Culto domenicale:
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
Il culto è sospeso il 15, il 22 e il 29 novembre,
il prossimo culto si terrà, a Dio piacendo, domenica 6 dicembre

Numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Bellonatti

Archivio dei sermoni domenicali

Testo della predicazione: Romani 11,25-32

«Fratelli, non voglio che ignoriate questo mistero, affinché non siate presuntuosi: un indurimento si è prodotto in una parte d'Israele, finché non sia entrata la totalità degli stranieri; e tutto Israele sarà salvato, così come è scritto: «Il liberatore verrà da Sion. Egli allontanerà da Giacobbe l'empietà; e questo sarà il mio patto con loro, quando toglierò via i loro peccati». Per quanto concerne il vangelo, essi sono nemici per causa vostra; ma per quanto concerne l'elezione, sono amati a causa dei loro padri; perché i carismi e la vocazione di Dio sono irrevocabili. Come in passato voi siete stati disubbidienti a Dio, e ora avete ottenuto misericordia per la loro disubbidienza, così anch'essi sono stati ora disubbidienti, affinché, per la misericordia a voi usata, ottengano anch'essi misericordia. Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disubbidienza per far misericordia a tutti».

Sermone

Cari fratelli e sorelle, questo brano biblico che ci propone il nostro lezionario “Un giorno, una Parola”, è la conclusione di un discorso che l’apostolo Paolo inizia due capitoli prima. La riflessione dell’apostolo riguarda il rapporto fra Israele e quella parte di Cristianesimo proveniente dal mondo pagano.

     L’apostolo esordisce spiegando che i credenti sono davanti a un mistero che Dio ha rivelato all’apostolo ed egli, ora, lo rivela a sua volta.

     La domanda che i cristiani di Roma si ponevano era la seguente: «Israele che non ha riconosciuto Gesù come Figlio di Dio e come Messia, è stato estromesso dalla salvezza?». Ogni risposta avrebbe generato altre domande. Se si risponde di sì, che Israele è fuori dalla salvezza, allora l’elezione che Dio ha dato a Israele, appunto come popolo eletto privilegiato, passa ora ai cristiani, essi diventerebbero il popolo eletto, il nuovo Israele e Dio avrebbe rinnegato il vecchio Israele. Se si risponde di no, che Israele è il popolo di Dio eletto, allora che ruolo avrebbero i cristiani nel progetto di Dio? Non potrebbero essere loro fuori dalla salvezza?

     Il mistero di Dio che l’apostolo svela è il seguente: Dio ha progettato l’indurimento del cuore d’Israele per salvare i pagani, coloro che non sono ebrei, che non hanno una tradizione di conoscenza di Dio e della sua Parola.

Testo della predicazione: Esodo 16,2-3.11-18

Tutta la comunità dei figli d'Israele mormorò contro Mosè e contro Aaronne nel deserto. I figli d'Israele dissero loro: «Fossimo pur morti per mano del Signore nel paese d'Egitto, quando sedevamo intorno a pentole piene di carne e mangiavamo pane a sazietà! Voi ci avete condotti in questo deserto perché tutta questa assemblea morisse di fame!» E il Signore disse a Mosè: «Io ho udito i mormorii dei figli d'Israele; parla loro così: "Al tramonto mangerete carne e domattina sarete saziati di pane; e conoscerete che io sono il Signore, il vostro Dio"». La sera stessa arrivarono delle quaglie che ricoprirono il campo. La mattina c'era uno strato di rugiada intorno al campo; e quando lo strato di rugiada fu sparito, ecco sulla superficie del deserto una cosa minuta, tonda, minuta come brina sulla terra. I figli d'Israele, quando l'ebbero vista, si dissero l'un l'altro: «Che cos'è?» perché non sapevano che cosa fosse. Mosè disse loro: «Questo è il pane che il Signore vi dà da mangiare. Ecco quello che il Signore ha comandato: "Ognuno ne raccolga quanto gli basta per il suo nutrimento: un omer a testa, secondo il numero delle persone che vivono con voi; ognuno ne prenda per quelli che sono nella sua tenda"». I figli d'Israele fecero così, ne raccolsero gli uni più e gli altri meno. Lo misurarono con l'omer; chi ne aveva raccolto molto non ne ebbe in eccesso; e chi ne aveva raccolto poco non gliene mancava. Ognuno ne raccolse quanto gliene occorreva per il suo nutrimento.

Sermone

      Cari fratelli e care sorelle, Israele è uscito dall’Egitto, è stato liberato cioè dalla schiavitù, però ora, lungo la traversata del deserto, si trova davanti a un dilemma non certo facile: «È meglio essere schiavi, ma sazi oppure liberi ma affamati?». Ovviamente per molti il problema non si pone perché stare seduti davanti a una pentola piena di carne, anche se schiavi, resta meglio della libertà senza nulla da mangiare.

     Ciò che accade a quel popolo liberato dalla schiavitù, durante la lunga traversata del deserto, è che la crisi del cibo diventa una crisi di fede. Il popolo è perfino disposto a ritornare schiavo e a rinnegare di essere stato liberato da Dio stesso. Siamo tutti fatti così: cerchiamo Dio nelle cose straordinarie, cerchiamo la provvidenza di Dio nelle cose eccezionali, ma non ci avvediamo che Dio è là, durante le nostre giornate normali, che ci offre le sue benedizioni, e quando non riusciamo a discernere la presenza di Dio nella vita quotidiana, lo neghiamo anche nelle situazioni di straordinarietà.

     Per Israele, la liberazione dall’Egitto è come una nuova creazione di Dio, equivale a una nuova identità come popolo libero. In questa fase del deserto, il popolo percepisce se stesso in modo diverso, non ha ancora consapevolezza della sua nuova identità, non è ancora diventato quello che sarà, e allora, la sazietà nell’oppressione è preferibile alla fame nella libertà.

Testo della predicazione:  Matteo 15,21-28

Partito di là, Gesù si ritirò nel territorio di Tiro e di Sidone. Ed ecco una donna cananea di quei luoghi venne fuori e si mise a gridare: «Abbi pietà di me, Signore, Figlio di Davide. Mia figlia è gravemente tormentata da un demonio». Ma egli non le rispose parola. E i suoi discepoli si avvicinarono e lo pregavano dicendo: «Mandala via, perché ci grida dietro». Ma egli rispose: «Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d'Israele». Ella però venne e gli si prostrò davanti, dicendo: «Signore, aiutami!» Gesù rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini». Ma ella disse: «Dici bene, Signore, eppure anche i cagnolini mangiano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le disse: «Donna, grande è la tua fede; ti sia fatto come vuoi». E da quel momento sua figlia fu guarita.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, una donna pagana distoglie l'attenzione su Gesù, grida dietro al corteo che segue Gesù. È una donna non ebrea che si rivolge a Gesù, ad un maestro ebreo per rivolgergli la preghiera di guarire sua figlia affetta da una grave malattia, forse è epilettica o qualcosa legata a forme improvvise di crisi, è tormentata, dice il nostro testo, da un demone maligno.

Ma l'attenzione del brano biblico non si ferma su questo aspetto, ma sul rapporto che la donna vuole instaurare con Gesù. Perciò grida per farsi sentire da lui, non si può avvicinare troppo a Gesù perché è pagana e quindi potrebbe contaminare il maestro, come chi ha una malattia contagiosa, come la lebbra. Ma la donna non si arrende, non si perde d'animo, e grida per farsi sentire da Gesù.

Però «Gesù non le rispose parola» dice l’evangelista. Gesù è muto, non reagisce, il suo silenzio è pesante, strano, urtante… Gesù, che è il consolatore degli afflitti; lui, che ha rasserenato coloro che piangono, che ha soccorso i tormentati; lui, che ha guarito tante persone, alla donna non risponde nulla.

Testo della predicazione: 1 Corinzi 1,18-25

La predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio; infatti sta scritto: «Io farò perire la sapienza dei saggi e annienterò l'intelligenza degli intelligenti». Dov'è il sapiente? Dov'è lo scriba? Dov'è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza di questo mondo? Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia; ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, il brano biblico che l’apostolo Paolo scrive e che abbiamo ascoltato è un discorso di rottura, un forte testo di contestazione. A noi possono suonare scontate le parole di Paolo: «Noi predichiamo Cristo crocifisso». Ma qui l’apostolo sta richiamando i credenti di Corinto affinché sia predicato il Cristo crocifisso e non un altro.

L’apostolo non sta semplicemente parlando della centralità della fede, ma di una centralità della fede perduta; l’apostolo è critico, pungente, sta cercando di intaccare e frantumare una immagine di Dio distorta che si erano fatta alcuni credenti di Corinto. Paolo sta restaurando la croce, sta facendo un’opera di restauro nel senso di ripristinare il valore della croce come fondamento della fede.

Nella chiesa di Corinto vi erano delle divisioni, alcuni si schieravano con la teologia di un predicatore, Apollo, altri con quella di Cefa, l’apostolo Pietro, altri ancora con Paolo stesso. L’apostolo ricorda invece che la fede non si fonda né sulla teologia di uno, né sulla filosofia di un altro, né sulla scienza, né su qualche persona, spirituale per quanto possa essere.

Testo della predicazione: Ezechiele 18,1-4. 21-24. 30-32

La parola del Signore mi fu rivolta in questi termini: «Perché dite nel paese d’Israele questo proverbio: “I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati?” Com’è vero che io vivo, dice Dio, il Signore, non avrete più occasione di dire questo proverbio in Israele. Ecco, tutte le vite sono mie; è mia tanto la vita del padre quanto quella del figlio; chi pecca morirà. Se l’empio si allontana da tutti i peccati che commetteva, se osserva tutte le mie leggi e pratica l’equità e la giustizia, egli certamente vivrà, non morirà. Nessuna delle trasgressioni che ha commesse sarà più ricordata contro di lui; per la giustizia che pratica, egli vivrà. Io provo forse piacere se l’empio muore? dice Dio, il Signore. Non ne provo piuttosto quando egli si converte dalle sue vie e vive? Se il giusto si allontana dalla sua giustizia e commette l’iniquità e imita tutte le abominazioni che l’empio fa, vivrà egli? Nessuno dei suoi atti di giustizia sarà ricordato, perché si è abbandonato all’iniquità e al peccato; per tutto questo morirà. Perciò, io vi giudicherò ciascuno secondo le sue vie, casa d’Israele, dice Dio, il Signore. Tornate, convertitevi da tutte le vostre trasgressioni e non avrete più occasione di caduta nell’iniquità! Gettate via da voi tutte le vostre trasgressioni per le quali avete peccato; fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo; perché dovreste morire, casa d’Israele? Io infatti non provo nessun piacere per la morte di colui che muore, dice Dio, il Signore. Convertitevi dunque, e vivete!

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, il profeta Ezechiele è anche un sacerdote, il suo nome significa “Dio rafforzerà”. È un esule, deportato con il suo popolo in terra straniera, in Babilonia, dopo la sconfitta di Israele per opera del re Nabucodonosor nel 587 a.C.

Sono ormai passati diversi anni, e fra i prigionieri regna un morale molto basso e uno stato d’animo pessimo. Danno la colpa a Dio perché ritengono che Dio faccia pagare a loro le colpe dei loro padri, dei loro antenati.

Così, il profeta Ezechiele esordisce la sua predicazione con una immagine: la gloria di Dio si allontana dal tempio lasciando posto al giudizio; ma conclude con un’altra immagine: la gloria di Dio riappare nel nuovo tempio per una nuova epoca segnata dalla benedizione di Dio.

Ezechiele annuncia a Israele una speranza e una nuova liberazione, come quella dall’Egitto al tempo di Mosè. Prima di tutto, il profeta chiarisce il carattere di Dio: Dio non è un Dio vendicativo e spietato, ma un Dio che ama i suoi figli/e, un Dio che ama il suo popolo anche quando, a causa delle di scelte sbagliate e insensate, si trova in grave difficoltà.

Testo della predicazione: I Corinzi 9,16-23

Perché se evangelizzo, non debbo vantarmi, poiché necessità me n'è imposta; e guai a me, se non evangelizzo! Se lo faccio volenterosamente, ne ho ricompensa; ma se non lo faccio volenterosamente è sempre un'amministrazione che mi è affidata. Qual è dunque la mia ricompensa? Questa: che annunciando il vangelo, io offra il vangelo gratuitamente, senza valermi del diritto che il vangelo mi dà. Poiché, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti, per guadagnarne il maggior numero; con i Giudei, mi sono fatto giudeo, per guadagnare i Giudei; con quelli che sono sotto la legge, mi sono fatto come uno che è sotto la legge (benché io stesso non sia sottoposto alla legge), per guadagnare quelli che sono sotto la legge; con quelli che sono senza legge, mi sono fatto come se fossi senza legge (pur non essendo senza la legge di Dio, ma essendo sotto la legge di Cristo), per guadagnare quelli che sono senza legge. Con i deboli mi sono fatto debole, per guadagnare i deboli; mi sono fatto ogni cosa a tutti, per salvarne ad ogni modo alcuni. E faccio tutto per il vangelo, al fine di esserne partecipe insieme ad altri.

Sermone

Care sorelle, cari fratelli,

scelta o costrizione? Siamo qui per una libera scelta o perché ci sentiamo obbligati? Oggi se ponessi così l'alternativa e dovessimo esprimerci per alzata di mano, ci schiereremmo dalla parte della libera scelta.

Non è il precetto domenicale, non è il mio senso del dovere, non è un obbligo che mi ha portato qui, ma liberamente ho scelto di essere qui. Secoli di “oppressione religiosa”, di  una religione di precetti ed  obblighi ci fanno dire con forza: liberamente scelgo, nessuno mi può costringere. A lungo andare però questa legittima affermazione della libertà di scelta finisce per diventare la nostra fragilità.  La libertà diventa un atto puro e ideale e nel concreto si traduce così: sono qui perché oggi mi prendeva bene, sono qui perché io sono di chiesa, non vado in chiesa perché ho altro da fare. Nella pur legittima libera scelta, la mia persona con le sue decisioni, diventa il centro di ogni cosa e alla fine posso anche dire: come siamo bravi a fare le scelte giuste. Come sono bravi coloro che utilizzano la libertà per fare le scelte giuste. Siamo proprio persone di buona volontà.

Lo dice anche Paolo: se il mio impegno di apostolo è una questione di buona volontà è giusto che io sia ricompensato e anche elogiato. Nel caso di Paolo la questione era letteralmente essere mantenuto dalle chiese dove predicava.  Ma continua Paolo il mio impegno di apostolo, di annunciatore della buona notizia   non è una questione di buona volontà, per me è un obbligo, una costrizione (letteralmente, un destino).   Avete presente lo schiavo che alcuni di voi hanno in casa? A lui affidate dei compiti che deve svolgere, non sceglie di svolgerli. Ecco il mio apostolato, lo leggo così. Non ho scelto io di viaggiare per il mediterraneo predicando e mantenendomi con il mio lavoro di tessitore. L'orizzonte delle mie scelte, quello che potevo immaginare secondo la mia educazione e la mia storia personale, era fare il tessitore ed essere un buon ebreo. Poi è arrivata una forza irresistibile, la buona notizia che mi ha cambiato i piani. Devo fare quel che faccio perché mi muove la forza della buona notizia che viene da Dio.

Testo della predicazione: Efesini 5, 21-33

Sottomettendovi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della chiesa, lui, che è il Salvatore del corpo. Ora come la chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli devono essere sottomesse ai loro mariti in ogni cosa. Mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la chiesa e ha dato sé stesso per lei, per santificarla dopo averla purificata lavandola con l'acqua della parola, per farla comparire davanti a sé, gloriosa, senza macchia, senza ruga o altri simili difetti, ma santa e irreprensibile. Allo stesso modo anche i mariti devono amare le loro mogli, come la loro propria persona. Chi ama sua moglie ama sé stesso. Infatti nessuno odia la propria persona, anzi la nutre e la cura teneramente, come anche Cristo fa per la chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diverranno una carne sola. Questo mistero è grande; dico questo riguardo a Cristo e alla chiesa. Ma d'altronde, anche fra di voi, ciascuno individualmente ami sua moglie, come ama sé stesso; e altresì la moglie rispetti il marito.

Sermone

Care sorelle e fratelli, il discorso della lettera agli efesini che abbiamo ascoltato può sembrare povero e limi­tato se lo isoliamo dal suo insieme, dal suo contesto più largo; alla nostra mentalità moderna, che apprezza i valori della libertà e della dignità della persona umana, può dare anche l’impressione di un discor­so che opprima l’altro: «Mogli., siate sottomesse…». Dobbiamo, però, ricordarci che l’ordine sociale del mondo antico si reggeva sulla gerarchia dei ruoli. Di qui deriva il primo dovere: ognuno deve rispettare il proprio ruolo, e il ruolo della moglie di una famiglia a struttura patriarcale è di stare sotto­messa al marito, di rispettarlo e obbedirgli. Questa è una concezione che fa parte di una cultura antica. E nella Bibbia rimane riprodotto l’ordinamento piramidale e autoritario della famiglia antica, ma l’au­tore della lettera agli efesini, sebbene non cambi l’ordinamento fami­liare, vi apporta una novità veramente speciale.

Infatti il verbo “stare sottomesso” (gr. hypotassesthai) indica la sottomissione volontaria di Cristo a Dio e dei cristiani tra loro per mezzo della fede e dell’amore. Quindi l’essere sottomesso, qui non indica l’uno sotto l’altro e basta, ma vicendevolmente sottomessi, così come dice lo stesso autore al v. 21: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo” che corrisponde a quello che dice l’apostolo Paolo nella lettera ai Galati “Siate al servizio gli uni degli altri” (5, 14).

Testo della predicazione: Genesi 11,1-9

Tutta la terra parlava la stessa lingua e usava le stesse parole. Dirigendosi verso l’Oriente, gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Scinear, e là si stanziarono. Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamo dei mattoni cotti con il fuoco!» Essi adoperarono mattoni anziché pietre, e bitume invece di calce. Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo; acquistiamoci fama, affinché non siamo dispersi sulla faccia di tutta la terra». Il Signore discese per vedere la città e la torre che i figli degli uomini costruivano. Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è il principio del loro lavoro; ora nulla impedirà loro di condurre a termine ciò che intendono fare. Scendiamo dunque e confondiamo il loro linguaggio, perché l’uno non capisca la lingua dell’altro!» Così il Signore li disperse di là su tutta la faccia della terra ed essi cessarono di costruire la città. Perciò a questa fu dato il nome di Babel, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là li disperse su tutta la faccia della terra.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, radioascoltatori e radioascoltatrici l’episodio di Pentecoste ha in comune con quello della Torre di Babele la diversità delle lingue, che da una parte disperde e dall’altra unisce.

A Pentecoste, coloro che ascoltano i discepoli che pregano affermano: «Come mai ciascuno di noi li ode parlare nella propria lingua?». Persone provenienti da nazioni diverse, comprendono nella propria lingua la preghiera dei credenti. Il messaggio del racconto biblico mira a spiegare che ora lo Spirito Santo, presente nella chiesa, può condurla alla testimonianza dell’Evangelo che libera, che converte e trasforma, e che permette di vivere nel nuovo orizzonte dell’amore di Dio e della fraternità piuttosto che in quella dell’inimicizia e dell’odio.

Oggi però vorrei parlare del brano della Torre di Babele contenuto nel libro della Genesi e provare a capire che cosa sia veramente successo.

In questo brano, il disperdersi ha il significato di spargersi sulla terra, così come aveva voluto il Signore quando aveva detto «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra…» (Genesi 1,28).

Testo della predicazione: Esodo 32,7-14

Il Signore disse a Mosè: «Va', scendi; perché il tuo popolo che hai fatto uscire dal paese d'Egitto, si è corrotto; si sono presto sviati dalla strada che io avevo loro ordinato di seguire; si son fatti un vitello di metallo fuso, l'hanno adorato, gli hanno offerto sacri? ci e hanno detto: "O Israele, questo è il tuo dio che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto"». Il Signore disse ancora a Mosè: «Ho considerato bene questo popolo; ecco, è un popolo dal collo duro. Dunque, lascia che la mia ira s'in? ammi contro di loro e che io li consumi, ma di te io farò una grande nazione». Allora Mosè supplicò il Signore, il suo Dio, e disse: «Perché, o Signore, la tua ira s'in? ammerebbe contro il tuo popolo che hai fatto uscire dal paese d'Egitto con grande potenza e con mano forte? Perché gli Egiziani direbbero: "Egli li ha fatti uscire per far loro del male, per ucciderli tra le montagne e per sterminarli dalla faccia della terra!" Calma l'ardore della tua ira e péntiti del male di cui minacci il tuo popolo. Ricordati di Abraamo, d'Isacco e d'Israele, tuoi servi, ai quali giurasti per te stesso, dicendo loro: "Io moltiplicherò la vostra discendenza come le stelle del cielo; darò alla vostra discendenza tutto questo paese di cui vi ho parlato ed essa lo possederà per sempre"». E il Signore si pentì del male che aveva detto di fare al suo popolo

Sermone

 

Care sorelle e cari fratelli,

quante preghiere riceverà in media, Dio in una qualunque giornata della settimana? Sicuramente centinaia di milioni. Sono spesso preghiere per altri e altre, le “preghiere di intercessione”. Presentiamo a Dio le persone che conosciamo, a volte preghiamo per persone che non conosciamo affatto, ma che immaginiamo vittime o carnefici, delle piaghe del mondo: la fame, la guerra, la violenza ad esempio.

Questo pregare per gli altri e le altre rivela il nostro amore per gli umani e dichiara però a volte anche il nostro limite umano. Chiediamo a Dio di fare lui qualcosa per quelle persone, qualcosa che noi non riusciamo a fare: guarire gli ammalati, dare acqua e pane per i poveri, fede agli increduli. Una lista più o meno lunga che a volte ci lascia incerti.

Oggi impariamo qualcosa della preghiera per gli altri/e alla scuola di Mosé. Mosé prega Dio a favore del suo popolo in un momento grave:

  • Davanti alla fabbrica del vitello d’oro, momento in cui il popolo volta le spalle al Dio della sua liberazione.
  • Davanti alla decisione di Dio di volersi liberare di quel popolo piagnucoloso, incerto e infedele.
  • Davanti alla decisione di Dio di ripartire da zero: ricomincerà a crearsi un nuovo popolo da Mosé il fedele e la sua discendenza. Dio separerà Mosé dal suo popolo infedele.

Ci aspetteremmo due tipi di preghiere da parte di Mosé:

  • Signore devi capire quelle persone. Io sono qui sul Sinai vicino a te da molto tempo e loro sono laggiù nella pianura, desiderano ripartire per la terra promessa. Io non posso camminare davanti a loro e te non ti si vede; hanno fabbricato solo un simbolo di guida. Hanno sbagliato, ma bisogna capirli, poverini.
  • Signore, hai proprio ragione! Anche io non ce la faccio più con questo popolo; eccomi sono a disposizione. Ordinami qualunque cosa e io come Abramo mi affido a te a alla tua promessa per la mia discendenza. Poi non hanno solo voltato le spalle solo a te. Anche a me: non sono forse qui su questa montagna per raccogliere le tue parole? Mica sono qui per gli affari miei!