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Venerdì, 10 Ottobre 2014 13:56

Massimo Aquilante: La promessa di un mondo diverso

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a cura di Gian Mario Gillio

Roma (NEV), 8 ottobre 2014 - Lo scorso 2 ottobre la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) ha promosso, insieme all'arcidiocesi di Agrigento e alla parrocchia di Lampedusa, l'incontro interreligioso "Memoria tra mare e cielo" parole e gesti per ricordare le 366 vittime affogate al largo delle coste dell'isola siciliana il 3 ottobre 2013. Abbiamo chiesto al pastore Massimo Aquilante, presidente della FCEI, di raccontarci l'atmosfera e i contenuti dell'incontro.

La FCEI ha organizzato e promosso la commemorazione "Memoria tra mare e cielo". A evento concluso, come valuta l'incontro?

L'incontro di Lampedusa si è svolto in un'atmosfera di straordinaria intensità spirituale. Significativa è stata la presenza di un folto gruppo di superstiti e di parenti delle vittime, donne e giovani eritrei che sono stati con noi, partecipando attivamente alla celebrazione interreligiosa con un momento di preghiera guidato dal prete eritreo Mussie Zerai, noto per aver salvato ed aiutato molte persone e migranti in difficoltà. Profonda e intensa è stata anche la partecipazione dei rappresentanti religiosi che, oltre a evangelici e cattolici, hanno partecipato all'iniziativa: ortodossi, musulmani, buddisti, sikh e mormoni. Un filo conduttore ci ha legato gli uni agli altri: la solidarietà, la speranza, la promessa. Una nota importante è stata la partecipazione dei lampedusani e del sindaco Giusi Nicolini. Molte persone, oltre trecento, hanno passato più di due ore nella splendida cornice naturale del Santuario della Madonna di Porto Salvo, da sempre luogo di soccorso, come ha ricordato il parroco dell'isola, don Mimmo Zambito, nel suo intervento di saluto.

Quali i gesti e i pensieri che meglio hanno caratterizzato l'incontro a cui hanno partecipato esponenti di tante tradizioni diverse?

La celebrazione in sé è stata sobria e ha lasciato il giusto spazio a pensieri, preghiere, letture e piccoli gesti di condivisione. I pensieri espressi hanno messo in luce che la tragedia del 3 ottobre 2013 non è stata solo il risultato di un incidente prodotto dalla natura. Ci sono state responsabilità umane, tutte riconducibili all'organizzazione ingiusta di questo mondo. Un'ingiustizia che è stata sottolineata dalle diverse tradizioni religiose, ognuna attraverso la propria spiritualità e il proprio patrimonio di pensiero teologico ed etico. Tutti nel nome del Dio unico. Una straordinaria convergenza di relazioni, rapporti e preghiere al Dio che ci accomuna, malgrado le diversità.

Qual è, a suo avviso, il criterio teologico su cui vivere e fondare la solidarietà con le vittime?

Naturalmente c'è il piano dell'impegno pratico: tutti coloro che hanno come riferimento il Dio unico sono chiamati a intervenire. Ma c'è anche un piano più profondo. Coloro che fuggono da persecuzioni, miserie e violenze per raggiungere un luogo migliore in cui vivere, sono certamente animati da un fortissimo senso di "promessa" per una vita diversa. Ciascuna anima che porta con sé l'afflato religioso sa di vivere la propria esistenza nell'orizzonte di una "promessa" di un mondo diverso. C'è un qualcosa di più profondo che ci lega gli uni agli altri, un dono che viene da Dio e che non è semplicemente riconducibile all'impegno che ciascuno di noi assume a livello pratico, operativo o etico. Come coloro che partono per i viaggi della speranza, anche noi ci muoviamo su un orizzonte di speranza attiva. Come persone di fede, anche se di fedi diverse, abbiamo espresso a Lampedusa la nostra dichiarazione di impegno e di azione. Abbiamo da offrire la grazia di questo Dio, che noi chiamiamo perdono. Naturalmente, perché il perdono accada e crei nuove relazioni e nuove realtà, bisogna che io mi metta davanti al carnefice, guardi dritto negli occhi lo schiavista o lo scafista, mi sieda al tavolo con chi ha il potere di fare leggi, discuta apertamente con il razzista che è nel mio paese o nella mia famiglia. Il perdono non è un colpo di spugna che magicamente lava le colpe o azzera le responsabilità. Il perdono è coraggio, è giudizio, è lotta ed espone alle reazioni.

Dopo questa esperienza, quale messaggio si sente di lanciare sia nell'ambito dell'accoglienza ai rifugiati sia per il dialogo tra fedi diverse?

Intanto, stando all'esperienza fatta, mi sentirei di dire che ci possiamo dare appuntamento, sempre a Lampedusa, il tre ottobre 2015 e che nel frattempo potremmo organizzare un'altra manifestazione interreligiosa a Scicli (Ragusa) dove sarà presto operativo il nostro Centro di accoglienza. Dalla manifestazione di Lampedusa è emersa l'esigenza da parte delle comunità di fede di un impegno pratico, noi lo stiamo mettendo in opera. Ma anche di indirizzo politico come la nostra richiesta di poter predisporre prima possibile i "presidi umanitari".

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