Culto domenicale:
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
Il culto è sospeso il 15, il 22 e il 29 novembre,
il prossimo culto si terrà, a Dio piacendo, domenica 6 dicembre

Numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Bellonatti

Archivio dei sermoni domenicali

Testo della predicazione: I Giovanni 3,13-18

Non vi meravigliate, fratelli, se il mondo vi odia. Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia suo fratello è omicida; e voi sapete che nessun omicida possiede in sé stesso la vita eterna. Da questo abbiamo conosciuto l'amore: egli ha dato la sua vita per noi; anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli. Ma se qualcuno possiede dei beni di questo mondo e vede suo fratello nel bisogno e non ha pietà di lui, come potrebbe l'amore di Dio essere in lui? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e in verità.

Sermone

Cari fratelli e sorelle, il comandamento dell’amore che Gesù proclama nei Vangeli è il centro di questa prima lettera di Giovanni.

L’autore della lettera di Giovanni presenta un dualismo teologico che permette di comprendere meglio la portata e lo spessore dell’amore. Egli afferma che dove manca l’amore, là c’è odio. E Gesù, parlando del comandamento dell’amore, aveva messo in guardia i discepoli dall’odio: «Se il mondo vi odia, sapete bene che prima di voi ha odiato me».

Tuttavia, l’amore e l’odio, per la Bibbia, non sono semplicemente dei sentimenti, ma producono delle azioni che determinano la vita o la morte. Caino uccise perché odiava suo fratello. Questo è dunque l’odio: vivere nella dimensione, nell’orizzonte e nella prospettiva della morte, di se stessi e degli altri.

Gesù, parlando del comandamento dell’amore, conclude dicendo: da questo comandamento dipende tutta la legge e i profeti (Matteo 22,40) come per sottolineare che il peccato è la trasgressione della legge che nell’Antico testamento era la Torà, mentre adesso è la legge dell’amore.

Testo della predicazione: Luca 22,21-27

«Ecco, la mano di colui che mi tradisce è con me sulla tavola. Perché il Figlio dell'uomo, certo, se ne va, come è stabilito; ma guai a quell'uomo per mezzo del quale egli è tradito!» Ed essi cominciarono a domandarsi gli uni gli altri chi sarebbe mai, tra di loro, a far questo. Fra di loro nacque anche una contesa: chi di essi fosse considerato il più grande. Ma egli disse loro: «I re delle nazioni le signoreggiano, e quelli che le sottomettono al loro dominio sono chiamati benefattori. Ma per voi non dev'essere così; anzi il più grande tra di voi sia come il più piccolo, e chi governa come colui che serve. Perché, chi è più grande, colui che è a tavola oppure colui che serve? Non è forse colui che è a tavola? Ma io sono in mezzo a voi come colui che serve».

Sermone

     Care sorelle e cari fratelli, abbiamo davanti a noi il racconto nel quale, dopo l’ultima Cena, Gesù rivolge un discorso di addio discepoli. Gesù parla della propria morte e di uno di loro che lo tradirà. Questa rivelazione di Gesù desta tutta l’indignazione dei discepoli che scoprono, così, in mezzo a loro infedeltà e tradimento, tutti segnali di mancanza di autenticità e di verità. ¿Ma allora, chi sarà colui, tra i discepoli, più fedele al maestro Gesù e meritevole, quindi, di essere il più grandeil più importante? Il più grande avrebbe governato sugli altri, sarebbe stato un piccolo “capetto”, era importante preparasi e informare tutti, Gesù avrebbe indicato chi e quello sarebbe stato investito di questa autorità.

Gesù spiega che cosa significa “essere il più grande”. Certamente il suo discorso avrà deluso i suoi discepoli perché la sua spiegazione è esattamente un capovolgimento del senso comune di grandezza, che per noi significa essere serviti e riveriti, che la nostra presenza vale più degli altri e la nostra parola più di quella degli altri, per noi significa avere l’ultima parola. Gesù parla ai governanti, parla ai discepoli, parla alla Chiesa, parla a noi.

Testo della predicazione: Marco 16,15-20

Gesù disse loro: «Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura. Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato; ma chi non avrà creduto sarà condannato. Questi sono i segni che accompagneranno coloro che avranno creduto: nel nome mio scacceranno i demòni; parleranno in lingue nuove; prenderanno in mano dei serpenti; anche se berranno qualche veleno, non ne avranno alcun male; imporranno le mani agli ammalati ed essi guariranno». Il Signore Gesù dunque, dopo aver loro parlato, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. E quelli se ne andarono a predicare dappertutto e il Signore operava con loro confermando la Parola con i segni che l'accompagnavano.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, cosa vi può essere di più definitivo della morte? Benché Gesù avesse annunciato la sua risurrezione, i suoi discepoli, tuttavia, non capivano cosa intendesse dire. Fintanto che non fai l’esperienza concreta della risurrezione è difficile crederci perché, per noi, nulla è più definitivo della tomba.

Gesù era stato visto dalle donne e poi da due discepoli e, dopo il loro racconto, non avevano creduto. Ricordate cosa dirà Tommaso? «Se non vedo… e non metto il mio dito nel segno dei chiodi …io non crederò» (Giovanni 20,25).

Nel brano alla nostra attenzione Gesù permette il superamento dell’incredulità da parte dei discepoli, l’incredulità è superata dalla grazia di Dio che ci prende al suo servizio e ci inserisce così nell’orizzonte della fede.

Testo della predicazione: Giovanni 20,11-18

Maria se ne stava fuori vicino al sepolcro a piangere. Mentre piangeva, si chinò a guardare dentro il sepolcro, ed ecco, vide due angeli, vestiti di bianco, seduti uno a capo e l'altro ai piedi, lì dov'era stato il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?» Ella rispose loro: «Perché hanno tolto il mio Signore e non so dove l'abbiano deposto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Gesù le disse: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» Ella, pensando che fosse l'ortolano, gli disse: «Signore, se tu l'hai portato via, dimmi dove l'hai deposto, e io lo prenderò». Gesù le disse: «Maria!» Ella, voltatasi, gli disse in ebraico: «Rabbunì!» che vuol dire: «Maestro!» Gesù le disse: «Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma va' dai miei fratelli, e di' loro: "Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro"». Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli che aveva visto il Signore, e che egli le aveva detto queste cose.

Sermone

Fratelli e sorelle, Cristo è risorto! Cristo è veramente risorto. Cosa significa per noi oggi tutto questo?

Maria Maddalena va al sepolcro, ma trova la tomba vuota? Non trova il corpo senza vita di Gesù sul quale piangere ed elaborare il suo lutto. Non c’è più il corpo per il quale convincersi a rassegnarsi alla morte, alla separazione, alla rottura dei legami, al crollo delle speranze; ed è smarrimento, senso di vuoto, di disorientamento; vi è ancora più tristezza e confusione dopo quella visione angosciante della crocifissione del suo maestro Gesù.

Eppure Maria Maddalena doveva convincersene: l’aveva visto inchiodato su quella croce il suo maestro, l’aveva visto morire, e che cosa vi può essere di più definitivo della morte?

Ora sembra perfino inaudito il fatto che lasciare spazio alla rassegnazione possa essere così difficile.

Maria di Magdala, torna sul luogo della morte perché là può prendere coscienza del proprio dolore e della propria rassegnazione. Ma ciò non può avvenire, perché non c’è più l’oggetto della rassegnazione e del dolore: “Hanno tolto il mio Signore e non so dove l’abbiano deposto”.

Confessione di fede dei Catecumeni in occasione della loro Confermazione e Battesimo la Domenica delle Palme, 13 aprile 2014.

Cari fratelli e care sorelle,

il nostro gruppo di Catechismo è giunto alla conclusione del percorso di formazione.

Abbiamo deciso di far parte della Chiesa valdese perché con questa e con voi che siete qui oggi, vogliamo proseguire il nostro percorso di fede.

Abbiamo deciso di condividere con questa comunità la nostra ricerca che continua, le nostre domande, i dubbi, ma anche la nostra gioia e la nostra riconoscenza a Dio per la sua grazia.

Dalla parabola dei talenti abbiamo imparato quanto sia importante partecipare perché ognuno, dentro di sé, ha qualcosa da dare agli altri. Partecipare ed esserci significa già dare qualcosa.

Noi ci impegniamo a percorrere il nostro cammino con la Chiesa valdese e desideriamo permettere che essa cresca e si trasformi anche con il nostro contributo, in coerenza con la Parola di Dio.

Alcuni di noi hanno già ricevuto il battesimo, segno dell’amore di Dio. Il battesimo è un atto di Dio, quell’atto in cui Egli pronuncia il suo sì, quello in cui si rivela come il Dio che accoglie e che ama in modo sovrabbondante. Oggi noi rispondiamo al suo amore con il nostro sì, accogliendo con gioia la sua bontà, il suo perdono e la sua grazia. Noi confermiamo il battesimo con la nostra fede, quella che abbiamo ricevuto da Dio.

Testo della predicazione: Ebrei 12,1-3

«Noi, poiché siamo circondati da una così grande schiera di testimoni, deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, e corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio. Considerate perciò colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate perdendovi d’animo».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, nella lettera agli Ebrei che abbiamo ascoltato, l’autore è preoccupato del fatto che i credenti siano diventati apatici e pigri: non prestano più attenzione alla predicazione, trascurano i culti, non sopportano le difficoltà che incontrano come cristiani e come minoranza religiosa; soffrono anche di ignoranza teologica, di un deficit di conoscenza che li fa diventare creduloni alla cultura dominante:

«Avremmo molte cose da dire, ma è difficile spiegarle voi perché siete diventati lenti a comprendere. Dopo tanto tempo dovreste già essere maestri; invece avete di nuovo bisogno che vi siano insegnati i primi elementi...; siete giunti al punto che avete bisogno di latte e non di cibo solido» (Ebrei 5,11-12).

Chi si rivolge a questi credenti, ricorda i padri che agirono con la loro fede e furono testimoni delle opere di Dio, si tratta di una lunga schiera di uomini e di donne, a partire da Adamo, Noè, Mosè, per passare ai patriarchi, ai profeti fino a Giovani Battista e altri che morirono per la loro fede.

«Siamo circondati da una grande schiera di testimoni»: come a dire che partecipiamo anche noi al miracolo della fede, alla continuità storica della testimonianza, che anche noi siamo chiamati ad afferrare quella fune della fede che così ci unisce all’intero popolo dei fedeli che nel corso dei secoli vi si sono aggrappati.

Testo della predicazione: Matteo 10,34-36

«Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. Perché sono venuto a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell'uomo saranno quelli stessi di casa sua».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, allo Studio biblico su “Il Dio della Bibbia e la violenza” abbiamo appreso che la violenza è la costante minaccia distruttrice degli esseri umani. Quando due individui aspirano alla stessa meta, diventano rivali, si genera un conflitto che induce alla violenza. Presto si perde di vista l'oggetto della meta e la violenza diventa cieca, essa è socialmente contagiosa e produce sempre nuova violenza. Nelle società primitive, il rituale sacrificale serviva a deviare sulla vittima del sacrificio, un animale o addirittura una persona, il male, la violenza e il peccato delle persone. Così nei testi dell’Antico Testamento, il credente fa l’esperienza di Dio all’interno di questi processi culturali, ed è così che si spiegano i diversi rituali cruenti qui contenuti e perché vi è la necessità di spiegare Dio come crudele e violento, perché ciò è identificato con la potenza e la forza, anzi con l’onnipotenza di Dio: «Ha precipitato in mare cavallo e cavaliere», canta Miriam, dopo che le acque del Mar Rosso si sono richiuse. Ecco perché tanta violenza e ferocia domina buona parte della storia d’Israele.

Tuttavia, i profeti Amos, Isaia, Geremia, Osea, Michea, denunciano l’inefficacia del sacrificio e denunciano la violenza come peccato, anche quella che accadeva all’interno del popolo d’Israele e cioè nei riguardi degli umili, degli indifesi, dei poveri, delle vedove e degli orfani.

È vero che le guerre sono viste come atti di salvezza di Dio, egli comanda di annientare il nemico perfino nel modo dell’interdetto, cioè senza lasciare nessuno in vita e senza far bottino. Qui non c’entra affatto l’odio o la brutalità, ma vi è la l’ordine di Dio che nessuno può e deve disporre della guerra, essa non è uno strumento della politica per arricchirsi o per conquistare. Per questo era proibito il censimento della popolazione, per non essere tentati dal numero dei soldati superiore all'avversario.

Testo della predicazione: Marco 6,30-44

Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. Ed egli disse loro: «Venitevene ora in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un poco». Difatti, era tanta la gente che andava e veniva, che essi non avevano neppure il tempo di mangiare. Partirono dunque con la barca per andare in un luogo solitario in disparte. Molti li videro partire e li riconobbero; e da tutte le città accorsero a piedi e giunsero là prima di loro. Come Gesù fu sbarcato, vide una gran folla e ne ebbe compassione, perché erano come pecore che non hanno pastore; e si mise a insegnare loro molte cose. Essendo già tardi, i discepoli gli si accostarono e gli dissero: «Questo luogo è deserto ed è già tardi; lasciali andare, affinché vadano per le campagne e per i villaggi dei dintorni e si comprino qualcosa da mangiare». Ma egli rispose: «Date loro voi da mangiare». Ed essi a lui: «Andremo noi a comprare del pane per duecento denari e daremo loro da mangiare?». Egli domandò loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Essi si accertarono e risposero: «Cinque, e due pesci». Allora egli comandò loro di farli accomodare a gruppi sull'erba verde; e si sedettero per gruppi di cento e di cinquanta. Poi Gesù prese i cinque pani e i due pesci, e, alzati gli occhi verso il cielo, benedisse e spezzò i pani, e li dava ai discepoli, affinché li distribuissero alla gente; e divise pure i due pesci fra tutti. Tutti mangiarono e furono sazi, e si portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane, ed anche i resti dei pesci.  Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.

Sermone

Gesù nel suo ministero in Galilea, attira molte persone. Con le sue guarigioni, con le sue parole, con la sua attenzione ha  incontrato le necessità spirituali  e materiali di quella popolazione che soffre molte cose: l’occupazione romana, malattie, povertà, disorientamento e esclusione dalla vita religiosa. Per molti così Gesù era qualcuno in cui sperare per un cambiamento della propria situazione.

Forse la sinagoga, il catechismo imparato, i consigli dei rabbini, quando ancora li potevano ascoltare, non erano più in grado di parlare alle loro persone e al loro cuore. Proprio come a volte temiamo noi, che la nostra predicazione, il nostro  annuncio non raggiunga chi ne ha necessità.

Gesù con la sua pratica di parole e fatti attirava; per questo vediamo nel testo una folla disordinata e in continuo movimento, gente che viene e che va, ognuno con le sue necessità. Una grande confusione. Tante ricerche di Dio, tante domande sulla propria vita in una grande confusione. Così è in fondo il campo del nostro annuncio dell’evangelo. Sappiamo, come lo sapeva la chiesa dell’evangelista Marco, che c’è gente che cerca Dio, ma cosa cerca ci sembra confuso e disordinato: un via vai senza soffermarsi, senza prendere il tempo per ascoltare, per sostare.

L’assedio della folla avviene però in un momento apparentemente inopportuno per quel giorno. Gesù infatti ha già un programma: prendersi del tempo per i discepoli, un tempo di isolamento dopo il grande lavoro missionario da cui sono appena tornati. Una barca lontano dalla folla, per approdare lontano dalla confusione.  I discepoli e il loro maestro.

Testo della predicazione: II Samuele 12,1-7a

Il Signore mandò Natan da Davide e Natan andò da lui e gli disse: «C’erano due uomini nella stessa città; uno ricco e l’altro povero. Il ricco aveva pecore e buoi in grandissimo numero; ma il povero non aveva nulla, se non una piccola agnellina che egli aveva comprata e allevata; gli era cresciuta in casa insieme ai figli, mangiando il suo pane, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno. Essa era per lui come una figlia. Un giorno arrivò un viaggiatore a casa dell’uomo ricco. Questi, risparmiando le sue pecore e i suoi buoi, non ne prese per preparare un pasto al viaggiatore che era capitato da lui; prese invece l’agnellina dell’uomo povero e la cucinò per colui che gli era venuto in casa». Davide, allora, si adirò moltissimo contro quell'uomo e disse a Natan: «Com'è vero che il Signore vive, colui che ha fatto questo merita di essere punito e pagherà quattro volte il valore dell'agnellina, per aver fatto una cosa simile e non aver avuto pietà. Allora Natan disse a Davide: «Tu sei quell'uomo!».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, cari bambini e bambine, il profeta Natan pronuncia questa parabola davanti al re Davide, il più grande re d’Israele. Gesù sarà discendente di questo re.

Davide però ha sbagliato, si invaghisce di una bella donna, Bat-Sceba, moglie di un suo servo, Uria l’Ittita, la manda a chiamare e con lei ha dei rapporti, viola la sua integrità di donna e di moglie fedele. E quando la donna rimane incinta, il re cerca di rimediare sposandola. C’è però un impedimento, Bat-Sceba ha un marito. Così il re ordina di esporre in battaglia Uria, di lasciarlo solo in prima linea perché così sia ucciso dal nemico. E così accadde. Uria, fedele servo del re, muore in battaglia.

Vi sono due uomini, uno è ricco, l’altro è povero. Per descrivere il ricco, Natan, non ci mette molto, non c’è alcun interesse in quell’uomo. È ricco, ha in gran numero pecore e buoi, ha tutto, punto e basta. Così lo mette in disparte.