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Domenica, 15 Luglio 2018 15:09

Sermone di domenica 15 luglio 2018 (Filippesi 2,1-4)

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Testo della predicazione: Filippesi 2,1-4

«Se c'è, dunque, una consolazione in Cristo, se c'è un incoraggiamento d'amore, se c'è una comunione di Spirito, se ci sono sentimenti di compassione e di misericordia, colmate la mia gioia avendo lo stesso pensiero, lo stesso amore e un solo animo; pensando un'unica cosa, non facendo nulla per ambizione o vanagloria, ma in umiltà. Stimate gli altri superiori a voi stessi, cercando ciascuno non il proprio bene, ma anche quello degli altri».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, è dal carcere di Efeso che l’apostolo Paolo scrive questa lettera alla chiesa della città di Filippi. È dalla prigionia che rivolge un accorato appello a quella comunità che ha visto nascere e crescere, una comunità il cui affetto e amore supera ogni altra. Eppure anche la comunità dei filippesi è provata, sta subendo duri attacchi e persecuzioni dal mondo pagano, ma la sua fede è forte, incrollabile e l’apostolo sa che in momenti difficili come questi il fatto di continuare a vivere e a testimoniare l’Evangelo della libertà e dell’amore di Cristo significa vivere della grazia di Dio.

     Nonostante la comunità cristiana di Filippi abbia una buona testimonianza tra il mondo cristiano, è ad essa che l’apostolo si rivolge in tono supplichevole: «colmate la mia gioia avendo lo stesso pensiero, lo stesso amore, e un solo animo, pensando un’unica cosa». Possono sembrare le parole di un padre che desidera che i suoi figli non litighino tra loro e che vivano d’amore e d’accordo.

Ma la comunità dei credenti non è una semplice famiglia alla quale si possono applicare tutti quei principi che la regolano e ad essa si richiamano; perché in ogni famiglia, benché unita, ognuno poi prende la propria strada, segue il proprio destino, i figli prendono mogli, le figlie mariti, e formano altri nuclei famigliari.

     L’apostolo Paolo, in realtà, si rivolge a una comunità di credenti chiamata a essere e a vivere in modo autenticamente evangelico. Questo è l’appello dell’apostolo: si appella all’amore che è fondato su Cristo e a partire dal quale ogni rapporto umano cambia, perché l’amore permette di dialogare da pari a pari, senza ritenersi superiori, senza interessi personali, senza spirito di parte.

Paolo si appella all’amore che permette quell’atteggiamento umile e autentico che dispone l’altro al dialogo e al confronto, al perdono e alla riconciliazione. Un atteggiamento saccente, di superiorità, di chi pensa di sapere più degli altri, crea invece conflitti e rotture. Infatti, la comunità dei credenti non dovrà mai diventare il luogo dell’autoaffermazione di alcune persone su altre, non potrà mai essere il luogo dell’egocentrismo senza che tradisca se stessa e la sua propria vocazione.

La chiesa, e la comunità cristiana locale è invece il luogo dell’accoglienza, dove ognuno può essere se stesso in modo autentico, dove ognuno riceve l’altro così com’è, con la sua diversità, con la sua cultura, con il suo colore della pelle, con la sua sessualità, con i suoi difetti, con i suoi pregi: la comunità cristiana non può che essere questa multiformità che però è riconciliata, questa diversità che però si accoglie, questa varietà che si riceve reciprocamente, questa molteplicità che la fa essere ricca di spiritualità e di esperienze.

     Una comunità in cui tutti sono uguali, identici, conformi, è semplicemente una comunità incapace di condividere l’amore di Dio nella sua pienezza, una comunità incapace di accogliere e di ricevere le creature di Dio così come sono. Sono comunità che diventano come dei club dal momento che la normale diversità tra gli esseri umani è vista come una minaccia.

     Per questo l’apostolo dice: «colmate la mia gioia!», proprio lui, dal carcere, cioè dal luogo dell’afflizione, parla di gioia. Egli parla di una gioia che ha già, ma non è completa, non è perfetta perché manca qualcosa. Cosa?

     Eppure i credenti filippesi erano noti per la loro generosità, famosi per il loro amore e la loro accoglienza; l’apostolo, che aveva fondato quella chiesa, ne andava fiero, ma tutto questo non bastava, mancava loro qualcosa: «Abbiate lo stesso pensiero, lo stesso amore e un animo solo, pensando a un’unica cosa». Come dire che non mancava l’amore, non mancava l’animo, la sensibilità, non mancava il sentimento, cioè il cuore, l’audacia, il coraggio; no, ma ciò che mancava era «l’unico», un piccolo particolare che, però, fa la differenza.

     Mancava il camminare insieme, mancava l’obiettivo comune, mancava una progettualità della comunità. “Pensare a un’unica cosa”, per l’apostolo significa camminare insieme verso un’unica direzione, non in «ordine sparso» senza meta, sebbene con buoni propositi, ognuno per i fatti propri, con il proprio cuore, con il proprio amore e la propria sensibilità. L’apostolo invita a perseguire una meta comune, insieme; invita a essere concordi sugli obiettivi, concordi sul metodo, concordi nella condivisione che permette di far quadrato per essere più forti e più incisivi, più credibili e meglio riconoscibili come discepoli di Cristo.

     È così che anche la nostra comunità è chiamata a essere: di un animo solo, di un unico sentimento. Non una comunità di persone uguali che escludono i diversi per essere unita, ma una comunità di diversi, unita nell’amore che permette di camminare insieme, sì per il bene della comunità stessa, ma innanzitutto per il bene della città, con un contributo culturale e identitario forte.

     Ieri abbiamo avuto un momento di condivisione forte, con le famiglie di siriani e libanesi salvati dalla guerra dai corridoi umanitari della FCEI, abbiamo solo fatto una gita insieme, fatto merenda insieme a Pian Frolè, nel comune di Rorà, ma quello che di più si avvertiva a pelle, anche se non detto, era la gratitudine per avere ricevuto una nuova possibilità di ricominciare una vita dopo aver perso tutto in Siria, e dall’altra: “Non vogliamo restare ad aspettare, ma vogliamo venirvi incontro per accogliervi”.

     Si sapeva anche che, non tutti, hanno la fortuna di accedere ai corridoi umanitari, e si affidano a viaggi della speranza impossibili. In tempi non sospetti, David Maria Turoldo diceva:

 

«Verrà quel giorno che l’oceano nero di miseria e di dolore si metterà in moto, uscirà dai suoi confini con il boato della disperazione. Quell’oceano della collera dei poveri, degli oppressi, dei delusi. Un oceano misteriosamente calmo. Ma fino a quando? Perché non può durare così».

 

Turoldo è stato una figura profetica, infatti quell’oceano che era miracolosamente calmo, ora è agitato, fino al punto da inghiottire 35 mila morti, solo nel Mediterraneo. Quell’oceano nero di miseria e dolore è ora uscito dai suoi confini con il boato della disperazione. Lo sapevamo tutti quando si parlava di divario tra Nord e Sud del mondo, tra paesi poveri e paesi ricchi, paesi in guerra e paesi in pace, dove i paesi in pace vendo armi pesanti e leggere ai paesi poveri per alimentare i conflitti e orientare la nascita delle guerra con le quali si arricchiscono.

Per questo ci sono i profughi, non solo profughi di guerra, ma anche di povertà. Sono persone che non hanno nulla da perdere perché li aspetta solo una vita piena di orrori e disperazione. Partono dalla loro terra devastata per attraversare il deserto, e giunti in Libia sono venduti come schiavi, incarcerati fino a quando non pagano cospicue somme di denaro, e dove le donne sono stuprate e molte delle quali arrivano incinte da noi. Capite cosa significa per loro l’accordo dell’Italia con la Libia: significa carcere, violenza, morte.

E noi credenti possiamo chiudere gli occhi? Non reagire? Restare in silenzio?

Possiamo farlo, ma il nostro silenzio non sarà ricordato un giorno come silenzio, ma come complicità. Ed è così!

Dice l’apostolo Paolo che insieme dobbiamo essere concordi nella compassione, nella misericordia, nella solidarietà non nei confronti di clandestini, ma nei confronti di esseri umani. Oggi si fa differenza fra profughi e clandestini. Ma poi si lavora per respingere tutti. Ma tutti sono persone umane, e non si può fare differenza come si fa tra persone e bestie, ammesso che con le bestie sia giusto trattarle con disumanità.

Forse, noi, oltre ai corridoi umanitari e a dare tutta la nostra solidarietà, possiamo fare poco, se non firmare petizioni che ogni tanto appaiono su WhatsApp o FaceBook o su Internet in genere per mostrare la nostra contrarietà a politiche disumane verso persone umane. Ma è importante informarci, renderci sensibili e informare e sensibilizzare gli altri che ci dicono che “umanamente” non possiamo accogliere tutti, che non c’è lavoro per tutti, che non ci sono soldi per tutti. Deduzione: lasciamoli morire in mare o in Libia. Oppure si dice: “Aiutiamoli a casa loro” dove non esiste altro se non un regime corrotto che rappresenta una voragine finanziaria senza fondo.

L’apostolo ci invita a sentirci chiamati a convergere verso una testimonianza univoca, senza dispersioni di energie e di forze, a una missione che sia unanime e concorde, ad alzare la voce, ad agire con più efficacia. E forse i nostri nipoti non ci accuseranno di essere stati complici di disumanità con il nostro silenzio. Amen!

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Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

Indirizzo: Via Beckwith 49, Luserna San Giovanni (TO), 10062, ITALIA

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