Culto domenicale:
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Domenica, 20 Maggio 2018 15:47

Sermone di Pentecoste 2018 (Atti 2,1-12)

Testo della predicazione: Atti 2,1-12

Quando giunse il giorno della Pentecoste, erano tutti insieme nello stesso luogo. Improvvisamente si udì un suono irrompere dal cielo come un vento forte che riempì tutta la casa dove essi si trovavano. Apparvero loro delle lingue come di fuoco, che si dividevano, e se ne posò una su ognuno di loro. Tutti furono ricolmi di Spirito Santo e iniziarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito concedeva loro di esprimersi. A Gerusalemme risiedevano dei Giudei, osservanti, provenienti da ogni nazione che è sotto il cielo. Quando giunse quel suono, la folla si riunì e fu confusa, perché ognuno li udiva parlare nella propria lingua. Sorpresi e meravigliati dicevano: «Questi che parlano non sono tutti Galilei? Come mai li udiamo parlare ognuno nella nostra lingua di origine? Noi, Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e delle regioni della Libia cirenaica; noi, Romani qui residenti, Giudei e proseliti, Cretesi e Arabi, li udiamo parlare delle grandi opere di Dio nelle nostre lingue». Tutti, sconcertati e perplessi, dicevano l'uno all'altro: «Che cosa vuol dire questo?». Una meteora è un frammento di cometa o di asteroide (o di un altro corpo celeste), che entrando all'interno dell'atmosfera terrestre a una velocità compresa tra gli 11,2 e i 72,8 km/s si incendia a causa dell'attrito. Questo è quanto ci direbbe, dati alla mano, un astronomo interpellato sull’accaduto appena descritto; tuttavia, per quanto sarebbe una spiegazione estremamente ragionevole, non è questo ciò che accadde, per quanto il testo dica espressamente «si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso che soffia».

Sermone

Se all’epoca fosse stato presente un reporter della BBC o dell’ANSA avremmo probabilmente letto titoloni del tipo “misterioso drone militare colpisce una casa di missionari con armi incendiarie non ancora identificate!!”; tuttavia neppure lui avrebbe ragione.

Oltretutto, come se già la pirotecnica non fosse abbastanza, è altrettanto inspiegabile, almeno apparentemente, l’effetto che questa produce su coloro che ne vengono colpiti: il dono delle lingue.

Anche qui, qualcuno griderebbe al miracolo, altri (come detto più avanti nel testo) li penserebbe ubriachi, qualcun altro li definirebbe deliranti o semplicemente impazziti.

Tutto questo mio apparente divagare su teorie razionali non è un tentativo disperato di definire scientificamente un evento che ha tutte le caratteristiche di un racconto magico o immaginifico. Ciò che mi preme evidenziare è come uno stesso evento può essere vissuto e raccontato in maniera diversa, e questo perché ognuno di noi elabora la realtà in maniera differente; infatti il passo biblico termina con due reazioni assai distanti tra loro: stupore e perplessità.

Ed è proprio perché la realtà, la storia è così difficile da descrivere e raccontare che la Pentecoste è un evento di svolta cruciale per la storia della predicazione. Spesso si è detto che «la traduzione è un tradimento del testo originale»; non tanto perché ci sia una volontà malevola da parte di chi traduce, ma perché ogni parola ha una sua specificità e porta con sè una moltitudine di sfumature. Perciò, figuriamoci come poteva risultare farraginosa la divulgazione dell’Evangelo ai diversi popoli!

Con il dono delle lingue la Parola si autotraduce, nulla è più come prima, la barriera linguistica tra straniero e autoctono va in frantumi, non ci sono più possibilità di fraintendimento, il messaggio della Buona Novella può nuovamente fluire e scorre come un fiume in piena. Questo è l’immenso dono che Dio, per mezzo dello Spirito ha donato ai quei primi predicatori itineranti.

Torniamo al testo. La frase che mi ha subito colpito è stata «Come mai li udiamo parlare ciascuno nella nostra propria lingua natìa?». La parola chiave è nostra . Il fatto che Pietro e i suoi parlino nelle loro lingue, le lingue della folla, ha un valore simbolico a mio parere molto forte. In questo modo il messaggio, la predicazione di Cristo, assume la valenza di un dono portato al prossimo. Per ascoltare, capire e accogliere non devi essere tu a cambiare; è l’Evangelo che si rende comprensibile; non c’è forzatura, non c’è un’azione coatta che ti priva di una parte intrinseca della tua persona: l’identità linguistica.

Fratelli e sorelle, provate a pensare in quante lingue la Bibbia è stata tradotta integralmente, o anche quante volte nella storia si è sentita l’esigenza di tradurre la bibbia in lingua volgare (vi segnalo che è stata tradotta anche in dialetto napoletano e in piemontese!). Perché questo? Perché il contenuto di questo testo tanto affascinante quanto a volte spiazzante va capito non decifrato alla bell’e meglio; è nella lettura individuale, nello studio e nell’ascolto della predicazione che la Bibbia si dischiude in tutta la sua potenza. Figuriamoci allora! al tempo di Pietro ei suoi in cui la trasmissione orale era l’unico, o quasi, canale della conoscenza.

Cosa curiosa è che a ben guardare il testo, la perplessità e lo stupore provata dagli astanti non è legato a queste fiamme che saettano giù dal cielo per poi riempire l’abitazione (per altro senza mandarla a fuoco o danneggiarla) bensì al sentir parlare nella loro lingua. Perché? perché la folla, essendo fuori casa, non vede la scena? Può darsi, ma la spiegazione può anche essere un’altra. Vi è mai capito di essere da talmente tanto all’estero che incominciate a pensare nella lingua di quel paese? e vi è mai capitato inaspettatamente di trovare qualcuno che vi parla nella vostra lingua e non nella lingua che “dovrebbe” parlare? e avete notato il suo stupore quando gli rispondi? L’improvviso capirsi l’un l’altro è destabilizzante, e questo perché ci costringe a ricalibrare il nostro completo modo di pensare, di formulare le frasi.

Quando Dio, in Genesi 11, confonde il linguaggio degli inarrestabili costruttori della Torre di Babele; questo crea un tale scompiglio da provocarne la dispersione. Nonostante la costruzione andasse a gonfie vele, nonostante, almeno apparentemente, l’edificazione non necessitasse di particolare comunicazione interpersonale; il fatto di non capirsi è un motivo sufficiente per abbandonare i lavori per non riprenderli mai più. In questo racconto avviene il processo contrario, ove i popoli erano dispersi qui sono nuovamente riuniti sotto la medesima parola, la Parola di Dio. E questo cambia tutto; gli astanti devono rinunciare al “vecchio pensare”, al “vecchio ascoltare” per entrare col cuore e con le menti nel nuovo e universale vocabolario del messaggio evangelico.

Un altro elemento interessante è che queste lingue di fuoco si dividono e se ne posa una su ciascun discepolo. La domanda che mi sono posto è: ma se l’azione dello Spirito ha in loro la medesima conseguenza perché precisare che le fiamme si dividono? La tradizione ebraica racconta che «talora un fuoco si posava sulle teste dei rabbini mentre studiavano la torah o ne discutevano», in questo senso il fatto che le fiamme si posino sui discepoli starebbe a significare che gli viene riconosciuta “dall’alto” l’autorità di insegnare l’Evangelo.

Io, invece, vi propongo una lettura alternativa: in una dimensione in cui Gesù ci ha chiamati ad essere pescatori di uomini, lo Spirito interviene e ci dona gli strumenti per farlo; a ognuno una fiamma diversa perché ognuno riceve il proprio dono, non è un “dove capita capita”, ma, come nel battesimo, lo spirito scende e ci chiama singolarmente/per nome. Noi non siamo un qualcuno, noi siamo chiamati in quanto scelti.

Lo Spirito non bussa, non chiede permesso, lo Spirito arriva impetuoso, si fa strada e opera potentemente quando meno ce lo si aspetta. Lo Spirito soffia dove vuole, non si lascia imbrigliare, pertanto sta a noi saperlo accogliere nelle nostre vite, spetta a noi lasciarci plasmare e guidare da esso con fiducia. Pertanto, possa la nostra fede, rinvigorita di nuova forza, riprendere il cammino e tradursi in azioni concrete affinché il messaggio che ci è stato donato non sia parola statica ma impulso di cambiamento, sequela e annuncio.

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