Culto domenicale:
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ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

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Bellonatti

Archivio dei sermoni domenicali

Domenica, 05 Aprile 2015 12:21

Sermone di Pasqua 2015 (Marco 16,1-8)

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Testo della predicazione: Marco 16,1-8

«Passato il sabato, Maria Maddalena, Maria, madre di Giacomo, e Salome comprarono degli aromi per andare a ungere Gesù. La mattina del primo giorno della settimana, molto presto, vennero al sepolcro al levar del sole. E dicevano tra di loro: «Chi ci rotolerà la pietra dall’apertura del sepolcro?» Ma, alzati gli occhi, videro che la pietra era stata rotolata; ed era pure molto grande. Entrate nel sepolcro, videro un giovane seduto a destra, vestito di una veste bianca, e furono spaventate. Ma egli disse loro: «Non vi spaventate! Voi cercate Gesù il Nazareno che è stato crocifisso; egli è risuscitato; non è qui; ecco il luogo dove l’avevano messo. Ma andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea; là lo vedrete, come vi ha detto». Esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro, perché erano prese da tremito e da stupore; e non dissero nulla a nessuno, perché avevano paura».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, le donne del racconto biblico hanno paura e fuggono via. La paura impedisce loro di parlare. Ma a queste donne, il giovane dentro il sepolcro vuoto dice: «Non vi spaventate! Gesù è risorto!».

Risurrezione, dunque, significa non avere più paura.

Eppure, le donne del racconto sono prese da paura e non riescono a uscire dal loro orizzonte di morte. Gesù è morto, e per loro è crollato tutto un mondo nel quale avevano creduto quando ascoltavano Gesù che parlava di un nuovo regno; sarebbe stato un regno di solidarietà, di giustizia, di speranza, d’amore. Per quelle donne, sulla croce era morta la speranza, l’amore, la solidarietà. Perciò quelle donne sono ferite nel profondo della loro anima, e non riescono a vedere oltre il loro dolore.

D’altra parte, nulla è più definitivo di una tomba!

Per quelle donne, come per noi, la tomba è la soglia oltre la quale non si può andare, davanti a una tomba non c’è speranza.

Terrorismo religioso che fare restare pietrificati davanti a una violenza inaudita che causa morti e stragi.
Illegalità che trasforma il diritto e l’equità in favoritismi.
Corruzione che si fa strada in chi è roso dall’avidità e dall’egoismo e adora un dio tutto d’oro che non né ha sentimenti né cuore.
Razzismo che impedisce l'incontro con chi è diverso da se stessi.
Disoccupazione che annienta la speranza del futuro.
Egoismo che fa morire la solidarietà.

Cosa c'è di più definitivo di una tomba?

Testo della predicazione: Giovanni 12,12-19

Il giorno seguente, la gran folla che era venuta alla festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme, uscì a incontrarlo, e gridava: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!» Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto: «Non temere, figlia di Sion! Ecco, il tuo re viene, montato sopra un puledro d’asina!» I suoi discepoli non compresero subito queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, allora si ricordarono che queste cose erano state scritte di lui, e che essi gliele avevano fatte. La folla dunque, che era con lui quando aveva chiamato Lazzaro fuori dal sepolcro e l’aveva risuscitato dai morti, ne rendeva testimonianza. Per questo la folla gli andò incontro, perché avevano udito che egli aveva fatto quel segno miracoloso. Perciò i farisei dicevano tra di loro: «Vedete che non guadagnate nulla? Ecco, il mondo gli corre dietro!»

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, neppure oggi si è persa l’abitudine di correre dietro alle persone che ci promettono un futuro sereno, un lavoro duraturo, di pagare meno tasse: è umano.

Gesù si dirige a Gerusalemme dopo aver risuscitato il suo amico Lazzaro, e così un gran folla gli corre dietro; altri gli corrono incontro per proclamarlo Re d’Israele agitando delle palme.

Infatti era vicina la “Festa delle Capanne”, in cui Israele ricordava il suo lungo peregrinare nel deserto dopo la liberazione dall’Egitto; Israele nel deserto visse da nomade, quindi in tende o in capanne fatte di rami per spostarsi facilmente.

Ecco, ogni anno "La festa delle capanne" ricordava a Israele il periodo difficile del deserto prima di raggiungere la terra promessa. Così, come recita il libro del Levitico (23,40.42s), la gente costruiva delle capanne con rami di palma per abitare in quelle capanne per sette giorni affinché: «i vos­tri figli sappiano che io feci abitare in capanne Israele quando li feci uscire dal paese d’Egitto».

La folla accoglie Gesù come un liberatore, come un re nazionale e grida: “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il Re d’Israele”; è la frase usata dai sacerdoti (tratta dal Salmo 118) per invocare la benedizione sui pellegrini che arrivavano a Gerusalemme per la Festa delle Capanne; colui che viene nel nome del Signore non è qui il pellegrino, ma Gesù, proclamato sul campo re d’Israele che viene a liberare il popolo dall’oppressore romano.

Ma Gesù non ci sta, non intende essere travisato e scambiato per un liberatore nazionale, come uno dei tanti eroi della storia.

La folla aveva frainteso, non aveva capito il miraco­lo della risurrezione di Lazzaro, se non come un segno di gloria nazio­na­listica, anziché come un dono di vita per tutti gli esseri umani sulla terra.

Testo della predicazione: Marco 10, 35-38. 42-45

«Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, si avvicinarono a lui, dicendogli: «Maestro concedici di sedere uno alla tua destra e l’altro alla tua sinistra nella tua gloria». Ma Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete (...) Voi sapete che quelli che son reputati principi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi le sottomettono al loro dominio. Ma non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi, sarà vostro servitore; e chiunque, tra di voi, vorrà essere primo sarà servo di tutti. Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, il brano biblico alla nostra attenzione si pone tra l’annuncio della morte di Gesù, il terzo, e il senso della morte di Gesù, del perché è venuto Gesù al mondo e perché è morto.

Due fratelli, Giacomo e Giovanni, discepoli di Gesù, gli chiedono di sedere, uno a destra e uno a sinistra della sua gloria, quando sarà manifestato il Regno di Dio. Gesù risponde con una frase che oggi tradurremmo così: «Voi non avete capito niente».

In realtà l’evangelista Marco sta mettendo a confronto quelli che sono i pensieri umani e quelli di Dio; si contrappongono, partono da una logica diversa, da cui però si può guarire; il cambiamento è possibile, infatti è la conversione quella che è annunciata nel vangelo di Marco.

Il lettore del vangelo di Marco è continuamente confrontato con l’esigenza della conversione: il fraintendimento dei discepoli e il “non aver capito nulla”, sono le condizioni in cui si trova il lettore, cioè noi, che viene così interrogato dalla Parola di Gesù e risponde chiedendogli di essere soccorso nella sua incredulità.

I due fratelli Giacomo e Giovanni, chiedono di diventare i primi, non nel presente ma nel futuro. Chiedono di sedere sui troni sui quali siederanno coloro che saranno deputati a giudicare. Non chiedono di partecipare alla gloria di Gesù, ma di occupare i primi posti, fregandosene di tutti gli altri compagni, discepoli, come loro, dello stesso maestro. Ovviamente, la loro richiesta fa scoppiare l’indignazione degli altri compagni e rompe la comunione all’interno del gruppo dei discepoli.

Gesù risponde “voi non avete capito nulla”.

Che cosa non avevano capito?

Testo della predicazione: Giovanni 13,1-17

Era ormai vicina la festa ebraica della Pasqua. Gesù sapeva che era venuto per lui il momento di lasciare questo mondo e tornare al Padre. Egli aveva sempre amato i suoi discepoli che erano nel mondo, e li amò sino alla fine. All’ora della cena, il diavolo aveva già convinto Giuda (il fi glio di Simone Iscariota) a tradire Gesù. Gesù sapeva di aver avuto dal Padre ogni potere; sapeva pure che era venuto da Dio e che a Dio ritornava. Allora si alzò da tavola, si tolse la veste e si legò un asciugamano intorno ai fi anchi, versò l’acqua in un catino, e cominciò a lavare i piedi ai suoi discepoli. Poi li asciugava con il panno che aveva intorno ai fianchi. Quando arrivò il suo turno, Simon Pietro gli disse: Signore, tu vuoi lavare i piedi a me? Gesù rispose: Ora tu non capisci quello che io faccio; lo capirai dopo. Pietro replicò: No, tu non mi laverai mai i piedi! Gesù ribatté: Se io non ti lavo, tu non sarai veramente unito a me. Simon Pietro gli disse: Signore, non lavarmi soltanto i piedi, ma anche le mani e il capo. Gesù rispose: Chi è già lavato non ha bisogno di lavarsi altro che i piedi. È completamente puro. Anche voi siete puri, ma non tutti. Infatti, sapeva già chi lo avrebbe tradito. Per questo disse: ‘Non tutti siete puri’. Gesù terminò di lavare i piedi ai discepoli, riprese la sua veste e si mise di nuovo a tavola. Poi disse: ‘Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate Maestro e Signore, e fate bene perché lo sono. Dunque, se io, Signore e Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Io vi ho dato un esempio perché facciate come io ho fatto a voi. Certamente un servo non è più importante del suo padrone e un ambasciatore non è più grande di chi lo ha mandato. Ora sapete queste cose; ma sarete beati quando le metterete in pratica

Sermone

Cari fratelli, care sorelle,

Abbiamo letto quest’episodio che ha luogo all’inizio delle celebrazioni della Pasqua Ebraica. Ci può sembrare strano che solo Giovanni  ne parla, mente gli altri tre evangelisti raccontano dell’istituzione di quello che noi chiamiamo come la Santa Cena.  Ci fa pensare che per Giovanni, questo atto di Gesù era qualcosa di molto importante – importante quanto condividere con lui il pane e il vino.

Era abitudine di un servo o di una serva quella di lavare i piedi del padrone di casa e dei suoi invitati; tale lavaggio era sempre necessario a causa delle strade piene di polvere nel tempo bello e di fango nella stagione delle piogge.  I poveri, ai tempi di Gesù, andavano spesso a piedi nudi e comunque neppure i sandali, (una  semplice suola con 2 o 3 cinghie) proteggevano molto!

Ma  noi abbiamo letto che Gesù, durante la cena «...si alzò da tavola, si tolse la veste e si legò un asciugamano intorno ai fianchi, versò l’acqua in un catino, e cominciò a lavare i piedi ai suoi discepoli..». Allora, viene da pensare che Gesù non lavasse i piedi solo perché erano impolverati o infangati.

Perché questo gesto?

In un mondo che non aveva i mezzi visivi di comunicazione che abbiamo noi, spesso troviamo nella Bibbia che i profeti o i maestri usavano un gesto o un oggetto per farsi capire o per dare un messaggio importante da parte di Dio. E anche Gesù fa così – anche Gesù, come i profeti che usavano "l’animazione teologica"!

Testo della predicazione: Luca 9,57-62

«Mentre camminavano per la via, qualcuno gli disse: «Io ti seguirò dovunque andrai». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». Ed egli rispose: «Permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Ma Gesù gli disse: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; ma tu va’ ad annunziare il regno di Dio». Un altro ancora gli disse: «Ti seguirò, Signore, ma lasciami prima salutare quelli di casa mia». Ma Gesù gli disse: «Nessuno che abbia messo la mano all’aratro e poi volga lo sguardo indietro, è adatto per il regno di Dio».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, in questa terza domenica del tempo di Passione, ci è proposto un testo sul tema del discepolato, del seguire Gesù. Un tema che spesso si sente ascoltare nelle predicazioni, perché la Parola di Dio definisce, spesso, i credenti, membri della comunità, discepoli. Così gli Atti degli Apostoli ci informano che «la Parola di Dio si diffondeva, e il numero dei discepoli si moltiplicava grandemente» (Atti 6,7) e che «ad Antiochia, per la prima volta, i discepoli furono chiamati cristiani» (11,26).

Discepoli sono coloro che si pongono al seguito del loro maestro, imparano da lui, si formano. In genere accade che il discepolo, una volta formato, diventi autonomo, indipendente, mentre è una originalità cristiana che i discepoli restino tali per sempre. Perché? Perché il loro maestro è Dio stesso, e fino a quando i discepoli non diventino Dio… resteranno tali.

Nel brano alla nostra attenzione, ci sono tre personaggi, di cui non sappiamo il nome, che esprimono tutta la loro intenzione e la passione di seguire Gesù, di imparare da lui, di porsi al suo seguito. E Gesù li rende attenti circa il loro futuro, che cosa li aspetta.

Il primo dei tre aspiranti discepoli, sotto l’onda di un grande entusiasmo, si propone affermando: «Ti seguirò ovunque andrai». Ma Gesù smorza il suo entusiasmo ricordandogli che ci sono animali e uccelli che hanno un nido, una tana, una dimora, ma non Gesù e neppure chi lo segue. Gesù sottolinea che la strada del discepolato può essere, appunto, un cammino, non una comoda poltrona sotto un tetto ben coibentato; il discepolato è caratterizzato da un cammino, senza soste, senza lunghe fermate, è una vita segnata dalla fragilità di chi non ha una fissa dimora, di chi non ha sa sicurezza e la protezione di una casa.

Testo della predicazione: 2 Timoteo 1,7-10

«Dio ci ha dato uno spirito non di timidezza, ma di forza, d’amore e di autocontrollo. Non aver dunque vergogna della testimonianza del nostro Signore, né di me, suo carcerato; ma soffri anche tu per il vangelo, sorretto dalla potenza di Dio. Egli ci ha salvati e ci ha rivolto una santa chiamata, non a motivo delle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la grazia che ci è stata fatta in Cristo Gesù fin dall'eternità, ma che è stata ora manifestata con l’apparizione del Salvatore nostro Cristo Gesù, il quale ha distrutto la morte e ha messo in luce la vita e l’immortalità mediante il Vangelo».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, il brano biblico che abbiamo ascoltato rivela tre punti essenziali. Il primo punto è: Dio ti ha dato il suo Spirito; il secondo: non vergognarti della testimonianza al Vangelo; il terzo: Dio ti ha rivolto una chiamata.

Cerchiamo dunque di capire il senso di questi tre punti.

Primo punto: Dio ti ha dato il suo Spirito.

Questa frase è arricchita di ulteriori spiegazioni: l’autore spiega di quale Spirito si tratta, qual è lo scopo dello Spirito, cosa significa ricevere lo Spirito.

Sì, Dio ti ha donato il suo Spirito, ma Dio non ti dona uno Spirito di timidezza, perché tu hai ricevuto uno Spirito che ti permette di superare il timore, la paura, i tentennamenti e le esitazioni che bloccano, isolano, ingessano e immobilizzano il credente, ma anche la chiesa. Lo Spirito del Signore ti permette, invece, di fare delle scelte che cambiano la tua vita, di compiere passi in direzioni nuove e, a volte, anche direzioni ignote, ma che danno senso al tuo cammino, perché ti mettono in movimento verso gli altri, piuttosto che rinchiuderti in te stesso/a.

Lo Spirito ti permette di non arrenderti quando sembra che non ci siano vie d’uscita al dramma, alla disgrazia che si presenta davanti a te, quando sembra che tutto il mondo ti stia crollando addosso, quando non riesci più a poggiare i piedi su un terreno sicuro, quando smarrisci l’orientamento perché non hai le risposte alle tue domande, quando le tue ginocchia diventano sempre più vacillanti e la tua debolezza ti incoraggia a cedere, a rinunciare, quando la sfiducia nelle persone che ti hanno ferito e tradito sembra l’unico atteggiamento dettato dal buon senso.

Lo Spirito ti sostiene quando attraversi una difficoltà famigliare grave, o una situazione sociale difficile, non riesci a far fronte alla tua carenza finanziaria, o ciò che accade attorno a te ti fa dubitare dell’amore di Dio.

Lo Spirito dona la capacità e la forza (non la timidezza) di non arrendersi, mai! Lo Spirito permette la preghiera, ma anche di alzare le ginocchia per andare incontro gli uni verso gli altri; per questo l’apostolo parla di uno Spirito di forza, di amore e di saggezza.

Martedì, 17 Febbraio 2015 23:41

Sermone del 17 febbraio 2015

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Testo della predicazione: Giovanni 15,12–17

«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. Nessuno ha amore più grande di quello di dar la sua vita per i suoi amici. Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando. Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo signore; ma vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio. Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri»

Sermone

Il 17 febbraio ricordiamo l’ottenimento dei diritti civili nel 1848. L’Editto di emancipazione ci riconobbe come parte integrante della comunità nazionale italiana, non ancora costituita in tutta la penisola, ma che ci si preparava a fare con il Risorgimento. Fu l’ottenimento della libertà, cui seguì, pochi giorni dopo, quella degli ebrei italiani e solo dopo, il 6 marzo, fu promulgato lo Statuto, che fu la prima costituzione italiana per 100 anni, fino a quella repubblicana del 1948. Sappiamo che non si trattò di una libertà a tutto tondo: ne era esclusa la libertà di religione al di fuori del ghetto alpino, questa l’abbiamo conquistata faticosamente col tempo.

Dopo secoli di sofferenza e ghettizzazione, non si trattava di prendersi alcuna rivincita, non si trattava di rendere male per male, oltraggio per oltraggio, ma, al contrario, "benedire" (I Pietro 3,9). Che cosa significava "benedire" per quella generazione? Significava adoperarsi per portare, in quella che poi sarebbe diventata l’Italia, un progetto liberatore da un cristianesimo oscurantista e autoritario.

Testo della predicazione: Matteo 20,1-16

«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa, il quale, sul far del giorno, uscì a prendere a giornata degli uomini per lavorare la sua vigna. Si accordò con i lavoratori per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscì di nuovo verso l'ora terza, ne vide altri che se ne stavano sulla piazza disoccupati, e disse loro: "Andate anche voi nella vigna e vi darò quello che sarà giusto". Ed essi andarono. Poi, uscito ancora verso la sesta e la nona ora, fece lo stesso. Uscito verso l'undicesima, ne trovò degli altri in piazza e disse loro: "Perché ve ne state qui tutto il giorno inoperosi?" Essi gli dissero: "Perché nessuno ci ha presi a giornata". Egli disse loro: "Andate anche voi nella vigna". Fattosi sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: "Chiama i lavoratori e dà loro la paga, cominciando dagli ultimi fino ai primi". Allora vennero quelli dell'undicesima ora e ricevettero un denaro ciascuno. Venuti i primi, pensavano di ricevere di più; ma ebbero anch'essi un denaro per ciascuno. Perciò, nel riceverlo, mormoravano contro il padrone di casa dicendo: "Questi ultimi hanno fatto un'ora sola e tu li hai trattati come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e sofferto il caldo". Ma egli, rispondendo a uno di loro, disse: "Amico, non ti faccio alcun torto; non ti sei accordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare a quest'ultimo quanto a te. Non mi è lecito fare del mio ciò che voglio? O vedi tu di mal occhio che io sia buono?"  Così gli ultimi saranno primi e i primi ultimi».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, la parabola dei lavoratori che vengono assunti dal padrone della vigna in diverse ore della giornata percependo tutti lo stesso salario, ha sempre imbarazzato i lettori e suscitato un senso di disagio, perché la parabola non rispetta le più elementari leggi di equità. Non si può certo parlare di una le­zione di giustizia sociale. Qui, a parità di lavoro, c’è chi è pagato di più e chi di meno. Oggi noi siamo tutti contro quegli stipendi delle donne che, a parità di ore e di rendimento, sono pagate meno rispetto a quelli degli uomini.

Ma allora qual è il messaggio di questa parabola? Esaminiamola insieme.

Il padrone di una vigna al tempo della vendemmia, all’alba, verso le sei del mattino, si reca in piazza per ingaggiare alcuni lavoratori a giornata. Si accorda con loro e stabilisce la paga: un denaro. Quegli uomini avrebbero lavorato fino al tramonto, per circa 12 ore. Ma verso le nove, all’ora del mercato, il padrone torna in paese e, in piazza, vede altri disoc­cupati che manda a lavorare alla sua vigna: anche questi lavoreranno fino al tramonto per circa nove ore. Torna in piazza a mezzogiorno, poi alle tre e alle cinque, un’ora prima del tramonto, sempre trova dei disoccupati che nessuno ha preso a giornata, e li manda a vendem­miare nella sua vigna.

Al tramonto la giornata di lavoro termina, c’è chi ha lavorato per dodici ore, sotto il peso del caldo e del lungo lavoro, chi per nove ore, chi sei, chi tre e chi una sola ora. Ma tutti ricevono la stessa identica paga: un denaro.

Testo della predicazione: Luca 15,1-7

«Tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinavano a lui per ascoltarlo. Ma i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché non la ritrova? E trovatala, tutto allegro se la mette sulle spalle; e giunto a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: "Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora che era perduta". Vi dico che così ci sarà più gioia in cielo per un solo peccatore che si ravvede, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di ravvedimento».

Sermone

Care sorelle, cari fratelli, care bambine e cari bambini della Scuola domenicale, Gesù racconta la parabola della pecora che si smarrisce per dirci quanto Dio ci vuole bene, quanto ci ami; ci dice che quando siamo in pericolo viene a prenderci per avere cura di noi, ci cerca quando non riusciamo a ritrovare la strada per tornare a casa.

L’immagine della pecora è molto bella perché la pecora non è un animale che, in genere, vive da solo, ma vive insieme al gregge, insieme ad altre pecore come lei, e insieme seguono il loro pastore, hanno fiducia in lui, sanno che non le porterà in posti pericolosi dove pascolare, ma in prati sicuri.

Tutti abbiamo fiducia dei nostri genitori, perché ci vogliono bene e, anche quando, per esempio, vi chiedono di fare qualcosa che non volete fare, lo fanno per il vostro bene, per aiutarvi a crescere, a imparare, a diventare dei bravi adulti.

Il gregge è come la nostra famiglia, anche noi abbiamo bisogno di vivere insieme ad altre persone, condividere le nostre gioie, le nostre tristezze, quando stiamo male, quando abbiamo bisogno di essere consolati, rassicurati, sappiamo che l’amore all’interno della famiglia supererà tutti i problemi che si presenteranno lungo il cammino della nostra vita.

Ecco, l’amore è il fondamento di ogni famiglia, come anche della chiesa, della comunità dei credenti; amare ed essere amati ci fa vivere bene, bene con noi stessi e con gli altri, l’amore ci permette di chiedere scusa quando sbagliamo e di essere perdonati; l’amore ci permette di perdonare le persone che ci hanno offeso, che ci hanno ferito, che ci hanno fatto del male.

Qualche volta, però, ci smarriamo anche noi, come la pecora della parabola; ci allontaniamo dal gregge perché pensiamo di vivere bene da soli, di non avere bisogno di stare con gli altri, di non avere bisogno dei loro abbracci, del loro sorriso, del loro incoraggiamento, dei loro consigli.

Ma presto ci rendiamo conto che da soli si diventa tristi; senza nessuno a cui raccontare la nostra giornata, le nostre ore di scuola, di lavoro, sentiamo che ci manca qualcosa: sentiamo un vuoto che ci fa stare tanto male.