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Domenica, 23 Agosto 2020 18:35

Sermone di domenica 23 agosto 2020 (Luca 18,9-14)

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Testo della predicazione: Luca 18,9-14

Gesù disse questa parabola per certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio per pregare; uno era fariseo, e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così dentro di sé: “O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri; neppure come questo pubblicano. Io digiuno due volte la settimana; pago la decima su tutto quello che possiedo”. Ma il pubblicano se ne stava a distanza e non osava neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: “O Dio, abbi pietà di me, peccatore!”. Io vi dico che questo tornò a casa sua giustificato, piuttosto che quello; perché chiunque s’innalza sarà abbassato; ma chi si abbassa sarà innalzato».

Sermone

Care sorelle, cari fratelli, l’evangelista Luca, nel contesto attorno al nostro brano, tratta argomenti molto legati tra loro e con il nostro brano. Per esempio, riporta l’esortazione di Gesù a perdonare anche sette volte al giorno, invita ad avere fede quanto un granello di senape, invita alla preghiera persistente come quella della vedova che chiedeva ragione del suo diritto al giudice; chiama a un atteggiamento di umiltà, che significa “affidarsi alla bontà e alla misericordia di Dio”. Tutto il contrario della presunzione del fariseo della nostra parabola.

Con questi esempi, Gesù vuole metterci in guardia dal cadere nella presunzione del fariseo e di avere, quindi, una relazione errata con Dio, quella che abbiamo quando ci sentiamo innocenti perché non abbiamo fatto male a nessuno, perché non abbiamo rubato, ucciso!

In realtà, il giudaismo dell’epoca, era convinto di poter preparare la via del Regno di Dio con l’osservanza scrupolosa e precisa di tutta la legge di Mosè. Il fariseo della nostra parabola, addirittura, fa di più, va oltre la legge, digiuna due volte la settimana quando la legge prescriveva un solo giorno all’anno di digiuno, nel giorno della riconciliazione. Questa pratica del fariseo serviva per espiare non solo i propri peccati, ma anche quelli del popolo.

Così pure il pagamento della decima su tutti gli averi dipendeva dal timore di fare uso di cose per le quali non fosse stata pagata la decima, ma c’era chi pagava più del dovuto per osservare la legge per conto di quelli che non l’osservavano.

Così, il fariseo non ha coscienza alcuna della sua colpa e le sue parole sono sincere; il fariseo pronuncia una preghiera autentica, dal suo punto di vista, attende la benedizione di Dio come ricompensa delle sue buone opere così come recita il Salmo 5,2: «Tu benedirai il giusto».

L’altro uomo, il pubblicano, invece non ha nulla da presentare a Dio, anzi porta con sé tutta la coscienza dei suoi sbagli, dei suoi errori e del suo peccato; perciò non riesce neppure a pregare con gli occhi rivolti verso il cielo, ma solo con il capo chino, e ripete le parole del Salmo 51: «Riconosco le mie colpe, il mio peccato è sempre davanti a me».

Il pubblicano era un esattore delle tasse, soprattutto nel pagamento dei dazi, era un collaboratore dei romani ai quali versava una quota pattuita di tasse. Chiedere tasse maggiori, significava maggiori guadagni che spesso si traducevano in veri e propri furti nei confronti di chi non aveva strumenti per difendere il proprio diritto di pagare il giusto.

La preghiera del pubblicano esprime tutto il suo pentimento e il riconoscimento della sovranità di Dio sulla sua vita, esprime la speranza nella misericordia e nel perdono di Dio.

Il fariseo, invece, crede di non avere bisogno della misericordia di Dio, perché ha all’attivo tante buone opere a suo favore, si aspetta solo benedizioni da Dio. Eppure Gesù aveva detto ai farisei: «I pubblicani e le prostitute entreranno prima di voi nel Regno di Dio», non perché fosse contro la fede e la religiosità dei farisei, ma perché era contro il fatto che i farisei trasformassero il rapporto con Dio in una questione di calcolo: tante buone opere, tante benedizioni!

Per Gesù, la matematica di Dio è diversa, non si fonda sulla logica del dare e dell’avere, ma sulla gratuità della sua grazia, del suo amore e della sua misericordia. Il sacrificio di Gesù è costato caro a Dio, la sua vita stessa, perché fosse completamente gratuito per tutti. Chi pensa di ricorrere al calcolo delle buone opere, quelle che si hanno in attivo davanti a Dio, sbaglia tutto e non ha capito il senso del dono di sé da parte di Dio.

Dunque, nella parabola del pubblicano e del fariseo abbiamo un concetto di Dio che Gesù frantuma: non è il nostro essere giusti e buoni che ci permette di comprendere l’amore di Dio e la sua misericordia, ma il nostro peccato. Quello del pubblicano, invece, è un rapporto con Dio che non si aspetta di ricevere nulla in cambio, perché riconosce semplicemente l’amore di Dio e la sua misericordia che non potranno essere mai meritati né contraccambiati da noi.

Confessare la propria fragilità, dopo avere ascoltato la Parola di Dio e cercato in essa una guida e un sostegno, dopo aver servito Dio e il prossimo, dopo aver pagato la decima o la contribuzione, confessarsi peccatori/trici, significa riconoscere di avere sempre bisogno di Dio, significa confidare in Dio e nel suo amore e non nelle nostre capacità, non nei nostri giudizi, non certo nel nostro disprezzo per gli altri, per quelli che sono peggio di noi, più peccatori e che ci permettono di sentirci migliori e di auto-assolverci.

Gesù, in questa parabola, si rifiuta di dividere il mondo in peccatori e giusti, in buoni e cattivi: anche i buoni e i giusti sbagliano, perché “tutti hanno peccato”, neppure i giusti sono degni del perdono e della grazia di Dio, ecco perché è scritto: «Egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Matteo 5,45) perché il perdono, l’amore e la grazia di Dio sono totalmente gratuiti, sono proprio per tutti, sono doni di Dio, immeritati.

Eppure, accade che noi ci immedesimiamo meglio nei panni del pubblicano, anche se non abbiamo rubato come lui, perché ci fa sentire meglio il fatto che un atteggiamento umile attiri su di noi il perdono di Dio. Gesù, però, qui vuole che ciascuno si immedesimi nel ruolo del fariseo perché vuole porci di fronte al nostro atteggiamento da farisei, da persone che non guardano con compassione il prossimo, ma con spirito di giudizio, di condanna e talvolta di disprezzo.

Certo, si tratta di atteggiamenti non sempre consapevoli, ma scattano nel momento in cui ci troviamo di fronte a persone che, magari hanno una scarsa cultura, oppure hanno sbagliato nella vita, o sono semplicemente diverse da noi nella religione, nel colore della pelle o nella cultura.

Talvolta ci crediamo anche di non avercela con nessuno, poi però il nostro atteggiamento tradisce il nostro giudizio, il nostro razzismo, la nostra condanna, il nostro disprezzo.

Né la nostra fede, né la nostra cultura o il nostro stato sociale ci pongono un gradino sopra gli altri, perché Dio è misericordioso con tutti, dona il suo amore a tutti, con la stessa intensità e la stessa forza. Quando ci sentiamo spiazzati dall’amore che Dio rivolge anche a persone ignobili e indegne, allora ricordiamo in che cosa consiste la nostra fede e su che cosa è fondata: sul sacrificio di Gesù per noi, sul suo abbassamento e la sua umiliazione affinché ciascuno di noi possa essere riscattato dal peccato.

Ecco, Gesù ci vuole dire che un rapporto autentico con Dio è legato al rapporto che instauriamo con il prossimo, un rapporto che si pone su un piano di eguaglianza, un rapporto basato sulla gratuità, sul servizio, sulla solidarietà e sulla condivisione in quanto tutti siamo figli e figlie dell’unico Signore che tutti ama e di tutti si prende cura anche attraverso di noi, attraverso i nostri atteggiamenti, il nostro rapporto con gli altri. Amen!

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Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

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