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Domenica, 28 Gennaio 2018 23:40

Sermone di domenica 28 gennaio 2018 (Geremia 9,23-24)

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Testo della predicazione: Geremia 9,23-24

Così parla il Signore: «Il saggio non si glori della sua saggezza, il forte non si glori della sua forza, il ricco non si glori della sua ricchezza: ma chi si gloria si glori di questo: che ha intelligenza e conosce me, che sono il Signore. Io pratico la bontà, il diritto e la giustizia sulla terra, perché di queste cose mi compiaccio», dice il Signore.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, avere saggezza è una grande dote umana, tutte le persone sagge, purtroppo non sempre sono riconosciute per la loro saggezza; a volte accade che tale riconoscimento giunga dopo la loro morte. Resta la speranza che non siano vissuti invano.

Così accade anche per le persone forti di temperamento: che non cedono a compromessi, alla corruzione, che si mantengono integri, onesti, autentici; come pure per le persone ricche che ricevono onori e magnificenze a motivo del loro potere dovuto alla ricchezza.

Sappiamo tutti come i profeti biblici tuonano contro l’attaccamento alle ricchezze perché distolgono l’attenzione da ciò che è essenziale, da ciò che è veramente importante e che dona un senso pieno al mondo, alla vita, alle persone.

I profeti tuonano contro tutto ciò che causa annullamento di obiettivi civili raggiunti, di ciò che causa povertà e indigenza. I profeti tuonano contro quelle ricchezze ottenute impoverendo l’”orfano” e la “vedova”.

In realtà, il profeta Geremia di cui abbiamo letto oggi un brano al capitolo 9, non demonizza “a priori” doti come la ricchezza, la saggezza e la forza umane, non tuona contro chi le possiede, e non considera la saggezza, la ricchezza e la forza come peccato.

Il profeta riconosce che ci può essere del bene in tutte le cose, perfino in quelle cose che possono essere reputate negative, insensate, o che si configurano in un orizzonte di superficialità o di “umanità”, il profeta ritiene che Dio possa perfino usarle per la sua gloria e la sua testimonianza.

Sei saggio, forte, ricco? Bene! – afferma il profeta.

Tuttavia, Geremia vede un pericolo nel sentirsi saggi, forti o ricchi, e cioè il pericolo di vantarsi di ciò che si è, di auto-glorificarsi, di auto-incensarsi. È cioè pericoloso confidare nelle proprie capacità e nelle proprie doti, perché esse non ci mettono al riparo dal vuoto, dal non senso, dalla sterilità, dal deserto. Saggezza, forza e ricchezza non danno senso alla tua vita in quanto tali, anzi possono farci precipitare nel non senso più profondo e nel peccato più grave: porsi nel posto di Dio; vedere solo noi stessi e non più Colui senza il quale non esisterebbe nulla, la sapienza, la forza, la vita stessa.

Allora, qual è la giusta misura? Qual è il giusto atteggiamento di coloro che sono saggi, o di altri che hanno potere, oppure di chi è ricco?

Il profeta risponde con un riferimento alla conoscenza di Dio: conoscere il Signore è il vero vanto, il vero orgoglio che possiamo avere. Deve accadere un “transfert” da noi stessi a Dio.

Il vetro che abbiamo davanti deve diventare trasparente invece che coperto d’argento, per riuscire a vedere oltre noi stessi, gli altri, Dio.

Tutti coloro che hanno ricchezze, potere, sapienza non devono vivere in modo autoreferenziale la loro vita, ma devono maturare quell’intelligenza che riconduce il loro essere a Dio e alla sua saggezza, alla sua forza e alla sua ricchezza.

Conoscere Dio, per il profeta Geremia, non credere in un certo modo piuttosto che in un altro, non è una mera attività cerebrale, non significa credere che esiste una divinità che posso pregare e da lei essere esaudito. Conoscere Dio non significa semplicemente sentirlo sempre al proprio fianco che mi sostiene e mi guida, certo, anche questo, ma non solo.

La giusta misura è la conoscenza di Dio, più precisamente di come Dio è!

Com’è, allora, Dio?

Così, il profeta fa parlare Dio stesso per dare una definizione di ciò che Dio è e dice: «Io sono un Dio che pratico la bontà, il diritto e la giustizia sulla terra» (v. 24). Bontà, giustizia e diritto, si affiancano a saggezza, forza e ricchezza. Come dire che esse da sole non hanno sulla di sensato.

Bontà, una termine importante nella lingua ebraica (hesed), è anche misericordia, grazia per l’apostolo Paolo; hesed determina gli altri due: diritto (nispat) e giustizia (sdaqa). 

Questo è Dio: la tua saggezza, la tua forza e la tua ricchezza non devono certo annullarsi, né essere fine a se stesse, ma possono ricevere dignità e approvazione da Dio se orientate alla misericordia e alla bontà, che significa essere determinati affinché vi sia giustizia tra gli esseri umani.

Il diritto e la giustizia, non determinano sperequazioni dovute a ricchezze estreme e povertà estreme; non determinano disparità tra chi è riconosciuto nei suoi diritti perché è forte e chi non lo è perché è debole; non diseguaglianze dovute alla cultura, al colore della pelle, o all’origine straniera delle persone.

Giustizia è equità che proviene dall’atteggiamento di misericordia, hesed, che ci orienta all’interno di un orizzonte nel quale scopriamo la capacità di vivere in comunione nella società umana, in solidarietà, nella condivisione delle risorse umane.

Dunque, non vantarti della tua saggezza, ma usala per il bene comune, per la comunità umana, per gli altri, così della tua forza, della tua influenza, della tua ricchezza.

Conoscere il Signore, dunque, è permettergli di essere, attraverso noi, il Dio che esercita la misericordia, il diritto e la giustizia.

In tutto ciò, Martin Lutero, continuava a definirsi e a definire i credenti dediti al perdono e alla misericordia, un letame. Così diceva Lutero: Sei un letame, ma questa è la tua forza. Una frase che possiamo interpretare, ritengo correttamente, con le parole di Fabrizio De Andrè: «Dai diamanti non asce niente, dal letame nascono i fiori». Amen!

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Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

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