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Domenica, 23 Giugno 2019 23:16

Sermone di domenica 23 giugno 2019 (Luca 16,19-31)

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Testo della predicazione: Luca 16,19-31

«C’era un uomo ricco, che si vestiva di porpora e di bisso, e ogni giorno si divertiva splendidamente; e c’era un mendicante, chiamato Lazzaro, che stava alla porta di lui, pieno di ulceri, e bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; e perfino i cani venivano a leccargli le ulceri. Avvenne che il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abraamo; morì anche il ricco, e fu sepolto. E nell’Ades, essendo nei tormenti, alzò gli occhi e vide da lontano Abraamo, e Lazzaro nel suo seno; ed esclamò: “Padre Abraamo, abbi pietà di me, e manda Lazzaro a intingere la punta del dito nell’acqua per rinfrescarmi la lingua, perché sono tormentato in questa fiamma”. Ma Abraamo disse: “Figlio, ricòrdati che tu nella tua vita hai ricevuto i tuoi beni e che Lazzaro similmente ricevette i mali; ma ora qui egli è consolato, e tu sei tormentato. Oltre a tutto questo, fra noi e voi è posta una grande voragine, perché quelli che vorrebbero passare di qui a voi non possano, né di là si passi da noi”. Ed egli disse: “Ti prego, dunque, o padre, che tu lo mandi a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli, affinché attesti loro queste cose, e non vengano anche loro in questo luogo di tormento”. Abraamo disse: “Hanno Mosè e i profeti; ascoltino quelli”. Ed egli: “No, padre Abraamo; ma se qualcuno dai morti va a loro, si ravvedranno”. Abraamo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscita”».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, Gesù rivolge questa parabola a dei farisei che erano osservanti della legge e molto religiosi. Tuttavia si trattava di una religiosità di facciata, e Gesù li tocca nel loro punto più debole: il denaro. Essi affermavano che la loro condizione di ricchezza fosse la prova del favore di Dio, che Dio stesse dalla loro parte. I farisei si appoggiavano su quelle scritture secondo le quali il giusto prospera e il malvagio soffre: «Se ubbidisci al Signore, egli ti moltiplicherà di beni» (Deut. 28); Dio e denaro diventavano, così, indissolubilmente uniti; così anche la malattia e la povertà erano ritenuti conseguenza del peccato; infatti diceva la legge: «se non ubbidisci alla voce del Signore …non prospererai…» (Deut. 28).  

Gesù, però, contesta questa interpretazione della legge antica e separa Dio da mammona (16,13), chiedendo di scegliere tra i due. Gesù afferma che la ricchezza può avere conseguenze devastanti nel rapporto con Dio e con il prossimo, perciò Maria canta il suo Magnificat dicendo: «Ha mandato a mani vuote i ricchi» (1,53); e Gesù dirà: «Guai a voi, ricchi perché avete già la vostra consolazione» (6,24), ma ai poveri dirà: «Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati» (6,21).

Gesù capovolge quella interpretazione delle Scritture che genera ingiustizie, prepotenze, diseguaglianze e sofferenze.

Per questo, Gesù, con la parabola del ricco e il povero Lazzaro, permette a coloro che amavano le ricchezze di sentirsi giudicati da quella stessa Scrittura con cui si giustificavano.

Il tema centrale del Vangelo di Luca è proprio questo: il corretto rapporto fra ricchezza e povertà, e qui, nel nostro brano, questo rapporto è espresso in modo chiaro e inequivocabile. Non è la ricchezza in sé che è condannata, ma l’uso distorto della Parola di Dio. La ricchezza certo che può essere una benedizione di Dio, purché non crei diseguaglianze, povertà, discriminazione, privilegi di pochi, potere sugli ultimi.

Il povero, non solo viveva il disagio della povertà, ma portava su di sé il segno del peccato e della condanna. Oltre al danno, la beffa! Gesù, dunque, disapprova energicamente una tale interpretazione delle Scritture e lo fa raccontando la parabola del ricco e del povero Lazzaro.

Il ricco non è presentato come una persona malvagia, ma semplicemente come ricco: veste come un re, la sua tavola è sempre imbandita, dà splendide feste. In realtà, è il contrasto con il povero che stride e che ci fa indignare: il povero è davanti alla porta del ricco ogni giorno, è malato, forse è paralitico, ha fame. Il ricco non può non accorgersene, questa scena è sempre, ogni giorno, davanti ai suoi occhi.

Il ricco non è giudicato perché vive bene, ma perché non si accorge del povero, perché non si abbassa a lui, non gli si avvicina personalmente, perché il povero non è benvenuto alla sua tavola, non è accolto neppure come persone umana, non è sottratto ai cani che leccano le sue ulcere.

Per il ricco, il povero non esiste, non è oggetto dei suoi pensieri.

Per Gesù, questa realtà è ingiusta verso il povero, è uno squilibrio sociale, è disumanità che le Scritture non assecondano e non giustificano; per questo i profeti annunciavano l’avvento del Regno di Dio quando «il Vangelo sarà annunciato ai poveri» (Is. 61,1; Lc. 7,22), e non ci saranno più ingiustizie, diseguaglianze sociali, discriminazioni, e tutti gli esseri umani si accoglieranno reciprocamente e si riconosceranno come fratelli e sorelle.

La parabola apre uno squarcio nell’aldilà: il ricco va tra i tormenti dell’Ades, il povero nel seno d’Abraamo. Questo squarcio non vuole per spiegare come sarà un giorno l’aldilà, ma semplicemente per dirci che coloro che ricevono ingiustizie e prepotenze, allontanamenti e discriminazioni, sono invece coloro che Dio accoglie e consola.

Invece, coloro che vedono Dio nell’amore per le ricchezze, se ne fanno un idolo che li esalta, li rende egoisti e conferisce loro potere; essi non sentono il bisogno di essere accolti, consolati, leniti, anzi si sentono sufficienti, bastano a sé stessi, sono soddisfatti; non guardano oltre sé stessi, oltre il loro presente, oltre la loro esistenza. Questo atteggiamento di autosufficienza sarà proprio quello per il quale si sentiranno un giorno soli, abbandonati, disperati, condannati, inariditi e assetati di perdono, di speranza, di consolazione.

È la condizione del ricco della nostra parabola, egli chiede ad Abraamo, che Lazzaro risusciti per andare dai suoi cinque fratelli a dire della sua cattiva sorte e della sua sofferenza.

Può sembrare un pentimento, un pensiero altruistico, invece la prospettiva dell’uomo si limita solo alla sua famiglia. Il ricco pensa ancora da egoista: solo i suoi «cinque fratelli» devono essere avvisati tramite un segno miracoloso come quello della risurrezione. Ma non è il segno, bensì la Parola di Dio a condurre l’essere umano alla fede, per questo è negata al ricco la possibilità di dare un segno ai suoi.

Invece, il miracolo più grande è il dono della Parola di Dio che ci consente di comprendere che Egli ci è vicino, che ci ama, che ci permette di vivere all’interno di un orizzonte in cui l’altro e l’altra, poveri o ricchi, diventano parte di una esistenza condivisa, partecipata, dove si portano i pesi gli uni degli altri, dove la gioia è amplificata, le sofferenze lenite: una umanità fraterna!

Il ricco ragiona in termini di ricompensa e punizione, mentre Gesù annuncia la possibilità che ciascuno di noi ha, in vita, di impegnarsi per la giustizia, di accorgersi dei poveri che razzolano nell’immondizia, di chi vive la discriminazione a causa del colore della sua pelle, della sua religione, della sua cultura, del suo genere, del suo orientamento sessuale, della sua provenienza geografica.

Vi è oggi un Lazzaro che vive all’interno del nostro sistema di oppressione che lo impoverisce, lo respinge, lo discrimina, lo rifiuta, gli toglie il rispetto e la dignità: è certamente il migrante, i profughi costretti a lasciare la loro terra, a essere imprigionati, torturati e impediti di proseguire il viaggio verso una terra migliore. Ma può anche essere il musulmano, lo straniero, il disabile, il malato, il carcerato… Spesso guardiamo queste persone come il ricco guardava Lazzaro.

Il brano di oggi ci insegna a guardare bene, oggi, mentre ne abbiamo l’opportunità; ci chiede di impegnarci per la giustizia, anche quando essa va contro i nostri interessi: l’interesse comune è ben più importante del singolo.

 Non ci è chiesto nulla con la minaccia dell’infermo, no! La grazia di Dio non chiede in cambio alcun merito. È la fede operante in noi che ci rende liberi di andare incontro a Lazzaro, non la paura della punizione.

La parabola ci insegna che Dio accoglie ciascuno di noi che, a sua volta, si sente impegnato ad accogliere il prossimo, soprattutto gli ultimi. Se davvero noi crediamo nel Regno di Dio e preghiamo affinché esso venga, allora ci sentiremo chiamati a credere che in questo Regno non ci saranno più squilibri, diseguaglianze e ingiustizie, ma accoglienza reciproca e condivisione.

Questo Regno è già presente oggi, nel nostro mondo, nella nostra società umana, è presente nei piccoli segni di giustizia, di solidarietà, di accoglienza, di umanità nei confronti dei miseri e degli ultimi; sono segni che fanno sperare, che ci danno la forza di continuare a pregare affinché il suo «regno venga»; affinché si realizzi pienamente, per noi, per tutti e tutte, per il ricco e per Lazzaro.

Amen!

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Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

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