Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Bellonatti

Archivio dei sermoni domenicali

Testo della predicazione: Atti 3,1-10

Mentre Pietro e Giovanni salivano al tempio in occasione della preghiera dell'ora nona, un tale, zoppo dalla nascita, veniva portato lì. Ogni giorno lo ponevano vicino alla porta del tempio detta “Bella”, per chiedere l'elemosina a quelli che entravano nel santuario. Questi, vedendo Pietro e Giovanni sul punto di entrare nel santuario, chiese loro l'elemosina. Allora Pietro, insieme a Giovanni, fissato lo sguardo su di lui, disse: «Guardaci!» Ed egli aspettandosi di ricevere qualcosa da loro, li osservava. Pietro disse: «Non possiedo argento e oro, ma quel che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati e cammina!» Lo prese allora per la mano destra e lo fece alzare. Immediatamente, i suoi piedi e le sue caviglie acquistarono vigore. Con un balzo si mise in piedi e cominciò a camminare. Poi, entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio. E tutto il popolo lo vide camminare e lodare Dio. Lo riconoscevano, infatti, come colui che stava seduto a chiedere l'elemosina accanto alla porta "Bella" del tempio, e furono colmi di stupore e di smarrimento per quanto gli era successo.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, il centro del racconto che abbiano ascoltato è la parola che Pietro rivolge allo zoppo: «Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati cammina».

Pietro e Giovanni si recano nel tempio per pregare e, attraversando una delle porte del tempio, incontrano un paralitico, così fin dalla nascita, che chiede l’elemosina. Ma i due apostoli non hanno soldi, non hanno delle monete d’argento o d’oro da dare all’uomo che ha pur bisogno di sopravvivere non potendo lavorare. Non riceve la pensione d’invalidità civile!!!

I due possono passare oltre, far finta di niente, cambiare strada, evitare l’uomo. Non poter aiutare spesso ci fa sentire mancanti. Ma se i due apostoli avessero avuto dei soldi con sé avrebbero potuto assolvere a un loro dovere, come tutti gli altri, e sentirsi sufficientemente buoni e altruisti.

Eppure, tante volte non ci rendiamo conto di quanto smorziamo l’amore, la compassione e la tenerezza quando deleghiamo al denaro, alla nostra offerta o a un regalo anche prezioso, il nostro amore, le nostre attenzioni, i nostri affetti, le nostre cure. In fondo l’elemosina non ci impegna a farci carico dell’altra persona, non ci impegna come persone, come credenti, ma mantiene quella certa distanza per non essere troppo coinvolti in un rapporto, in una relazione che potrebbe sfociare in qualche legame forte.

Pietro e Giovanni si sentono chiamati invece a instaurare un rapporto umano e un vincolo forte di solidarietà.

Testo della predicazione: Filippesi 2,1-4

«Se c'è, dunque, una consolazione in Cristo, se c'è un incoraggiamento d'amore, se c'è una comunione di Spirito, se ci sono sentimenti di compassione e di misericordia, colmate la mia gioia avendo lo stesso pensiero, lo stesso amore e un solo animo; pensando un'unica cosa, non facendo nulla per ambizione o vanagloria, ma in umiltà. Stimate gli altri superiori a voi stessi, cercando ciascuno non il proprio bene, ma anche quello degli altri».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, è dal carcere di Efeso che l’apostolo Paolo scrive questa lettera alla chiesa della città di Filippi. È dalla prigionia che rivolge un accorato appello a quella comunità che ha visto nascere e crescere, una comunità il cui affetto e amore supera ogni altra. Eppure anche la comunità dei filippesi è provata, sta subendo duri attacchi e persecuzioni dal mondo pagano, ma la sua fede è forte, incrollabile e l’apostolo sa che in momenti difficili come questi il fatto di continuare a vivere e a testimoniare l’Evangelo della libertà e dell’amore di Cristo significa vivere della grazia di Dio.

     Nonostante la comunità cristiana di Filippi abbia una buona testimonianza tra il mondo cristiano, è ad essa che l’apostolo si rivolge in tono supplichevole: «colmate la mia gioia avendo lo stesso pensiero, lo stesso amore, e un solo animo, pensando un’unica cosa». Possono sembrare le parole di un padre che desidera che i suoi figli non litighino tra loro e che vivano d’amore e d’accordo.

Ma la comunità dei credenti non è una semplice famiglia alla quale si possono applicare tutti quei principi che la regolano e ad essa si richiamano; perché in ogni famiglia, benché unita, ognuno poi prende la propria strada, segue il proprio destino, i figli prendono mogli, le figlie mariti, e formano altri nuclei famigliari.

     L’apostolo Paolo, in realtà, si rivolge a una comunità di credenti chiamata a essere e a vivere in modo autenticamente evangelico. Questo è l’appello dell’apostolo: si appella all’amore che è fondato su Cristo e a partire dal quale ogni rapporto umano cambia, perché l’amore permette di dialogare da pari a pari, senza ritenersi superiori, senza interessi personali, senza spirito di parte.

Domenica, 20 Maggio 2018 15:47

Sermone di Pentecoste 2018 (Atti 2,1-12)

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Testo della predicazione: Atti 2,1-12

Quando giunse il giorno della Pentecoste, erano tutti insieme nello stesso luogo. Improvvisamente si udì un suono irrompere dal cielo come un vento forte che riempì tutta la casa dove essi si trovavano. Apparvero loro delle lingue come di fuoco, che si dividevano, e se ne posò una su ognuno di loro. Tutti furono ricolmi di Spirito Santo e iniziarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito concedeva loro di esprimersi. A Gerusalemme risiedevano dei Giudei, osservanti, provenienti da ogni nazione che è sotto il cielo. Quando giunse quel suono, la folla si riunì e fu confusa, perché ognuno li udiva parlare nella propria lingua. Sorpresi e meravigliati dicevano: «Questi che parlano non sono tutti Galilei? Come mai li udiamo parlare ognuno nella nostra lingua di origine? Noi, Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e delle regioni della Libia cirenaica; noi, Romani qui residenti, Giudei e proseliti, Cretesi e Arabi, li udiamo parlare delle grandi opere di Dio nelle nostre lingue». Tutti, sconcertati e perplessi, dicevano l'uno all'altro: «Che cosa vuol dire questo?». Una meteora è un frammento di cometa o di asteroide (o di un altro corpo celeste), che entrando all'interno dell'atmosfera terrestre a una velocità compresa tra gli 11,2 e i 72,8 km/s si incendia a causa dell'attrito. Questo è quanto ci direbbe, dati alla mano, un astronomo interpellato sull’accaduto appena descritto; tuttavia, per quanto sarebbe una spiegazione estremamente ragionevole, non è questo ciò che accadde, per quanto il testo dica espressamente «si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia».

Sermone

Se all’epoca fosse stato presente un reporter della BBC o dell’ANSA avremmo probabilmente letto titoloni del tipo “misterioso drone militare colpisce una casa di missionari con armi incendiarie non ancora identificate!!”; tuttavia neppure lui avrebbe ragione.

Oltretutto, come se già la pirotecnica non fosse abbastanza, è altrettanto inspiegabile, almeno apparentemente, l’effetto che questa produce su coloro che ne vengono colpiti: il dono delle lingue.

Anche qui, qualcuno griderebbe al miracolo, altri (come detto più avanti nel testo) li penserebbe ubriachi, qualcun altro li definirebbe deliranti o semplicemente impazziti.

Tutto questo mio apparente divagare su teorie razionali non è un tentativo disperato di definire scientificamente un evento che ha tutte le caratteristiche di un racconto magico o immaginifico. Ciò che mi preme evidenziare è come uno stesso evento può essere vissuto e raccontato in maniera diversa, e questo perché ognuno di noi elabora la realtà in maniera differente; infatti il passo biblico termina con due reazioni assai distanti tra loro: stupore e perplessità.

Testo della predicazione: Geremia 31,31-34

«Ecco, i giorni vengono», dice il Signore, «in cui io farò un nuovo patto con la casa d'Israele e con la casa di Giuda; non come il patto che feci con i loro padri il giorno che li presi per mano per condurli fuori dal paese d'Egitto: patto che essi violarono, sebbene io fossi loro signore», dice il Signore; «ma questo è il patto che farò con la casa d'Israele, dopo quei giorni», dice il Signore: «io metterò la mia legge nell'intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò loro Dio, ed essi saranno mio popolo. Nessuno istruirà più il suo compagno o il proprio fratello, dicendo: "Conoscete il Signore!", poiché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande», dice il Signore. «Poiché io perdonerò la loro iniquità, non mi ricorderò del loro peccato».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, il profeta Geremia è un “profeta della crisi”, nel senso che è coinvolto nella più grande crisi della storia d’Israele che corrisponde al suo declino politico e alla distruzione di Gerusalemme e del Tempio. Siamo attorno al 580 a.C. Geremia ha un compito profetico che lo porta a confrontarsi duramente tanto con la realtà politica, quanto con quella religiosa.

Per questo il libro delle “Lamentazioni” di Geremia è la fonte dell’interpretazione del profeta stesso: egli ci dice che ciascuno di noi ha il diritto al lamento, cioè ad aprirsi a Dio senza paura. Però, il profeta non perde di vista l’essenziale, non si perde nel lamento, ma va oltre per costruire un rapporto con Dio giusto, sano, e l’intensità del suo messaggio diventa tanto profonda da giungere alle potenti metafore della Parola di Dio vista come un fuoco o come un martello che frantuma le pietre.

Israele ha abbandonato Dio per servire altri dèi (1,16) perciò le conseguenze di questa scelta saranno inevitabili: l’autodistruzione che corrisponderà alla deportazione in Babilonia del 587 a.C. Geremia invita il popolo alla conversione, cioè a tornare a Dio, che è sempre stato un liberatore, e annuncia che Dio stesso muterà/convertirà la loro prigionia, la deportazione in Babilonia, in libertà.

Testo della predicazione: Salmo 104 passim

Loda il Signore, anima mia: Signore, mio Dio, quanto sei grande! Sei avvolto in un manto di luce. Hai disteso il cielo come una tenda, avanzi sulle ali del vento. Hai fissato la terra su solide basi; dalle sorgenti fai scendere le acque ed ecco ruscelli scorrere tra i monti. Alle loro sponde vengono le bestie della campagna, le zebre vi placano la sete. Là intorno fanno nidi gli uccelli e tra le foglie compongono canti. Sulla cima dimora la cicogna. Dall'alto dei cieli fai piovere sui monti, non fai mancare alla terra l'acqua necessaria. Fai crescere l'erba per il bestiame e le piante che l'uomo coltiva. Sulle alte montagne vivono i cervi, i tassi trovano rifugio nelle rocce. Tu hai fatto la luna per segnare il tempo e il sole è puntuale al suo tramonto. Come sono grandi le tue opere, Signore, e tutte le hai fatte con arte! La terra è piena delle tue creature. Gloria al Signore, per sempre! Canterò a te, Signore, finché ho respiro. Ti loderò, mio Dio, finché ho vita. Ti piaccia il mio canto, Signore; la mia gioia viene da te. Amen!

Sermone

Cari bambini e bambine della Scuola domenicale, cari fratelli e care sorelle, il tema scelto per questa giornata di Festa delle Scuole domenicali della Val Pellice è quello della natura come creazione di Dio.

Sono per tutti un meraviglia i fiori di ogni genere e colore, come gli alberi, piccoli o maestosi, i loro frutti, il cielo azzurro, l’acqua… il mare…

Il Salmo 104 è un invito a dare lode a Dio attraverso lo splendore della sua creazione.

Ciò che Dio crea è la vita, tutti noi che siamo vivi, quindi, siamo legati a Dio che ci mantiene in vita. Si tratta dell’amore di Dio per noi, proprio come ci ama la mamma e il papà. È lo stesso amore.

Loda Dio un credente profondamente sorpreso dalla bellezza della natura: dei monti, dei campi, dei fiumi, dei fiori, degli animali, dell'aria, del fuoco, della terra e dell’acqua.

Ci guardiamo attorno e restiamo sempre stupiti, e ringraziamo Dio per questo: per l’amore dei genitori, per la vita delle persone che ci amano e per la vita degli animali e della natura che in questo periodo di primavera si risveglia più che mai.

Ecco, il creato invita a lodare il Creatore.

Testo della predicazione: II Corinzi 4,16-18

«Non scoraggiamoci anche se il nostro essere esteriore va in disfacimento, quello interiore viene rinnovato giorno dopo giorno. Infatti, la lieve e momentanea tribolazione ci procura, oltre ogni misura, un carico eterno di gloria. Noi non scrutiamo le cose visibili, ma quelle invisibili. Quelle visibili, infatti, sono fugaci, mentre quelle invisibili sono eterne».

Sermone

Cari fratelli e sorelle, l’apostolo Paolo sta facendo una riflessione sul senso della vita. L’apostolo parla delle fragilità che le difficoltà della vita producono nei credenti, in questa lettera scrive a delle persone che attraversano momenti difficili dovuti a persecuzioni e discriminazioni. Perciò cerca di dare a questi credenti una parola di incoraggiamento.

L’apostolo Paolo sa che possiamo diventare fragili e deboli, sa che possiamo attraversare momenti di stanchezza durante i quali vorremmo rinunciare a tutto, vorremmo arrenderci e dire: «Ma chi me lo fa fare?», e a tutti dice che, quando sentiamo venir meno le forze e il senso della vita, dobbiamo ricordarci che è Dio stesso la fonte della vita”, è Lui che illumina l’interno della nostra esistenza che, a dispetto di ogni debolezza, la nostra vita riceve da Dio un valore nuovo e autentico che le dà sollievo, forza, coraggio.

Dio ci fa vedere in modo diverso le nostre fragilità, e lo fa attraverso il dono della fede. La fede dà il giusto peso alle cose e ridimensiona le prove e le difficoltà della vita, ci permette di superare il senso di paura e di tristezza. Se prima vedevamo una montagna che si presentava davanti a noi, ora vediamo un sasso da scavalcare lungo il nostro cammino.

Ecco, per l’apostolo, la fede ci aiuta a dare il giusto peso agli eventi che ogni giorno ci accadono, ci incoraggia a non ingigantirli, ma neppure a sottovalutarli, e ci invita a ricordare che Dio è davvero vicino a noi e ci accompagna, non solo dentro la nostra immaginazione o il nostro desiderio, ma concretamente.

Testo della predicazione: 1 Samuele 2,12. 6-8 (TILC)

Anna pregò così: «Il Signore ha riempito il mio cuore di gioia, il Signore ha risollevato il mio spirito abbattuto. Ora posso ridere dei miei nemici; Dio mi ha aiutata: sono piena di gioia. Solo il Signore è santo, lui solo è Dio. Solo il Signore è roccia sicura. Il Signore fa morire e fa vivere, fa scendere e risalire dal regno dei morti. Il Signore rende poveri e ricchi, umilia e innalza. Rialza il povero dalla polvere, solleva l'infelice dalla miseria: lo fa sedere in mezzo ai prìncipi, gli riserva un posto d'onore, perché il Signore è il fondatore del mondo e lo sostiene».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, l’evento della nascita del figlio di Anna, narrato nel primo libro di Samuele riguarda non solo Anna, ma la comunità intera a cui Anna appartiene: Israele. La nascita di un figlio da una donna o un uomo sterile, oggi può essere senz’altro essere una gioia, ma non è strano perché può accadere attraverso la tecnologia medica e scientifica. Nell’antico Israele, è l’occasione di una festa straordinaria: Anna riacquista la sua dignità di donna e il suo posto accanto al marito è ristabilito.

Dunque, Anna canta, deve cantare perché quelli che la mortificavano amareggiandole la vita, rinfacciandole la sua sterilità, adesso sarebbero stati zitti davanti all’opera di Dio!

Quello di Anna, non è un canto rivolto alla fatalità oppure alla fortuna, è il canto di chi è consapevole del fatto che Dio è davvero all’opera e che ha un disegno che vuole portare avanti.

Rendere possibile un figlio ad una donna sterile riguarda l’intera comunità afflitta, l’intero popolo sofferente. Non è un miracolo privato quello che accade qui, ma è affermata la volontà di Dio di offrire una possibilità nuova, una nuova vita.

Anche Israele deve cantare con Anna.

Testo della predicazione: Isaia 50,4-9

Dio, il Signore mi ha insegnato le parole adatte per sostenere i deboli. Ogni mattina mi prepara ad ascoltarlo, come discepolo diligente. Dio, il Signore, mi insegna ad ascoltarlo, e io non gli resisto né mi tiro indietro. Ho offerto la schiena a chi mi batteva, la faccia a chi mi strappava la barba. Non ho sottratto il mio volto agli sputi e agli insulti. Ma essi non riusciranno a piegarmi, perché Dio, il Signore, mi viene in aiuto, rendo il mio viso duro come la pietra. So che non resterò deluso. Il Signore mi è vicino, egli mi difenderà. Chi potrà accusarmi? Dio, il Signore, mi viene in aiuto. Chi mi dichiarerà colpevole? Tutti i miei avversari scompariranno. Diventeranno come un abito logoro, divorato dai tarli.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, nel libro del profeta Isaia abbiamo ascoltato il «terzo canto del servo del Signore». È un canto autobiografico. Il servo è il popolo stesso, Israele, che vive il segno profondo della sofferenza e dell’umiliazione a causa della deportazione in Babilonia per opera del re Nabucodonosor. Lo hanno colpito, gli hanno tirato la barba, lo hanno insultato, gli hanno sputato in faccia. Al servo è indicato il compito di proclamare anche in cattività la Parola di Dio, ed è questa Parola che gli permette di resistere alle ostilità e può sfidare i suoi oppositori invitandoli a un confronto davanti a un giudice in tribunale.

Tutta la violenza e l’umiliazione non hanno alcun potere, infatti egli dice, «il Signore è vicino, mi difenderà, chi potrà accusarmi?».

Ecco, si tratta della consapevolezza che credere in Dio non significa vivere senza dubbi e interrogativi, e neppure senza esperienze dolorose e delusioni. Credere in Dio significa invece, sentire crescere dentro di sé la forza per far fronte all’annientamento a cui ci porterebbero i colpi della vita e della nostra storia.

È un mistero quello che spesso accade, e cioè che il più battuto e vittima del dolore e delle lacrime è anche colui o colei che ha la forza di dare conforto agli altri. Perciò questo servo del Signore può dire: «Dio mi ha soccorso, non sono stato abbattuto» (v. 7).

Infatti la sorte degli avversari è ormai segnata, perché il re persiano Ciro sta avanzando e la caduta dell'Impero babilonese è vicina. Israele sarà finalmente libero e potrà tornare a servire Dio come fa un discepolo nei confronti del suo maestro.

Dice il testo originale ebraico del nostro canto: «Il Signore mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco; egli risveglia ogni mattina il mio orecchio perché io ascolti come ascoltano i discepoli».

Testo della predicazione: Geremia 13,1-11

Così mi ha detto il Signore: «Va', comprati una cintura di lino, mettitela attorno ai fianchi, ma non la porre nell'acqua». Così io comprai la cintura, secondo la parola del Signore, e me la misi attorno ai fianchi. La parola del Signore mi fu indirizzata per la seconda volta, in questi termini: «Prendi la cintura che hai comprata e che hai attorno ai fianchi; va' verso l'Eufrate e nascondila laggiù nella fessura d'una roccia». Io andai e la nascosi presso l'Eufrate, come il Signore mi aveva comandato. Dopo molti giorni, il Signore mi disse: «Àlzati, va' verso l'Eufrate e togli di là la cintura che io ti avevo comandato di nascondervi». Io andai verso l'Eufrate, scavai e tolsi la cintura dal luogo dove l'avevo nascosta. Ecco, la cintura era marcita, non era più buona a nulla. Allora la parola del Signore mi fu rivolta in questi termini: «Così parla il Signore: "In questo modo io distruggerò l'orgoglio di Giuda e il grande orgoglio di Gerusalemme, di questo popolo malvagio che rifiuta di ascoltare le mie parole, che cammina seguendo la caparbietà del suo cuore, e va dietro ad altri dèi per servirli e per prostrarsi davanti a loro; esso diventerà come questa cintura, che non è più buona a nulla. Infatti, come la cintura aderisce ai fianchi dell'uomo, così io avevo strettamente unita a me tutta la casa d'Israele e tutta la casa di Giuda", dice il Signore, "perché fossero mio popolo, mia fama, mia lode, mia gloria; ma essi non hanno voluto dare ascolto".

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, il profeta Geremia è chiamato ad annunciare un messaggio scomodo; lo fa rivolgendosi ad un popolo, Israele, che aveva rinnegato Dio con l’adorazione di divinità straniere, la venerazione degli astri, del sole e della luna, oltre a compiere scelte politiche equivoche e destinate al fallimento, scelte sociali egoistiche dettate da protervia, superbia derivate dal rifiuto di ascoltare la Parola di Dio. Il profeta parla di orgoglio, caparbietà del cuore e di malvagità del popolo; parla di un culto che è il risultato di un tentativo di ingannare Dio, mentre si tratta di un auto-inganno; così dirà Geremia: «La mia casa, nella quale è invocato il mio nome, è diventata una spelonca di ladri» (7,11).

In modo arrogante e presuntuoso, il popolo aveva rotto l’alleanza con Dio, una rottura che avrebbe portato a delle conseguenze più che ovvie: alla disgrazia.

Così, Geremia, compie un’azione dimostrativa che Dio gli ordina di fare: quella di comprare una cintura di lino e di indossarla; successivamente di portare quella cintura presso l’Eufrate e di nasconderla nella fessura di una roccia. Si trattava di una fascia di stoffa di lino legata ai fianchi a mo’ di cintura e che faceva parte dei paramenti dei sacerdoti secondo la legge mosaica (Esodo 28,1-5. 39-43); rappresentava il legame stretto tra Dio e il popolo, un legame che partiva dal patto con Dio sul monte Sinai e dalle parole «Voi sarete mio popolo e io sarò vostro Dio» (11,4) parole pronunciate dallo stesso profeta.

Ebbene, dopo un lungo lasso di tempo, Geremia deve tornare sul luogo in cui aveva nascosto la cintura di lino per riprenderla e per scoprire che era marcita, che non era più buona a nulla se non a essere gettata via.