Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Bellonatti

Archivio dei sermoni domenicali

Testo della predicazione: Isaia 49,1-6

Isole, ascoltatemi! Popoli lontani, state attenti! Il Signore mi ha chiamato fin dal seno materno, ha pronunciato il mio nome fin dal grembo di mia madre. Egli ha reso la mia bocca come una spada tagliente, mi ha nascosto nell'ombra della sua mano; ha fatto di me una freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra, e mi ha detto: «Tu sei il mio servo, Israele, per mezzo di te io manifesterò la mia gloria». Ma io dicevo: «Invano ho faticato; inutilmente e per nulla ho consumato la mia forza; ma certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa è presso il mio Dio». Ora parla il Signore che mi ha formato fin dal grembo materno per essere suo servo, per ricondurgli Giacobbe, per raccogliere intorno a lui Israele; io sono onorato agli occhi del Signore, il mio Dio è la mia forza. Egli dice: «È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e per ricondurre gli scampati d'Israele; voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra».

Sermone

Care sorelle e fratelli, in questo “Canto del servo” del profeta Isaia, il Signore dichiara di aver scelto un suo servo per affidargli una missione da compiere.

Israele è ancora in esilio forzato in Babilonia (l’attuale Iraq), e il profeta, agli albori della sua predicazione, proclama che il tempo della schiavitù è compiuto, che la gloria del Signore si rivelerà proprio nella liberazione di Israele, come fu un tempo liberato dalla schiavitù d’Egitto. Per questo prorompe in un canto che dice: «Consolate, consolate il mio popolo…»; Dio invia, quindi, un araldo per annunziare a Israele “la buona notizia” che il Signore viene, ancora una volta, per liberare.

L’intento del profeta è quello di ridestare negli esiliati la speranza di tornare a casa, nella terra promessa. Una speranza che gli ebrei non avevano più, anzi dicevano: «la nostra speranza è tramontata, siamo perduti per sempre» (Ezechiele 37).

Ma qui, il profeta Isaia prorompe in un canto di gioia tanto grande da permettergli di rivolgerlo perfino alle Isole lontane e ai popoli che vivono ai confini della terra a cui, magari, non importava nulla, ma il senso è che i gesti di liberazione vanno condivisi, raccontati, annunziati.

Così succede quando ci si sposa o quando ci nasce un figlio o quando ci accade qualcosa di molto importante: lo raccontiamo a tutti, anche a quelli che non hanno alcun interesse. In noi nasce la certezza che ciò che è successo in piccolo nella nostra storia, nella nostra vita, coinvolga tutti gli altri, il mondo intero, tutta la storia attorno a noi.

Testo della predicazione: Galati 5,22. 23. 25; 6,1-2. 7-10 – 22

Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, gentilezza, generosità, fiducia. 23 Contro queste cose non c’è legge. 25 Se viviamo nello Spirito, con lo Spirito siamo concordi. 6,1 Fratelli, se uno viene sorpreso in qualche trasgressione, voi rialzatelo con spirito di mansuetudine. Vigila su te stesso, perché anche tu non sia messo alla prova. 2 Portate i pesi gli uni degli altri e così adempirete la legge di Cristo. 7 Non vi ingannate! Dio non si fa prendere in giro. Ciò che uno semina, anche raccoglierà, perché chi semina per la propria carne, raccoglierà rovina; chi semina per lo Spirito, dallo Spirito mieterà vita eterna. Non stanchiamoci di fare il bene. L momento opportuno, infatti, se non ci saremo stancati, mieteremo. Ora, dunque, dato che ne abbiamo l’occasione, facciamo del bene a tutti.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, di questo brano mi ha molto colpito la frase: «Portate i pesi gli uni degli altri». Com’è possibile portarli? Se penso a chi nel mondo ha fame o sete, o è perseguitato a motivo delle sue convinzioni religiose o politiche o perché è omosessuale o disabile; mi sono apparse le immagini di chi attraversa i mari, che diventano spesso la loro tomba, per cercare una vita dignitosa, lontano da guerre, conflitti, ingiustizie, precarietà, vessazioni. Ma senza andare così lontano mi sono apparse le immagini delle tante persone, vicine a noi, senza un lavoro, o dei poveri che bussano alla porta della chiesa per chiedere una borsa della spesa. Ho visto le tante persone accanto a me che percorrono una strada di dolore, di sofferenza, di disperazione, di inquietudine.

Ho pensato che è davvero difficile portare questi pesi, i pesi dei tanti fratelli e delle tante sorelle della comunità umana.

Eppure, per l’apostolo Paolo questa è una condizione per essere credenti autentici. Senza paura e senza reticenze afferma: «Portate i pesi gli uni degli altri e così adempirete la legge di Cristo».

Non si tratta di un suo consiglio, ma del modo di mettere in pratica la legge di Cristo.

Ma qual è la legge di Cristo? Per Paolo è la legge dell'amore.

Testo della predicazione: I Tessalonicesi 1,2-10

Noi ringraziamo sempre Dio per voi tutti, ricordandovi nelle nostre preghiere, rammentando l'opera della vostra fede, la fatica dell'amore e la costanza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo davanti a Dio, nostro Padre. Conosciamo, fratelli amati da Dio, la vostra elezione. Infatti, il nostro vangelo non vi è stato annunziato soltanto con parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena certezza. Voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore, avendo accettato la Parola in mezzo a molte sofferenze, con la gioia dello Spirito Santo, al punto da diventare un esempio per tutti i credenti (…).

Infatti, da voi la Parola del Signore si è sparsa, non soltanto in Macedonia e in Acaia, ma la fama della fede che avete in Dio è giunta in ogni luogo (…). Tutti raccontano (…) del vostro servizio al Dio vivente, nell'attesa del Figlio suo dai cieli e che Egli ha risuscitato dai morti.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, l’apostolo Paolo ringrazia Dio perché i credenti della chiesa di Tessalonica sono fermi nella fede in Cristo. È stato l’apostolo stesso a fondare quella chiesa con la predicazione del Vangelo, un vangelo annunciato con passione e con piena certezza, come dirà egli stesso. Ora, però, l’apostolo è altrove, e non ha modo di visitare i credenti tessalonicesi per consolidarli ulteriormente nella fede, però, avendo inviato Timoteo, un suo compagno nella predicazione, ha ricevuto buone notizie, senz’altro inattese, che lo riempiono di gioia. Così scrive, con grande riconoscenza, una lettera, quella di cui abbiamo ascoltato la parte iniziale.

L’apostolo afferma di pregare, prega per i credenti che sono vittime di persecuzioni, sofferenze e difficoltà di vario genere, prega perché la fede di questi credenti non vacilli a causa delle prove.

A un certo punto, la preghiera dell’apostolo si trasforma: da preghiera di richiesta diventa una preghiera di ringraziamento. Non ringrazia i credenti per essere fedeli, ma ringrazia Dio che li sostiene e li rende forti nelle prove e nelle difficoltà della vita.

Perciò, i credenti di Tessalonica sono ricordati dall’apostolo Paolo, nelle sue preghiere, per:

  • l’opera della loro fede;
  • la fatica del loro amore;
  • la costanza della loro speranza.

Testo della predicazione: Atti 3,1-10

Mentre Pietro e Giovanni salivano al tempio in occasione della preghiera dell'ora nona, un tale, zoppo dalla nascita, veniva portato lì. Ogni giorno lo ponevano vicino alla porta del tempio detta “Bella”, per chiedere l'elemosina a quelli che entravano nel santuario. Questi, vedendo Pietro e Giovanni sul punto di entrare nel santuario, chiese loro l'elemosina. Allora Pietro, insieme a Giovanni, fissato lo sguardo su di lui, disse: «Guardaci!» Ed egli aspettandosi di ricevere qualcosa da loro, li osservava. Pietro disse: «Non possiedo argento e oro, ma quel che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati e cammina!» Lo prese allora per la mano destra e lo fece alzare. Immediatamente, i suoi piedi e le sue caviglie acquistarono vigore. Con un balzo si mise in piedi e cominciò a camminare. Poi, entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio. E tutto il popolo lo vide camminare e lodare Dio. Lo riconoscevano, infatti, come colui che stava seduto a chiedere l'elemosina accanto alla porta "Bella" del tempio, e furono colmi di stupore e di smarrimento per quanto gli era successo.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, il centro del racconto che abbiano ascoltato è la parola che Pietro rivolge allo zoppo: «Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati cammina».

Pietro e Giovanni si recano nel tempio per pregare e, attraversando una delle porte del tempio, incontrano un paralitico, così fin dalla nascita, che chiede l’elemosina. Ma i due apostoli non hanno soldi, non hanno delle monete d’argento o d’oro da dare all’uomo che ha pur bisogno di sopravvivere non potendo lavorare. Non riceve la pensione d’invalidità civile!!!

I due possono passare oltre, far finta di niente, cambiare strada, evitare l’uomo. Non poter aiutare spesso ci fa sentire mancanti. Ma se i due apostoli avessero avuto dei soldi con sé avrebbero potuto assolvere a un loro dovere, come tutti gli altri, e sentirsi sufficientemente buoni e altruisti.

Eppure, tante volte non ci rendiamo conto di quanto smorziamo l’amore, la compassione e la tenerezza quando deleghiamo al denaro, alla nostra offerta o a un regalo anche prezioso, il nostro amore, le nostre attenzioni, i nostri affetti, le nostre cure. In fondo l’elemosina non ci impegna a farci carico dell’altra persona, non ci impegna come persone, come credenti, ma mantiene quella certa distanza per non essere troppo coinvolti in un rapporto, in una relazione che potrebbe sfociare in qualche legame forte.

Pietro e Giovanni si sentono chiamati invece a instaurare un rapporto umano e un vincolo forte di solidarietà.

Testo della predicazione: Filippesi 2,1-4

«Se c'è, dunque, una consolazione in Cristo, se c'è un incoraggiamento d'amore, se c'è una comunione di Spirito, se ci sono sentimenti di compassione e di misericordia, colmate la mia gioia avendo lo stesso pensiero, lo stesso amore e un solo animo; pensando un'unica cosa, non facendo nulla per ambizione o vanagloria, ma in umiltà. Stimate gli altri superiori a voi stessi, cercando ciascuno non il proprio bene, ma anche quello degli altri».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, è dal carcere di Efeso che l’apostolo Paolo scrive questa lettera alla chiesa della città di Filippi. È dalla prigionia che rivolge un accorato appello a quella comunità che ha visto nascere e crescere, una comunità il cui affetto e amore supera ogni altra. Eppure anche la comunità dei filippesi è provata, sta subendo duri attacchi e persecuzioni dal mondo pagano, ma la sua fede è forte, incrollabile e l’apostolo sa che in momenti difficili come questi il fatto di continuare a vivere e a testimoniare l’Evangelo della libertà e dell’amore di Cristo significa vivere della grazia di Dio.

     Nonostante la comunità cristiana di Filippi abbia una buona testimonianza tra il mondo cristiano, è ad essa che l’apostolo si rivolge in tono supplichevole: «colmate la mia gioia avendo lo stesso pensiero, lo stesso amore, e un solo animo, pensando un’unica cosa». Possono sembrare le parole di un padre che desidera che i suoi figli non litighino tra loro e che vivano d’amore e d’accordo.

Ma la comunità dei credenti non è una semplice famiglia alla quale si possono applicare tutti quei principi che la regolano e ad essa si richiamano; perché in ogni famiglia, benché unita, ognuno poi prende la propria strada, segue il proprio destino, i figli prendono mogli, le figlie mariti, e formano altri nuclei famigliari.

     L’apostolo Paolo, in realtà, si rivolge a una comunità di credenti chiamata a essere e a vivere in modo autenticamente evangelico. Questo è l’appello dell’apostolo: si appella all’amore che è fondato su Cristo e a partire dal quale ogni rapporto umano cambia, perché l’amore permette di dialogare da pari a pari, senza ritenersi superiori, senza interessi personali, senza spirito di parte.

Domenica, 20 Maggio 2018 15:47

Sermone di Pentecoste 2018 (Atti 2,1-12)

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Testo della predicazione: Atti 2,1-12

Quando giunse il giorno della Pentecoste, erano tutti insieme nello stesso luogo. Improvvisamente si udì un suono irrompere dal cielo come un vento forte che riempì tutta la casa dove essi si trovavano. Apparvero loro delle lingue come di fuoco, che si dividevano, e se ne posò una su ognuno di loro. Tutti furono ricolmi di Spirito Santo e iniziarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito concedeva loro di esprimersi. A Gerusalemme risiedevano dei Giudei, osservanti, provenienti da ogni nazione che è sotto il cielo. Quando giunse quel suono, la folla si riunì e fu confusa, perché ognuno li udiva parlare nella propria lingua. Sorpresi e meravigliati dicevano: «Questi che parlano non sono tutti Galilei? Come mai li udiamo parlare ognuno nella nostra lingua di origine? Noi, Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e delle regioni della Libia cirenaica; noi, Romani qui residenti, Giudei e proseliti, Cretesi e Arabi, li udiamo parlare delle grandi opere di Dio nelle nostre lingue». Tutti, sconcertati e perplessi, dicevano l'uno all'altro: «Che cosa vuol dire questo?». Una meteora è un frammento di cometa o di asteroide (o di un altro corpo celeste), che entrando all'interno dell'atmosfera terrestre a una velocità compresa tra gli 11,2 e i 72,8 km/s si incendia a causa dell'attrito. Questo è quanto ci direbbe, dati alla mano, un astronomo interpellato sull’accaduto appena descritto; tuttavia, per quanto sarebbe una spiegazione estremamente ragionevole, non è questo ciò che accadde, per quanto il testo dica espressamente «si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia».

Sermone

Se all’epoca fosse stato presente un reporter della BBC o dell’ANSA avremmo probabilmente letto titoloni del tipo “misterioso drone militare colpisce una casa di missionari con armi incendiarie non ancora identificate!!”; tuttavia neppure lui avrebbe ragione.

Oltretutto, come se già la pirotecnica non fosse abbastanza, è altrettanto inspiegabile, almeno apparentemente, l’effetto che questa produce su coloro che ne vengono colpiti: il dono delle lingue.

Anche qui, qualcuno griderebbe al miracolo, altri (come detto più avanti nel testo) li penserebbe ubriachi, qualcun altro li definirebbe deliranti o semplicemente impazziti.

Tutto questo mio apparente divagare su teorie razionali non è un tentativo disperato di definire scientificamente un evento che ha tutte le caratteristiche di un racconto magico o immaginifico. Ciò che mi preme evidenziare è come uno stesso evento può essere vissuto e raccontato in maniera diversa, e questo perché ognuno di noi elabora la realtà in maniera differente; infatti il passo biblico termina con due reazioni assai distanti tra loro: stupore e perplessità.

Testo della predicazione: Geremia 31,31-34

«Ecco, i giorni vengono», dice il Signore, «in cui io farò un nuovo patto con la casa d'Israele e con la casa di Giuda; non come il patto che feci con i loro padri il giorno che li presi per mano per condurli fuori dal paese d'Egitto: patto che essi violarono, sebbene io fossi loro signore», dice il Signore; «ma questo è il patto che farò con la casa d'Israele, dopo quei giorni», dice il Signore: «io metterò la mia legge nell'intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò loro Dio, ed essi saranno mio popolo. Nessuno istruirà più il suo compagno o il proprio fratello, dicendo: "Conoscete il Signore!", poiché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande», dice il Signore. «Poiché io perdonerò la loro iniquità, non mi ricorderò del loro peccato».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, il profeta Geremia è un “profeta della crisi”, nel senso che è coinvolto nella più grande crisi della storia d’Israele che corrisponde al suo declino politico e alla distruzione di Gerusalemme e del Tempio. Siamo attorno al 580 a.C. Geremia ha un compito profetico che lo porta a confrontarsi duramente tanto con la realtà politica, quanto con quella religiosa.

Per questo il libro delle “Lamentazioni” di Geremia è la fonte dell’interpretazione del profeta stesso: egli ci dice che ciascuno di noi ha il diritto al lamento, cioè ad aprirsi a Dio senza paura. Però, il profeta non perde di vista l’essenziale, non si perde nel lamento, ma va oltre per costruire un rapporto con Dio giusto, sano, e l’intensità del suo messaggio diventa tanto profonda da giungere alle potenti metafore della Parola di Dio vista come un fuoco o come un martello che frantuma le pietre.

Israele ha abbandonato Dio per servire altri dèi (1,16) perciò le conseguenze di questa scelta saranno inevitabili: l’autodistruzione che corrisponderà alla deportazione in Babilonia del 587 a.C. Geremia invita il popolo alla conversione, cioè a tornare a Dio, che è sempre stato un liberatore, e annuncia che Dio stesso muterà/convertirà la loro prigionia, la deportazione in Babilonia, in libertà.

Testo della predicazione: Salmo 104 passim

Loda il Signore, anima mia: Signore, mio Dio, quanto sei grande! Sei avvolto in un manto di luce. Hai disteso il cielo come una tenda, avanzi sulle ali del vento. Hai fissato la terra su solide basi; dalle sorgenti fai scendere le acque ed ecco ruscelli scorrere tra i monti. Alle loro sponde vengono le bestie della campagna, le zebre vi placano la sete. Là intorno fanno nidi gli uccelli e tra le foglie compongono canti. Sulla cima dimora la cicogna. Dall'alto dei cieli fai piovere sui monti, non fai mancare alla terra l'acqua necessaria. Fai crescere l'erba per il bestiame e le piante che l'uomo coltiva. Sulle alte montagne vivono i cervi, i tassi trovano rifugio nelle rocce. Tu hai fatto la luna per segnare il tempo e il sole è puntuale al suo tramonto. Come sono grandi le tue opere, Signore, e tutte le hai fatte con arte! La terra è piena delle tue creature. Gloria al Signore, per sempre! Canterò a te, Signore, finché ho respiro. Ti loderò, mio Dio, finché ho vita. Ti piaccia il mio canto, Signore; la mia gioia viene da te. Amen!

Sermone

Cari bambini e bambine della Scuola domenicale, cari fratelli e care sorelle, il tema scelto per questa giornata di Festa delle Scuole domenicali della Val Pellice è quello della natura come creazione di Dio.

Sono per tutti un meraviglia i fiori di ogni genere e colore, come gli alberi, piccoli o maestosi, i loro frutti, il cielo azzurro, l’acqua… il mare…

Il Salmo 104 è un invito a dare lode a Dio attraverso lo splendore della sua creazione.

Ciò che Dio crea è la vita, tutti noi che siamo vivi, quindi, siamo legati a Dio che ci mantiene in vita. Si tratta dell’amore di Dio per noi, proprio come ci ama la mamma e il papà. È lo stesso amore.

Loda Dio un credente profondamente sorpreso dalla bellezza della natura: dei monti, dei campi, dei fiumi, dei fiori, degli animali, dell'aria, del fuoco, della terra e dell’acqua.

Ci guardiamo attorno e restiamo sempre stupiti, e ringraziamo Dio per questo: per l’amore dei genitori, per la vita delle persone che ci amano e per la vita degli animali e della natura che in questo periodo di primavera si risveglia più che mai.

Ecco, il creato invita a lodare il Creatore.

Testo della predicazione: II Corinzi 4,16-18

«Non scoraggiamoci anche se il nostro essere esteriore va in disfacimento, quello interiore viene rinnovato giorno dopo giorno. Infatti, la lieve e momentanea tribolazione ci procura, oltre ogni misura, un carico eterno di gloria. Noi non scrutiamo le cose visibili, ma quelle invisibili. Quelle visibili, infatti, sono fugaci, mentre quelle invisibili sono eterne».

Sermone

Cari fratelli e sorelle, l’apostolo Paolo sta facendo una riflessione sul senso della vita. L’apostolo parla delle fragilità che le difficoltà della vita producono nei credenti, in questa lettera scrive a delle persone che attraversano momenti difficili dovuti a persecuzioni e discriminazioni. Perciò cerca di dare a questi credenti una parola di incoraggiamento.

L’apostolo Paolo sa che possiamo diventare fragili e deboli, sa che possiamo attraversare momenti di stanchezza durante i quali vorremmo rinunciare a tutto, vorremmo arrenderci e dire: «Ma chi me lo fa fare?», e a tutti dice che, quando sentiamo venir meno le forze e il senso della vita, dobbiamo ricordarci che è Dio stesso la fonte della vita”, è Lui che illumina l’interno della nostra esistenza che, a dispetto di ogni debolezza, la nostra vita riceve da Dio un valore nuovo e autentico che le dà sollievo, forza, coraggio.

Dio ci fa vedere in modo diverso le nostre fragilità, e lo fa attraverso il dono della fede. La fede dà il giusto peso alle cose e ridimensiona le prove e le difficoltà della vita, ci permette di superare il senso di paura e di tristezza. Se prima vedevamo una montagna che si presentava davanti a noi, ora vediamo un sasso da scavalcare lungo il nostro cammino.

Ecco, per l’apostolo, la fede ci aiuta a dare il giusto peso agli eventi che ogni giorno ci accadono, ci incoraggia a non ingigantirli, ma neppure a sottovalutarli, e ci invita a ricordare che Dio è davvero vicino a noi e ci accompagna, non solo dentro la nostra immaginazione o il nostro desiderio, ma concretamente.