Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Bellonatti

Archivio dei sermoni domenicali

Testo della predicazione: Matteo 7,24-27

Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica sarà paragonato a un uomo avveduto che ha costruito la sua casa sopra la roccia. La pioggia è caduta, sono venuti i torrenti, i venti hanno soffiato e hanno investito quella casa; ma essa non è caduta, perché era fondata sulla roccia. E chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica sarà paragonato a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. La pioggia è caduta, sono venuti i torrenti, i venti hanno soffiato e hanno fatto impeto contro quella casa, ed essa è caduta e la sua rovina è stata grande.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, la casa sulla roccia è una parabola che l’evangelista Matteo a conclusione delle beatitudini e del discorso sul discepolato, cioè sul seguire Gesù. L’evangelista sottolinea che la predicazione di Gesù, il cosiddetto Sermone sul Monte, si attende da noi una risposta chiara, senza vie di mezzo: possiamo essere tra coloro che dopo aver ascoltato Gesù costruiscono la loro casa sulla roccia, l’avranno messa in pratica, oppure sulla sabbia, non avendo messo in pratica quanto ascoltato.

In effetti questa parabola si inserisce nella tradizione biblica in modo parallelo all’Alleanza dell’Antico Testamento, anche lì Dio promette benedizioni per coloro che osservano la legge di Dio e la mettono in pratica e minacce di maledizione per coloro che la trasgrediscono. In Deuteronomio leggiamo:

Ora, se tu ubbidisci diligentemente alla voce del Signore tuo Dio, avendo cura di mettere in pratica tutti i suoi comandamenti che oggi ti do, il Signore, il tuo Dio, ti metterà al di sopra di tutte le nazioni della terra; e tutte queste benedizioni verranno su di te e si compiranno per te, se darai ascolto alla voce del Signore tuo Dio.

Appare chiaramente la parola ascoltare (shema’) e la parola fare (asha’), perché l’ascolto della Parola di Dio produce sempre delle conseguenze pratiche.

Testo della predicazione: Luca 15,1-7

Tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinavano a lui per ascoltarlo. Ma i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché non la ritrova? E trovatala, tutto allegro se la mette sulle spalle; e giunto a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: "Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora che era perduta". Vi dico che, allo stesso modo, ci sarà più gioia in cielo per un solo peccatore che si ravvede che per novantanove giusti che non hanno bisogno di ravvedimento».

Sermone

Care sorelle, cari fratelli, Gesù si rivolge ai farisei e agli scribi, dottori delle Scritture, che ritenevano sconveniente il comportamento di Gesù il quale si presentava come un Rabbi, un maestro. Per questi teologi era necessaria una separazione netta tra buoni e cattivi, giusto e sbagliato, bianco e nero, per non perdere il senso della giustizia; quindi le due categorie opposte non vanno trattate allo stesso modo: i buoni vanno premiati, i cattivi puniti. Per i farisei era in gioco l’educazione dei giovani che non traevano un buon esempio da un maestro come Gesù che, invece, andava a mangiare a casa di malfattori, di prostitute, di peccatori come i pubblicani, cioè gli esattori delle tasse per conto dei Romani.

Agli occhi dei pii farisei, che avevano l’incarico di educare il popolo alla fede e a una corretta morale, Gesù doveva sembrare pericolosamente distruttivo, perché legittimava le persone moralmente dubbie, sedendosi a tavola con loro, condividendo, così, con loro non solo il cibo, ma anche la loro stessa vita, la loro storia, quindi i loro malaffari. In altre parole, era come diventare come loro.

Gesù risponde con tre parabole:

  • con quella della pecora smarrita e ritrovata (quella alla nostra attenzione),
  • con quella della moneta perduta e ritrovata
  • con quella del figlio perduto e ritrovato (il figliol prodigo).

Nella nostra parabola, Gesù dice: «Chi di voi non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché la ritrova?». Nessuno! La risposta è che nessuno lo farebbe, nel senso che si andrebbe alla ricerca della pecora perduta solo se le novantanove sono al sicuro, dentro un ovile, non certo nel deserto pieno di pericoli e di animali predatori!

Testo della predicazione: Giovanni 3,1-8

C'era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Egli venne di notte da Gesù, e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi segni miracolosi che tu fai, se Dio non è con lui». Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio». Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?» Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d'acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito, è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: "Bisogna che nasciate di nuovo". Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, per tutti, il buio e la notte, sono sinonimi di paura, luoghi per non essere visti. Il buio interiore può rappresentare la condizione della nostra coscienza, o della nostra sofferenza, del nostro dolore.

Nel Vangelo di Giovanni, il buio e le tenebre hanno proprio il senso dello sgomento e dell’angoscia, tanto che quando Giuda lascia Gesù per consegnarlo ai suoi nemici «era notte». E sì, era davvero notte nell’animo di Giuda. Ma anche nell’animo di Pietro che rinnega, per tre volte, il suo maestro, di notte, prima che faccia giorno, prima che il gallo canti.

Un vecchio di nome Nicodemo incontra Gesù di notte. Era un capo dei Giudei, un dottore d’Israele, pare, simpatizzante di Gesù e del suo messaggio. Incontra Gesù di notte, col favore delle tenebre: certamente non voleva compromettere la sua reputazione dal momento che incontrava un maestro considerato sovversivo dai suoi amici. Gesù, infatti, interpretava la legge di Mosè, non l’applicava letteralmente, non in modo restrittivo, ma rispettoso della dignità e della libertà umana; diceva: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» e poi ancora: «Voi avete udito che fu detto dagli antichi… ma io vi dico». Gesù predicava un rapporto con Dio profondo, non superficiale, legato alla mera ubbidienza a una legge, benché promulgata da Mosè. Per Gesù non era sufficiente essere discendenti di Abramo per essere popolo di Dio, per Gesù era necessario il proprio rapporto, intimo e personale con Dio, condiviso con tutti: uomini, donne, bambini. 

Perché Nicodemo vuole incontrare Gesù?

Testo della predicazione: Giovanni 7,37-39

Nell'ultimo giorno della festa, il più solenne, Gesù si alzò ed esclamò a voce alta: «Se uno ha sete si avvicini a me, e chi ha fede in me beva! Come dice la Scrittura: da lui sgorgheranno fiumi d'acqua viva». Gesù diceva questo, pensando allo Spirito di Dio che i credenti avrebbero poi ricevuto. A quel tempo lo Spirito non era ancora stato dato, perché Gesù non era ancora stato innalzato alla gloria.

Sermone

Cari fratelli e sorelle, il breve discorso di Gesù relativo ai fiumi d'acqua viva si inquadra nell'ambito della Festa ebraica delle Capanne che ricordava al popolo d'Israele il periodo in cui aveva vagato a lungo nel deserto, prima di raggiungere la terra promessa, dopo che Dio li aveva fatti uscire dal paese della schiavitù: l'Egitto. Perciò, la gente costruiva delle capanne con canne e rami di alberi, e vi abitava per ricordare, con gratitudine, che il paese in cui abitavano era quello che Dio aveva donato loro dopo averlo promesso ad Abramo e prima ancora che fossero erranti nel deserto.

Non solo, ma la Festa delle capanne indicava anche il trionfo di Dio, per questo il profeta Zaccaria descrive il re Messia che giunge a Gerusalemme vittorioso (12,10) per la festa delle Capanne, in quel giorno il Signore farà zampillare una sorgente per purificare Gerusalemme (13,1), la Festa delle Capanne, quindi, portava anche il messaggio della venuta del Messia.

L'acqua era un simbolo importante della Festa delle Capanne: se durante la settimana della festa pioveva, questo significava “piogge abbondanti” per i campi e le messi. Ancora oggi gli arabi della Giordania, guardano se piove durante la celebrazione della Festa delle Capanne in Israele come segno del tempo che farà.

In ciascuna delle sette mattine della Festa, una processione scendeva alla fonte di Gihon sul fianco della collina del Tempio, qui un sacerdote riempiva d'acqua una brocca d'oro, mentre il popolo ripeteva in coro il versetto di Isaia (12,3) che dice: «Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza»; poi la processione saliva al Tempio attraverso la porta dell'Acqua e le persone portavano in mano i simboli della festa: nella mano destra il lulab una fascio di ramoscelli di mirto e salice legati con una palma (i rami usati per costruire le capanne dentro cui abitavano gli israeliti durante i sette giorni della Festa) e nella mano sinistra l'ethrog, un limone, segno del raccolto. Anche qui, in questa fase della Festa si cantavano i Salmi da 113 a 118: «Quando Israele uscì dall'Egitto… i monti saltellarono come montoni e i colli come agnelli. Trema o terra alla presenza del Signore che mutò la roccia in lago, il macigno in una sorgente d'acqua (114). Celebrate il Signore perché egli è buono, perché la sua bontà dura in eterno».

Testo della predicazione: Matteo 21,14-17

Nel Tempio si avvicinarono a Gesù alcuni ciechi e zoppi, ed egli li guarì. I capi dei sacerdoti e i maestri della Legge videro le cose straordinarie che aveva fatto e sentirono i bambini che gridavano: "Osanna al Figlio di Davide!" e si sdegnarono. Dissero a Gesù: «Ma non senti che cosa dicono?» Gesù rispose: «Sì, sento. Ma voi non avete mai letto nella Bibbia queste parole: Dalla bocca dei fanciulli e dei bambini ti sei procurata una lode?» Poi li lasciò e se ne andò via; uscì dalla città e passò la notte a Betània.

Sermone

Nel tempio di Gerusalemme, alcuni bambini gridano, osannano Gesù, sono solo dei bimbi, per l’epoca non contano nulla, tuttavia, per Matteo si tratta di un fatto importante da raccontare perché rappresenta la lode a Dio da parte degli ultimi, di chi non ha voce, di chi non vale niente, è il canto dei deboli che rende testimonianza alla regalità di Cristo.

Tutto aveva avuto inizio dalla guarigione di alcuni ciechi e zoppi che accorrevano da Gesù: Sì, perché Gesù è colui che dona una speranza a chi aveva davanti a sé il buio e la fine.

È una immagine splendida quella di Matteo che ci mostra un Gesù chino per guarire gli zoppi e far vedere ai ciechi, perché è contrapposta a quella dei sovrani della terra che dimostrano il loro potere con la forza e la violenza.

Gesù dimostra il suo potere donando la vita, non togliendola agli altri, liberando gli ultimi e i malati da un destino crudele.

Tuttavia, Gesù non si propone come il più grande guaritore di tutte le epoche, il taumaturgo dalle guarigioni spettacolari e sbalorditive. È vero, la gente vuole vedere questo, il gesto magico che incanta con il suo mistero, ma Gesù non dà nessuno spettacolo, non cela alcun mistero, ma il messaggio più importante di tutta la storia umana: è possibile sperare, è possibile ricevere liberazione, è possibile la riconciliazione con il prossimo, il perdono, l’incontro con gli altri senza più paure, la fraternità: tutto questo in un mondo di violenza, morte e distruzione.

I miracoli di Gesù non mirano a suscitare la fede, la fede non può fondarsi su un segno miracoloso perché è un dono di Dio.

Testo della predicazione: Giovanni 21,3-14

Simon Pietro disse: "Io vado a pescare". Gli altri risposero: "Veniamo anche noi". Uscirono e salirono sulla barca. Ma quella notte non presero nulla. Era già mattina, quando Gesù si presentò sulla spiaggia, ma i discepoli non sapevano che era lui. Allora Gesù disse: "Avete qualcosa da mangiare?" Gli risposero: "No". Allora Gesù disse: "Gettate la rete dal lato destro della barca, e troverete pesce". I discepoli calarono la rete. Quando cercarono di tirarla su non ci riuscivano per la gran quantità di pesci che conteneva. Allora il discepolo prediletto di Gesù disse a Pietro: "È il Signore!".  Simon Pietro, udito che era il Signore, si legò la tunica intorno ai fianchi (perché non aveva altro addosso) e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece accostarono a riva con la barca, trascinando la rete con i pesci, perché erano lontani da terra un centinaio di metri. Quando scesero dalla barca, videro un fuocherello di carboni con sopra alcuni pesci. C'era anche pane. Gesù disse loro: "Portate qui un po' del pesce che avete preso ora". Simon Pietro salì sulla barca e trascinò a terra la rete piena di centocinquantatre grossi pesci. Erano molto grossi, ma la rete non s'era strappata.
Gesù disse loro: "Venite a far colazione". Ma nessuno dei discepoli aveva il coraggio di domandargli: "Chi sei?" Avevano capito che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo distribuì; poi distribuì anche il pesce. Era la terza volta che Gesù si faceva vedere ai discepoli da quando era tornato dalla morte alla vita.

style="text-align: center;" />strong>Sermone</strong></p> <p>Care sorelle e cari fratelli, la morte di Gesù aveva turbato i confuso i discepoli. Il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro, l’abbandono del loro maestro nel Getsemani al momento dell’arresto, sono tutti sintomi e risultati di una delusione profonda. Gesù li ha delusi perché si è mostrato come l’uomo della Pace, dell’amore per i nemici e della nonviolenza, piuttosto che come un condottiero che libera dall’oppressione romana.</p> <p>Ora che il loro maestro è morto, le loro speranze sono tramontate, ora i discepoli non sanno cosa pensare, non sanno cosa li attende, la cosa più logica da fare è tornare a quello che erano prima, tornare a fare i pescatori, e così tornano sul luogo dove Gesù li ha chiamati a diventare invece <em>«pescatori d’uomini»</em>.</p> <p>Tornano sul luogo delle loro sicurezze, delle loro certezze, forse piccola cosa se paragonate alla predicazione di Gesù che apriva l’orizzonte verso grandi speranze e grandi rivoluzioni sociali. Sì, ma almeno qui sanno quello che li attende: un lavoro, del cibo, una famiglia. Ed è proprio lì, nel luogo delle loro certezze che avviene qualcosa che li sconvolge, che tradisce la loro sicurezza, fa vacillare la consapevolezza di sapere bene quello che fanno, si sentono ingannati da un fatto nuovo: dopo una notte intera di pesca, nessun pesce, neppure uno per gratificare la loro scelta di tornare indietro, prima che Gesù li invitasse a seguirlo.  </p> <p>Perché? Perché non si può tornare indietro, i discepoli si illudono di poter tornare alla normalità di una vita precedente a quella con Gesù, come se nulla fosse successo. Nulla è pescato. Non puoi cancellare una storia che ha coinvolto la tua esistenza in modo determinante, non puoi dimenticare o far finta che non sia mai accaduta, non puoi ignorare che Gesù è morto.</p> <p>Così, stremati di stanchezza, all’alba, i discepoli pescatori tornano a riva. E là, qualcuno domanda: <em>«Non avete per caso un po’ di pesce? No? Gettate le reti alla destra della barca, e ne troverete»</em>.</p> <p>Che richiesta assurda, senza senso, fuori da ogni logica!</p>""

Testo della predicazione: Matteo 28,1-10

Dopo il sabato, verso l'alba del primo giorno della settimana, Maria Maddalena e l'altra Maria andarono a vedere il sepolcro. Ed ecco si fece un gran terremoto; perché un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e vi sedette sopra. Il suo aspetto era come di folgore e la sua veste bianca come neve. E, per lo spavento che ne ebbero, le guardie tremarono e rimasero come morte. Ma l'angelo si rivolse alle donne e disse: «Voi, non temete; perché io so che cercate Gesù, che è stato crocifisso. Egli non è qui, perché è risuscitato come aveva detto; venite a vedere il luogo dove giaceva. E andate presto a dire ai suoi discepoli: "Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete". Ecco, ve l'ho detto». E quelle se ne andarono in fretta dal sepolcro con spavento e grande gioia e corsero ad annunciarlo ai suoi discepoli. Quand'ecco, Gesù si fece loro incontro, dicendo: «Vi saluto!» Ed esse, avvicinatesi, gli strinsero i piedi e l'adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, le donne vanno al sepolcro dove è custodito il corpo di Gesù, morto da tre giorni, vanno per ispezionare il sepolcro e assicurarsi che Gesù sia davvero morto.

Nel vangelo è raccontato che la tomba è vuota: un angelo rotola la pietra e vi si siede sopra e dice alle donne: «Non temete, Gesù che è stato crocifisso e che voi cercate non è qui perché è risuscitato».

L’angelo si siede sulla pietra rotolata. Il messaggio è chiaro, significa che la risurrezione di Gesù è definitiva, è per tutte le epoche, per tutte le persone di ogni del globo.

Le donne saranno pure spaventate, sì, ma le guardie svengono: quando si dice delle donne “il sesso debole”. A loro l’angelo dice: «Non temete». La stessa parola detta ai pastori quando Gesù nasce a Betlemme.

Questo racconto non vuole raccontarci un miracolo spettacolare come quello di una risurrezione, ma rivelarci il senso della croce di Cristo per noi.

Alle donne è data una missione: andate e dite che Gesù è risuscitato. Ora i discepoli possono finalmente capire che la morte di Gesù non è stata una tragedia che ha annullato le loro speranze e distrutto il futuro!

Testo della predicazione: Giovanni 13,1-15

Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio se ne tornava, si alzò da tavola, depose le sue vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse. Poi mise dell'acqua in una bacinella, e cominciò a lavare i piedi ai discepoli, e ad asciugarli con l'asciugatoio del quale era cinto. Si avvicinò dunque a Simon Pietro, il quale gli disse: «Tu, Signore, lavare i piedi a me?» Gesù gli rispose: «Tu non sai ora quello che io faccio, ma lo capirai dopo». Pietro gli disse: «Non mi laverai mai i piedi!». Gesù gli rispose: «Se non ti lavo, non hai parte alcuna con me». E Simon Pietro: «Signore, non soltanto i piedi, ma anche le mani e il capo!». Gesù gli disse: «Chi è lavato tutto, non ha bisogno che di aver lavati i piedi; è purificato tutto quanto; e voi siete purificati, ma non tutti». Perché sapeva chi era colui che lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete netti». Quando dunque ebbe loro lavato i piedi ed ebbe ripreso le sue vesti, si mise di nuovo a tavola, e disse loro: «Capite quello che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore; e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, che sono il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Infatti vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, questo gesto di Gesù ha un significato profondo: la lavanda dei piedi dei discepoli è un gesto semplice e umile, ma carico di una forza dirompente.

Questo brano rappresenta il passaggio di Gesù dalla sua morte alla sua risurrezione. Gesù «depone» e «riprende» le sue vesti, prima e dopo la lavanda, come «depone» e «riprende» la sua vita.

Ecco, Gesù vuole insegnarci che Dio viene a noi e ci offre la salvezza nell’abbassamento e nell’immagine del servo. Pietro, ma anche gli altri discepoli, non capisce, non può comprendere, perché il gesto di Gesù non è nella logica umana: Dio si abbassa, diventa servo e vive la passione e la morte.

Questo non è ovvio!

Perciò Gesù risponde a Pietro: «Se non ti laverò, non avrai parte con me!». È chiara la strada che il Messia deve percorrere, ma Gesù coinvolge in quella strada anche i suoi.

«Non avrai parte con me!». Per far parte del Regno, Pietro deve accettare di accompagnare il Signore sulla strada della passione. Ma Pietro non è pronto. Non è questo il Messia in cui credeva.

La lavanda dei piedi indica l’umile servizio che non si ferma neppure davanti a una croce, al sacrificio di sé. Il nostro destino è quello di essere testimoni di un Maestro che dà la sua vita per amore dei suoi, che chiama amici. Essere testimoni significa percorrere la strada del Maestro, fino in fondo, fino alla croce.

Pietro gli dice: «lavami dalla testa ai piedi», ma Gesù fa capire che non è il rito che ti permette di vivere il messaggio di Cristo: basta un segno, un piede o due, o anche meno, l’importante è che tu capisca la necessità di essere coinvolto nell’evento della croce di Cristo.

È necessario essere lavati da Gesù per essere parteci, così ci è chiesto di fare lo stesso anche tra noi, per vivere la comunione, il legame che Dio stesso instaura tra noi, chiesa sua.

Gesù pone le basi per il fondamento della comunità dei credenti: «Vi ho dato un esempio affinché anche voi facciate come io vi ho fatto».

Testo della predicazione: 1 Pietro 1,3-5

Che gran Dio è il nostro! E come siamo fortunati ad avere lui come Dio, il padre del nostro Signore Gesù. Poiché Gesù è stato risuscitato dalla morte, a noi è stata donata una vita completamente nuova, abbiamo tutto ciò che ci serve per vivere, compreso un futuro in cielo, e questo futuro comincia adesso! Dio veglia attentamente, su di noi e sul domani. Viene il giorno in cui avrete una vita totalmente sana e piena. (Traduzione da: The Bible in contemporary english)

Sermone

     Care sorelle e cari fratelli, l’autore della lettera di Pietro scrive ad alcune comunità cristiane dell’Asia Minore alla fine del primo secolo, quando, dopo un periodo iniziale di consensi ed entusiasmo per la fede cristiana, i credenti, durante il governo dell’imperatore Domiziano, cominciarono a subire dure prove e persecuzioni. Fu un periodo successivo a quello di Nerone che, però, limitò le sue persecuzioni contro i cristiani solo a Roma.

     I credenti dell’epoca che leggono questa lettera vivono il forte disagio dell’incertezza del domani, dell’insicurezza, della sofferenza, della discriminazione, tutto a causa di pregiudizi e intolleranze.

     Perciò, chi scrive sa bene che sulla terra la vita può essere costellata di difficoltà, prove, sofferenze e che ci sono tanti buoni motivi per essere tristi.

     E tuttavia egli esplode in un canto entusiasta che dice: «Che gran Dio è il nostro, come siamo fortunati ad avere lui come Dio», piuttosto che Zeus o un altro Dio dell’Olimpo che ti soggioga e sottomette alla sua inesorabile volontà. Il nostro Dio, ci dice il brano biblico, invece è il Padre di Gesù che è morto per noi.

     Quale altro dio darebbe la sua vita per noi. Semmai è il contrario, perché sono gli dèi che chiedono di dare a loro la nostra vita: che si tratti del dio Mammona (il denaro) o del dio potere: essi esigono asservimento e sudditanza.

     La morte di Gesù e la sua risurrezione, invece, ci hanno permesso di ricevere una vita completamente nuova. Il nostro è cioè un Dio che viene per farci vivere non una vita qualunque, ma una vita nuova, cioè una vita piena, sana, che ha un senso, uno scopo per il quale vale davvero la pena vivere.