Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Bellonatti

Archivio dei sermoni domenicali

Testo della predicazione: 1 Samuele 2,12. 6-8 (TILC)

Anna pregò così: «Il Signore ha riempito il mio cuore di gioia, il Signore ha risollevato il mio spirito abbattuto. Ora posso ridere dei miei nemici; Dio mi ha aiutata: sono piena di gioia. Solo il Signore è santo, lui solo è Dio. Solo il Signore è roccia sicura. Il Signore fa morire e fa vivere, fa scendere e risalire dal regno dei morti. Il Signore rende poveri e ricchi, umilia e innalza. Rialza il povero dalla polvere, solleva l'infelice dalla miseria: lo fa sedere in mezzo ai prìncipi, gli riserva un posto d'onore, perché il Signore è il fondatore del mondo e lo sostiene».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, l’evento della nascita del figlio di Anna, narrato nel primo libro di Samuele riguarda non solo Anna, ma la comunità intera a cui Anna appartiene: Israele. La nascita di un figlio da una donna o un uomo sterile, oggi può essere senz’altro essere una gioia, ma non è strano perché può accadere attraverso la tecnologia medica e scientifica. Nell’antico Israele, è l’occasione di una festa straordinaria: Anna riacquista la sua dignità di donna e il suo posto accanto al marito è ristabilito.

Dunque, Anna canta, deve cantare perché quelli che la mortificavano amareggiandole la vita, rinfacciandole la sua sterilità, adesso sarebbero stati zitti davanti all’opera di Dio!

Quello di Anna, non è un canto rivolto alla fatalità oppure alla fortuna, è il canto di chi è consapevole del fatto che Dio è davvero all’opera e che ha un disegno che vuole portare avanti.

Rendere possibile un figlio ad una donna sterile riguarda l’intera comunità afflitta, l’intero popolo sofferente. Non è un miracolo privato quello che accade qui, ma è affermata la volontà di Dio di offrire una possibilità nuova, una nuova vita.

Anche Israele deve cantare con Anna.

Testo della predicazione: Isaia 50,4-9

Dio, il Signore mi ha insegnato le parole adatte per sostenere i deboli. Ogni mattina mi prepara ad ascoltarlo, come discepolo diligente. Dio, il Signore, mi insegna ad ascoltarlo, e io non gli resisto né mi tiro indietro. Ho offerto la schiena a chi mi batteva, la faccia a chi mi strappava la barba. Non ho sottratto il mio volto agli sputi e agli insulti. Ma essi non riusciranno a piegarmi, perché Dio, il Signore, mi viene in aiuto, rendo il mio viso duro come la pietra. So che non resterò deluso. Il Signore mi è vicino, egli mi difenderà. Chi potrà accusarmi? Dio, il Signore, mi viene in aiuto. Chi mi dichiarerà colpevole? Tutti i miei avversari scompariranno. Diventeranno come un abito logoro, divorato dai tarli.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, nel libro del profeta Isaia abbiamo ascoltato il «terzo canto del servo del Signore». È un canto autobiografico. Il servo è il popolo stesso, Israele, che vive il segno profondo della sofferenza e dell’umiliazione a causa della deportazione in Babilonia per opera del re Nabucodonosor. Lo hanno colpito, gli hanno tirato la barba, lo hanno insultato, gli hanno sputato in faccia. Al servo è indicato il compito di proclamare anche in cattività la Parola di Dio, ed è questa Parola che gli permette di resistere alle ostilità e può sfidare i suoi oppositori invitandoli a un confronto davanti a un giudice in tribunale.

Tutta la violenza e l’umiliazione non hanno alcun potere, infatti egli dice, «il Signore è vicino, mi difenderà, chi potrà accusarmi?».

Ecco, si tratta della consapevolezza che credere in Dio non significa vivere senza dubbi e interrogativi, e neppure senza esperienze dolorose e delusioni. Credere in Dio significa invece, sentire crescere dentro di sé la forza per far fronte all’annientamento a cui ci porterebbero i colpi della vita e della nostra storia.

È un mistero quello che spesso accade, e cioè che il più battuto e vittima del dolore e delle lacrime è anche colui o colei che ha la forza di dare conforto agli altri. Perciò questo servo del Signore può dire: «Dio mi ha soccorso, non sono stato abbattuto» (v. 7).

Infatti la sorte degli avversari è ormai segnata, perché il re persiano Ciro sta avanzando e la caduta dell'Impero babilonese è vicina. Israele sarà finalmente libero e potrà tornare a servire Dio come fa un discepolo nei confronti del suo maestro.

Dice il testo originale ebraico del nostro canto: «Il Signore mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco; egli risveglia ogni mattina il mio orecchio perché io ascolti come ascoltano i discepoli».

Testo della predicazione: Geremia 13,1-11

Così mi ha detto il Signore: «Va', comprati una cintura di lino, mettitela attorno ai fianchi, ma non la porre nell'acqua». Così io comprai la cintura, secondo la parola del Signore, e me la misi attorno ai fianchi. La parola del Signore mi fu indirizzata per la seconda volta, in questi termini: «Prendi la cintura che hai comprata e che hai attorno ai fianchi; va' verso l'Eufrate e nascondila laggiù nella fessura d'una roccia». Io andai e la nascosi presso l'Eufrate, come il Signore mi aveva comandato. Dopo molti giorni, il Signore mi disse: «Àlzati, va' verso l'Eufrate e togli di là la cintura che io ti avevo comandato di nascondervi». Io andai verso l'Eufrate, scavai e tolsi la cintura dal luogo dove l'avevo nascosta. Ecco, la cintura era marcita, non era più buona a nulla. Allora la parola del Signore mi fu rivolta in questi termini: «Così parla il Signore: "In questo modo io distruggerò l'orgoglio di Giuda e il grande orgoglio di Gerusalemme, di questo popolo malvagio che rifiuta di ascoltare le mie parole, che cammina seguendo la caparbietà del suo cuore, e va dietro ad altri dèi per servirli e per prostrarsi davanti a loro; esso diventerà come questa cintura, che non è più buona a nulla. Infatti, come la cintura aderisce ai fianchi dell'uomo, così io avevo strettamente unita a me tutta la casa d'Israele e tutta la casa di Giuda", dice il Signore, "perché fossero mio popolo, mia fama, mia lode, mia gloria; ma essi non hanno voluto dare ascolto".

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, il profeta Geremia è chiamato ad annunciare un messaggio scomodo; lo fa rivolgendosi ad un popolo, Israele, che aveva rinnegato Dio con l’adorazione di divinità straniere, la venerazione degli astri, del sole e della luna, oltre a compiere scelte politiche equivoche e destinate al fallimento, scelte sociali egoistiche dettate da protervia, superbia derivate dal rifiuto di ascoltare la Parola di Dio. Il profeta parla di orgoglio, caparbietà del cuore e di malvagità del popolo; parla di un culto che è il risultato di un tentativo di ingannare Dio, mentre si tratta di un auto-inganno; così dirà Geremia: «La mia casa, nella quale è invocato il mio nome, è diventata una spelonca di ladri» (7,11).

In modo arrogante e presuntuoso, il popolo aveva rotto l’alleanza con Dio, una rottura che avrebbe portato a delle conseguenze più che ovvie: alla disgrazia.

Così, Geremia, compie un’azione dimostrativa che Dio gli ordina di fare: quella di comprare una cintura di lino e di indossarla; successivamente di portare quella cintura presso l’Eufrate e di nasconderla nella fessura di una roccia. Si trattava di una fascia di stoffa di lino legata ai fianchi a mo’ di cintura e che faceva parte dei paramenti dei sacerdoti secondo la legge mosaica (Esodo 28,1-5. 39-43); rappresentava il legame stretto tra Dio e il popolo, un legame che partiva dal patto con Dio sul monte Sinai e dalle parole «Voi sarete mio popolo e io sarò vostro Dio» (11,4) parole pronunciate dallo stesso profeta.

Ebbene, dopo un lungo lasso di tempo, Geremia deve tornare sul luogo in cui aveva nascosto la cintura di lino per riprenderla e per scoprire che era marcita, che non era più buona a nulla se non a essere gettata via.

Testo della predicazione: II Corinzi 12,7-10

E perché io non avessi a insuperbire per l'eccellenza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un angelo di Satana, per schiaffeggiarmi affinché io non insuperbisca. Tre volte ho pregato il Signore perché l'allontanasse da me; ed egli mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me. Per questo mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando sono debole, allora sono forte.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, in questo brano, l’apostolo Paolo riflette sulle sue debolezze fisiche che possono essere oggetto della grazia di Dio.

Nei versetti precedenti i nostri, l’apostolo spiega di avere ricevuto delle rivelazioni sovrumane: un rapimento in Paradiso, nel terzo cielo, dove ha visto e sentito cose che non è possibile raccontare con parole umane. Si tratta di un’esperienza spirituale intensa, carica di quell’emotività che indurrebbe l’apostolo a rimanere in una condizione estatica perenne. Ma Paolo non vuole dare a quell’esperienza un’importanza eccessiva, perché è consapevole che il soggetto della sua predicazione non è la sua esperienza personale, ma la croce di Cristo, l’amore di Dio, la sua grazia e il suo perdono.

Certo, non deve essere facile, perché per l’apostolo, come per tutti noi, le esperienze sono proprio quelle che determinano il nostro carattere, la nostra vita e la nostra storia.

Come farà Paolo a vivere e a continuare a evangelizzare non tenendo conto di un’esperienza così carica di forza per il suo messaggio?

Testo della predicazione: Geremia 9,23-24

Così parla il Signore: «Il saggio non si glori della sua saggezza, il forte non si glori della sua forza, il ricco non si glori della sua ricchezza: ma chi si gloria si glori di questo: che ha intelligenza e conosce me, che sono il Signore. Io pratico la bontà, il diritto e la giustizia sulla terra, perché di queste cose mi compiaccio», dice il Signore.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, avere saggezza è una grande dote umana, tutte le persone sagge, purtroppo non sempre sono riconosciute per la loro saggezza; a volte accade che tale riconoscimento giunga dopo la loro morte. Resta la speranza che non siano vissuti invano.

Così accade anche per le persone forti di temperamento: che non cedono a compromessi, alla corruzione, che si mantengono integri, onesti, autentici; come pure per le persone ricche che ricevono onori e magnificenze a motivo del loro potere dovuto alla ricchezza.

Sappiamo tutti come i profeti biblici tuonano contro l’attaccamento alle ricchezze perché distolgono l’attenzione da ciò che è essenziale, da ciò che è veramente importante e che dona un senso pieno al mondo, alla vita, alle persone.

I profeti tuonano contro tutto ciò che causa annullamento di obiettivi civili raggiunti, di ciò che causa povertà e indigenza. I profeti tuonano contro quelle ricchezze ottenute impoverendo l’”orfano” e la “vedova”.

In realtà, il profeta Geremia di cui abbiamo letto oggi un brano al capitolo 9, non demonizza “a priori” doti come la ricchezza, la saggezza e la forza umane, non tuona contro chi le possiede, e non considera la saggezza, la ricchezza e la forza come peccato.

Il profeta riconosce che ci può essere del bene in tutte le cose, perfino in quelle cose che possono essere reputate negative, insensate, o che si configurano in un orizzonte di superficialità o di “umanità”, il profeta ritiene che Dio possa perfino usarle per la sua gloria e la sua testimonianza.

Sei saggio, forte, ricco? Bene! – afferma il profeta.

Testo della predicazione: I Corinzi 1,26-31

Fratelli, guardate la vostra vocazione; non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili; ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, perché nessuno si vanti di fronte a Dio. Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, ossia giustizia, santificazione e redenzione; affinché com’è scritto: «Chi si vanta, si vanti nel Signore».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, in questo scritto in cui l’apostolo scrive alla comunità cristiana di Corinto, affronta il tema della gratuità dell’amore, della grazia e del perdono di Dio.

I credenti, sono tali perché hanno ricevuto la fede da Dio, e questa fede non l’hanno ricevuta perché sono più intelligenti, sapienti o più giusti e santi di altri; i credenti, dunque, non possono avere alcun vanto riguardo alla loro fede: essa è un dono gratuito di Dio.

«Guardate la vostra vocazione», scrive l’apostolo, come dire: «Guardate che cosa siete diventati voi, per grazia di Dio, senza alcun merito, senza nessuna delle vostre carte in regola, senza appartenere a classi agiate, o a classi di intellettuali, di persone altolocate che esercitano poteri forti». No, Maria diceva: «Il Signore ha buttato giù dai troni i potenti e ha mandato a mani vuote i ricchi».

Così accadrà che i Magi d’oriente faranno una lunga strada per abbassarsi nell’adorazione di un bambino povero che nasce in una stalla e deposto in una mangiatoia: questa è la logica di Dio, è la logica per la quale non ci sono ceti di appartenenza giusti, come il popolo ebraico, ma tutti hanno accesso alla fede e alla grazia, qualunque sia la propria condizione a patto che riconosca Dio nell’umiltà, nella povertà, nell’impotenza, nella semplicità.

Eppure non mancano credenti ancora convinti che Dio stia dalla parte dei potenti che altri onorano e riveriscono. Credenti che affermano: «Dio non mi ascolta perché non ho influenza politica», o «perché non ho alcun potere», o «perché non ho l’intelligenza di capire la Bibbia». No, Paolo dice chiaramente: «Dio ha chiamato voi alla fede, proprio perché non siete né ricchi, né potenti».

Lunedì, 25 Dicembre 2017 12:47

Culto di Natale 2017

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Testo della predicazione: Luca 2,1-20

In quel tempo uscì un decreto da parte di Cesare Augusto, che ordinava il censimento di tutto l'impero. Questo fu il primo censimento fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi registrare, ciascuno alla sua città. Dalla Galilea, dalla città di Nazaret, anche Giuseppe salì in Giudea, alla città di Davide chiamata Betlemme, perché era della casa e famiglia di Davide, per farsi registrare con Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre erano là, si compì per lei il tempo del parto; ed ella diede alla luce il suo figlio primogenito, lo fasciò, e lo coricò in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo. In quella stessa regione c'erano dei pastori che stavano nei campi e di notte facevano la guardia al loro gregge. E un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore risplendé intorno a loro, e furono presi da gran timore. L'angelo disse loro: «Non temete, perché io vi porto la buona notizia di una grande gioia che tutto il popolo avrà: "Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore. E questo vi servirà di segno: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia"». E a un tratto vi fu con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nei luoghi altissimi, e pace in terra agli uomini ch'egli gradisce!» Quando gli angeli se ne furono andati verso il cielo, i pastori dicevano tra di loro: «Andiamo fino a Betlemme e vediamo ciò che è avvenuto, e che il Signore ci ha fatto sapere». Andarono in fretta, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia; e, vedutolo, divulgarono quello che era stato loro detto di quel bambino. E tutti quelli che li udirono si meravigliarono delle cose dette loro dai pastori. Maria serbava in sé tutte queste cose, meditandole in cuor suo. E i pastori tornarono indietro, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato loro annunciato.

Sermone

Il racconto del Natale secondo Luca, pur noto, ci può ancora riservare delle sorprese.

Tanto per cominciare, qual è il centro della storia? Non lo è il bambino che nasce: tutto il racconto di Maria e di Giuseppe, che in povertà arrivano a Betlemme, è di una semplicità estrema e non vuole essere celebrativo. Neanche i pastori sono il centro del discorso: loro dovranno essere dei testimoni. Di che cosa? Ecco il punto! Avvolti nella sua gloria, ricevono dall'angelo l’annuncio che è nato il Messia. Dio ha adempiuto le Sue promesse di salvezza. E lo ha fatto in modo paradossale, perché la sua azione salvifica diviene visibile in un luogo umile e povero. I pastori accorrono e riconoscono che quelle parole erano veritiere e diffondono la notizia.

Testo della predicazione: Matteo 1,18-24

La nascita di Gesù Cristo avvenne in questo modo. Maria, sua madre, era stata promessa sposa a Giuseppe e, prima che fossero venuti a stare insieme, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe, suo marito, che era uomo giusto e non voleva esporla a infamia, si propose di lasciarla segretamente. Ma mentre aveva queste cose nell'animo, un angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua moglie; perché ciò che in lei è generato, viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati».  Tutto ciò avvenne, affinché si adempisse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «La vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emmanuele», che tradotto vuol dire: «Dio con noi». Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l'angelo del Signore gli aveva comandato e prese con sé sua moglie.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, oggi abbiamo raggiunto un grado significativo circa la paternità e la maternità, l’avere dei figli. Si può parlare oggi di maternità responsabile, si pianifica un figlio, oppure no se non possiamo garantirgli una condizione di vita accettabile.

Anche se purtroppo succede che sono sempre meno le donne e gli uomini che sono pronti ad accettano la responsabilità di avere un figlio/a. E può capitare che, quando una gravidanza è frutto di “un incidente di percorso”, allora essa è recepita come uno spezzare la tranquillità che si voleva, o l’interruzione di progetti diversi.

I figli certamente cambiano la vita ed essa non sarà più la stessa di prima.

Come una gravidanza non programmata, in modi diversi, Dio interviene nella nostra vita e ne interrompe il corso in modo inatteso, ci fa cambiare direzione. E noi ci troviamo impreparati e l’accaduto ci scombussola, scompiglia i nostri progetti.

Testo della predicazione: 1 Giovanni 4,16-19 (passim)

«Noi abbiamo conosciuto l'amore che Dio ha per noi, e vi abbiamo creduto. Dio è amore. In questo l'amore è reso perfetto in noi: che noi abbiamo fiducia. Nell'amore non c'è paura; anzi, l'amore perfetto caccia via la paura, perché chi ha paura teme un castigo. Quindi chi ha paura non è perfetto nell'amore. Noi amiamo perché Dio ci ha amati per primo».

Sermone

Cari bambini e care bambine, monitrici, fratelli e sorelle: «Nell’amore non c’è paura, perché l’amore caccia via la paura» dice la Bibbia.

Che significa questa frase? Che chi ama non ha paura?

Significa che, se voi volete bene i vostri genitori, non dovete avere paura? Beh, sì, perché i vostri genitori vi proteggono, si prendono cura di voi, vi dicono dove sono i pericoli, vi danno sempre buoni consigli (alle vote anche degli ordini cui obbedire) e lo fanno per il vostro bene.

Perché lo fanno? Perché tante volte si disperano per voi?

Lo fanno perché vi vogliono bene! Vi amano, e vogliono che voi cresciate bene, imparando a conoscere il mondo, il bene, il male, e affinché un giorno potrete fare tutto da soli, senza più loro attorno.

Ma quando sarete adulti, non domani!