Culto domenicale:
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Domenica, 31 Luglio 2016 10:39

Sermone di domenica 31 luglio 2016 (Romani 8,31-35.38-39)

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Testo della predicazione: Romani 8,31-35.38-39

Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi. Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, l’apostolo Paolo che scrive questo brano, riflette sul senso della vita; parlare del senso della vita significa anche parlare delle prove della vita, del senso della morte di Cristo per noi e della nostra morte. L’apostolo si domanda come mai i credenti possono essere vittima delle sofferenze e del dolore del mondo.

     Perché i credenti in Cristo non sono risparmiati da quella che a noi appare una forza aggressiva e violenta, dirompente, che provoca distruzione e morte nel mondo? Perché Dio permette che esista? Perché Dio non pone fine al male con la sola forza della sua onnipotenza? Perché ha permesso Auschwitz? Perché tante persone innocenti soffrono e muoiono a causa del male nel mondo?

     L’apostolo cerca di dare un senso alla vita e alla storia dei credenti spiegando che Dio stesso è stato vittima del male del mondo, che Dio stesso ha sofferto la perdita di suo Figlio sulla croce. ¿Dov’era Dio quando Gesù moriva a causa della malvagità umana? Dio era là, sulla croce, era con il nostro Gesù, con il suo Gesù, che soffriva, che moriva, ma in questo modo ha dimostrato che esiste qualcosa di molto più grande e potente del male e della violenza del mondo: l’amore, il suo amore, per il mondo, per tutti gli esseri umani, un amore dal quale nessuno può separarci, neppure la morte stessa, dice l’apostolo.

     Il battesimo di Luca, che abbiamo celebrato oggi, ha questo significato: a Luca, Dio dice: «Io ti amo, sempre, qualunque cosa ti riservi la vita, e non ti lascerò mai solo». Il battesimo è l’atto di Dio nel quale Dio stesso ci fa una promessa: «Io mi prenderò cura di te, sempre, anche quando la violenza e il male del mondo prenderanno il sopravvento, quando l’odio, l’ostilità, l’intolleranza e il disprezzo saranno più grandi delle tue forze e della tua immaginazione, il mio amore non verrà mai meno, contaci!».

     Dov’era Dio quando accadeva la violenza cieca di Auschwitz? Era lì, ad Auschwitz, come sulla croce, che moriva con loro, con i condannati a morte. Perché?

Perché neppure la violenza, il male e la morte stessa potevano separare quelle persone dall’amore di Dio. E tutto ciò continua ad accadere ancora oggi a causa dell’egoismo umano, di chi si dice cristiano, ma respinge, di chi si definisce credente, ma legittima e produce la guerra che genera profughi, migranti, disperazione e morte. Dio è là, ancora una volta, su quella croce, per dire che la violenza e il male distruggono, ma non hanno l’ultima parola, mentre l’amore sì, perché l’amore costruisce relazioni, ponti, rapporti, crea la vita. Dio è là, ancora una volta, per dirci che l’amore è la nostra speranza, la speranza del mondo. 

     Perciò l’apostolo Paolo, nel brano che abbiamo letto, osa pensare a una solidarietà di Dio per noi, che preferisce diventare piccolo, debole, umano come noi, rinunciando alla sua onnipotenza, alla sua gloria, per partecipare alla nostra natura umana di sofferenza e dolore.

     L’apostolo Paolo ci spiega che è un rapporto d’amore quello che Dio instaura con noi, e questo rapporto lo mantiene anche quando attraversiamo i momenti più bui della nostra vita, angosce, persecuzioni, pericoli, difficoltà, prove.

     Il rapporto d’amore tra noi e Dio non è fondato sulle nostre possibilità umane di accattivare il favore di Dio, neppure di farlo contento offrendogli le nostre buone opere o i nostri meriti. No, il suo amore per noi, non dipende dal nostro amore o dalla nostra bellezza. Martin Lutero diceva: «Dio non ci ama perché siamo belli, ma siamo belli perché Dio ci ama».

     Nelle parole della Bibbia, scopriamo, infatti, un Dio che preferisce morire per noi piuttosto che punirci, esserci vicino piuttosto che annientarci, di un Dio che si fa umano come noi, per amarci nella nostra pelle.

     Questo è il Dio di Gesù, questo è il nostro Dio; il rapporto che instaura con noi è fondato unicamente sull’amore, sulla gratuità dell’amore, del perdono, della salvezza, della guarigione, un amore che lenisce il dolore e sana le ferite dell’anima.

     Chi ci condannerà? Domanda l’apostolo.

«Nessuno» è la risposta, perché Cristo è morto proprio per noi. Ma la domanda più importante è: chi ci separerà dall’amore di Cristo? «Nulla e nessuno» è la risposta.

     Tutti gli eventi più catastrofici non potranno mai interrompere l’amore di Dio per noi, la sua mano che stringe la nostra.

La morte di Cristo è un riferimento di speranza per tutti noi, perché la sua risurrezione dai morti ci rivela che neppure la morte ha il potere di annientarci. Questo ci dice Dio attraverso il segno del battesimo che celebriamo e che oggi Luca ha ricevuto. Il battesimo, infatti, si richiama alla morte e alla risurrezione di Gesù, che rispecchia la nostra morte al peccato e la nostra rinascita spirituale alla vita.

     L’amore di Dio abbraccia tutto, ci rende capaci di ricambiare Dio e di amare a nostra volta: nessun evento della vita può limitare, diminuire o annientare questo amore che è la nostra speranza e la nostra ragione di vita. Amen!

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Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

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