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Venerdì, 05 Settembre 2014 15:45

Lampedusa chiede diritti, non strumentalizzazioni mediatiche

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Lampedusa, Agrigento (NEV), 3 settembre 2014 - Lampedusa non ci sta ad essere dipinta come l'Isola che non c'è, non ci sta ad essere il palcoscenico dell'emergenza, così come i media l'hanno costruita alimentando nel resto del paese l'idea dell'invasione. Lampedusa non ci sta più a recitare questa parte e prova per la prima volta a reagire.

Quest'estate, più volte, i media hanno utilizzato il nome “Lampedusa” nelle notizie che parlavano delle tragedie in mare, anche quando queste avvenivano a centinaia di miglia dalle sue coste. Così, ancora una volta, la Lampedusa dell'emergenza è cresciuta geograficamente nella dimensione mediatica fino a diventare enorme quasi quanto la Sicilia, fino a lambire le coste della Libia e dell'Egitto, della Tunisia e di Malta.

Occorrerebbe chiedere ai giornalisti un'attenzione particolare sulle notizie, ma la semplificazione mediatica ha imposto talmente tanto il suo linguaggio che ogni azione da parte delle istituzioni locali in questo senso cade nel vuoto. Giustamente l'amministrazione è preoccupata di questa dinamica, lo sono i lampedusani, e lo sono gli imprenditori che vivono di turismo. E lo sono perché tutto questo produce un danno ad una popolazione che vive quasi esclusivamente di turismo.

Ci è capitato spesso sentire i turisti che vengono sull'isola dire che non si aspettavano questa Lampedusa che sembra Rimini o Riccione, ci è capitato spesso sentirli raccontare di come i loro parenti ed amici li sconsigliassero di fare questa vacanza “rischiosa”, e ci è capitato spesso di dover rispondere alla domanda “perché i media raccontano queste bugie?”.

La risposta a tutto questo va forse ricercata in un clima che in questi decenni ha fatto dell'isola una sorta di laboratorio mediatico nel quale i politici ottenevano visibilità con dichiarazioni ad effetto. E' stato sconvolgente assistere sui social network a come una notizia falsa accompagnata da un'immagine cruenta sia rimbalzata tra i profili di mezza Italia in poche ore. Una “bufala” condivisa da 27 mila persone che in tono allarmistico annunciava tre casi di ebola a Lampedusa. Una notizia falsa ma percepita come reale, diffusa ad arte in un momento in cui in molti decidevano dove andare in vacanza, determinando così molte disdette negli alberghi lampedusani. Si vedrà a fine stagione, con dati alla mano, quanto dannosi siano stati questi eventi per l'isola.

Certo è che Lampedusa, terra di frontiera, non deve fare i conti solo con il caro benzina ed il caro vita, che sono le vere emergenze dell'isola, non deve fare solo i conti con la difficoltà degli spostamenti e con la crisi economica che restringe i flussi turistici. Lampedusa deve fare i conti anche con una campagna mediatica che da anni entra nella mente degli italiani con le solite retoriche, riuscendo a far diventare reale l'isola che non c'è.

Poco conta quindi che in questa isola, proprio per effetto dei soccorsi in mare, di approdi ne sono avvenuti ben pochi, poco conta che il centro di primo soccorso e accoglienza è stato riaperto solo per poche ore questo luglio.

Stufi di tutto questo gli imprenditori lampedusani questa volta hanno reagito - come racconta in un'intervista a Mediterranean Hope Angelo Mastracchia - ed hanno chiesto 10 milioni di risarcimento all'uomo di Torino, autore della bufala mediatica sull'ebola, che intanto era già stato denunciato dalla polizia postale per procurato allarme.

Sembra una cosa di poco conto questa, ma in un'isola come Lampedusa non lo è. Invece delle lamentele che nulla producono o della ricerca del capro espiatorio da sacrificare nella piazza pubblica del paese per scacciare la sfortuna, si è sviluppata un'azione collettiva basata su un processo reale e partecipato contro un clima mediatico che rischia di danneggiare l'economia dell'isola. Azioni come questa che legano insieme diritti e doveri, partecipazione civica e presa di responsabilità collettiva possono determinare per la comunità lampedusana quel salto in avanti necessario per chiedere più attenzione da parte di uno Stato che è troppo lontano dai bisogni di Lampedusa e maggior attenzione da parte dei media. Sarà un processo lungo e tortuoso ma la strada intrapresa ci sembra quella giusta.

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