Culto domenicale:
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
Il culto è sospeso il 15, il 22 e il 29 novembre,
il prossimo culto si terrà, a Dio piacendo, domenica 6 dicembre

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Bellonatti

Archivio dei sermoni domenicali

Testo della predicazione: Marco 10, 35-38. 42-45

«Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, si avvicinarono a lui, dicendogli: «Maestro concedici di sedere uno alla tua destra e l’altro alla tua sinistra nella tua gloria». Ma Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete (...) Voi sapete che quelli che son reputati principi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi le sottomettono al loro dominio. Ma non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi, sarà vostro servitore; e chiunque, tra di voi, vorrà essere primo sarà servo di tutti. Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, il brano biblico alla nostra attenzione si pone tra l’annuncio della morte di Gesù, il terzo, e il senso della morte di Gesù, del perché è venuto Gesù al mondo e perché è morto.

Due fratelli, Giacomo e Giovanni, discepoli di Gesù, gli chiedono di sedere, uno a destra e uno a sinistra della sua gloria, quando sarà manifestato il Regno di Dio. Gesù risponde con una frase che oggi tradurremmo così: «Voi non avete capito niente».

In realtà l’evangelista Marco sta mettendo a confronto quelli che sono i pensieri umani e quelli di Dio; si contrappongono, partono da una logica diversa, da cui però si può guarire; il cambiamento è possibile, infatti è la conversione quella che è annunciata nel vangelo di Marco.

Il lettore del vangelo di Marco è continuamente confrontato con l’esigenza della conversione: il fraintendimento dei discepoli e il “non aver capito nulla”, sono le condizioni in cui si trova il lettore, cioè noi, che viene così interrogato dalla Parola di Gesù e risponde chiedendogli di essere soccorso nella sua incredulità.

I due fratelli Giacomo e Giovanni, chiedono di diventare i primi, non nel presente ma nel futuro. Chiedono di sedere sui troni sui quali siederanno coloro che saranno deputati a giudicare. Non chiedono di partecipare alla gloria di Gesù, ma di occupare i primi posti, fregandosene di tutti gli altri compagni, discepoli, come loro, dello stesso maestro. Ovviamente, la loro richiesta fa scoppiare l’indignazione degli altri compagni e rompe la comunione all’interno del gruppo dei discepoli.

Gesù risponde “voi non avete capito nulla”.

Che cosa non avevano capito?

Testo della predicazione: Giovanni 13,1-17

Era ormai vicina la festa ebraica della Pasqua. Gesù sapeva che era venuto per lui il momento di lasciare questo mondo e tornare al Padre. Egli aveva sempre amato i suoi discepoli che erano nel mondo, e li amò sino alla fine. All’ora della cena, il diavolo aveva già convinto Giuda (il fi glio di Simone Iscariota) a tradire Gesù. Gesù sapeva di aver avuto dal Padre ogni potere; sapeva pure che era venuto da Dio e che a Dio ritornava. Allora si alzò da tavola, si tolse la veste e si legò un asciugamano intorno ai fi anchi, versò l’acqua in un catino, e cominciò a lavare i piedi ai suoi discepoli. Poi li asciugava con il panno che aveva intorno ai fianchi. Quando arrivò il suo turno, Simon Pietro gli disse: Signore, tu vuoi lavare i piedi a me? Gesù rispose: Ora tu non capisci quello che io faccio; lo capirai dopo. Pietro replicò: No, tu non mi laverai mai i piedi! Gesù ribatté: Se io non ti lavo, tu non sarai veramente unito a me. Simon Pietro gli disse: Signore, non lavarmi soltanto i piedi, ma anche le mani e il capo. Gesù rispose: Chi è già lavato non ha bisogno di lavarsi altro che i piedi. È completamente puro. Anche voi siete puri, ma non tutti. Infatti, sapeva già chi lo avrebbe tradito. Per questo disse: ‘Non tutti siete puri’. Gesù terminò di lavare i piedi ai discepoli, riprese la sua veste e si mise di nuovo a tavola. Poi disse: ‘Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate Maestro e Signore, e fate bene perché lo sono. Dunque, se io, Signore e Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Io vi ho dato un esempio perché facciate come io ho fatto a voi. Certamente un servo non è più importante del suo padrone e un ambasciatore non è più grande di chi lo ha mandato. Ora sapete queste cose; ma sarete beati quando le metterete in pratica

Sermone

Cari fratelli, care sorelle,

Abbiamo letto quest’episodio che ha luogo all’inizio delle celebrazioni della Pasqua Ebraica. Ci può sembrare strano che solo Giovanni  ne parla, mente gli altri tre evangelisti raccontano dell’istituzione di quello che noi chiamiamo come la Santa Cena.  Ci fa pensare che per Giovanni, questo atto di Gesù era qualcosa di molto importante – importante quanto condividere con lui il pane e il vino.

Era abitudine di un servo o di una serva quella di lavare i piedi del padrone di casa e dei suoi invitati; tale lavaggio era sempre necessario a causa delle strade piene di polvere nel tempo bello e di fango nella stagione delle piogge.  I poveri, ai tempi di Gesù, andavano spesso a piedi nudi e comunque neppure i sandali, (una  semplice suola con 2 o 3 cinghie) proteggevano molto!

Ma  noi abbiamo letto che Gesù, durante la cena «...si alzò da tavola, si tolse la veste e si legò un asciugamano intorno ai fianchi, versò l’acqua in un catino, e cominciò a lavare i piedi ai suoi discepoli..». Allora, viene da pensare che Gesù non lavasse i piedi solo perché erano impolverati o infangati.

Perché questo gesto?

In un mondo che non aveva i mezzi visivi di comunicazione che abbiamo noi, spesso troviamo nella Bibbia che i profeti o i maestri usavano un gesto o un oggetto per farsi capire o per dare un messaggio importante da parte di Dio. E anche Gesù fa così – anche Gesù, come i profeti che usavano "l’animazione teologica"!

Testo della predicazione: Luca 9,57-62

«Mentre camminavano per la via, qualcuno gli disse: «Io ti seguirò dovunque andrai». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». Ed egli rispose: «Permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Ma Gesù gli disse: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; ma tu va’ ad annunziare il regno di Dio». Un altro ancora gli disse: «Ti seguirò, Signore, ma lasciami prima salutare quelli di casa mia». Ma Gesù gli disse: «Nessuno che abbia messo la mano all’aratro e poi volga lo sguardo indietro, è adatto per il regno di Dio».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, in questa terza domenica del tempo di Passione, ci è proposto un testo sul tema del discepolato, del seguire Gesù. Un tema che spesso si sente ascoltare nelle predicazioni, perché la Parola di Dio definisce, spesso, i credenti, membri della comunità, discepoli. Così gli Atti degli Apostoli ci informano che «la Parola di Dio si diffondeva, e il numero dei discepoli si moltiplicava grandemente» (Atti 6,7) e che «ad Antiochia, per la prima volta, i discepoli furono chiamati cristiani» (11,26).

Discepoli sono coloro che si pongono al seguito del loro maestro, imparano da lui, si formano. In genere accade che il discepolo, una volta formato, diventi autonomo, indipendente, mentre è una originalità cristiana che i discepoli restino tali per sempre. Perché? Perché il loro maestro è Dio stesso, e fino a quando i discepoli non diventino Dio… resteranno tali.

Nel brano alla nostra attenzione, ci sono tre personaggi, di cui non sappiamo il nome, che esprimono tutta la loro intenzione e la passione di seguire Gesù, di imparare da lui, di porsi al suo seguito. E Gesù li rende attenti circa il loro futuro, che cosa li aspetta.

Il primo dei tre aspiranti discepoli, sotto l’onda di un grande entusiasmo, si propone affermando: «Ti seguirò ovunque andrai». Ma Gesù smorza il suo entusiasmo ricordandogli che ci sono animali e uccelli che hanno un nido, una tana, una dimora, ma non Gesù e neppure chi lo segue. Gesù sottolinea che la strada del discepolato può essere, appunto, un cammino, non una comoda poltrona sotto un tetto ben coibentato; il discepolato è caratterizzato da un cammino, senza soste, senza lunghe fermate, è una vita segnata dalla fragilità di chi non ha una fissa dimora, di chi non ha sa sicurezza e la protezione di una casa.

Testo della predicazione: 2 Timoteo 1,7-10

«Dio ci ha dato uno spirito non di timidezza, ma di forza, d’amore e di autocontrollo. Non aver dunque vergogna della testimonianza del nostro Signore, né di me, suo carcerato; ma soffri anche tu per il vangelo, sorretto dalla potenza di Dio. Egli ci ha salvati e ci ha rivolto una santa chiamata, non a motivo delle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la grazia che ci è stata fatta in Cristo Gesù fin dall'eternità, ma che è stata ora manifestata con l’apparizione del Salvatore nostro Cristo Gesù, il quale ha distrutto la morte e ha messo in luce la vita e l’immortalità mediante il Vangelo».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, il brano biblico che abbiamo ascoltato rivela tre punti essenziali. Il primo punto è: Dio ti ha dato il suo Spirito; il secondo: non vergognarti della testimonianza al Vangelo; il terzo: Dio ti ha rivolto una chiamata.

Cerchiamo dunque di capire il senso di questi tre punti.

Primo punto: Dio ti ha dato il suo Spirito.

Questa frase è arricchita di ulteriori spiegazioni: l’autore spiega di quale Spirito si tratta, qual è lo scopo dello Spirito, cosa significa ricevere lo Spirito.

Sì, Dio ti ha donato il suo Spirito, ma Dio non ti dona uno Spirito di timidezza, perché tu hai ricevuto uno Spirito che ti permette di superare il timore, la paura, i tentennamenti e le esitazioni che bloccano, isolano, ingessano e immobilizzano il credente, ma anche la chiesa. Lo Spirito del Signore ti permette, invece, di fare delle scelte che cambiano la tua vita, di compiere passi in direzioni nuove e, a volte, anche direzioni ignote, ma che danno senso al tuo cammino, perché ti mettono in movimento verso gli altri, piuttosto che rinchiuderti in te stesso/a.

Lo Spirito ti permette di non arrenderti quando sembra che non ci siano vie d’uscita al dramma, alla disgrazia che si presenta davanti a te, quando sembra che tutto il mondo ti stia crollando addosso, quando non riesci più a poggiare i piedi su un terreno sicuro, quando smarrisci l’orientamento perché non hai le risposte alle tue domande, quando le tue ginocchia diventano sempre più vacillanti e la tua debolezza ti incoraggia a cedere, a rinunciare, quando la sfiducia nelle persone che ti hanno ferito e tradito sembra l’unico atteggiamento dettato dal buon senso.

Lo Spirito ti sostiene quando attraversi una difficoltà famigliare grave, o una situazione sociale difficile, non riesci a far fronte alla tua carenza finanziaria, o ciò che accade attorno a te ti fa dubitare dell’amore di Dio.

Lo Spirito dona la capacità e la forza (non la timidezza) di non arrendersi, mai! Lo Spirito permette la preghiera, ma anche di alzare le ginocchia per andare incontro gli uni verso gli altri; per questo l’apostolo parla di uno Spirito di forza, di amore e di saggezza.

Martedì, 17 Febbraio 2015 23:41

Sermone del 17 febbraio 2015

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Testo della predicazione: Giovanni 15,12–17

«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. Nessuno ha amore più grande di quello di dar la sua vita per i suoi amici. Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando. Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo signore; ma vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio. Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; affinché tutto quello che chiederete al Padre, nel mio nome, egli ve lo dia. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri»

Sermone

Il 17 febbraio ricordiamo l’ottenimento dei diritti civili nel 1848. L’Editto di emancipazione ci riconobbe come parte integrante della comunità nazionale italiana, non ancora costituita in tutta la penisola, ma che ci si preparava a fare con il Risorgimento. Fu l’ottenimento della libertà, cui seguì, pochi giorni dopo, quella degli ebrei italiani e solo dopo, il 6 marzo, fu promulgato lo Statuto, che fu la prima costituzione italiana per 100 anni, fino a quella repubblicana del 1948. Sappiamo che non si trattò di una libertà a tutto tondo: ne era esclusa la libertà di religione al di fuori del ghetto alpino, questa l’abbiamo conquistata faticosamente col tempo.

Dopo secoli di sofferenza e ghettizzazione, non si trattava di prendersi alcuna rivincita, non si trattava di rendere male per male, oltraggio per oltraggio, ma, al contrario, "benedire" (I Pietro 3,9). Che cosa significava "benedire" per quella generazione? Significava adoperarsi per portare, in quella che poi sarebbe diventata l’Italia, un progetto liberatore da un cristianesimo oscurantista e autoritario.

Testo della predicazione: Matteo 20,1-16

«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa, il quale, sul far del giorno, uscì a prendere a giornata degli uomini per lavorare la sua vigna. Si accordò con i lavoratori per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscì di nuovo verso l'ora terza, ne vide altri che se ne stavano sulla piazza disoccupati, e disse loro: "Andate anche voi nella vigna e vi darò quello che sarà giusto". Ed essi andarono. Poi, uscito ancora verso la sesta e la nona ora, fece lo stesso. Uscito verso l'undicesima, ne trovò degli altri in piazza e disse loro: "Perché ve ne state qui tutto il giorno inoperosi?" Essi gli dissero: "Perché nessuno ci ha presi a giornata". Egli disse loro: "Andate anche voi nella vigna". Fattosi sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: "Chiama i lavoratori e dà loro la paga, cominciando dagli ultimi fino ai primi". Allora vennero quelli dell'undicesima ora e ricevettero un denaro ciascuno. Venuti i primi, pensavano di ricevere di più; ma ebbero anch'essi un denaro per ciascuno. Perciò, nel riceverlo, mormoravano contro il padrone di casa dicendo: "Questi ultimi hanno fatto un'ora sola e tu li hai trattati come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e sofferto il caldo". Ma egli, rispondendo a uno di loro, disse: "Amico, non ti faccio alcun torto; non ti sei accordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare a quest'ultimo quanto a te. Non mi è lecito fare del mio ciò che voglio? O vedi tu di mal occhio che io sia buono?"  Così gli ultimi saranno primi e i primi ultimi».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, la parabola dei lavoratori che vengono assunti dal padrone della vigna in diverse ore della giornata percependo tutti lo stesso salario, ha sempre imbarazzato i lettori e suscitato un senso di disagio, perché la parabola non rispetta le più elementari leggi di equità. Non si può certo parlare di una le­zione di giustizia sociale. Qui, a parità di lavoro, c’è chi è pagato di più e chi di meno. Oggi noi siamo tutti contro quegli stipendi delle donne che, a parità di ore e di rendimento, sono pagate meno rispetto a quelli degli uomini.

Ma allora qual è il messaggio di questa parabola? Esaminiamola insieme.

Il padrone di una vigna al tempo della vendemmia, all’alba, verso le sei del mattino, si reca in piazza per ingaggiare alcuni lavoratori a giornata. Si accorda con loro e stabilisce la paga: un denaro. Quegli uomini avrebbero lavorato fino al tramonto, per circa 12 ore. Ma verso le nove, all’ora del mercato, il padrone torna in paese e, in piazza, vede altri disoc­cupati che manda a lavorare alla sua vigna: anche questi lavoreranno fino al tramonto per circa nove ore. Torna in piazza a mezzogiorno, poi alle tre e alle cinque, un’ora prima del tramonto, sempre trova dei disoccupati che nessuno ha preso a giornata, e li manda a vendem­miare nella sua vigna.

Al tramonto la giornata di lavoro termina, c’è chi ha lavorato per dodici ore, sotto il peso del caldo e del lungo lavoro, chi per nove ore, chi sei, chi tre e chi una sola ora. Ma tutti ricevono la stessa identica paga: un denaro.

Testo della predicazione: Luca 15,1-7

«Tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinavano a lui per ascoltarlo. Ma i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché non la ritrova? E trovatala, tutto allegro se la mette sulle spalle; e giunto a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: "Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora che era perduta". Vi dico che così ci sarà più gioia in cielo per un solo peccatore che si ravvede, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di ravvedimento».

Sermone

Care sorelle, cari fratelli, care bambine e cari bambini della Scuola domenicale, Gesù racconta la parabola della pecora che si smarrisce per dirci quanto Dio ci vuole bene, quanto ci ami; ci dice che quando siamo in pericolo viene a prenderci per avere cura di noi, ci cerca quando non riusciamo a ritrovare la strada per tornare a casa.

L’immagine della pecora è molto bella perché la pecora non è un animale che, in genere, vive da solo, ma vive insieme al gregge, insieme ad altre pecore come lei, e insieme seguono il loro pastore, hanno fiducia in lui, sanno che non le porterà in posti pericolosi dove pascolare, ma in prati sicuri.

Tutti abbiamo fiducia dei nostri genitori, perché ci vogliono bene e, anche quando, per esempio, vi chiedono di fare qualcosa che non volete fare, lo fanno per il vostro bene, per aiutarvi a crescere, a imparare, a diventare dei bravi adulti.

Il gregge è come la nostra famiglia, anche noi abbiamo bisogno di vivere insieme ad altre persone, condividere le nostre gioie, le nostre tristezze, quando stiamo male, quando abbiamo bisogno di essere consolati, rassicurati, sappiamo che l’amore all’interno della famiglia supererà tutti i problemi che si presenteranno lungo il cammino della nostra vita.

Ecco, l’amore è il fondamento di ogni famiglia, come anche della chiesa, della comunità dei credenti; amare ed essere amati ci fa vivere bene, bene con noi stessi e con gli altri, l’amore ci permette di chiedere scusa quando sbagliamo e di essere perdonati; l’amore ci permette di perdonare le persone che ci hanno offeso, che ci hanno ferito, che ci hanno fatto del male.

Qualche volta, però, ci smarriamo anche noi, come la pecora della parabola; ci allontaniamo dal gregge perché pensiamo di vivere bene da soli, di non avere bisogno di stare con gli altri, di non avere bisogno dei loro abbracci, del loro sorriso, del loro incoraggiamento, dei loro consigli.

Ma presto ci rendiamo conto che da soli si diventa tristi; senza nessuno a cui raccontare la nostra giornata, le nostre ore di scuola, di lavoro, sentiamo che ci manca qualcosa: sentiamo un vuoto che ci fa stare tanto male.

Testo della predicazione: Luca 3,13-17

«Allora Gesù dalla Galilea si recò al Giordano da Giovanni per essere da lui battezzato. Ma questi vi si opponeva dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?» Ma Gesù gli rispose: «Sia così ora, poiché conviene che noi adempiamo in questo modo ogni giustizia». Allora Giovanni lo lasciò fare. Gesù, appena fu battezzato, salì fuori dall’acqua; ed ecco i cieli si aprirono ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dai cieli che disse: «Questo è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto». 

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, tanti di noi si sono sempre domandati perché mai Gesù avesse bisogno di essere battezzato. Se poi veniamo a conoscenza che Giovanni il Battista invitava tutti al battesimo chiamando tutti al ravvedimento dai propri peccati, al riconoscimento delle proprie trasgressioni, crimini, traviamenti per ricominciare una nuova vita all’insegna della giustizia, della lealtà e dell’integrità.

In effetti non furono pochi, nell’antichità, coloro che sottolineavano il fatto che Gesù fosse inferiore a Giovanni Battista o che fosse peccatore anche lui fino a riconoscere la necessità di ravvedimento.

L’evangelista Matteo, nel brano alla nostra attenzione, difende Gesù da ogni sospetto di colpevolezza o di inferiorità rispetto a Giovani il battezzatore. Infatti le sue parole sono anche una risposta chiara: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?». È la risposta di Gesù che, invece, è meno chiara: «Sia così ora, poiché conviene che noi adempiamo in questo modo ogni giustizia».

Il battesimo di Gesù, è una volontà di Dio e un messaggio potente per l’umanità intera perché indica che Gesù vuole essere vicino e solidale ai peccatori: Gesù è Colui che ci salva dal peccato, ma lo fa venendoci accanto, non dall’alto dei cieli, non dall’alto della sua santità e onnipotenza, lo fa rinunciando alla sua onnipotenza, lo fa calandosi dentro la nostra umanità, nella nostra pelle, diventando come noi, umano, fragile, debole, povero, caricandosi del nostro peccato. Gesù si unisce alla folla dei peccatori nelle acque del fiume Giordano per consacrarsi alla sua vocazione di Salvatore.

Gesù, dunque, si fa battezzare.

Giovedì, 01 Gennaio 2015 17:00

Sermone di fine anno 2014

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Testo della predicazione: Luca 12,35-49

«I vostri fianchi siano cinti, e le vostre lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando tornerà dalle nozze, per aprirgli appena giungerà e busserà. Beati quei servi che il padrone, arrivando, troverà vigilanti! In verità io vi dico che egli si rimboccherà le vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. Se giungerà alla seconda o alla terza vigilia e li troverà così, beati loro! Sappiate questo, che se il padrone di casa conoscesse a che ora verrà il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi siate pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, l’anno che si conclude oggi segna anche il tempo in cui facciamo bilanci, valutazioni, stime, considerazioni circa il tempo trascorso e il valore che si è dato al tempo.

Cerchiamo di capire dove abbiamo sbagliato per non ripetere gli stessi errori, cerchiamo di vigilare sul tempo che scorre perché non passi in modo improduttivo, ma cercheremo di dare valore ad ogni giorno che passa.

Il brano biblico di oggi ci incoraggia a vigilare nell’attesa del Signore che torna. Un’attesa che la chiesa annuncia da duemila anni, ma che non si stanca di predicare perché il senso dell’attesa risiede innanzitutto nel senso che diamo alla nostra vita di oggi, del presente, in vista di un futuro che ci è promesso: il Regno di Dio.

Il Signore che attendiamo è Colui che instaurerà un Regno di giustizia e di pace, questa è la sua promessa, ma che è anche il nostro sogno di credenti che si guardano attorno e scoprono la realtà del male, della malattia, del dolore, della sofferenza, ma anche dell’ingiustizia, dell’illegalità, della corruzione.

Cosa facciamo noi di fronte a tutto ciò? Cosa facciamo mentre aspettiamo che tutto ciò finisca? Cosa facciamo mentre aspettiamo che il regno di Dio abbia il suo compimento? Quel regno che invochiamo quando preghiamo con le parole del Padre Nostro “Venga il tuo Regno”?

L’evangelista Luca è molto chiaro, ci chiede di essere vigili. Dobbiamo vigilare! Vigilare affinché la giustizia, la pace, la salvaguardia del creato siano rispettati, come i diritti umani di uomini, donne, bambini, vecchi: uomini che fuggono dalla guerra e dalla povertà; donne violate, stuprate e uccise perché donne; bambini costretti a lavorare o a impugnare delle armi e a sparare, bambine cui è negata l’istruzione, vecchi depredati e maltrattati.