Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Bellonatti

Archivio dei sermoni domenicali

Testo della predicazione: Geremia 31,31-34

«Ecco, i giorni vengono», dice il Signore, «in cui io farò un nuovo patto con la casa d'Israele e con la casa di Giuda; non come il patto che feci con i loro padri il giorno che li presi per mano per condurli fuori dal paese d'Egitto: patto che essi violarono, sebbene io fossi loro signore», dice il Signore; «ma questo è il patto che farò con la casa d'Israele, dopo quei giorni», dice il Signore: «io metterò la mia legge nell'intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò loro Dio, ed essi saranno mio popolo. Nessuno istruirà più il suo compagno o il proprio fratello, dicendo: "Conoscete il Signore!", poiché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande», dice il Signore. «Poiché io perdonerò la loro iniquità, non mi ricorderò del loro peccato».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, il profeta Geremia è un “profeta della crisi”, nel senso che è coinvolto nella più grande crisi della storia d’Israele che corrisponde al suo declino politico e alla distruzione di Gerusalemme e del Tempio. Siamo attorno al 580 a.C. Geremia ha un compito profetico che lo porta a confrontarsi duramente tanto con la realtà politica, quanto con quella religiosa.

Per questo il libro delle “Lamentazioni” di Geremia è la fonte dell’interpretazione del profeta stesso: egli ci dice che ciascuno di noi ha il diritto al lamento, cioè ad aprirsi a Dio senza paura. Però, il profeta non perde di vista l’essenziale, non si perde nel lamento, ma va oltre per costruire un rapporto con Dio giusto, sano, e l’intensità del suo messaggio diventa tanto profonda da giungere alle potenti metafore della Parola di Dio vista come un fuoco o come un martello che frantuma le pietre.

Israele ha abbandonato Dio per servire altri dèi (1,16) perciò le conseguenze di questa scelta saranno inevitabili: l’autodistruzione che corrisponderà alla deportazione in Babilonia del 587 a.C. Geremia invita il popolo alla conversione, cioè a tornare a Dio, che è sempre stato un liberatore, e annuncia che Dio stesso muterà/convertirà la loro prigionia, la deportazione in Babilonia, in libertà.

Testo della predicazione: Salmo 104 passim

Loda il Signore, anima mia: Signore, mio Dio, quanto sei grande! Sei avvolto in un manto di luce. Hai disteso il cielo come una tenda, avanzi sulle ali del vento. Hai fissato la terra su solide basi; dalle sorgenti fai scendere le acque ed ecco ruscelli scorrere tra i monti. Alle loro sponde vengono le bestie della campagna, le zebre vi placano la sete. Là intorno fanno nidi gli uccelli e tra le foglie compongono canti. Sulla cima dimora la cicogna. Dall'alto dei cieli fai piovere sui monti, non fai mancare alla terra l'acqua necessaria. Fai crescere l'erba per il bestiame e le piante che l'uomo coltiva. Sulle alte montagne vivono i cervi, i tassi trovano rifugio nelle rocce. Tu hai fatto la luna per segnare il tempo e il sole è puntuale al suo tramonto. Come sono grandi le tue opere, Signore, e tutte le hai fatte con arte! La terra è piena delle tue creature. Gloria al Signore, per sempre! Canterò a te, Signore, finché ho respiro. Ti loderò, mio Dio, finché ho vita. Ti piaccia il mio canto, Signore; la mia gioia viene da te. Amen!

Sermone

Cari bambini e bambine della Scuola domenicale, cari fratelli e care sorelle, il tema scelto per questa giornata di Festa delle Scuole domenicali della Val Pellice è quello della natura come creazione di Dio.

Sono per tutti un meraviglia i fiori di ogni genere e colore, come gli alberi, piccoli o maestosi, i loro frutti, il cielo azzurro, l’acqua… il mare…

Il Salmo 104 è un invito a dare lode a Dio attraverso lo splendore della sua creazione.

Ciò che Dio crea è la vita, tutti noi che siamo vivi, quindi, siamo legati a Dio che ci mantiene in vita. Si tratta dell’amore di Dio per noi, proprio come ci ama la mamma e il papà. È lo stesso amore.

Loda Dio un credente profondamente sorpreso dalla bellezza della natura: dei monti, dei campi, dei fiumi, dei fiori, degli animali, dell'aria, del fuoco, della terra e dell’acqua.

Ci guardiamo attorno e restiamo sempre stupiti, e ringraziamo Dio per questo: per l’amore dei genitori, per la vita delle persone che ci amano e per la vita degli animali e della natura che in questo periodo di primavera si risveglia più che mai.

Ecco, il creato invita a lodare il Creatore.

Testo della predicazione: II Corinzi 4,16-18

«Non scoraggiamoci anche se il nostro essere esteriore va in disfacimento, quello interiore viene rinnovato giorno dopo giorno. Infatti, la lieve e momentanea tribolazione ci procura, oltre ogni misura, un carico eterno di gloria. Noi non scrutiamo le cose visibili, ma quelle invisibili. Quelle visibili, infatti, sono fugaci, mentre quelle invisibili sono eterne».

Sermone

Cari fratelli e sorelle, l’apostolo Paolo sta facendo una riflessione sul senso della vita. L’apostolo parla delle fragilità che le difficoltà della vita producono nei credenti, in questa lettera scrive a delle persone che attraversano momenti difficili dovuti a persecuzioni e discriminazioni. Perciò cerca di dare a questi credenti una parola di incoraggiamento.

L’apostolo Paolo sa che possiamo diventare fragili e deboli, sa che possiamo attraversare momenti di stanchezza durante i quali vorremmo rinunciare a tutto, vorremmo arrenderci e dire: «Ma chi me lo fa fare?», e a tutti dice che, quando sentiamo venir meno le forze e il senso della vita, dobbiamo ricordarci che è Dio stesso la fonte della vita”, è Lui che illumina l’interno della nostra esistenza che, a dispetto di ogni debolezza, la nostra vita riceve da Dio un valore nuovo e autentico che le dà sollievo, forza, coraggio.

Dio ci fa vedere in modo diverso le nostre fragilità, e lo fa attraverso il dono della fede. La fede dà il giusto peso alle cose e ridimensiona le prove e le difficoltà della vita, ci permette di superare il senso di paura e di tristezza. Se prima vedevamo una montagna che si presentava davanti a noi, ora vediamo un sasso da scavalcare lungo il nostro cammino.

Ecco, per l’apostolo, la fede ci aiuta a dare il giusto peso agli eventi che ogni giorno ci accadono, ci incoraggia a non ingigantirli, ma neppure a sottovalutarli, e ci invita a ricordare che Dio è davvero vicino a noi e ci accompagna, non solo dentro la nostra immaginazione o il nostro desiderio, ma concretamente.

Testo della predicazione: 1 Samuele 2,12. 6-8 (TILC)

Anna pregò così: «Il Signore ha riempito il mio cuore di gioia, il Signore ha risollevato il mio spirito abbattuto. Ora posso ridere dei miei nemici; Dio mi ha aiutata: sono piena di gioia. Solo il Signore è santo, lui solo è Dio. Solo il Signore è roccia sicura. Il Signore fa morire e fa vivere, fa scendere e risalire dal regno dei morti. Il Signore rende poveri e ricchi, umilia e innalza. Rialza il povero dalla polvere, solleva l'infelice dalla miseria: lo fa sedere in mezzo ai prìncipi, gli riserva un posto d'onore, perché il Signore è il fondatore del mondo e lo sostiene».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, l’evento della nascita del figlio di Anna, narrato nel primo libro di Samuele riguarda non solo Anna, ma la comunità intera a cui Anna appartiene: Israele. La nascita di un figlio da una donna o un uomo sterile, oggi può essere senz’altro essere una gioia, ma non è strano perché può accadere attraverso la tecnologia medica e scientifica. Nell’antico Israele, è l’occasione di una festa straordinaria: Anna riacquista la sua dignità di donna e il suo posto accanto al marito è ristabilito.

Dunque, Anna canta, deve cantare perché quelli che la mortificavano amareggiandole la vita, rinfacciandole la sua sterilità, adesso sarebbero stati zitti davanti all’opera di Dio!

Quello di Anna, non è un canto rivolto alla fatalità oppure alla fortuna, è il canto di chi è consapevole del fatto che Dio è davvero all’opera e che ha un disegno che vuole portare avanti.

Rendere possibile un figlio ad una donna sterile riguarda l’intera comunità afflitta, l’intero popolo sofferente. Non è un miracolo privato quello che accade qui, ma è affermata la volontà di Dio di offrire una possibilità nuova, una nuova vita.

Anche Israele deve cantare con Anna.

Testo della predicazione: Isaia 50,4-9

Dio, il Signore mi ha insegnato le parole adatte per sostenere i deboli. Ogni mattina mi prepara ad ascoltarlo, come discepolo diligente. Dio, il Signore, mi insegna ad ascoltarlo, e io non gli resisto né mi tiro indietro. Ho offerto la schiena a chi mi batteva, la faccia a chi mi strappava la barba. Non ho sottratto il mio volto agli sputi e agli insulti. Ma essi non riusciranno a piegarmi, perché Dio, il Signore, mi viene in aiuto, rendo il mio viso duro come la pietra. So che non resterò deluso. Il Signore mi è vicino, egli mi difenderà. Chi potrà accusarmi? Dio, il Signore, mi viene in aiuto. Chi mi dichiarerà colpevole? Tutti i miei avversari scompariranno. Diventeranno come un abito logoro, divorato dai tarli.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, nel libro del profeta Isaia abbiamo ascoltato il «terzo canto del servo del Signore». È un canto autobiografico. Il servo è il popolo stesso, Israele, che vive il segno profondo della sofferenza e dell’umiliazione a causa della deportazione in Babilonia per opera del re Nabucodonosor. Lo hanno colpito, gli hanno tirato la barba, lo hanno insultato, gli hanno sputato in faccia. Al servo è indicato il compito di proclamare anche in cattività la Parola di Dio, ed è questa Parola che gli permette di resistere alle ostilità e può sfidare i suoi oppositori invitandoli a un confronto davanti a un giudice in tribunale.

Tutta la violenza e l’umiliazione non hanno alcun potere, infatti egli dice, «il Signore è vicino, mi difenderà, chi potrà accusarmi?».

Ecco, si tratta della consapevolezza che credere in Dio non significa vivere senza dubbi e interrogativi, e neppure senza esperienze dolorose e delusioni. Credere in Dio significa invece, sentire crescere dentro di sé la forza per far fronte all’annientamento a cui ci porterebbero i colpi della vita e della nostra storia.

È un mistero quello che spesso accade, e cioè che il più battuto e vittima del dolore e delle lacrime è anche colui o colei che ha la forza di dare conforto agli altri. Perciò questo servo del Signore può dire: «Dio mi ha soccorso, non sono stato abbattuto» (v. 7).

Infatti la sorte degli avversari è ormai segnata, perché il re persiano Ciro sta avanzando e la caduta dell'Impero babilonese è vicina. Israele sarà finalmente libero e potrà tornare a servire Dio come fa un discepolo nei confronti del suo maestro.

Dice il testo originale ebraico del nostro canto: «Il Signore mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco; egli risveglia ogni mattina il mio orecchio perché io ascolti come ascoltano i discepoli».

Testo della predicazione: Geremia 13,1-11

Così mi ha detto il Signore: «Va', comprati una cintura di lino, mettitela attorno ai fianchi, ma non la porre nell'acqua». Così io comprai la cintura, secondo la parola del Signore, e me la misi attorno ai fianchi. La parola del Signore mi fu indirizzata per la seconda volta, in questi termini: «Prendi la cintura che hai comprata e che hai attorno ai fianchi; va' verso l'Eufrate e nascondila laggiù nella fessura d'una roccia». Io andai e la nascosi presso l'Eufrate, come il Signore mi aveva comandato. Dopo molti giorni, il Signore mi disse: «Àlzati, va' verso l'Eufrate e togli di là la cintura che io ti avevo comandato di nascondervi». Io andai verso l'Eufrate, scavai e tolsi la cintura dal luogo dove l'avevo nascosta. Ecco, la cintura era marcita, non era più buona a nulla. Allora la parola del Signore mi fu rivolta in questi termini: «Così parla il Signore: "In questo modo io distruggerò l'orgoglio di Giuda e il grande orgoglio di Gerusalemme, di questo popolo malvagio che rifiuta di ascoltare le mie parole, che cammina seguendo la caparbietà del suo cuore, e va dietro ad altri dèi per servirli e per prostrarsi davanti a loro; esso diventerà come questa cintura, che non è più buona a nulla. Infatti, come la cintura aderisce ai fianchi dell'uomo, così io avevo strettamente unita a me tutta la casa d'Israele e tutta la casa di Giuda", dice il Signore, "perché fossero mio popolo, mia fama, mia lode, mia gloria; ma essi non hanno voluto dare ascolto".

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, il profeta Geremia è chiamato ad annunciare un messaggio scomodo; lo fa rivolgendosi ad un popolo, Israele, che aveva rinnegato Dio con l’adorazione di divinità straniere, la venerazione degli astri, del sole e della luna, oltre a compiere scelte politiche equivoche e destinate al fallimento, scelte sociali egoistiche dettate da protervia, superbia derivate dal rifiuto di ascoltare la Parola di Dio. Il profeta parla di orgoglio, caparbietà del cuore e di malvagità del popolo; parla di un culto che è il risultato di un tentativo di ingannare Dio, mentre si tratta di un auto-inganno; così dirà Geremia: «La mia casa, nella quale è invocato il mio nome, è diventata una spelonca di ladri» (7,11).

In modo arrogante e presuntuoso, il popolo aveva rotto l’alleanza con Dio, una rottura che avrebbe portato a delle conseguenze più che ovvie: alla disgrazia.

Così, Geremia, compie un’azione dimostrativa che Dio gli ordina di fare: quella di comprare una cintura di lino e di indossarla; successivamente di portare quella cintura presso l’Eufrate e di nasconderla nella fessura di una roccia. Si trattava di una fascia di stoffa di lino legata ai fianchi a mo’ di cintura e che faceva parte dei paramenti dei sacerdoti secondo la legge mosaica (Esodo 28,1-5. 39-43); rappresentava il legame stretto tra Dio e il popolo, un legame che partiva dal patto con Dio sul monte Sinai e dalle parole «Voi sarete mio popolo e io sarò vostro Dio» (11,4) parole pronunciate dallo stesso profeta.

Ebbene, dopo un lungo lasso di tempo, Geremia deve tornare sul luogo in cui aveva nascosto la cintura di lino per riprenderla e per scoprire che era marcita, che non era più buona a nulla se non a essere gettata via.

Testo della predicazione: II Corinzi 12,7-10

E perché io non avessi a insuperbire per l'eccellenza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un angelo di Satana, per schiaffeggiarmi affinché io non insuperbisca. Tre volte ho pregato il Signore perché l'allontanasse da me; ed egli mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me. Per questo mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando sono debole, allora sono forte.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, in questo brano, l’apostolo Paolo riflette sulle sue debolezze fisiche che possono essere oggetto della grazia di Dio.

Nei versetti precedenti i nostri, l’apostolo spiega di avere ricevuto delle rivelazioni sovrumane: un rapimento in Paradiso, nel terzo cielo, dove ha visto e sentito cose che non è possibile raccontare con parole umane. Si tratta di un’esperienza spirituale intensa, carica di quell’emotività che indurrebbe l’apostolo a rimanere in una condizione estatica perenne. Ma Paolo non vuole dare a quell’esperienza un’importanza eccessiva, perché è consapevole che il soggetto della sua predicazione non è la sua esperienza personale, ma la croce di Cristo, l’amore di Dio, la sua grazia e il suo perdono.

Certo, non deve essere facile, perché per l’apostolo, come per tutti noi, le esperienze sono proprio quelle che determinano il nostro carattere, la nostra vita e la nostra storia.

Come farà Paolo a vivere e a continuare a evangelizzare non tenendo conto di un’esperienza così carica di forza per il suo messaggio?

Testo della predicazione: Geremia 9,23-24

Così parla il Signore: «Il saggio non si glori della sua saggezza, il forte non si glori della sua forza, il ricco non si glori della sua ricchezza: ma chi si gloria si glori di questo: che ha intelligenza e conosce me, che sono il Signore. Io pratico la bontà, il diritto e la giustizia sulla terra, perché di queste cose mi compiaccio», dice il Signore.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, avere saggezza è una grande dote umana, tutte le persone sagge, purtroppo non sempre sono riconosciute per la loro saggezza; a volte accade che tale riconoscimento giunga dopo la loro morte. Resta la speranza che non siano vissuti invano.

Così accade anche per le persone forti di temperamento: che non cedono a compromessi, alla corruzione, che si mantengono integri, onesti, autentici; come pure per le persone ricche che ricevono onori e magnificenze a motivo del loro potere dovuto alla ricchezza.

Sappiamo tutti come i profeti biblici tuonano contro l’attaccamento alle ricchezze perché distolgono l’attenzione da ciò che è essenziale, da ciò che è veramente importante e che dona un senso pieno al mondo, alla vita, alle persone.

I profeti tuonano contro tutto ciò che causa annullamento di obiettivi civili raggiunti, di ciò che causa povertà e indigenza. I profeti tuonano contro quelle ricchezze ottenute impoverendo l’”orfano” e la “vedova”.

In realtà, il profeta Geremia di cui abbiamo letto oggi un brano al capitolo 9, non demonizza “a priori” doti come la ricchezza, la saggezza e la forza umane, non tuona contro chi le possiede, e non considera la saggezza, la ricchezza e la forza come peccato.

Il profeta riconosce che ci può essere del bene in tutte le cose, perfino in quelle cose che possono essere reputate negative, insensate, o che si configurano in un orizzonte di superficialità o di “umanità”, il profeta ritiene che Dio possa perfino usarle per la sua gloria e la sua testimonianza.

Sei saggio, forte, ricco? Bene! – afferma il profeta.

Testo della predicazione: I Corinzi 1,26-31

Fratelli, guardate la vostra vocazione; non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili; ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, perché nessuno si vanti di fronte a Dio. Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, ossia giustizia, santificazione e redenzione; affinché com’è scritto: «Chi si vanta, si vanti nel Signore».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, in questo scritto in cui l’apostolo scrive alla comunità cristiana di Corinto, affronta il tema della gratuità dell’amore, della grazia e del perdono di Dio.

I credenti, sono tali perché hanno ricevuto la fede da Dio, e questa fede non l’hanno ricevuta perché sono più intelligenti, sapienti o più giusti e santi di altri; i credenti, dunque, non possono avere alcun vanto riguardo alla loro fede: essa è un dono gratuito di Dio.

«Guardate la vostra vocazione», scrive l’apostolo, come dire: «Guardate che cosa siete diventati voi, per grazia di Dio, senza alcun merito, senza nessuna delle vostre carte in regola, senza appartenere a classi agiate, o a classi di intellettuali, di persone altolocate che esercitano poteri forti». No, Maria diceva: «Il Signore ha buttato giù dai troni i potenti e ha mandato a mani vuote i ricchi».

Così accadrà che i Magi d’oriente faranno una lunga strada per abbassarsi nell’adorazione di un bambino povero che nasce in una stalla e deposto in una mangiatoia: questa è la logica di Dio, è la logica per la quale non ci sono ceti di appartenenza giusti, come il popolo ebraico, ma tutti hanno accesso alla fede e alla grazia, qualunque sia la propria condizione a patto che riconosca Dio nell’umiltà, nella povertà, nell’impotenza, nella semplicità.

Eppure non mancano credenti ancora convinti che Dio stia dalla parte dei potenti che altri onorano e riveriscono. Credenti che affermano: «Dio non mi ascolta perché non ho influenza politica», o «perché non ho alcun potere», o «perché non ho l’intelligenza di capire la Bibbia». No, Paolo dice chiaramente: «Dio ha chiamato voi alla fede, proprio perché non siete né ricchi, né potenti».