile. Per molti secoli, almeno fino a quel 17 febbraio 1848 che ugualmente abbiamo commemorato l’altro ieri, la storia della nostra chiesa non era affatto stata così. È stata una storia piena di insidie, piena di forze che non soltanto tagliavano ma cercavano perfino di estirpare le piante, una storia – per parlare in modo non parabolico – piena di distruzione, piena di sofferenza per chi si sentiva parte del Regno di Dio in questo senso. Oramai da più di 150 anni, in Italia le cose sono cambiate, anche se uno potrebbe dire che una vera libertà di far crescere il seme sparso da Dio non ci sia neanche adesso.

            Forse, però, ragionando così sulle parole di Gesù, rischiamo un fraintendimento. In realtà, i suoi tempi non erano più pacifici del XVI secolo o del nostro tempo, per niente. Il Nuovo Testamento stesso ci dà troppe testimonianze di speranze religiose smentite, di credenti perseguitati, di persone punite e sottomesse a violenza per un niente di fatto. Guardiamo dunque un po’ più da vicina questa parabola! Il primo punto da tener fermo è sicuramente che, essendo una parabola, la parola di Gesù non ci parla di natura, né di sviluppi naturali, ma, appunto del “Regno di Dio”. Gesù ci vuole far notare una realtà che è diversa da quella che è immediatamente davanti agli occhi, una realtà in cui si manifesta il potere di un “Regno” diverso, che agisce senza farsi sentire con la pesantezza del potere, adoperando invece un soffio leggero, per così dire. Dal momento che è Gesù che parla così, non dobbiamo neanche dimenticare che il messaggio di questo Regno avrebbe portato chi parlava in croce, per zittirlo nel modo più definitivo possibile. Il fatto soltanto che questa mossa non è riuscita, però, e la semplice constatazione che le parole di questo uomo sono rimaste conservate e che ci riflettiamo su ancora noi, il fatto che le sue parole si sono diffuse in tutto il mondo, ci può anche dare una prima idea di quel potere diverso dai poteri terreni che si nasconde dietro la formula del “Regno di Dio”. Non tutta la vita è potere, dunque, almeno nelle categorie che normalmente applichiamo al termine, e forse possiamo anche dire che la sopravvivenza di una chiesa come la Chiesa riformata delle valli ne sia una testimonianza. Ciò non toglie che sarebbe sbagliato identificare quel Regno di Dio con una sola chiesa, magari contro un’altra, perché vorrebbe dire entrare nel discorso del potere terreno. La forza di quel “Regno” è diversa: non si fa comune con nessuno che lo vorrebbe incorporare nei propri progetti, per quanto siano benpensanti. Questo vale anche per noi.

Testo della predicazione: Genesi 22,1-14

Dio mise alla prova Abraamo e gli disse: «Abraamo!» Egli rispose: «Eccomi». E Dio disse: «Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, Isacco, e va' nel paese di Moria, e offrilo là in olocausto sopra uno dei monti che ti dirò».
Abraamo si alzò la mattina di buon'ora, sellò il suo asino, prese con sé due suoi servi e suo figlio Isacco, spaccò della legna per l'olocausto, poi partì verso il luogo che Dio gli aveva indicato. Il terzo giorno, Abraamo alzò gli occhi e vide da lontano il luogo. Allora Abraamo disse ai suoi servi: «Rimanete qui con  l'asino; io e il ragazzo andremo fi n là e adoreremo; poi torneremo da voi». Abraamo prese la legna per l'olocausto e la mise addosso a Isacco suo figlio, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutti e due insieme. Isacco parlò ad Abraamo suo padre e disse: «Padre mio!» Abraamo rispose: «Eccomi qui, figlio mio». E Isacco: «Ecco il fuoco e la legna; ma dov'è l'agnello per l'olocausto?» Abraamo rispose: «Figlio mio, Dio stesso si provvederà l'agnello per l'olocausto». E proseguirono tutti e due insieme.
Giunsero al luogo che Dio gli aveva detto. Abraamo costruì l'altare e vi accomodò la legna; legò Isacco suo figlio, e lo mise sull'altare, sopra la legna. Abraamo stese la mano e prese il coltello per scannare suo figlio. Ma l'angelo del Signore lo chiamò dal cielo e disse: «Abraamo, Abraamo!» Egli rispose: «Eccomi». E l'angelo: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli male! Ora so che tu temi Dio, poiché non mi hai rifiutato tuo figlio, l'unico tuo». Abraamo alzò gli occhi, guardò, ed ecco dietro a sé un montone, impigliato per le corna in un cespuglio. Abraamo andò, prese il montone e l'offerse in olocausto invece di suo figlio. Abraamo chiamò quel luogo «Iavè-Irè». Per questo si dice oggi: «Al monte del Signore sarà provveduto».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, il sacrificio di Isacco è stato raffigurato dall’artista Marc Chagall in un quadro su telo. Quest’opera attrae lo spettatore per i suoi colori molto intensi. Isacco è in primo piano, nudo, indifeso, curvato sotto l’arma del padre. Un velo d’oro dipinto sul torace d’Isacco gli associa la figura di Dio, la cui luce splende dai cieli sin dalla creazione dell’uomo. Abramo solleva l’arma del sacrificio tenendola insù, verso il cielo. Un intenso rosso ricopre tutta la figura di Abramo e si diffonde come una fiamma intorno a lui. Nell’opera di Chagall, il rosso è il colore delle passioni fiammeggianti: amore e odio. Una passione terribile sconvolge l’anima di Abramo al luogo del sacrifico. La pira di legna è pronta, la lama sollevata e la vittima inerme aspetta la fine, nuda e fragile.

Una nube bianca avvolge la scena avvisandoci della velata presenza di Dio. Un Dio nascosto veglia sui due e un messaggero interviene prima che si compia l’irreparabile. L’azione si ferma nell’istante in cui Abramo viene chiamato dall’angelo, la lama del coltello rivolto all’insù.

Ci aspettiamo una scena diversa: Abramo dovrebbe avere il braccio sollevato e la lama rivolta all’ingiù, se volesse uccidere il figlio. Doveva tenere il coltello in modo completamente diverso, se avesse voluto sacrificare il figlio: rivolto verso il basso, verso la vittima.

Cosa ha voluto esprimere Marc Chagall, l’artista? Che significato ha il rosso che avvolge Abramo? Che passione veniva espressa attraverso il rosso? L’amore? L’odio? Verso Chi? Verso il figlio? Verso Dio?

Testo della predicazione: Esodo 3,1-12

Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. L'angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava.
Mosè disse: «Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!» Il Signore vide che egli si era mosso per andare a vedere. Allora Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: «Mosè! Mosè!» Ed egli rispose: «Eccomi». Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro». Poi aggiunse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio d'Abraamo, il Dio d'Isacco e il Dio di Giacobbe». Mosè allora si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio.
Il Signore disse: «Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei. E ora, ecco, le grida dei figli d'Israele sono giunte a me; e ho anche visto l'oppressione con cui gli Egiziani li fanno soffrire. Or dunque va'; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall'Egitto il mio popolo, i figli d'Israele».
Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire dall'Egitto i figli d'Israele?» E Dio disse: «Va', perché io sarò con te. Questo sarà il segno che sono io che ti ho mandato: quando avrai fatto uscire il popolo dall'Egitto, voi servirete Dio su questo monte».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, un giorno un pastore di pecore sconfina verso il deserto perché talvolta capita che anche lì qualche raro temporale produca dell’erba nuova, buona per le sue pecore. Oltre il deserto accade un fatto strano: un pruno, una pianta di poco valore nota per il fatto che bruci in un attimo, arde senza consumarsi, perciò il pastore diventa curioso e «devia» dal suo percorso, per dirigersi verso quella direzione. In ebraico Mosè dice: «Devio verso quella direzione; ¿perché il pruno non è mangiato dal fuoco?».

In fondo è proprio la curiosità di Mosè che lo conduce verso quella che sarà una vocazione, è strano, ma solo quando il pastore si lascia trascinare fuori dalla sua realtà, deviare fuori dalla sua normalità, proprio lì avviene l’insolita visione, lì avviene l’incontro con Dio.

Dio si rivela a Mosè mentre è intento a pascolare il suo gregge, e sarà il destino di tante persone nella Bibbia e non solo: come Amos chiamato a essere profeta mentre pascolava il suo gregge, Eliseo che arava il suo campo dietro ai buoi, Gedeone che trebbiava il grano, il re Davide che era a pascolare il gregge quando il profeta Samuele va a casa di suo padre per cercare un re per Israele; ma anche i discepoli di Gesù che erano a pescare. Come i pescatori di pesci diverranno pescatori di uomini, così il pastore delle greggi di Ietro è chiamato a diventare pastore dei figli d’Israele, liberatore dalla schiavitù, colui che li condurrà verso la terra promessa.

Ma perché ciò accada è importante una deviazione, un cambiamento di direzione, di rotta.

Mosè incontra Dio non in un Tempio o mentre sta pregando, ma in un momento qualsiasi della sua giornata, nella sua quotidianità, quando non lo cerca. Dio si rivela a un uomo che non lo conosce, e gli dice: «Io sono il Dio dei tuoi padri», ma Mosè è pieno di domande: «Chi sono io? Perché proprio io? Chi sei tu? Qual è il tuo nome?». Si tratta di domande vitali, importanti; potersi chiamare reciprocamente per nome significa avere una relazione stretta, personale, chiamare per nome rende la comunicazione possibile. Questa è la relazione tra Dio e Mosè, è fatta di un continuo reciproco interrogarsi e chiedersi: “chi sei?”, “chi sono?”.