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Mercoledì, 13 Febbraio 2019 18:48

Sermone di domenica 10 febbraio 2019 (Marco 4,35-40)

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Testo della predicazione: Marco 4,35-40

Giunse la sera e Gesù disse ai discepoli: «Passiamo all'altra riva». I discepoli, congedata la folla, lo presero, così com'era, nella barca. C'erano delle altre barche con lui. Ed ecco levarsi una gran bufera di vento che gettava le onde nella barca, tanto che questa già si riempiva. Egli stava dormendo sul guanciale a poppa. I discepoli lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t'importa che noi moriamo?» Egli, svegliatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!» Il vento cessò e si fece gran bonaccia. Egli disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?». Ed essi furono presi da gran timore e si dicevano gli uni gli altri: «Chi è dunque costui, al quale persino il vento e il mare ubbidiscono?».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, tutti gli studiosi della Bibbia ritengono che il racconto della tempesta sedata abbia molte somiglianze con l’episodio di Giona che scappa nella direzione opposta a quella indicatagli da Dio verso cui andare per predicare il giudizio di Dio sulla città di Ninive:

Il Signore scatenò un gran vento sul mare, e vi fu sul mare una tempesta così forte che la nave era sul punto di sfasciarsi. I marinai ebbero paura e invocarono ciascuno il proprio dio e gettarono a mare il carico di bordo, per alleggerire la nave. Giona, invece, era sceso in fondo alla nave, si era coricato e dormiva profondamente. Il capitano gli si avvicinò e gli disse: «Che fai qui? Dormi? Alzati, invoca il tuo dio! Forse egli si darà pensiero di noi e non periremo».

Così accade anche nel nostro racconto. Gesù dorme durante la tempesta e i discepoli, disperati e pieni di paura, lo svegliano. Sappiamo tutti bene che la Bibbia propone l’immagine delle acque e delle tempeste per designare le paure, le avversità della vita, le insicurezze sociali… Così spesso leggiamo nei Salmi:

Liberami, Signore dalle acque profonde, salvami dal pantano…, non mi sommerga la corrente delle acque, non m’inghiottisca il vortice (Sal. 69,14-15). Egli tese la mano, mi prese e mi trasse fuori dalle grandi acque (Sal. 18,16).

Allo stesso modo, la Bibbia ci presenta l’immagine del dormire placidamente, quello di Gesù, da parte di chi confida in Dio:

«In pace mi coricherò e in pace dormirò, perché tu solo, o Signore, mi fai abitare al sicuro» (Sal. 4,9). «Quando ti coricherai non avrai paura» (Prov. 3,24).

Così, l’evangelista Marco presenta gli elementi dell’acqua, della tempesta e del sonno come immagini che ci richiamano alla paura, all’ansia, alle prove della vita e alla serenità di chi confida nel Signore. Perciò si sofferma anche su particolari significativi come la sera e il buio.

«Giunse la sera». Quando si fa sera siamo stanchi. La sera avverte che sta per arrivare la notte, che è anche sinonimo di paura, di apprensione; la notte rivela la nostra fragilità, l’impossibilità di affrontare una minaccia che non vediamo; la notte rivela la nostra impotenza.

L’evangelista ci informa che anche i discepoli stanno per affrontare la tempesta quando è già buio nella loro anima, nel momento più alto della loro vulnerabilità, come a volte accade anche a noi.

Divenne sera, quindi Gesù congeda le persone che si erano fermate per ascoltare la sua predicazione e dice ai suoi discepoli stanchi: «Passiamo all’altra riva».

Gesù avrebbe potuto dire: «Troviamo un posto sicuro dove passare la notte». Invece Gesù chiede ai discepoli di affrontare la notte, chiede di avere fiducia, nonostante la loro stanchezza.

«Passiamo all’altra riva». È detto all’improvviso, è un cambiamento di progetti che spesso, lo sappiamo bene, provoca dentro di noi dei turbamenti, delle paure, delle tempeste; tutto ciò che non ci dà sicurezza può creare dei dissesti alla nostra vita. Gesù lo sa bene, eppure dice a quegli uomini: «Passiamo all’altra riva».

Ma è tempesta!

Le tempeste provocano spesso disastri e rovine; quella tempesta nel mare dei discepoli e nella notte della loro anima provoca la paura di morire: «Maestro, non t’importa che noi moriamo?».

Quante volte la domanda dei discepoli è anche la nostra «Dio, non t’importa che moriamo? Non t’importa che soffriamo? Non t’importa del nostro dolore, della nostra malattia, della nostra ansia, della nostra stanchezza, della nostra inquietudine? Non t’importa della fame e della povertà nel mondo per le quali molte persone muoiono?».

Se pensiamo poi a quante persone tentano di passare all’altra riva del mare nel Mediterraneo, anche loro stanchi, sfiniti, per cercare là, all’altra riva, sicurezza e benessere, tanti non giungeranno mai a destinazione, altri saranno respinti dopo essere approdati; ecco, allora la nostra domanda si fa ancora più pressante e più drammatica: «Signore, non t’importa che noi moriamo?».

Come i discepoli, anche noi gridiamo, ma Gesù è la, che dorme, a poppa, sulla barca. Non sente!

Talvolta sembra che Dio dorma, o che sia sordo alle nostre preghiere, alle nostre richieste d’aiuto. Pensiamo che Dio sia responsabile delle disgrazie, avversità o difficoltà nostre o degli altri. Su quella barca che affonda, i discepoli sono messi a dura prova, a causa della notte, della tempesta, a causa della loro paura, paura dettata dalla mancanza di fiducia nel Signore, che pure è là, con loro, su quella barca.

Ma la preghiera nasce sempre in noi come un istinto di sopravvivenza. E così la Bibbia ci viene in aiuto riportando per noi la preghiera di altri, in particolare del Salmo 44,23:

Svegliati! Perché dormi, Signore? Destati, non respingerci per sempre!

Perché nascondi il tuo volto e ignori la nostra afflizione e la nostra oppressione? Poiché l'anima nostra è abbattuta nella polvere, il nostro corpo giace per terra. Ergiti in nostro aiuto, liberaci nella tua bontà.

 “Gesù svegliatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, calmati». Il vento cessò e si fece gran bonaccia”.

La tempesta è l’occasione per dare un insegnamento sulla fede e sulla fiducia in Dio. Per l’evangelista Marco, Gesù dormiente mostra questa fiducia, quella che i discepoli non dimostrano di avere. Perciò la domanda che i discepoli pronunciano è una domanda posta anche a noi: «Chi è dunque costui al quale persino il vento e il mare gli ubbidiscono?».

Chi è Gesù? È questa la domanda che l’evangelista Marco rivolge a noi oggi, a noi è affidata la responsabilità di dare una risposta, a noi stessi, a Dio, all’evangelista che vuol sapere.  

Porre la domanda “chi è Gesù?” è molto importante, perché è la fede stessa che ce la pone per farci crescere e maturare. Quando ci domandiamo “chi è Gesù?” allora vuol dire che Dio è già all’opera; quando smettiamo di domandarcelo allora la nostra sicurezza diventa sospetta. La domanda resta sempre aperta perché ci spinge sempre a riflettere sull’identità di Gesù e quindi sulla nostra identità di credenti.

Domandarsi “chi è Gesù?”, significa domandarsi quale fiducia ho in Dio; significa domandarsi: “chi è Gesù per me?”, cosa farebbe Gesù al mio posto, cosa sono chiamato a essere all’interno della realtà umana in cui vivo, chi sono io davanti all’odio, al razzismo, alla xenofobia, ai respingimenti, alla criminalizzazione di chi difende i diritti degli ultimi e degli oppressi.

Chi sono io? Sono stato colto dal male dell’indifferenza? del “tanto non posso farci niente?”, “sono troppo impegnato per occuparmi dei problemi degli altri?”.

«Gesù svegliatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, calmati». Forse è giunto in tempo che anche noi ci svegliamo, che rispondiamo con la nostra fiducia nel Dio che può trasformare le acque in tempesta in terra asciutta. Se ci crediamo davvero, allora non ce ne staremo fermi, con le mani in mano, a dormire, ma faremmo sentire la nostra voce al vento e al mare. Il Signore, allora farà in modo che essi si calmino e che giunga la bonaccia. Amen!

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Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

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