Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Bellonatti

Archivio dei sermoni domenicali

Testo della predicazione: Luca 18,18-23. 28-30

Uno dei capi lo interrogò, dicendo: «Maestro buono, che devo fare per ereditare la vita eterna?» Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio. Tu conosci i comandamenti: Non commettere adulterio; non uccidere; non rubare; non dir falsa testimonianza; onora tuo padre e tua madre». Ed egli rispose: «Tutte queste cose io le ho osservate fin dalla mia gioventù». Gesù, udito questo, gli disse: «Una cosa ti manca ancora: vendi tutto quello che hai, e distribuiscilo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, udite queste cose, ne fu afflitto, perché era molto ricco. Pietro disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato le nostre cose e ti abbiamo seguito». Ed egli disse loro: «Vi dico in verità che non c'è nessuno che abbia lasciato casa, o moglie, o fratelli, o genitori, o figli per amor del regno di Dio, il quale non ne riceva molte volte tanto in questo tempo, e nell'età futura la vita eterna».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, dalla Bibbia abbiamo ascoltato un racconto in cui un giovane, molto ricco, domanda a Gesù cosa deve fare per ottenere la Vita eterna, la salvezza eterna.

Gesù risponde: “Segui i comandamenti di Dio”! Eppure, questi erano osservati attentamente e alla lettera dal giovane ricco che, però, lo stesso, domanda a Gesù cosa deve fare per avere la certezza della Vita eterna.

Eppure, questo giovane dovrebbe avere la coscienza a posto, fa tutto quello che gli è comandato, è uno scrupoloso osservatore dei precetti, attento a tutte le leggi dell’antico Israele. Eppure, sente che tutto questo non basta, che qualcosa gli manca.

Perché?

In fondo, può sentirsi una persona a posto con se stessa e con Dio, può sentirsi una persona perdonata, perché lo meriterebbe davvero, ha tutte le carte in regola per essere benedetto da Dio nella vita terrena e “anche dopo”.

Testo della predicazione: Marco 7,31-37

Gesù partì di nuovo dalla regione di Tiro e, passando per Sidone, tornò verso il mar di Galilea attraversando il territorio della Decapoli.
Condussero da lui un sordo che parlava a stento; e lo pregarono che gli imponesse le mani. Egli lo condusse fuori dalla folla, in disparte, gli mise le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; poi, alzando gli occhi al cielo, sospirò e gli disse: «Effatà!» che vuol dire: «Apriti!» E gli si aprirono gli orecchi; e subito gli si sciolse la lingua e parlava bene. Gesù ordinò loro di non parlarne a nessuno; ma più lo vietava loro e più lo divulgavano; ed erano pieni di stupore e dicevano: «Egli ha fatto ogni cosa bene; i sordi li fa udire, e i muti li fa parlare».

Sermone

All'inizio, la parola stentata: un uomo chiuso nel proprio handicap; di fatto, nel proprio isolamento: “Condussero da lui un sordo che parlava a stento”. Al centro una parola, una sola, di Gesù: «Effatà che vuol dire: «Apriti!». Alla fine, la parola si mette a circolare, si diffonde; commenta, interpreta e, così facendo – al pari del coro nelle antiche tragedie greche – ci dà una chiave di lettura: «Ha fatto bene ogni cosa».  Sembra una replica dell’esclamazione della sera del sesto giorno della creazione in Genesi 1 che valuta la creazione dell’essere umano (uomo e donna) come “molto buona” o “ben fatto!”. L'atto di Gesù, dunque, può essere letto come una nuova Genesi, come la ripresa nel bel mezzo della storia umana di quel poema della creazione. A questa eco di Genesi 1 («Ha fatto bene ogni cosa»), l’acclamazione della folla ne aggiunge un’altra: «I sordi li fa udire, e i muti li fa parlare». Qui si allude a una di quelle profezie di cui era piena la storia d’Israele: la speranza escatologica cantata da Isaia, al tempo della grande crisi dell’esilio, come la promessa di un nuovo Esodo, di una liberazione dell’intera vita. Il racconto intreccia quei due riferimenti al poema delle origini e alla speranza ultima, a Genesi 1 e a Isaia, come per darci un’unica chiave di lettura: Gesù è il principio e la fine, in lui tutto si ricrea, tutto si rinnova.

Testo della predicazione: Matteo 21,28-32

Un uomo aveva due figli. Si avvicinò al primo e gli disse: "Figliolo, va' a lavorare nella vigna oggi". Ed egli rispose: "Vado, signore"; ma non vi andò. Il padre si avvicinò al secondo e gli disse la stessa cosa. Egli rispose: "Non ne ho voglia"; ma poi, pentitosi, vi andò. Quale dei due fece la volontà del padre?» Essi gli dissero: «L'ultimo». E Gesù a loro: «Io vi dico in verità: i pubblicani e le prostitute entrano prima di voi nel regno di Dio. Poiché Giovanni è venuto a voi per la via della giustizia, e voi non gli avete creduto; ma i pubblicani e le prostitute gli hanno creduto; e voi, che avete visto questo, non vi siete pentiti neppure dopo per credere a lui».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, questa parabola di Gesù fa ricordare tutti noi quando ricevevamo ordini dai nostri genitori, dagli insegnati, o comunque, dagli adulti. Non sempre avevamo voglia di dare seguito agli ordini ricevuti, soprattutto quando implicavano una certa fatica da parte nostra. Allora, talvolta, rispondevamo di sì, perché non potevamo farne a meno, talora di “no” in modo convinto. All’epoca di Gesù, l’ubbidienza e il rispetto al padre erano dovuti: il primo figlio dice al padre: “vado, signore”. Dire di “no” spudoratamente, era un grave affronto.

I figli della parabola sono molto diversi, uno risponde di sì alla richiesta del padre di andare a lavorare nella vigna di famiglia, ma poi non va; l’altro risponde di no, ma poi ci va.

Quale dei due figli è stato ubbidiente al padre? Chi ha detto “sì” o chi ha detto “no”? Risposta: chi ha detto “no”!

Gesù, nella sua parabola, non spiega il comportamento dei due figli e perché danno quelle risposte; a Gesù importa che noi che l’ascoltiamo, possiamo identificarci con l’uno o con l’altro figlio rispetto alla volontà di Dio.

Gesù ha davanti a sé dei leader religiosi che sono molto scettici nei suoi confronti, e cercano di scavare dentro il suo messaggio per capire cosa pensa veramente, e qual è lo scopo della sua predicazione.

Testo della predicazione: Matteo 7,24-27

Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica sarà paragonato a un uomo avveduto che ha costruito la sua casa sopra la roccia. La pioggia è caduta, sono venuti i torrenti, i venti hanno soffiato e hanno investito quella casa; ma essa non è caduta, perché era fondata sulla roccia. E chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica sarà paragonato a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. La pioggia è caduta, sono venuti i torrenti, i venti hanno soffiato e hanno fatto impeto contro quella casa, ed essa è caduta e la sua rovina è stata grande.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, la casa sulla roccia è una parabola che l’evangelista Matteo a conclusione delle beatitudini e del discorso sul discepolato, cioè sul seguire Gesù. L’evangelista sottolinea che la predicazione di Gesù, il cosiddetto Sermone sul Monte, si attende da noi una risposta chiara, senza vie di mezzo: possiamo essere tra coloro che dopo aver ascoltato Gesù costruiscono la loro casa sulla roccia, l’avranno messa in pratica, oppure sulla sabbia, non avendo messo in pratica quanto ascoltato.

In effetti questa parabola si inserisce nella tradizione biblica in modo parallelo all’Alleanza dell’Antico Testamento, anche lì Dio promette benedizioni per coloro che osservano la legge di Dio e la mettono in pratica e minacce di maledizione per coloro che la trasgrediscono. In Deuteronomio leggiamo:

Ora, se tu ubbidisci diligentemente alla voce del Signore tuo Dio, avendo cura di mettere in pratica tutti i suoi comandamenti che oggi ti do, il Signore, il tuo Dio, ti metterà al di sopra di tutte le nazioni della terra; e tutte queste benedizioni verranno su di te e si compiranno per te, se darai ascolto alla voce del Signore tuo Dio.

Appare chiaramente la parola ascoltare (shema’) e la parola fare (asha’), perché l’ascolto della Parola di Dio produce sempre delle conseguenze pratiche.

Testo della predicazione: Luca 15,1-7

Tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinavano a lui per ascoltarlo. Ma i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché non la ritrova? E trovatala, tutto allegro se la mette sulle spalle; e giunto a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: "Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora che era perduta". Vi dico che, allo stesso modo, ci sarà più gioia in cielo per un solo peccatore che si ravvede che per novantanove giusti che non hanno bisogno di ravvedimento».

Sermone

Care sorelle, cari fratelli, Gesù si rivolge ai farisei e agli scribi, dottori delle Scritture, che ritenevano sconveniente il comportamento di Gesù il quale si presentava come un Rabbi, un maestro. Per questi teologi era necessaria una separazione netta tra buoni e cattivi, giusto e sbagliato, bianco e nero, per non perdere il senso della giustizia; quindi le due categorie opposte non vanno trattate allo stesso modo: i buoni vanno premiati, i cattivi puniti. Per i farisei era in gioco l’educazione dei giovani che non traevano un buon esempio da un maestro come Gesù che, invece, andava a mangiare a casa di malfattori, di prostitute, di peccatori come i pubblicani, cioè gli esattori delle tasse per conto dei Romani.

Agli occhi dei pii farisei, che avevano l’incarico di educare il popolo alla fede e a una corretta morale, Gesù doveva sembrare pericolosamente distruttivo, perché legittimava le persone moralmente dubbie, sedendosi a tavola con loro, condividendo, così, con loro non solo il cibo, ma anche la loro stessa vita, la loro storia, quindi i loro malaffari. In altre parole, era come diventare come loro.

Gesù risponde con tre parabole:

  • con quella della pecora smarrita e ritrovata (quella alla nostra attenzione),
  • con quella della moneta perduta e ritrovata
  • con quella del figlio perduto e ritrovato (il figliol prodigo).

Nella nostra parabola, Gesù dice: «Chi di voi non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché la ritrova?». Nessuno! La risposta è che nessuno lo farebbe, nel senso che si andrebbe alla ricerca della pecora perduta solo se le novantanove sono al sicuro, dentro un ovile, non certo nel deserto pieno di pericoli e di animali predatori!

Testo della predicazione: Giovanni 3,1-8

C'era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Egli venne di notte da Gesù, e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi segni miracolosi che tu fai, se Dio non è con lui». Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio». Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?» Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d'acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito, è spirito. Non ti meravigliare se ti ho detto: "Bisogna che nasciate di nuovo". Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, per tutti, il buio e la notte, sono sinonimi di paura, luoghi per non essere visti. Il buio interiore può rappresentare la condizione della nostra coscienza, o della nostra sofferenza, del nostro dolore.

Nel Vangelo di Giovanni, il buio e le tenebre hanno proprio il senso dello sgomento e dell’angoscia, tanto che quando Giuda lascia Gesù per consegnarlo ai suoi nemici «era notte». E sì, era davvero notte nell’animo di Giuda. Ma anche nell’animo di Pietro che rinnega, per tre volte, il suo maestro, di notte, prima che faccia giorno, prima che il gallo canti.

Un vecchio di nome Nicodemo incontra Gesù di notte. Era un capo dei Giudei, un dottore d’Israele, pare, simpatizzante di Gesù e del suo messaggio. Incontra Gesù di notte, col favore delle tenebre: certamente non voleva compromettere la sua reputazione dal momento che incontrava un maestro considerato sovversivo dai suoi amici. Gesù, infatti, interpretava la legge di Mosè, non l’applicava letteralmente, non in modo restrittivo, ma rispettoso della dignità e della libertà umana; diceva: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» e poi ancora: «Voi avete udito che fu detto dagli antichi… ma io vi dico». Gesù predicava un rapporto con Dio profondo, non superficiale, legato alla mera ubbidienza a una legge, benché promulgata da Mosè. Per Gesù non era sufficiente essere discendenti di Abramo per essere popolo di Dio, per Gesù era necessario il proprio rapporto, intimo e personale con Dio, condiviso con tutti: uomini, donne, bambini. 

Perché Nicodemo vuole incontrare Gesù?

Testo della predicazione: Giovanni 7,37-39

Nell'ultimo giorno della festa, il più solenne, Gesù si alzò ed esclamò a voce alta: «Se uno ha sete si avvicini a me, e chi ha fede in me beva! Come dice la Scrittura: da lui sgorgheranno fiumi d'acqua viva». Gesù diceva questo, pensando allo Spirito di Dio che i credenti avrebbero poi ricevuto. A quel tempo lo Spirito non era ancora stato dato, perché Gesù non era ancora stato innalzato alla gloria.

Sermone

Cari fratelli e sorelle, il breve discorso di Gesù relativo ai fiumi d'acqua viva si inquadra nell'ambito della Festa ebraica delle Capanne che ricordava al popolo d'Israele il periodo in cui aveva vagato a lungo nel deserto, prima di raggiungere la terra promessa, dopo che Dio li aveva fatti uscire dal paese della schiavitù: l'Egitto. Perciò, la gente costruiva delle capanne con canne e rami di alberi, e vi abitava per ricordare, con gratitudine, che il paese in cui abitavano era quello che Dio aveva donato loro dopo averlo promesso ad Abramo e prima ancora che fossero erranti nel deserto.

Non solo, ma la Festa delle capanne indicava anche il trionfo di Dio, per questo il profeta Zaccaria descrive il re Messia che giunge a Gerusalemme vittorioso (12,10) per la festa delle Capanne, in quel giorno il Signore farà zampillare una sorgente per purificare Gerusalemme (13,1), la Festa delle Capanne, quindi, portava anche il messaggio della venuta del Messia.

L'acqua era un simbolo importante della Festa delle Capanne: se durante la settimana della festa pioveva, questo significava “piogge abbondanti” per i campi e le messi. Ancora oggi gli arabi della Giordania, guardano se piove durante la celebrazione della Festa delle Capanne in Israele come segno del tempo che farà.

In ciascuna delle sette mattine della Festa, una processione scendeva alla fonte di Gihon sul fianco della collina del Tempio, qui un sacerdote riempiva d'acqua una brocca d'oro, mentre il popolo ripeteva in coro il versetto di Isaia (12,3) che dice: «Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza»; poi la processione saliva al Tempio attraverso la porta dell'Acqua e le persone portavano in mano i simboli della festa: nella mano destra il lulab una fascio di ramoscelli di mirto e salice legati con una palma (i rami usati per costruire le capanne dentro cui abitavano gli israeliti durante i sette giorni della Festa) e nella mano sinistra l'ethrog, un limone, segno del raccolto. Anche qui, in questa fase della Festa si cantavano i Salmi da 113 a 118: «Quando Israele uscì dall'Egitto… i monti saltellarono come montoni e i colli come agnelli. Trema o terra alla presenza del Signore che mutò la roccia in lago, il macigno in una sorgente d'acqua (114). Celebrate il Signore perché egli è buono, perché la sua bontà dura in eterno».

Testo della predicazione: Matteo 21,14-17

Nel Tempio si avvicinarono a Gesù alcuni ciechi e zoppi, ed egli li guarì. I capi dei sacerdoti e i maestri della Legge videro le cose straordinarie che aveva fatto e sentirono i bambini che gridavano: "Osanna al Figlio di Davide!" e si sdegnarono. Dissero a Gesù: «Ma non senti che cosa dicono?» Gesù rispose: «Sì, sento. Ma voi non avete mai letto nella Bibbia queste parole: Dalla bocca dei fanciulli e dei bambini ti sei procurata una lode?» Poi li lasciò e se ne andò via; uscì dalla città e passò la notte a Betània.

Sermone

Nel tempio di Gerusalemme, alcuni bambini gridano, osannano Gesù, sono solo dei bimbi, per l’epoca non contano nulla, tuttavia, per Matteo si tratta di un fatto importante da raccontare perché rappresenta la lode a Dio da parte degli ultimi, di chi non ha voce, di chi non vale niente, è il canto dei deboli che rende testimonianza alla regalità di Cristo.

Tutto aveva avuto inizio dalla guarigione di alcuni ciechi e zoppi che accorrevano da Gesù: Sì, perché Gesù è colui che dona una speranza a chi aveva davanti a sé il buio e la fine.

È una immagine splendida quella di Matteo che ci mostra un Gesù chino per guarire gli zoppi e far vedere ai ciechi, perché è contrapposta a quella dei sovrani della terra che dimostrano il loro potere con la forza e la violenza.

Gesù dimostra il suo potere donando la vita, non togliendola agli altri, liberando gli ultimi e i malati da un destino crudele.

Tuttavia, Gesù non si propone come il più grande guaritore di tutte le epoche, il taumaturgo dalle guarigioni spettacolari e sbalorditive. È vero, la gente vuole vedere questo, il gesto magico che incanta con il suo mistero, ma Gesù non dà nessuno spettacolo, non cela alcun mistero, ma il messaggio più importante di tutta la storia umana: è possibile sperare, è possibile ricevere liberazione, è possibile la riconciliazione con il prossimo, il perdono, l’incontro con gli altri senza più paure, la fraternità: tutto questo in un mondo di violenza, morte e distruzione.

I miracoli di Gesù non mirano a suscitare la fede, la fede non può fondarsi su un segno miracoloso perché è un dono di Dio.

Testo della predicazione: Giovanni 21,3-14

Simon Pietro disse: "Io vado a pescare". Gli altri risposero: "Veniamo anche noi". Uscirono e salirono sulla barca. Ma quella notte non presero nulla. Era già mattina, quando Gesù si presentò sulla spiaggia, ma i discepoli non sapevano che era lui. Allora Gesù disse: "Avete qualcosa da mangiare?" Gli risposero: "No". Allora Gesù disse: "Gettate la rete dal lato destro della barca, e troverete pesce". I discepoli calarono la rete. Quando cercarono di tirarla su non ci riuscivano per la gran quantità di pesci che conteneva. Allora il discepolo prediletto di Gesù disse a Pietro: "È il Signore!".  Simon Pietro, udito che era il Signore, si legò la tunica intorno ai fianchi (perché non aveva altro addosso) e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece accostarono a riva con la barca, trascinando la rete con i pesci, perché erano lontani da terra un centinaio di metri. Quando scesero dalla barca, videro un fuocherello di carboni con sopra alcuni pesci. C'era anche pane. Gesù disse loro: "Portate qui un po' del pesce che avete preso ora". Simon Pietro salì sulla barca e trascinò a terra la rete piena di centocinquantatre grossi pesci. Erano molto grossi, ma la rete non s'era strappata.
Gesù disse loro: "Venite a far colazione". Ma nessuno dei discepoli aveva il coraggio di domandargli: "Chi sei?" Avevano capito che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo distribuì; poi distribuì anche il pesce. Era la terza volta che Gesù si faceva vedere ai discepoli da quando era tornato dalla morte alla vita.

style="text-align: center;" />strong>Sermone</strong></p> <p>Care sorelle e cari fratelli, la morte di Gesù aveva turbato i confuso i discepoli. Il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro, l’abbandono del loro maestro nel Getsemani al momento dell’arresto, sono tutti sintomi e risultati di una delusione profonda. Gesù li ha delusi perché si è mostrato come l’uomo della Pace, dell’amore per i nemici e della nonviolenza, piuttosto che come un condottiero che libera dall’oppressione romana.</p> <p>Ora che il loro maestro è morto, le loro speranze sono tramontate, ora i discepoli non sanno cosa pensare, non sanno cosa li attende, la cosa più logica da fare è tornare a quello che erano prima, tornare a fare i pescatori, e così tornano sul luogo dove Gesù li ha chiamati a diventare invece <em>«pescatori d’uomini»</em>.</p> <p>Tornano sul luogo delle loro sicurezze, delle loro certezze, forse piccola cosa se paragonate alla predicazione di Gesù che apriva l’orizzonte verso grandi speranze e grandi rivoluzioni sociali. Sì, ma almeno qui sanno quello che li attende: un lavoro, del cibo, una famiglia. Ed è proprio lì, nel luogo delle loro certezze che avviene qualcosa che li sconvolge, che tradisce la loro sicurezza, fa vacillare la consapevolezza di sapere bene quello che fanno, si sentono ingannati da un fatto nuovo: dopo una notte intera di pesca, nessun pesce, neppure uno per gratificare la loro scelta di tornare indietro, prima che Gesù li invitasse a seguirlo.  </p> <p>Perché? Perché non si può tornare indietro, i discepoli si illudono di poter tornare alla normalità di una vita precedente a quella con Gesù, come se nulla fosse successo. Nulla è pescato. Non puoi cancellare una storia che ha coinvolto la tua esistenza in modo determinante, non puoi dimenticare o far finta che non sia mai accaduta, non puoi ignorare che Gesù è morto.</p> <p>Così, stremati di stanchezza, all’alba, i discepoli pescatori tornano a riva. E là, qualcuno domanda: <em>«Non avete per caso un po’ di pesce? No? Gettate le reti alla destra della barca, e ne troverete»</em>.</p> <p>Che richiesta assurda, senza senso, fuori da ogni logica!</p>""