Culto domenicale:
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti

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Venerdì, 17 Febbraio 2017 19:33

Sermone del 17 febbraio 2017 (Genesi 22,1-14)

Testo della predicazione: Genesi 22,1-14

Dio mise alla prova Abraamo e gli disse: «Abraamo!» Egli rispose: «Eccomi». E Dio disse: «Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, Isacco, e va' nel paese di Moria, e offrilo là in olocausto sopra uno dei monti che ti dirò».
Abraamo si alzò la mattina di buon'ora, sellò il suo asino, prese con sé due suoi servi e suo figlio Isacco, spaccò della legna per l'olocausto, poi partì verso il luogo che Dio gli aveva indicato. Il terzo giorno, Abraamo alzò gli occhi e vide da lontano il luogo. Allora Abraamo disse ai suoi servi: «Rimanete qui con  l'asino; io e il ragazzo andremo fi n là e adoreremo; poi torneremo da voi». Abraamo prese la legna per l'olocausto e la mise addosso a Isacco suo figlio, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutti e due insieme. Isacco parlò ad Abraamo suo padre e disse: «Padre mio!» Abraamo rispose: «Eccomi qui, figlio mio». E Isacco: «Ecco il fuoco e la legna; ma dov'è l'agnello per l'olocausto?» Abraamo rispose: «Figlio mio, Dio stesso si provvederà l'agnello per l'olocausto». E proseguirono tutti e due insieme.
Giunsero al luogo che Dio gli aveva detto. Abraamo costruì l'altare e vi accomodò la legna; legò Isacco suo figlio, e lo mise sull'altare, sopra la legna. Abraamo stese la mano e prese il coltello per scannare suo figlio. Ma l'angelo del Signore lo chiamò dal cielo e disse: «Abraamo, Abraamo!» Egli rispose: «Eccomi». E l'angelo: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli male! Ora so che tu temi Dio, poiché non mi hai rifiutato tuo figlio, l'unico tuo». Abraamo alzò gli occhi, guardò, ed ecco dietro a sé un montone, impigliato per le corna in un cespuglio. Abraamo andò, prese il montone e l'offerse in olocausto invece di suo figlio. Abraamo chiamò quel luogo «Iavè-Irè». Per questo si dice oggi: «Al monte del Signore sarà provveduto».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, il sacrificio di Isacco è stato raffigurato dall’artista Marc Chagall in un quadro su telo. Quest’opera attrae lo spettatore per i suoi colori molto intensi. Isacco è in primo piano, nudo, indifeso, curvato sotto l’arma del padre. Un velo d’oro dipinto sul torace d’Isacco gli associa la figura di Dio, la cui luce splende dai cieli sin dalla creazione dell’uomo. Abramo solleva l’arma del sacrificio tenendola insù, verso il cielo. Un intenso rosso ricopre tutta la figura di Abramo e si diffonde come una fiamma intorno a lui. Nell’opera di Chagall, il rosso è il colore delle passioni fiammeggianti: amore e odio. Una passione terribile sconvolge l’anima di Abramo al luogo del sacrifico. La pira di legna è pronta, la lama sollevata e la vittima inerme aspetta la fine, nuda e fragile.

Una nube bianca avvolge la scena avvisandoci della velata presenza di Dio. Un Dio nascosto veglia sui due e un messaggero interviene prima che si compia l’irreparabile. L’azione si ferma nell’istante in cui Abramo viene chiamato dall’angelo, la lama del coltello rivolto all’insù.

Ci aspettiamo una scena diversa: Abramo dovrebbe avere il braccio sollevato e la lama rivolta all’ingiù, se volesse uccidere il figlio. Doveva tenere il coltello in modo completamente diverso, se avesse voluto sacrificare il figlio: rivolto verso il basso, verso la vittima.

Cosa ha voluto esprimere Marc Chagall, l’artista? Che significato ha il rosso che avvolge Abramo? Che passione veniva espressa attraverso il rosso? L’amore? L’odio? Verso Chi? Verso il figlio? Verso Dio?

Non conosciamo le risposte che Chagall avrebbe dato a queste domande. Potremmo comprendere, però, se Abramo fosse stato infuriato con Dio, con quel Dio che gli stava per richiedere il sacrificio di suo figlio amato.

Qualche settimana fa, nel catechismo abbiamo interpretato e discusso questo racconto. I miei catecumeni non potevano comprendere la richiesta di Dio, potevano bene immedesimarsi in un Abramo arrabbiato con Dio. I miei catecumeni hanno detto: «Io al posto di Dio non avrei mai chiesto una tale cosa». «Non capisco perché Dio richiede una tale prova della fede!»; «Non si può mostrare a Dio di avere fede in altri modi?»; «Ma perché Dio deve verificare la fede?»; «Ma si può valutare la fede?» Possiamo anche comprendere i catecumeni che pongono queste domande.

Di primo acchito, la disponibilità di Abramo a sacrificare il proprio figlio potrebbe essere espressione di una grande fede. Ma i miei catecumeni non sono stati d’accordo con questa interpretazione. Dicevano piuttosto: «La disponibilità di Abramo a sacrificare il figlio non è un segno di fede, ma lui aveva piuttosto un sacco di paura, al limite è stato un miscuglio di fede e paura.» Una ragazza ha detto: «Ma questa è una convinzione estrema. Io gli darei un consiglio: “Calmati, Abramo, fino a un certo punto puoi credere in Dio, ma poi basta!”»

I ragazzi hanno anche riflettuto sulla relazione che Isacco avrebbe avuto con suo padre dopo questo avvenimento. Hanno detto: «Io al posto di Isacco scapperei di casa.» Una ragazza ha aggiunto: «Isacco si allontana dal padre, ma crede invece in Dio che era solidale con lui.» Un’altra ragazza ha detto: «Ma Abramo è proprio fanatico, pone la religione sopra l’amore.»

Possiamo comprendere i pensieri e le domande dei nostri giovani. Ci domandiamo: «Ma che Dio è questo, che richiede dei sacrifici da noi? Ma Dio vuole proprio che noi mettiamo la religione e la fede sopra l’amore?». Fin qui abbiamo sentito le voci di ragazzi e ragazze. Ma una simile domanda la pose anche il filosofo tedesco Immanuel Kant. In una discussione fra la facoltà di filosofia e quella di teologia Kant disse: «Ogni tanto gli esseri umani pensano di sentire la voce di Dio, ma ogni tanto sbagliano. Non può essere la voce di Dio se questa voce richiede qualcosa dagli esseri umani che è in netta contraddizione con la legge morale, perché Dio stesso è il garante della legge morale. Il racconto del sacrificio di Isacco è un esempio di una tale contraddizione. Abramo avrebbe dovuto dire a questa presunta voce divina: “È certo che io non devo sacrificare mio buon figlio. Ma ho tanti dubbi che tu che mi appari e mi parli sia Dio, perché Dio non può mettersi in contrasto alla legge morale.”»

Quindi, sia i catecumeni, sia il filosofo mettono in dubbio che Abramo abbia sentito proprio la voce di Dio. Ambedue dubitano che la voce che richiede ad Abramo di sacrificare il proprio figlio sia la voce di Dio. Ma chi invece glielo ha insinuato?

Nell’antichità alcuni popoli sacrificavano anche degli umani per rendere gli dèi propensi e per predisporli in loro favore, per esempio nel corso di una guerra. Anche Abramo conosceva questa prassi dall’ambiente in cui egli viveva. Era lui stesso a pensare che fossero gli dèi a chiedere un tale   sacrificio. Volendosi dimostrare fedele nei confronti del suo Dio, Abramo era pronto a sacrificare il proprio figlio amato dando prova della sua fedeltà. Ciò che Abramo vuole fare è dunque un riflesso profondamente umano – in tutta la sua violenza. Dio, però, era scioccato quando vedeva Abramo pronto a sacrificare ciò che era un essere umano come lui e, ancora in più, l’essere più prezioso della sua vita. Il Dio, creatore del cielo e della terra, non vuole la morte ma la vita. Quindi Dio interviene, gli proibisce di sacrificare il figlio e gli manda un ariete a sostituirlo. Dal punto di vista della storia delle religioni, questo racconto ci fa assistere al momento in cui il sacrificio degli esseri umani veniva sostituito da un sacrificio di animali. Si tratta di un momento di una svolta importante nella storia delle religioni. Si comincia a distinguere tra un concetto meramente umano di Dio e Dio stesso.

Questo significa per noi che il nostro Dio è in grado di rendere gli esseri umani consapevoli degli aspetti disumani nella loro fede, spiritualità e etica. Il nostro Dio è una forza innovativa e creativa che porta i credenti a superare le loro concezioni umane di Dio, che sono al contempo disumane e distruttive. Il nostro Dio libera i suoi credenti da pensieri religiosi e etici che sono ostili alla vita in abbondanza. Dio guida i suoi fedeli in un libertà che permette a loro di prendere le distanze da tutto ciò che è ostile alla vita in pienezza, anche se ciò che è ostile alla vita si veste di parole molto pie. Il Dio che ha liberato Abramo dalla cieca obbedienza nei confronti di costumi e usi religiosi distruttivi prescritti dalla sua cultura ed epoca, vuole liberare anche noi in quanto ci facciamo guidare nella nostra idea di Dio (che ha sempre un lato umano) da pensieri distruttivi e al tempo stesso condizionati dalla nostra cultura. Per questo motivo meditiamo oggi, nella festa del 17 febbraio, su questo brano.

Care sorelle e cari fratelli,

a prima vista sembra che il sacrificio di Isacco e la liberazione dai sacrifici abbiano niente a che fare con noi. I miei catecumeni, però, hanno raccontato degli esempi in cui uno zelo religioso viene messo al di sopra del senso di umanità, fino ad oggi. Hanno parlato degli attacchi terroristici di Parigi, Nizza, Berlino e in molte città del vicino oriente, quando giovani musulmani sacrificano le loro vite e quelle di altri per affermare ciò che considerano il proprio punto di vista religioso, mettendo uno zelo religioso sopra il senso di umanità. Ma non dobbiamo neanche andare lontano. Anche nel cristianesimo ci sono dei sacrifici, delle decisioni etiche che possono costare la vita altrui. Alcune famiglie di testimoni di Geova preferiscono di non permettere ai medici di dare delle trasfusioni di sangue ai loro figli, essendo convinti che l’anima di una persona vive nel sangue. In un momento di urgenza questa scelta può provocare dei gravi rischi. Ma anche la nostra storia valdese conosce lo spargimento del sangue; perfino durante il Glorioso Rimpatrio ci sono stati alcuni civili sacrificati al successo dell’operazione, in un modo contrario al diritto di guerra già in quei tempi. Ogni tanto mi chiedo se noi nella nostra teologia, spiritualità e etica e se anche noi facciamo soffrire altri siamo completamente liberi da aspetti distruttivi (dovuti a motivazioni prettamente umane), quando affermiamo delle convinzioni che consideriamo sacre e intoccabili.  Penso, ad esempio, alle sofferenze di tanti giovani che fino a una generazione fa dovevano rinunciare al loro amore perché sia i genitori cattolici, sia i genitori valdesi non gradirono un matrimonio misto.  E mi chiedo se ogni tanto non sacrifichiamo il nostro intelletto, adattandoci alla maggioranza nei nostri pensieri circa la teologia, l’etica e la spiritualità. Mi chiedo se siamo davvero liberi a seguire i propri pensieri e a permettere ai nostri figli di trovare la loro strada nella fede che si distingue forse da ciò che è en vogue nella nostra cultura.

Ma il Dio che ha liberato Abramo dalla convinzione di dover sacrificare il proprio figlio ci invita a riflettere sulle nostre convinzioni teologiche ed etiche e a dare concedo a ciò che è ostile a una vita in pienezza. Questa è la libertà alla quale siamo invitati.

Nella festa della liberta siamo invitati ad esporci allo sguardo di Dio che vede nel profondo dei nostri cuori e che prova tenerezza e compassione per noi, quando ci costringiamo a sottometterci a una visione di Dio non ancora completamente favorevole alla vita in pienezza.

Ma questa libertà alla quale siamo chiamati ha già cominciato a realizzarsi nelle nostre vite in diversi modi. Abbiamo cominciato ad emanciparci da una morale imposta da fuori e ostile a una vita in abbondanza.

Cosa potrebbe aiutarci a vivere in questa libertà?  

Tanti anni fa, una giovane donna disse a me: “Mio papà è un ateo convinto, proviene da una famiglia di atei convinti. Ma per amor di mamma, che è evangelica, e poi per amor nostro si è aperto e ci ha lasciato la libertà di frequentare la chiesa e di festeggiare a casa le ricorrenze religiose.” Per questa donna era molto importante che il padre non metteva la sua convinzione filosofica sopra l’affetto e la relazione con la moglie i figli.

Quindi, ciò che ci potrebbe aiutare a dare concedo a convinzioni teologiche e etiche ostili alla vita in pienezza non è soltanto la legge morale secondo il filosofo Immanuel Kant. Proprio l’amore umano ci spinge a lasciarci guidare da una fede e una morale favorevoli alla vita in abbondanza.

Vorrei ritornare all’opera di Marc Chagall, alla sua rappresentazione del sacrifico di Isacco. Sopra l’altare su cui è legato il figlio tutto in giallo e sopra l’Abramo avvolto da un profondo rosso vediamo le braccia aperte del messaggero di Dio. Le braccia aperte su uno sfondo blu rappresentano l’accoglienza di un Dio che ci invita a lasciare dietro le spalle tutti i pensieri, costumi e usi che distruggono la vita in abbondanza. Queste braccia aperte ci rammentano l’amore di Dio che ci spinge a una libertà amorevole e costruttiva.

Infatti, la legge morale, l’amore umano e l’amore di Dio ci invitano a realizzare la nostra fede come espressione di una vita in pienezza. Amen.

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