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Lunedì, 12 Settembre 2016 21:48

Sermone di domenica 11 settembre 2016 (2 Timoteo 1, 7-10)

Scritto da Giovanni Bernardini

Testo della predicazione: 2 Timoteo 1, 7-10

Dio ci ha dato uno spirito non di timidezza, ma di forza, d'amore e di autocontrollo. Non aver dunque vergogna della testimonianza del nostro Signore, né di me, suo carcerato; ma soffri anche tu per il vangelo, sorretto dalla potenza di Dio. Egli ci ha salvati e ci ha rivolto una santa chiamata, non a motivo delle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la grazia che ci è stata fatta in Cristo Gesù fin dall'eternità, ma che è stata ora manifestata con l'apparizione del Salvatore nostro Cristo Gesù, il quale ha distrutto la morte e ha messo in luce la vita e l'immortalità mediante il vangelo.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, il testo che abbiamo appena letto è tratto dalla seconda lettera che l'apostolo Paolo scrive al suo discepolo Timoteo.

Il contesto in cui Paolo scrive non è dei più facili. Sono gli anni da poco successivi alla morte di Gesù e all'inizio della diffusione del Vangelo, ovvero della Buona Novella. In quegli anni non di rado i cristiani, e coloro che professavano apertamente la loro fede in

Cristo Gesù, erano oggetto di feroci di persecuzioni. Lo stesso Paolo, prima della sua conversione sulla via di Damasco, faceva parte di coloro che perseguitavano, con particolare tenacia, tutti quelli che avevano abbandonato l'ebraismo e si erano convertiti al

Cristianesimo. Possiamo, infatti, leggere in Galati: «Voi avete udito quale sia stata la mia condotta nel passato, quand'ero nel giudaismo; come perseguitavo a oltranza la chiesa di

Dio, e la devastavo; e mi distinguevo [nel giudaismo più di molti coetanei] tra i miei connazionali, perché ero estremamente zelante nelle tradizioni dei miei padri».

In questo contesto, le paure e i dubbi che il giovane Timoteo si trova ad affrontare sono comprensibili, anche nel dover gestire una comunità da poco formatasi ed ancora in fase di consolidamento.

Tutta via, come questa epistola ci ricorda, Dio ci invita a non avere paura, a non essere timidi e ad essere forti. Ma la forza non basta, bisogna anche avere autocontrollo ed essere amorevoli, anche verso coloro che ci vessano e ci causano mali. Lo stesso Paolo, citando il libro dei proverbi, dice: «Se il tuo nemico ha fame dagli del pane da mangiare; se ha sete dagli dell'acqua da bere e il Signore ti ricompenserà».

Il signore ti ricompenserà… ah, la ricompensa.

Quante cose facciamo perché in fondo speriamo in una ricompensa? Vi sarà probabilmente capitato di aiutare una persona e non ricevere neppure un "grazie". In quel momento come vi siete sentiti? Offesi? Infastiditi? Avrete forse pensato: «Ma come?! Io mi sono tanto impegnato, pure gratis; e neanche un grazie?»

Già, ma proviamo a ruotare la scena, proviamo a prenderci un momento e guardiamo dentro noi stessi. Siamo sicuri di avere il diritto di offenderci? Siamo sicuri di aver sempre ringraziato chi ci ha aiutato?

Noi, come chiesa che ha aderito alla Riforma, abbiamo sovente fatto vanto della frase, ormai quasi slogan, "per grazia soltanto". Ma cosa significa realmente per noi, OGGI, l'espressione per grazia soltanto? In questa frase la parola chiave è "soltanto". La salvezza, la nostra salvezza è avvenuta e avviene ogni giorno "soltanto" per la volontà di

Dio, la sua grazia, la sua bontà.

Gesù ci invita a diffondere il Vangelo, ad avere un comportamento coerente con la

Scrittura, di mantenere una condotta onesta e giusta, ma non perché così ci accaparriamo il nostro "grazie" sotto forma di salvezza. La grazia, infatti, ci è stata fatta in Cristo Gesù fin dall'eternità.

Adesso, però, torniamo alla figura di Timoteo.

Timoteo si trova ad affrontare i problemi di chi, messo a capo di una comunità, deve imparare a gestirla in tutte le differenze e diversità che una comunità porta. Ma anche qui bisogna fare attenzione a non farsi ingannare dalle parole. Essere il capo di una comunità non significa unicamente dare direttive, assicurarsi che queste vengano rispettate e in caso contrario prendere provvedimenti. All'epoca, come dovrebbe essere anche adesso,

essere a capo significa dare l'esempio, senza cadere nell'arroganza di chi si crede migliore degli altri o addirittura perfetto. Può infatti capitare che chi dà l'esempio commetta degli errori, tuttavia, ad essere rilevante è come rimedia ai quegli errori, a come si rialza.

Timoteo, una sorta di antenato degli attuali pastori e pastore, non è solo. Qualora cadesse ha i membri della comunità che lo aiuteranno a rialzarsi ed un amico, Paolo, che non smetterà mai di mettere al suo servizio le sue conoscenze e la sua formazione teologica.

Paolo, infatti, scrive spesso le sue lettere perché non poteva essere vicino alle persone con cui avrebbe desiderato parlare. Pertanto le sue lettere contengono spesso frasi di conforto volte a rafforzare la fede di chi vacilla o si sente assalito dai dubbi.

Ed è qui che entra in azione il vademecum che troviamo alla fine del passo letto oggi: Dio ci salva davvero, e la sua salvezza implica la nostra chiamata. Ma a cosa ci chiama Dio?

Dio ci rivolge la vocazione. Ma quale vocazione? Quella a cui la comunità dei credenti è chiamata perché crede nella gratuità dell'amore di Dio, nel perdono di Dio, nella salvezza senza le nostre opere. Credere in tutto questo significa viverlo e testimoniarlo. E qual modo migliore di testimoniarlo se non con le nostre vite, col nostro vivere quotidiano?! Col vivere mettendo in pratica quanto ci insegnano le Scritture senza timore, senza vergognarci di affermare il nostro essere credenti! La testimonianza non si esaurisce nel tempo in cui andiamo, partecipiamo e torniamo dal culto. Facciamo in modo che tutta la nostra vita sia una testimonianza.

Le esortazioni, tuttavia, non sono finite, come abbiamo detto prima, Paolo invita il giovane Timoteo ad avere anche "autocontrollo". Ma cosa significa il termine "autocontrollo"? Significa saper gestire tutti quei comportamenti dettati dal semplice impulso. In altri termini lo invita ad avere sangue freddo. Questo perché, quando si è in preda alle emozioni, come ad esempio la rabbia o la tristezza, può capitare a chiunque di commettere dei gravi errori di valutazione o dire delle cose che potrebbero ferire chi ci ascolta o addirittura causare fratture all'interno di una comunità.

Dunque, cari fratelli e care sorelle, è vero che non essendo vincolati alle opere possiamo vivere la più gioiosa libertà ma, come dice anche Paolo: «Tutto mi è lecito! Ma non tutto giova». Facciamo perciò tesoro della libertà che ci è stata donata gratuitamente, e altrettanto gratuitamente mettiamoci al servizio di chi ne ha bisogno poiché Dio ci ha dato uno spirito non di timidezza, ma di forza, e d'amore. Amen.

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