Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Bellonatti

Archivio dei sermoni domenicali

Testo della predicazione: Romani 5,1-5

«Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore, mediante il quale abbiamo anche avuto, per la fede, l'accesso a questa grazia nella quale stiamo; e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio; non solo, ma ci gloriamo anche nelle afflizioni, sapendo che l'afflizione produce pazienza, la pazienza esperienza, e l'esperienza speranza. Or la speranza non delude, perché l'amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato».

Sermone

    Cari fratelli e sorelle, cari bambini e bambine della Scuola domenicale, questo brano della Bibbia ci parla della pace e ci dice che la pace ci è donata da Dio. È regalo che Dio ci fa. Noi dobbiamo solo prenderlo, accettarlo e vivere ogni giorno nella dimensione di questa pace. L’apostolo Paolo che scrive, dice: «Abbiamo pace con Dio».

È successo che Gesù è venuto sulla terra per dirci che potevamo fare la pace con Dio, quando tutti credevano che non era possibile, Gesù è venuto per permettere che succedesse davvero la pace, per questo non ha reagito quando lo hanno ucciso e messo sulla croce: Gesù annunciava la pace con Dio e allora non si è opposto con la violenza, né con l’aggressione e non ha sguainato una spada per difendersi dai cattivi. La violenza, invece, produce sempre la guerra; la violenza fa diventare nemici le persone, con la violenza si fa solo del male, dalla violenza non viene la pace, ma l’odio.

Ma allora, se non possiamo annientare le persone cattive, quelle che fanno il male, quelle che odiano, che uccidono, che rubano, come possiamo vivere in pace?

Se non possiamo farle sparire con un colpo di bacchetta magica possiamo però credere che ci sono altri modi affinché vi sia la pace sulla terra. È importante avere questa speranza! Sapete, la speranza è qualcosa di grande, molto grande. La speranza non è l’ultima cosa da fare, non si spera per un futuro migliore perché tutto è andato storto.

L’apostolo Paolo che scrive questo brano della Bibbia, ci dice che la speranza viene dalla certezza dell’amore di Dio. Quanto più Dio ci ama, tanto più possiamo sperare nel nostro futuro di pace.

«La speranza non delude mai» dice l’apostolo, sapete perché? Perché la speranza permette il cambiamento, la speranza trasforma le situazioni, apre nuove vie, nuove porte, anche quando sembra che tutto sia perduto. È una grande forza la speranza.

Venerdì, 19 Febbraio 2016 13:05

Sermone del XVII febbraio 2016 (Luca 15,11-32)

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Testo della predicazione: Luca 15,11-32

«Un uomo aveva due figli. Il più giovane di loro disse al padre: “Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta”. Ed egli divise fra loro i beni. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, messa insieme ogni cosa, partì per un paese lontano e vi sperperò i suoi beni, vivendo dissolutamente. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una gran carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora si mise con uno degli abitanti di quel paese, il quale lo mandò nei suoi campi a pascolare i maiali. Ed egli avrebbe voluto sfamarsi con i baccelli che i maiali mangiavano, ma nessuno gliene dava. Allora, rientrato in sé, disse: “Quanti servi di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Io mi alzerò e andrò da mio padre, e gli dirò: ‘Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi servi’”. Egli dunque si alzò e tornò da suo padre. Ma mentre egli era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione; corse, gli si gettò al collo e lo baciò. E il figlio gli disse: “Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai suoi servi: “Presto, portate qui la veste più bella e rivestitelo, mettetegli un anello al dito e dei calzari ai piedi; portate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato”. E si misero a fare gran festa. Or il figlio maggiore si trovava nei campi, e mentre tornava, come fu vicino a casa, udì la musica e le danze. Chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa succedesse. Quello gli disse: “È tornato tuo fratello e tuo padre ha ammazzato il vitello ingrassato, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si adirò e non volle entrare; allora suo padre uscì e lo pregava di entrare. Ma egli rispose al padre: “Ecco, da tanti anni ti servo e non ho mai trasgredito un tuo comando; a me però non hai mai dato neppure un capretto per far festa con i miei amici; ma quando è venuto questo tuo figlio che ha sperperato i tuoi beni con le prostitute, tu hai ammazzato per lui il vitello ingrassato”. Il padre gli disse: “Figliolo, tu sei sempre con me e ogni cosa mia è tua; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato”».

Sermone

Care sorelle, cari fratelli, è da qualche mese che mi affascina particolarmente la parabola del padre misericordioso come oggi spesso viene, secondo me giustamente, intitolato il brano di Luca 15 che abbiamo appena ascoltato. Mi affascina perché esistono tante interpretazioni diverse e fra le tante interpretazioni anche un bel po' di sfumature.

Già il modo in cui nelle Bibbie viene intitolata la parabola da un'idea della varietà delle interpretazioni: il figlio prodigo, il figlio perduto e ritrovato, i due figli, il padre misericordioso …

Oggi noi siamo in festa, celebriamo la nostra libertà raggiunta 168 anni fa per via delle lettere patenti di Carlo Alberto. Ed è di festa che parla la parabola, di una gran festa, chiedendoci se noi siamo in grado di festeggiare davvero o se siamo come i due figli che hanno delle visioni del padre proprio non di festa ma di guastafeste.

Ma andiamo con ordine.

Sappiamo che il figlio maggiore, quello rimasto a casa, non riesce a fare festa. Ma forse nemmeno il figlio minore non è capace di godersi la festa organizzata dal padre. I due figli quindi incapaci di festeggiare? Perché? Perché in fondo è una questione di narrazione, quale narrazione è la mia dell'evento e quale è quella del padre?

Testo della predicazione: Ebrei 4,12-13

«La parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l'anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore. E non v'è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo render conto».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, l’autore della lettera agli Ebrei rivolge un lungo sermone ai suoi destinatari per incoraggiarli circa le difficoltà che vivevano nella società come credenti cristiani. Questi credenti trovavano umiliante credere in un Cristo come “uomo di dolore”, le persecuzioni che essi stessi subivano avevano provocato delusione, perché si aspettavano una salvezza che li liberasse dalle sofferenze umane.

Il predicatore però, cerca di rendere ragione dei testi biblici su cui si appoggiavano i credenti, spiegandone il senso autentico, non letterale, ma spirituale, per cui le Scritture dell’Antico Testamento diventano la prefigurazione di un nuovo Patto che Dio farà con l’umanità. Il nuovo Patto è perfetto perché non è stato compiuto con il sangue di animali, ma con il sangue di Cristo, che è la Parola vivente di Dio, Dio stesso che si offre all’umanità. Il nuovo Patto è per sempre, non servono altri olocausti, altre offerte a Dio, ma è accaduto una volta per tutte.

Questa spiegazione deve confortare chi legge la lettera, perché Gesù, l’uomo di dolore, non è rimasto prigioniero della distruzione, della devastazione, dell’annullamento, ma attraverso l’annullamento fisico ha vinto l’insufficienza umana, la sua parzialità, il suo peccato, il suo dolore, la sua sofferenza.

Non bisogna temere dunque, perché siamo in buone mani. Siamo entrati, cioè, all’interno di una nuova alleanza con Dio, in cui Dio stesso decide di essere l’autore della nostra salvezza, del nostro perdono e della nostra redenzione, liberandoci da tutte quelle offerte che davano solo l’illusione di meritare la grazia di Dio.

Lettura biblica: Ebrei 11,1-3.6

La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. Per mezzo di questa fede gli antichi ricevettero buona testimonianza. Per fede noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine quello che si vede. Senza la fede però è impossibile essergli graditi; chi infatti s'accosta a Dio deve credere che egli esiste e che egli ricompensa coloro che lo cercano.

Lettura: Dietrich Bonhoeffer

Credo che solo la Bibbia sia la risposta a tutte le nostre domande, e che noi dobbiamo solo interrogarla con assiduità e con un po' di umiltà, per avere la risposta. Non si può semplicemente leggere la Bibbia come altri libri. Si deve essere pronti a interrogarla realmente: solo così essa si fa capire.

Solo se noi aspettiamo una risposta ultima, essa la dà. Ciò dipende dal fatto che nella Bibbia Dio parla di noi. E su Dio non si può semplicemente riflettere per conto proprio, ma lo si deve interrogare. Solo se noi lo cerchiamo egli risponde. Naturalmente si può leggere anche la Bibbia come ogni altro libro, dunque dal punto di vista della critica del testo ecc. Non c'è assolutamente niente in contrario. Solo che questo non è l'uso che svela l'essenza della Bibbia, ma ci dà solo la superficie.

Solo se finalmente osiamo rimetterci alla Bibbia, come se qui realmente parlasse a noi quel Dio che ci ama e che non vuol lasciarci soli con le nostre domande, avremo gioia nella lettura della Bibbia.

Sermone: Vivere la Bibbia nel tempo

Quale parola, quale messaggio di Dio ci giunge qui ed ora?

Potremmo dire che oltre al suo contenuto, esiste una “fisicità” della Bibbia, sì essa è anche una compagna di vita, una testimone di emozioni, una custode di tradizioni, un’amica che percorre con noi i giorni luminosi e quelli bui.

Potremmo raccontare di come la Parola di Dio ci abbia accompagnati nel tempo, attraverso le esperienze di fede ricevute da coloro che ci hanno amato: nonni, zie, genitori, sorelle, amici, persone della comunità.

Quale parola, quale messaggio di Dio ci giunge qui ed ora?

Testo della predicazione: Giosuè 1,1-9

Dopo la morte di Mosè, servo del Signore, il Signore parlò a Giosuè, figlio di Nun, servo di Mosè, e gli disse: «Mosè, mio servo, è morto. Àlzati dunque, attraversa questo Giordano, tu con tutto questo popolo, per entrare nel paese che io do ai figli d'Israele. Ogni luogo che la pianta del vostro piede calcherà, io ve lo do, come ho detto a Mosè, dal deserto, e dal Libano che vedi là, sino al gran fiume, il fiume Eufrate, tutto il paese degli Ittiti sino al mar Grande, verso occidente: quello sarà il vostro territorio. Nessuno potrà resistere di fronte a te tutti i giorni della tua vita; come sono stato con Mosè, così sarò con te; io non ti lascerò e non ti abbandonerò. Sii forte e coraggioso, perché tu metterai questo popolo in possesso del paese che giurai ai loro padri di dar loro. Solo sii molto forte e coraggioso; abbi cura di mettere in pratica tutta la legge che Mosè, mio servo, ti ha data; non te ne sviare né a destra né a sinistra, affinché tu prosperi dovunque andrai. Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo, giorno e notte; abbi cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto; poiché allora riuscirai in tutte le tue imprese, allora prospererai. Non te l'ho io comandato? Sii forte e coraggioso; non ti spaventare e non ti sgomentare, perché il Signore, il tuo Dio, sarà con te dovunque andrai».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, è un passaggio di consegne quello che ci viene raccontato nel primo capitolo del libro di Giosuè. Ma non è Mosè stesso, ormai morto, che lo fa nei confronti del nuovo condottiero di Israele, ma Dio stesso.

Il racconto è molto suggestivo, questo rapporto diretto con Dio che ci è raccontato qui, è lo stesso rapporto di Mosè con Dio sul Sinai e lungo la strada, nel deserto, verso la terra promessa.

Facciamo però un passo indietro per capire esattamente che cosa è chiamato a fare Giosuè, il successore di Mosè.

Il racconto del primo incontro di Mosè con Dio sul Sinai parla della liberazione di un popolo schiavo in Egitto. Dio si presenta per venire incontro a un popolo oppresso, sfruttato, impaurito, schiacciato e sofferente, si presenta per liberarlo.

Ecco, nella Bibbia Dio è colui che rende liberi gli oppressi, sempre! Qualunque altro dio è diverso da quello del Sinai, che è un Dio libero, che ama e che perciò vuole la libertà delle sue creature, un Dio che si prende cura di loro e vuole solo il loro bene. Gli altri sono invece dèi che piegano al loro volere le creature, le soggiogano, chiedono sottomissione incondizionata, schiavitù.

I dieci comandamenti che Mosè riceve nel luogo dell’incontro con Dio, sul Sinai, tendono a mantenere il popolo e il singolo, nella condizione di libertà. I Comandamenti esordiscono con le parole “Io sono il Signore tuo Dio che ti ha liberato dal paese d’Egitto”… quindi: non rivolgerti ad altri dèi perché ti asserviranno e ne rimarrai schiacciato, non adorare le loro immagini anche se ti sembrano innocue, ne diventerai invece dipendente, dedica un giorno alla settimana al riposo per ricordarti che il lavoro non deve mai diventare una schiavitù, Dio ti ha liberato da essa, non ricaderci; ecc…

Dunque una legge che crea rapporti umani all’insegna della libertà, della giustizia e della coesione per far fronte ai pericoli costanti di ricadere nella schiavitù.

Domenica, 27 Dicembre 2015 13:52

Sermone di Natale 2015 (Luca 2,15-20)

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Testo della predicazione: Luca 2,15-20

Quando gli angeli se ne furono andati verso il cielo, i pastori dicevano tra di loro: «Andiamo fi no a Betlemme e vediamo ciò che è avvenuto, e che il Signore ci ha fatto sapere». Andarono in fretta, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia; e, vedutolo, divulgarono quello che era stato loro detto di quel bambino. E tutti quelli che li udirono si meravigliarono delle cose dette loro dai pastori. Maria serbava in sé tutte queste cose, meditandole in cuor suo. E i pastori tornarono indietro, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato loro annunciato.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, nel Vangelo di Luca, il racconto della nascita di Gesù si articola in modo molto semplice. La narrazione della natività di Gesù è sorprendentemente semplice e chiara. Non accade alcun miracolo, nessun avvenimento insolito, non ci sono orpelli, luci, personaggi illustri.

Anzi, accade qualcosa che ci allontana da ogni idea miracolistica: Betlemme è la cittadina dove nasce Gesù, ed è la più piccola della Giudea, è la più umile fra tutte. Nulla di significativo, dunque; inoltre l’annuncio degli angeli è rivolto a degli umili pastori che non hanno la caratteristica di essere intenditori dei grandi avvenimenti.

Ma che significa tutto questo?

Significa che Dio non viene in modo evidente, sorprendente, appariscente. Ma in modo normale, senza rumore. Non vi è nessuna preparazione, tutto accade all’improvviso, nessuna spettacolarizzazione dell’evento di Dio: Dio viene da noi sulla terra, diventa come noi, per amarci nella nostra umanità.

In questo brano di Luca, vi è la convinzione che Dio si usi degli avvenimenti storici per agire. Qui, per esempio, è citato Cesare Augusto e il suo censimento, si tratta di più che di una data, è un’informazione dietro la quale c’è la convinzione che imperatori, governi e leggi servano al disegno di Dio, spesso senza esserne consapevoli. Così Cesare Augusto diventa strumento della volontà di Dio.

Luca ci spiega che non c’è bisogno di un miracolo, non c’è bisogno di un avvenimento insolito perché Dio sia all’opera. È vero che Dio opera miracoli, ma Dio opera anche senza i miracoli. Il miracolo è che Dio operi.

Questo accade a Betlemme.

Testo della predicazione: II Samuele 13,1-22

Absalom, figlio di Davide, aveva una sorella di nome Tamar, che era bella; Amnon se ne innamorò. Si appassionò a tal punto per Tamar da diventarne malato; perché lei era vergine e gli era difficile fare qualche tentativo con lei. Amnon aveva un amico, Ionadab, un uomo molto accorto. Questi gli disse: «Come mai tu, figlio del re, sei ogni giorno più deperito? Non me lo vuoi dire?» Amnon gli rispose: «Sono innamorato di Tamar». Ionadab allora gli disse: «Mettiti a letto e fingiti malato. Quando tuo padre verrà a vederti digli: "Fa', ti prego, che mia sorella Tamar venga a darmi da mangiare e a prepararmi del cibo». Amnon dunque si mise a letto e si finse ammalato; e quando il re lo venne a vedere, Amnon gli disse: «Fa', ti prego, che mia sorella Tamar venga e prepari un paio di frittelle davanti a me». Allora Davide mandò a dire a Tamar: «Va' a casa di Amnon, e preparagli qualcosa da mangiare». Tamar andò a casa di Amnon, preparò delle frittelle e le fece cuocere davanti a lui. Poi gli servì le frittelle. Ma mentre gliele porgeva perché mangiasse, egli l'afferrò e le disse: «Vieni a unirti a me, sorella mia». Lei gli rispose: «No, fratello mio, non farmi violenza; questo non si fa in Israele; non commettere una tale infamia! Dove potrei andare piena di vergogna? Parlane piuttosto al re, egli non ti rifiuterà il permesso di sposarmi». Ma egli non volle darle ascolto e la violentò. Poi Amnon ebbe verso di lei un odio fortissimo; a tal punto che l'odio per lei fu maggiore dell'amore di cui l'aveva amata prima. Le disse: «Àlzati, vattene!» Lei gli rispose: «Non mi fare, cacciandomi, un torto maggiore di quello che mi hai già fatto». Ma egli non volle darle ascolto. Anzi, chiamato il servo che lo assisteva, gli disse: «Caccia via da me costei e chiudile dietro la porta!» Il servo la mise fuori e le chiuse la porta dietro. E Tamar si sparse della cenere sulla testa, si stracciò di dosso la tunica con le maniche e mettendosi la mano sul capo, se ne andò gridando. Absalom, suo fratello, le disse: «Forse che Amnon, tuo fratello, è stato con te? Per ora taci, sorella mia; egli è tuo fratello; non tormentarti per questo». Tamar, desolata, rimase in casa di Absalom, suo fratello. Il re Davide udì tutte queste cose e si adirò molto. Absalom non disse una parola ad Amnon né in bene né in male; perché odiava Amnon per la violenza che aveva fatta a Tamar, sua sorella.

Meditazione di Lidia Maggi - tratta da: Le donne di Dio - Claudiana

È una storia come tante altre, quella di Tamar.
Una vicenda co­mune a molte vittime innocenti, vite segnate per sempre dallo stu­pro e dal disprezzo.
Gli abusi domestici sono tra le violenze più terribili, perché av­vengono proprio nei contesti dove i più deboli dovrebbero essere tutelati, protetti e amati. Abusare di un familiare significa tradire un rapporto intimo di fiducia, approfittare della vulnerabilità del­la persona per i propri fini malvagi e scardinare per sempre la sti­ma necessaria per affrontare la vita.

Piccola principessa violata, sapevi che non sarebbe bastato il tuo status regale a proteggerti? Sapevi che il pericolo più grande, il nemico da temere, non veniva dall'esterno ma abitava con te, aveva il tuo stesso sangue, era parte della tua stessa genealogia?

Testo della predicazione: Galati 5,16-25

Io dico: camminate secondo lo Spirito e non adempirete affatto i desideri della carne. Perché la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro; in modo che non potete fare quello che vorreste. Ma se siete guidati dallo Spirito, non siete sotto la legge. Ora le opere della carne sono manifeste, e sono: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni, sètte, invidie, ubriachezze, orge e altre simili cose; circa le quali, come vi ho già detto, vi preavviso: chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo; contro queste cose non c'è legge. Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. 25 Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche guidati dallo Spirito.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, come protestanti facciamo fatica ad accettare la serie di cataloghi contenuti nel brano biblico alla nostra attenzione, cataloghi che ci indicano ciò che possiamo e non dobbiamo fare; ci mettono perfino in imbarazzo perché escludono la nostra coscienza e la nostra libertà di compiere scelte responsabili, ci obbligano ad andare in un’unica direzione, e non ci permettono di riflettere sulle situazioni che siamo chiamati ad affrontare lungo la nostra strada.

Eppure, anche l’apostolo Paolo è d’accordo con noi, quindi cerchiamo di capire che cosa vuole dirci in questo brano.

L’apostolo prende qui in considerazione il tema della volontà di Dio e quella nostra, prende in esame il modo di vivere la nostra vita come credenti quando è ispirata dallo Spirito e quando è ispirata dalla nostra volontà, dai nostri desideri umani, dal nostro egoismo.

Il risulto della riflessione di Paolo è che i due modi non sono conciliabili, sono due strade opposte tra loro, vanno in direzioni opposte e portano lontano, a risultati completamente diversi.

I desideri umani sono chiamati dall’apostolo “carne” con una accezione negativa, che significa essere schiavi, non riuscire a liberarsi, significa vivere e produrre opere malvagie, che fanno male al prossimo, a chi ci è vicino o lontano, opere che infliggono violenza, producono inimicizie, abbattono ponti, interrompono relazioni, promuovono divisioni, discordie, conflitti, aggressività, cultura di morte.

Testo della predicazione: Matteo 6,24

«Nessuno può servire due padroni, perché odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro. Voi non potete servire Dio e Mammona».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, a nessuno di noi piacerebbe avere un padrone, essere servi di qualcuno. Spesso i capi dell’ambiente lavorativo che si comportano da padroni sono sempre un po’ invisi, se non odiati. A volte, non sono neppure padroni dell’azienda, ma solo dei superiori a cui si deve obbedienza. Qui Gesù, addirittura, deve sottolineare con forza che nessuno deve avere due padroni, ma che ce ne basta uno solo.

Voi sapete che c’è chi dice che la poligamia nella Bibbia non è stata mai proibita e che neppure Gesù l’abbia fatto. Quando, dunque, un protestante incontrò un mormone che insisteva sul fatto che non esiste un’imposizione della monogamia nella Bibbia, il protestante rispose: «Certo che Gesù proibisce la poligamia, proprio là dove dice che un uomo non può servire due padroni».

È una battuta!

Tornando seriamente al nostro testo, dobbiamo constatare che la Bibbia non propone mai l’antitesi tra servire qualcuno oppure essere liberi; la scelta non è tra porsi al servizio di Dio, o al servizio del peccato, o per proprio conto, come se ci fosse una terra di nessuno, una zona neutrale dove collocarsi. L’apostolo Paolo è chiaro, non sono tre le scelte, ma due: servire chi conduce alla morte, e cioè il peccato, oppure servire Dio che dona la libertà: Israele, che è liberato dalla schiavitù dell’Egitto, si pone al servizio di Dio, ed ecco i Dieci comandamenti, ed ecco la Terra promessa, ma il deserto non è un luogo adatto per vivere.

Il servizio, dunque, è il nostro destino, a noi sta la scelta di chi servire. Ma la condizione del servire non è mai un peso impossibile che ci viene posto sulle spalle, è semmai conseguenza dell’amore di Dio per noi che ci offre la possibilità di amare il prossimo e amare il prossimo significa servire il prossimo: con il nostro lavoro, la nostra professionalità, le nostre competenze, la nostra sensibilità gentile, accogliente…