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Domenica, 25 Settembre 2016 14:39

Sermone di domenica 25 settembre 2016 (Romani 14,7-19)

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Testo della predicazione: Romani 14,17-19

«Il regno di Dio non consiste in vivanda né in bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo. Poiché chi serve Cristo in questo, è gradito a Dio e approvato dagli uomini. Cerchiamo dunque di conseguire le cose che contribuiscono alla pace e alla reciproca edificazione».

Sermone

      Care sorelle e cari fratelli, lo scrittore Luigi Pintor, narrando un momento della lunga malattia della moglie scrisse questa considerazione:

«Non c’è,
in un intera vita,
cosa più importante da fare che chinarsi affinché l’al­tro,
cingendoti il collo,
possa rialzarsi».

      L’apostolo Paolo ha in mente questo atteggiamento del chinarsi verso l’altro/a, quando scrive questo brano e i capitoli poco precedenti. L’apostolo parla a lungo della grazia e della misericordia di Dio, ma ora ci spiega che non si tratta di sole riflessioni teologiche, ma di vere ogni giorno, nelle nostre faccende quotidiane, la misericordia. Perciò dice: «Vi esorto a trarre le conseguenze da quello che avete fin qui ascoltato».

      L’apostolo parla della pratica della misericordia, della compassione, della pietà umana, della generosità che non possono essere vissuti solo interiormente, ma condivisi con il prossimo, con la comunità dei credenti, con la società nella quale viviamo.

     L’apostolo ci indica le linee guida circa l’agire di noi credenti, sottolineando innanzitutto l’importanza dell’amore.

     Certo, teniamo presente che la comunità a cui scrive la lettera, quella di Roma, è divisa e lacerata al suo interno. Vi erano in quella chiesa credenti di provenienza religiosa diversa e questo comportava dei problemi. I giudei sottolineavano la sacralità di alcuni giorni rispetto ad altri, si astenevano da alcuni cibi, mentre altri di provenienza pagana, mangiavano di tutto e consideravano uguali tutti i giorni dell’anno. Questi argomenti e altro ancora impegnavano la chiesa a cercare una comprensione comune che non si trovava. La chiesa non era edificata e non cresceva.

     Perciò l’apostolo, preoccupato della divisione nella comunità, deve dire che il Regno di Dio non consiste in vivanda né in bevanda, e sottolinea innanzitutto la libertà dei cristiani. Paolo si considerava libero dall’osservanza di digiuni e astinenze o di giorni ritenuti più importanti di altri. Viveva con i Giudei secondo le loro regole e convinzioni sulle feste da celebrare e sui cibi da non mangiare, e così pure con i pagani. Ma per l’apostolo era importante non creare ostacoli a nessuno e soprattutto alla predicazione e al bene del prossimo.

Lo sappiamo: c’è chi vive una fede in modo debole, immatura, disinformata, altri in modo più consapevole e, tuttavia, sono credenti che vanno ugualmente accolti nella comunità, con amore e non costretti a sostenere estenuanti discussioni per cercare uniformarsi agli altri e convertirsi ad un’altra idea.

Ognuno deve seguire il proprio cammino di fede e il proprio ritmo di crescita spirituale. Chi gode di maggiore comprensione e, quindi, di libertà, non deve disprezzare chi sembra essere più debole o immaturo. Chi ha scrupoli di coscienza, a sua volta, non disprezzi chi fa ciò che lui o lei non farebbe. Ogni credente è servo di Cristo e a Lui ne renderà conto.

   Non è compito del credente giudicare un altro (Mt 7,1) perché tutti saremo soggetti al giudizio di Dio. Paolo pertanto insiste sul principio della libertà cristiana. “Il cristiano è libero signore su ogni cosa e non è sottomesso a nessuno” scriveva Lutero ed aggiungeva “il cristiano è servo di ognuno”.

Ma la libertà è soggetta all’amore di Dio per noi che ci impegna ad amare. La libertà non è una giungla, una terra di nessuno. La libertà del cristiano non è senza limitazioni. A queste limitazioni il credente vi si sottopone volontariamente, per il bene di tutti.

Nessuno deve restare escluso nella comunità, perché tutti sono una parte di un unico corpo; perciò l’apostolo invita a sostenere e a vivere il principio dell’amore e del rispetto della libertà degli altri. Diversamente vi sarà sempre il pericolo della distruzione della fraternità per un puntiglio, un principio, sia pure giusto.

Certo, è bene avere una fede forte, una coscienza emancipata, ma i cristiani non sono individui isolati, che vivono ognuno per proprio conto: sono membri di una comunità, in comunione fra di loro. Pertanto sono tutti, individualmente, responsabili, specialmente quelli più maturi, responsabili dello sviluppo della comunità e della sua prosperità.

«Il regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo»: ecco ciò che conta davvero, ecco il frutto dello Spirito: non è pensarla allo stesso modo, sulle vivande, sui digiuni e sulle feste da celebrare, ma è amore, pace gioia, giustizia. Lo Spirito ci fa operatori di pace, ci fa dei ponti per unire sponde opposte tra loro.

Così, l’apostolo può concludere il suo lungo discorso, invitandoci chinarci verso l’altro, verso l’altra affinché, stringendo le braccia al nostro collo possa rialzarsi, e vivere insieme a noi la dimensione di una fede che produce, amore, pace, gioia, reciproca edificazione.

L’esempio è preso da Gesù, il cui atteggiamento era rivolto verso un vero interesse per gli altri, basato sulla comprensione. Gesù guariva, confortava, piangeva, insegnava, pregava, capovolgeva i banchi dei cambiavalute e si opponeva ai leader religiosi, perché aveva a cuore i più deboli e la loro libertà.

Davvero «Non c’è, in un intera vita, cosa più importante da fare che chinarsi affinché l’al­tro, cingendoti il collo, possa rialzarsi».

Siamo chiamati a questo, a chinarci, affinché l’altro possa tro­vare in noi la forza per ritrovare sé stesso/a, per rialzarsi, per ritrovare la gioia della vita e della fraternità. In questo consiste l’amore di Dio: Dio si è chinato fino a noi in Gesù per amarci e permetterci di rialzarci dal nostro peccato, con il suo perdono.

Del resto le nostre opere d’amore altro non sono che segnali provvisori di quel Regno che viene e che è già fra noi, regno di è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo.

      Amen.

Letto 2003 volte
Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

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