Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Bellonatti

Archivio dei sermoni domenicali

Lettura biblica: Ebrei 11,1-3.6

La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. Per mezzo di questa fede gli antichi ricevettero buona testimonianza. Per fede noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine quello che si vede. Senza la fede però è impossibile essergli graditi; chi infatti s'accosta a Dio deve credere che egli esiste e che egli ricompensa coloro che lo cercano.

Lettura: Dietrich Bonhoeffer

Credo che solo la Bibbia sia la risposta a tutte le nostre domande, e che noi dobbiamo solo interrogarla con assiduità e con un po' di umiltà, per avere la risposta. Non si può semplicemente leggere la Bibbia come altri libri. Si deve essere pronti a interrogarla realmente: solo così essa si fa capire.

Solo se noi aspettiamo una risposta ultima, essa la dà. Ciò dipende dal fatto che nella Bibbia Dio parla di noi. E su Dio non si può semplicemente riflettere per conto proprio, ma lo si deve interrogare. Solo se noi lo cerchiamo egli risponde. Naturalmente si può leggere anche la Bibbia come ogni altro libro, dunque dal punto di vista della critica del testo ecc. Non c'è assolutamente niente in contrario. Solo che questo non è l'uso che svela l'essenza della Bibbia, ma ci dà solo la superficie.

Solo se finalmente osiamo rimetterci alla Bibbia, come se qui realmente parlasse a noi quel Dio che ci ama e che non vuol lasciarci soli con le nostre domande, avremo gioia nella lettura della Bibbia.

Sermone: Vivere la Bibbia nel tempo

Quale parola, quale messaggio di Dio ci giunge qui ed ora?

Potremmo dire che oltre al suo contenuto, esiste una “fisicità” della Bibbia, sì essa è anche una compagna di vita, una testimone di emozioni, una custode di tradizioni, un’amica che percorre con noi i giorni luminosi e quelli bui.

Potremmo raccontare di come la Parola di Dio ci abbia accompagnati nel tempo, attraverso le esperienze di fede ricevute da coloro che ci hanno amato: nonni, zie, genitori, sorelle, amici, persone della comunità.

Quale parola, quale messaggio di Dio ci giunge qui ed ora?

Testo della predicazione: Giosuè 1,1-9

Dopo la morte di Mosè, servo del Signore, il Signore parlò a Giosuè, figlio di Nun, servo di Mosè, e gli disse: «Mosè, mio servo, è morto. Àlzati dunque, attraversa questo Giordano, tu con tutto questo popolo, per entrare nel paese che io do ai figli d'Israele. Ogni luogo che la pianta del vostro piede calcherà, io ve lo do, come ho detto a Mosè, dal deserto, e dal Libano che vedi là, sino al gran fiume, il fiume Eufrate, tutto il paese degli Ittiti sino al mar Grande, verso occidente: quello sarà il vostro territorio. Nessuno potrà resistere di fronte a te tutti i giorni della tua vita; come sono stato con Mosè, così sarò con te; io non ti lascerò e non ti abbandonerò. Sii forte e coraggioso, perché tu metterai questo popolo in possesso del paese che giurai ai loro padri di dar loro. Solo sii molto forte e coraggioso; abbi cura di mettere in pratica tutta la legge che Mosè, mio servo, ti ha data; non te ne sviare né a destra né a sinistra, affinché tu prosperi dovunque andrai. Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo, giorno e notte; abbi cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto; poiché allora riuscirai in tutte le tue imprese, allora prospererai. Non te l'ho io comandato? Sii forte e coraggioso; non ti spaventare e non ti sgomentare, perché il Signore, il tuo Dio, sarà con te dovunque andrai».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, è un passaggio di consegne quello che ci viene raccontato nel primo capitolo del libro di Giosuè. Ma non è Mosè stesso, ormai morto, che lo fa nei confronti del nuovo condottiero di Israele, ma Dio stesso.

Il racconto è molto suggestivo, questo rapporto diretto con Dio che ci è raccontato qui, è lo stesso rapporto di Mosè con Dio sul Sinai e lungo la strada, nel deserto, verso la terra promessa.

Facciamo però un passo indietro per capire esattamente che cosa è chiamato a fare Giosuè, il successore di Mosè.

Il racconto del primo incontro di Mosè con Dio sul Sinai parla della liberazione di un popolo schiavo in Egitto. Dio si presenta per venire incontro a un popolo oppresso, sfruttato, impaurito, schiacciato e sofferente, si presenta per liberarlo.

Ecco, nella Bibbia Dio è colui che rende liberi gli oppressi, sempre! Qualunque altro dio è diverso da quello del Sinai, che è un Dio libero, che ama e che perciò vuole la libertà delle sue creature, un Dio che si prende cura di loro e vuole solo il loro bene. Gli altri sono invece dèi che piegano al loro volere le creature, le soggiogano, chiedono sottomissione incondizionata, schiavitù.

I dieci comandamenti che Mosè riceve nel luogo dell’incontro con Dio, sul Sinai, tendono a mantenere il popolo e il singolo, nella condizione di libertà. I Comandamenti esordiscono con le parole “Io sono il Signore tuo Dio che ti ha liberato dal paese d’Egitto”… quindi: non rivolgerti ad altri dèi perché ti asserviranno e ne rimarrai schiacciato, non adorare le loro immagini anche se ti sembrano innocue, ne diventerai invece dipendente, dedica un giorno alla settimana al riposo per ricordarti che il lavoro non deve mai diventare una schiavitù, Dio ti ha liberato da essa, non ricaderci; ecc…

Dunque una legge che crea rapporti umani all’insegna della libertà, della giustizia e della coesione per far fronte ai pericoli costanti di ricadere nella schiavitù.

Domenica, 27 Dicembre 2015 13:52

Sermone di Natale 2015 (Luca 2,15-20)

Scritto da

Testo della predicazione: Luca 2,15-20

Quando gli angeli se ne furono andati verso il cielo, i pastori dicevano tra di loro: «Andiamo fi no a Betlemme e vediamo ciò che è avvenuto, e che il Signore ci ha fatto sapere». Andarono in fretta, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia; e, vedutolo, divulgarono quello che era stato loro detto di quel bambino. E tutti quelli che li udirono si meravigliarono delle cose dette loro dai pastori. Maria serbava in sé tutte queste cose, meditandole in cuor suo. E i pastori tornarono indietro, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato loro annunciato.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, nel Vangelo di Luca, il racconto della nascita di Gesù si articola in modo molto semplice. La narrazione della natività di Gesù è sorprendentemente semplice e chiara. Non accade alcun miracolo, nessun avvenimento insolito, non ci sono orpelli, luci, personaggi illustri.

Anzi, accade qualcosa che ci allontana da ogni idea miracolistica: Betlemme è la cittadina dove nasce Gesù, ed è la più piccola della Giudea, è la più umile fra tutte. Nulla di significativo, dunque; inoltre l’annuncio degli angeli è rivolto a degli umili pastori che non hanno la caratteristica di essere intenditori dei grandi avvenimenti.

Ma che significa tutto questo?

Significa che Dio non viene in modo evidente, sorprendente, appariscente. Ma in modo normale, senza rumore. Non vi è nessuna preparazione, tutto accade all’improvviso, nessuna spettacolarizzazione dell’evento di Dio: Dio viene da noi sulla terra, diventa come noi, per amarci nella nostra umanità.

In questo brano di Luca, vi è la convinzione che Dio si usi degli avvenimenti storici per agire. Qui, per esempio, è citato Cesare Augusto e il suo censimento, si tratta di più che di una data, è un’informazione dietro la quale c’è la convinzione che imperatori, governi e leggi servano al disegno di Dio, spesso senza esserne consapevoli. Così Cesare Augusto diventa strumento della volontà di Dio.

Luca ci spiega che non c’è bisogno di un miracolo, non c’è bisogno di un avvenimento insolito perché Dio sia all’opera. È vero che Dio opera miracoli, ma Dio opera anche senza i miracoli. Il miracolo è che Dio operi.

Questo accade a Betlemme.

Testo della predicazione: II Samuele 13,1-22

Absalom, figlio di Davide, aveva una sorella di nome Tamar, che era bella; Amnon se ne innamorò. Si appassionò a tal punto per Tamar da diventarne malato; perché lei era vergine e gli era difficile fare qualche tentativo con lei. Amnon aveva un amico, Ionadab, un uomo molto accorto. Questi gli disse: «Come mai tu, figlio del re, sei ogni giorno più deperito? Non me lo vuoi dire?» Amnon gli rispose: «Sono innamorato di Tamar». Ionadab allora gli disse: «Mettiti a letto e fingiti malato. Quando tuo padre verrà a vederti digli: "Fa', ti prego, che mia sorella Tamar venga a darmi da mangiare e a prepararmi del cibo». Amnon dunque si mise a letto e si finse ammalato; e quando il re lo venne a vedere, Amnon gli disse: «Fa', ti prego, che mia sorella Tamar venga e prepari un paio di frittelle davanti a me». Allora Davide mandò a dire a Tamar: «Va' a casa di Amnon, e preparagli qualcosa da mangiare». Tamar andò a casa di Amnon, preparò delle frittelle e le fece cuocere davanti a lui. Poi gli servì le frittelle. Ma mentre gliele porgeva perché mangiasse, egli l'afferrò e le disse: «Vieni a unirti a me, sorella mia». Lei gli rispose: «No, fratello mio, non farmi violenza; questo non si fa in Israele; non commettere una tale infamia! Dove potrei andare piena di vergogna? Parlane piuttosto al re, egli non ti rifiuterà il permesso di sposarmi». Ma egli non volle darle ascolto e la violentò. Poi Amnon ebbe verso di lei un odio fortissimo; a tal punto che l'odio per lei fu maggiore dell'amore di cui l'aveva amata prima. Le disse: «Àlzati, vattene!» Lei gli rispose: «Non mi fare, cacciandomi, un torto maggiore di quello che mi hai già fatto». Ma egli non volle darle ascolto. Anzi, chiamato il servo che lo assisteva, gli disse: «Caccia via da me costei e chiudile dietro la porta!» Il servo la mise fuori e le chiuse la porta dietro. E Tamar si sparse della cenere sulla testa, si stracciò di dosso la tunica con le maniche e mettendosi la mano sul capo, se ne andò gridando. Absalom, suo fratello, le disse: «Forse che Amnon, tuo fratello, è stato con te? Per ora taci, sorella mia; egli è tuo fratello; non tormentarti per questo». Tamar, desolata, rimase in casa di Absalom, suo fratello. Il re Davide udì tutte queste cose e si adirò molto. Absalom non disse una parola ad Amnon né in bene né in male; perché odiava Amnon per la violenza che aveva fatta a Tamar, sua sorella.

Meditazione di Lidia Maggi - tratta da: Le donne di Dio - Claudiana

È una storia come tante altre, quella di Tamar.
Una vicenda co­mune a molte vittime innocenti, vite segnate per sempre dallo stu­pro e dal disprezzo.
Gli abusi domestici sono tra le violenze più terribili, perché av­vengono proprio nei contesti dove i più deboli dovrebbero essere tutelati, protetti e amati. Abusare di un familiare significa tradire un rapporto intimo di fiducia, approfittare della vulnerabilità del­la persona per i propri fini malvagi e scardinare per sempre la sti­ma necessaria per affrontare la vita.

Piccola principessa violata, sapevi che non sarebbe bastato il tuo status regale a proteggerti? Sapevi che il pericolo più grande, il nemico da temere, non veniva dall'esterno ma abitava con te, aveva il tuo stesso sangue, era parte della tua stessa genealogia?

Testo della predicazione: Galati 5,16-25

Io dico: camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne. Perché la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro; in modo che non potete fare quello che vorreste. Ma se siete guidati dallo Spirito, non siete sotto la legge. Ora le opere della carne sono manifeste, e sono: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni, sètte, invidie, ubriachezze, orge e altre simili cose; circa le quali, come vi ho già detto, vi preavviso: chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo; contro queste cose non c'è legge. Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. 25 Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche guidati dallo Spirito.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, come protestanti facciamo fatica ad accettare la serie di cataloghi contenuti nel brano biblico alla nostra attenzione, cataloghi che ci indicano ciò che possiamo e non dobbiamo fare; ci mettono perfino in imbarazzo perché escludono la nostra coscienza e la nostra libertà di compiere scelte responsabili, ci obbligano ad andare in un’unica direzione, e non ci permettono di riflettere sulle situazioni che siamo chiamati ad affrontare lungo la nostra strada.

Eppure, anche l’apostolo Paolo è d’accordo con noi, quindi cerchiamo di capire che cosa vuole dirci in questo brano.

L’apostolo prende qui in considerazione il tema della volontà di Dio e quella nostra, prende in esame il modo di vivere la nostra vita come credenti quando è ispirata dallo Spirito e quando è ispirata dalla nostra volontà, dai nostri desideri umani, dal nostro egoismo.

Il risulto della riflessione di Paolo è che i due modi non sono conciliabili, sono due strade opposte tra loro, vanno in direzioni opposte e portano lontano, a risultati completamente diversi.

I desideri umani sono chiamati dall’apostolo “carne” con una accezione negativa, che significa essere schiavi, non riuscire a liberarsi, significa vivere e produrre opere malvagie, che fanno male al prossimo, a chi ci è vicino o lontano, opere che infliggono violenza, producono inimicizie, abbattono ponti, interrompono relazioni, promuovono divisioni, discordie, conflitti, aggressività, cultura di morte.

Testo della predicazione: Matteo 6,24

«Nessuno può servire due padroni, perché odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro. Voi non potete servire Dio e Mammona».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, a nessuno di noi piacerebbe avere un padrone, essere servi di qualcuno. Spesso i capi dell’ambiente lavorativo che si comportano da padroni sono sempre un po’ invisi, se non odiati. A volte, non sono neppure padroni dell’azienda, ma solo dei superiori a cui si deve obbedienza. Qui Gesù, addirittura, deve sottolineare con forza che nessuno deve avere due padroni, ma che ce ne basta uno solo.

Voi sapete che c’è chi dice che la poligamia nella Bibbia non è stata mai proibita e che neppure Gesù l’abbia fatto. Quando, dunque, un protestante incontrò un mormone che insisteva sul fatto che non esiste un’imposizione della monogamia nella Bibbia, il protestante rispose: «Certo che Gesù proibisce la poligamia, proprio là dove dice che un uomo non può servire due padroni».

È una battuta!

Tornando seriamente al nostro testo, dobbiamo constatare che la Bibbia non propone mai l’antitesi tra servire qualcuno oppure essere liberi; la scelta non è tra porsi al servizio di Dio, o al servizio del peccato, o per proprio conto, come se ci fosse una terra di nessuno, una zona neutrale dove collocarsi. L’apostolo Paolo è chiaro, non sono tre le scelte, ma due: servire chi conduce alla morte, e cioè il peccato, oppure servire Dio che dona la libertà: Israele, che è liberato dalla schiavitù dell’Egitto, si pone al servizio di Dio, ed ecco i Dieci comandamenti, ed ecco la Terra promessa, ma il deserto non è un luogo adatto per vivere.

Il servizio, dunque, è il nostro destino, a noi sta la scelta di chi servire. Ma la condizione del servire non è mai un peso impossibile che ci viene posto sulle spalle, è semmai conseguenza dell’amore di Dio per noi che ci offre la possibilità di amare il prossimo e amare il prossimo significa servire il prossimo: con il nostro lavoro, la nostra professionalità, le nostre competenze, la nostra sensibilità gentile, accogliente…

Testo della predicazione: Matteo 5,2-10

Gesù insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli. Beati quelli che sono afflitti, perché saranno consolati. Beati i mansueti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che sono affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché a loro misericordia sarà fatta. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli».

Sermone


Cari fratelli e care sorelle, le beatitudini, nel Vangelo di Matteo, sono l’apertura della predicazione di Gesù che annuncia il Regno di Dio. Le beatitudini sono legate al Regno di Dio che avanza tra gli esseri umani, sulla terra; i credenti che offrono se stessi, la loro vita, il loro tempo, i loro beni, sono strumenti di Dio nella storia umana, affinché il suo Regno venga davvero. Allora, i poveri, gli afflitti, i mansueti, coloro che hanno fame di giustizia, coloro che hanno misericordia verso gli altri, coloro che hanno un cuore puro, chi costruisce la pace, sono persone chiamate a essere testimoni e annunciatori del Regno di Dio. Tutto questo, perché il «Regno di Dio» non è una ideologia e basta, ma una realtà fatta di uomini e di donne, di figli e figlie di Dio.

Qui «beato» non sta per colui che, dopo morto, è avviato a un processo di beatificazione, ma beati sono i vivi, non i morti. In fondo potremmo anche tradurre la parola beati con «felici» perché Gesù parla di felicità, di gioia. Quindi, le beatitudini sono un invito alla felicità.

Gesù invita la chiesa, noi, a esprimere la felicità che Dio ci offre, non a concentrarci tristemente sui mali che affliggono tutti senza affrontarli con la forza che Dio stesso ci dona, affinché possiamo andare oltre il dolore, la sofferenza, il male, per trovare anche noi la pace e la felicità. Invece, tante volte al culto, non esprimiamo questo, non siamo allegri, mentre Gesù ci chiama ad essere la chiesa delle beatitudini, a riflettere la gioia di Dio.

Testo della predicazione: Matteo 6,19-23

«Non fatevi tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano; ma fatevi tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano né rubano. Perché dov’è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore. La lampada del corpo è l’occhio. Se dunque il tuo occhio è limpido, tutto il tuo corpo sarà illuminato; ma se il tuo occhio è malvagio, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre. Se dunque la luce che è in te è tenebre, quanto grandi saranno le tenebre!

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, oggi vi propongo un brano che il Corpo pastorale e diaconale del nostro Circuito ha scelto, è il secondo su cinque, sul tema del rapporto tra noi, Dio e i beni materiali. Oggi alla nostra attenzione vi è un brano dal Vangelo di Matteo che fa parte dei discorsi di Gesù raccolti nel “Sermone sul monte”. L’evangelista Matteo raccoglie alcuni detti che trattano, appunto, del valore da attribuire alle cose attorno a noi e alle persone.

Gesù è consapevole che tutti gli esseri umani hanno la tendenza ad accumulare beni e a raccogliere “tesori”, perché danno un senso di sicurezza. Oltre a ciò, è anche vero che le persone attribuiscono un alto valore sociale ad altre persone sulla base delle loro ricchezze e delle cose possedute.

Vi sono società nelle quali si è giudicati in base al bestiame posseduto, in altre società si è giudicati in base a pietre preziose, oro, argento posseduti oppure, nella la nostra epoca, che ha un’economia basata sul denaro, le disponibilità finanziarie permettono a chi le possiede di essere posto su un gradino sociale elevato.

Tali persone acquisiscono considerazione, stima, rispetto, i primi posti, conferimento di privilegi particolari perfino quando si tratta di persone che hanno commesso atti di illegalità o sono stati pure condannati dai tribunali.

Lunedì, 12 Ottobre 2015 13:09

Sermone di domenica 11 ottobre 2015

Scritto da

«Io non sono nulla» dice l’apostolo Paolo, «Dio è tutto». Del resto, la Scrittura dice: «Tutte le nazioni sono come nulla dinanzi a Dio, egli le reputa meno di nulla, una vanità» (Isaia 40,17). Oggi, molti nostri contemporanei capovolgono questa affermazione nel suo contrario e dicono: «L’uomo è tutto, Dio non è nulla». Ma l’apostolo Paolo dice chiaro e tondo: «Io non sono nulla, Dio è tutto».
Ma è proprio vero che Paolo non è nulla? No, non è vero. Paolo è qualcosa, anzi è molto. Egli dice di sé: «Io ho piantato», cioè ha fondato molte chiese. Una nullità non riesce a fondare chiese come ha fatto Paolo: fondare una chiesa è un’impresa stupenda, per non dire miracolosa. Neppure Apollo, il collega di Paolo nell’apostolato, è nulla: lui infatti «ha annaffiato», cioè ha continuato e sviluppato l’opera di Paolo. Ma allora perché Paolo dice che lui e Apollo sono nulla e che Dio è tutto?

Lo dice perché essi sono sì importanti per piantare e annaffiare, ma sono nulla per la crescita, perché la crescita è unicamente opera sua; Dio è tutto per la crescita, mentre Paolo e Apollo sono tutto per piantare e annaffiare, ma sono nulla per far crescere; ma per far crescere cosa? Per far crescere la chiesa, ovviamente, è della chiesa che qui Paolo sta parlando. Ma l’immagine che egli adopera è tratta da ciò che accade in natura, dove possiamo piantare e annaffiare, ma non possiamo far crescere.