Culto domenicale:
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
Il culto è sospeso il 15, il 22 e il 29 novembre,
il prossimo culto si terrà, a Dio piacendo, domenica 6 dicembre

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Bellonatti

Archivio dei sermoni domenicali

Testo della predicazione: Giovanni 6,4-14

La Pasqua, la festa dei Giudei, era vicina. Gesù dunque, alzati gli occhi e vedendo che una gran folla veniva verso di lui, disse a Filippo: «Dove compreremo del pane perché questa gente abbia da mangiare?» Diceva così per metterlo alla prova; perché sapeva bene quello che stava per fare. Filippo gli rispose: «Duecento denari di pani non bastano perché ciascuno ne riceva un pezzetto». Uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro, gli disse: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cosa sono per tanta gente?»
Gesù disse: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. La gente dunque si sedette, ed erano circa cinquemila persone. Gesù, quindi, prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì alla gente seduta; lo stesso fece dei pesci, quanti ne vollero.
Quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché niente si perda». Essi quindi li raccolsero e riempirono dodici ceste di pezzi che di quei cinque pani d’orzo erano avanzati a quelli che avevano mangiati. La gente dunque, avendo visto il miracolo che Gesù aveva fatto, disse: «Questi è certo il profeta che deve venire nel mondo».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, la divisione dei pani e dei pesci tra i discepoli e le cinquemila persone, avviene nell’ambito della pasqua ebraica. L’evangelista Giovanni sottolinea che “la Pasqua, la festa dei giudei, era vicina”. In effetti, il Vangelo di Giovanni non contiene l’episodio dell’ultima cena di Gesù con i discepoli, come negli altri Vangeli, ma contiene l’episodio di Gesù che lava i piedi ai discepoli.

Tuttavia, nel brano in cui Gesù divide il pane e i pesci, c’è un messaggio molto simile a quello dell’ultima cena; il Vangelo di Giovanni vuole affermare con forza che la Cena di Gesù in realtà è la nuova Pasqua che la chiesa celebra, Gesù offre a tutti, non solo si suoi discepoli, il suo cibo, abbondantemente.

L’episodio della divisione dei pani e dei pesci ha luogo su un monte, dove Gesù era salito, sul monte accadono sempre eventi solenni, e questo è un momento solenne: Mosè riceve le tavole della Legge su un monte, il Sinai, così il popolo riceve la Parola di Dio; infatti, dopo aver celebrato la Pasqua, Israele liberato dalla schiavitù d’Egitto, si avvia verso la terra promessa e, lungo la strada, riceve la Parola del Signore sulle tavole della Legge. Anche nel nostro racconto, accade una cosa simile.

In questo racconto, Gesù prende i pani, e dopo aver reso grazie li distribuisce: negli altri Vangeli, Gesù delega i discepoli dicendo «date loro voi da mangiare»; qui, invece, è Gesù stesso che distribuisce i pani e i pesci a 5 mila persone sedute per terra sul monte; Gesù distribuisce egli stesso il cibo, gratuitamente, perché è un dono di Dio.

Testo della predicazione: Luca 6,36-42

Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati; perdonate, e vi sarà perdonato. Date, e vi sarà dato; vi sarà versata in seno buona misura, pigiata, scossa, traboccante; perché con la misura con cui misurate, sarà rimisurato a voi». Poi disse loro anche una parabola: «Può un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più grande del maestro; ma ogni discepolo ben preparato sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo? Come puoi dire a tuo fratello: “Fratello, lascia che io tolga la pagliuzza che hai nell’occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nell’occhio tuo? Ipocrita, togli prima dall'occhio tuo la trave, e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza che è nell'occhio di tuo fratello.

Sermone

     Care sorelle e cari fratelli, l’evangelista Luca, a differenza di Matteo, preferisce far pronunciare a Gesù il suo discorso programmatico, non sul Monte, ma su un pianoro, nel luogo, cioè, della riflessione e della preghiera. In Matteo, si sottolinea, invece, il Monte che raffigura il Sinai, dove Mosè ricevette la legge di Dio, dunque Gesù è, per Matteo, il nuovo Mosè che annuncia la nuova legge di Dio, la legge dell’amore che non chiede nulla in cambio. Entrambi fanno un uso teologico della geografia.

     Il brano alla nostra attenzione ha come tema il giudizio. Il giudizio contiene in sé il tema della giustizia: quella di Dio e quella umana; tanto diverse tra loro che, talvolta, ancora oggi, facciamo fatica ad averne una corretta comprensione.

     L’evangelista Luca propone ai suoi ascoltatori di praticare una giustizia che affonda le radici nella misericordia e nel perdono. Per questo dice: «Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro».

L’evangelista afferma che nessun discepolo di Gesù deve contraccambiare al comportamento dell’altro. Cioè, non devi risponde all’odio con l’odio e all’amore con l’amore perché Dio non rende male per male e bene per bene; Dio è buono verso tutti, verso «gli ingrati e i malvagi» (v. 35), Dio «fa piover sui giusti e sugli ingiusti» (Mt. 5,45). La grazia di Dio non si fonda sui meriti delle persone, ma è pura bontà gratuita, amore autentico che non è determinato dai meriti di chi lo riceve, Dio ama a prescindere dal valore delle persone.

Testo della predicazione: Marco 10,13-16

Gli presentavano dei bambini perché li toccasse; ma i discepoli sgridavano coloro che glieli presentavano. Gesù, veduto ciò, si indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano da me; non glielo vietate, perché il regno di Dio è per chi assomiglia a loro. In verità io vi dico che chiunque non avrà ricevuto il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà affatto». E, presili in braccio, li benediceva ponendo le mani su di loro.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, la Bibbia parla dei bambini come coloro a cui sono riservate le promesse del Signore, il Regno di Dio, la rivelazione stessa di Dio, la sua gloria.

L'autore del Salmo 8 che abbiamo ascoltato, scaturisce in una meditazione spontanea riconoscendo che l'espressione più grande per dare gloria a Dio è quella dei bambini che si mostrano sbalorditi e sorpresi davanti all'immensità della creazione, stupiti davanti a una minuscola formichina. Stupore che noi adulti abbiamo perduto. L’autore del Salmo chiede, quindi, al Signore quella capacità di sorprendersi ancora delle piccole cose.

Ma la Parola di Gesù va ancora oltre. Ci sono dei bambini festanti e urlanti, entusiasti, che corrono verso Gesù; i discepoli sgridano i loro genitori chiedendo loro di allontanarsi: Gesù non è qual taumaturgo o quel santone che basta toccare per ricevere miracoli. Solitamente, proprio per questo motivo, Gesù si allontanava dalla gente per stare in luoghi appartati, ma qui no, qui ci sono dei bambini, la chiusura e la superstizione dei grandi non devono penalizzare l'apertura e la fiducia dei piccoli. Così Gesù pronuncia una delle parole più belle del Nuovo Testamento: «In verità vi dico: chi non accoglie il Regno di Dio come un bambino non vi entrerà».

Ogni bambino che viene al mondo, porta con sé quella fiducia di possedere il diritto di trovare, in ogni caso, attenzione e accoglienza. Per un bambino, non vale ciò che vale per gli adulti, cioè che l'altro possa essere stanco o occupato in cose più importanti. Un bambino si considera, istintivamente, la cosa più importante della terra. Quando chiama, vuole che qualcuno arrivi, e ha diritto a questa "cortesia", si ammalerebbe se nessuno rispondesse ai suoi richiami.

Testo della predicazione: Vangelo di Giovanni 14,23–28

«Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio l’amerà, e noi verremo da lui e dimoreremo presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole; e la parola che voi udite non è mia, ma è del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose, stando ancora con voi; ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti. Avete udito che vi ho detto: “Io me ne vado, e torno da voi”; se voi mi amaste, vi rallegrereste che io vada al Padre, perché il Padre è maggiore di me.»

Sermone

Il capitolo 14 del Vangelo di Giovanni, inizia con la frase pronunciata da Gesù: «il vostro cuore non sia turbato»; frase che si ripete anche al versetto 27. Cosa può significare per noi oggi questa frase? L’essere coscienti del fatto che siamo in buone mani, quelle di Dio, e che Dio non ci abbandona nelle turbolenze dell’esistenza, ma ci accompagna, ci consola, ci fortifica, ci restituisce gioia e futuro.

Questo brano mette anche in evidenza come il Dio di Gesù Cristo sia un Dio plurale, che si mostra e che si avvicina a noi in molti modi e con molti volti: Padre, Figlio, Spirito. E lo Spirito Santo è una specie di filo rosso che lega tutti questi modi di Dio di venire a noi: lo Spirito che si manifesta nel momento del battesimo di Gesù, lo Spirito che scende sui discepoli riuniti a Gerusalemme nel giorno della Pentecoste, lo Spirito che accompagna il nostro stare insieme oggi nel nome di Gesù Cristo.

Testo della predicazione: Giovanni 16,23b - 28. 33

«In verità, in verità vi dico che qualsiasi cosa domanderete al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Fino ad ora non avete chiesto nulla nel mio nome; chiedete e riceverete, affinché la vostra gioia sia completa. Vi ho detto queste cose in similitudini; l’ora viene che non vi parlerò più in similitudini, ma apertamente vi farò conoscere il Padre. In quel giorno chiederete nel mio nome; e non vi dico che io pregherò il Padre per voi; poiché il Padre stesso vi ama, perché mi avete amato e avete creduto che sono proceduto da Dio. Sono proceduto dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio il mondo, e vado al Padre. Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me. Nel mondo avrete tribolazione; ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, il brano del vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato è inserito all’interno dei discorsi di addio che Gesù rivolge ai suoi discepoli. Gesù annuncia che essere credenti non sempre è facile; spesso può determinare sofferenze e persecuzioni, come quelle dei romani nei confronti dei cristiani della chiesa primitiva.

     Soprattutto dopo l’anno 70, accadde che le sinagoghe ebraiche espulsero gli ebrei che si erano convertiti alle fede in Cristo, lasciando così i cristiani esposti alle persecuzioni romane. Gli ebrei godevano, infatti, del privilegio di non rendere il culto all’imperatore, a questo privilegio non poterono partecipare così i cristiani i quali ritenevano che solo Cristo è Signore, solo Lui può ricevere adorazione e culto, non l’imperatore che si considera come Dio in terra. Infatti il Nuovo Testamento afferma più volte che Gesù è il Re de re e il Signore dei signori, anche il Re dell’imperatore.

     Per questo Gesù ricorda ai discepoli dicendo loro: «Vi espelleranno dalle Sinagoghe… nel mondo avrete tribolazione». I credenti possono illudersi che la loro coerenza cristiana, la loro fede, il loro impegno per il bene comune sia sempre ripagato con riconoscimenti, elogi e approvazioni, ma non è così. Gesù insegna che il male che vi è nel mondo ha un forte potere: il potere di soggiogare, di imprigionare, di rendere schiavi. E ciò può accadere in modo chiaro ed esplicito oppure in modo subdolo, in modo nascosto o inconsapevole: ci si crede liberi, ma si è dipendenti da ciò che produce male al prossimo.

Testo della predicazione: Giovanni 15, 1-8

Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più. Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata. Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, Gesù si propone come vite, ma bisogna dire che questa immagine della vite non è estranea alla Bibbia, spesso, nell'Antico Testamento, è il simbolo della fecondità, della fertilità, del frutto abbondante e rappresenta il popolo d'Israele, fedele alla Parola del Signore, altre volte è presentata come una vite improduttiva o desolata e deludente per Dio.

Così i profeti parlano di questa vite:

«La mia vigna era feconda, ricca di tralci per l'abbondanza delle acque, aveva dei forti rami, si ergeva nella sua sublimità tra il folto dei tralci». (Ez. 19) «Io la dissodai, ne tolsi via le pietre, vi piantai delle viti di scelta, vi fabbricai un recinto e vi scavai dei canali per l'irrigazione. Cosa si sarebbe potuto fare di più per la mia vigna? Io mi aspettavo che facesse del­l'uva buona, invece ecco, ha fatto dell’uva selvatica dal frutto aspro» (Isaia 5).

Il profeta sottolinea l'amore con cui Dio ha curato quella vite, mentre i risultati sono stati deludenti, tanto che in seguito dirà:

«Trovai forse rettitudine? Nient'altro che spargimento di sangue! Trovai forse giustizia? Solo grida d’angoscia! Guai dunque, a quelli che assolvono il malvagio per un regalo e privano il giusto del suo diritto. La vigna è stata sradicata con furore e gettata a terra; il suo frutto è seccato e i suoi rami sono stati spezzati» (Isaia 5).

Allo stesso modo, Gesù parla della vite e dei tralci che non portano frutto: saranno gettati via, fatti seccare e buttati nel fuoco per bruciare in un forno per fare il pane.

Testo della predicazione: Giovanni 10, 11-16

Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore. Il mercenario, che non è pastore, a cui non appartengono le pecore, vede venire il lupo, abbandona le pecore e si dà alla fuga, e il lupo le rapisce e disperde. Il mercenario [si dà alla fuga perché è mercenario e] non si cura delle pecore. Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me, come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. Ho anche altre pecore, che non sono di quest'ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, cari bambini e bambine della Scuola domenicale, care monitrici, Gesù ci dice di essere per noi un buon pastore. Il pastore generoso di un gregge, un pastore che non ha a cuore la lana delle pecore o il loro latte, non il profitto che può ricavare da ogni pecora, ma il rapporto di affetto, e di amore, con ciascuna pecora, agnellino, con ciascuno di noi.

Gesù è il “Buon pastore” perché si prende cura del suo gregge, delle sue pecore anche a costo della sua vita. E sappiamo che questo è vero proprio perché Gesù è morto per noi, suo gregge.

La regola per tutti gli altri pastori è salvarsi la vita quando giunge un pericolo: per esempio quando giunge un branco di lupi e le pecore diventano una preda, o quando arriva inaspettata una tempesta o quando frana la montagna e c’è il rischio di finire in un dirupo. Per qualsiasi pastore, tornare a casa vivi è la cosa più importante.

Per Gesù è diverso: il buon pastore non può permette che le sue pecore muoiano, che siano vittima di violenza distruttiva che le schiacci. Il buon pastore dà perfino la sua vita perché le sue pecore vivano, perché il gregge sia salvato dai lupi che rapiscono le pecore e disperdono il gregge.

Domenica, 05 Aprile 2015 12:21

Sermone di Pasqua 2015 (Marco 16,1-8)

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Testo della predicazione: Marco 16,1-8

«Passato il sabato, Maria Maddalena, Maria, madre di Giacomo, e Salome comprarono degli aromi per andare a ungere Gesù. La mattina del primo giorno della settimana, molto presto, vennero al sepolcro al levar del sole. E dicevano tra di loro: «Chi ci rotolerà la pietra dall’apertura del sepolcro?» Ma, alzati gli occhi, videro che la pietra era stata rotolata; ed era pure molto grande. Entrate nel sepolcro, videro un giovane seduto a destra, vestito di una veste bianca, e furono spaventate. Ma egli disse loro: «Non vi spaventate! Voi cercate Gesù il Nazareno che è stato crocifisso; egli è risuscitato; non è qui; ecco il luogo dove l’avevano messo. Ma andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea; là lo vedrete, come vi ha detto». Esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro, perché erano prese da tremito e da stupore; e non dissero nulla a nessuno, perché avevano paura».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, le donne del racconto biblico hanno paura e fuggono via. La paura impedisce loro di parlare. Ma a queste donne, il giovane dentro il sepolcro vuoto dice: «Non vi spaventate! Gesù è risorto!».

Risurrezione, dunque, significa non avere più paura.

Eppure, le donne del racconto sono prese da paura e non riescono a uscire dal loro orizzonte di morte. Gesù è morto, e per loro è crollato tutto un mondo nel quale avevano creduto quando ascoltavano Gesù che parlava di un nuovo regno; sarebbe stato un regno di solidarietà, di giustizia, di speranza, d’amore. Per quelle donne, sulla croce era morta la speranza, l’amore, la solidarietà. Perciò quelle donne sono ferite nel profondo della loro anima, e non riescono a vedere oltre il loro dolore.

D’altra parte, nulla è più definitivo di una tomba!

Per quelle donne, come per noi, la tomba è la soglia oltre la quale non si può andare, davanti a una tomba non c’è speranza.

Terrorismo religioso che fare restare pietrificati davanti a una violenza inaudita che causa morti e stragi.
Illegalità che trasforma il diritto e l’equità in favoritismi.
Corruzione che si fa strada in chi è roso dall’avidità e dall’egoismo e adora un dio tutto d’oro che non né ha sentimenti né cuore.
Razzismo che impedisce l'incontro con chi è diverso da se stessi.
Disoccupazione che annienta la speranza del futuro.
Egoismo che fa morire la solidarietà.

Cosa c'è di più definitivo di una tomba?

Testo della predicazione: Giovanni 12,12-19

Il giorno seguente, la gran folla che era venuta alla festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme, uscì a incontrarlo, e gridava: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!» Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto: «Non temere, figlia di Sion! Ecco, il tuo re viene, montato sopra un puledro d’asina!» I suoi discepoli non compresero subito queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, allora si ricordarono che queste cose erano state scritte di lui, e che essi gliele avevano fatte. La folla dunque, che era con lui quando aveva chiamato Lazzaro fuori dal sepolcro e l’aveva risuscitato dai morti, ne rendeva testimonianza. Per questo la folla gli andò incontro, perché avevano udito che egli aveva fatto quel segno miracoloso. Perciò i farisei dicevano tra di loro: «Vedete che non guadagnate nulla? Ecco, il mondo gli corre dietro!»

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, neppure oggi si è persa l’abitudine di correre dietro alle persone che ci promettono un futuro sereno, un lavoro duraturo, di pagare meno tasse: è umano.

Gesù si dirige a Gerusalemme dopo aver risuscitato il suo amico Lazzaro, e così un gran folla gli corre dietro; altri gli corrono incontro per proclamarlo Re d’Israele agitando delle palme.

Infatti era vicina la “Festa delle Capanne”, in cui Israele ricordava il suo lungo peregrinare nel deserto dopo la liberazione dall’Egitto; Israele nel deserto visse da nomade, quindi in tende o in capanne fatte di rami per spostarsi facilmente.

Ecco, ogni anno "La festa delle capanne" ricordava a Israele il periodo difficile del deserto prima di raggiungere la terra promessa. Così, come recita il libro del Levitico (23,40.42s), la gente costruiva delle capanne con rami di palma per abitare in quelle capanne per sette giorni affinché: «i vos­tri figli sappiano che io feci abitare in capanne Israele quando li feci uscire dal paese d’Egitto».

La folla accoglie Gesù come un liberatore, come un re nazionale e grida: “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il Re d’Israele”; è la frase usata dai sacerdoti (tratta dal Salmo 118) per invocare la benedizione sui pellegrini che arrivavano a Gerusalemme per la Festa delle Capanne; colui che viene nel nome del Signore non è qui il pellegrino, ma Gesù, proclamato sul campo re d’Israele che viene a liberare il popolo dall’oppressore romano.

Ma Gesù non ci sta, non intende essere travisato e scambiato per un liberatore nazionale, come uno dei tanti eroi della storia.

La folla aveva frainteso, non aveva capito il miraco­lo della risurrezione di Lazzaro, se non come un segno di gloria nazio­na­listica, anziché come un dono di vita per tutti gli esseri umani sulla terra.