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Mercoledì, 12 Febbraio 2014 20:50

Francesco Sciotto: "Il sistema penale si apra alle novità"

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a cura di Luca Baratto

Roma (NEV), 12 febbraio 2014 – In questi giorni è in discussione in Parlamento il cosiddetto decreto “svuota carceri” che ha provocato numerose polemiche tra schieramenti politici diversi. Sulla legge che deve passare ancora al Senato, sul mondo carcerario italiano e sull'impegno degli evangelici in questo ambito, abbiamo intervistato il pastore Francesco Sciotto, coordinatore del Gruppo di lavoro sulle carceri della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) e direttore del Centro diaconale valdese “La Noce” di Palermo.

Qual è l'impegno delle chiese evangeliche nell'ambito del mondo carcerario?

E' un impegno che definirei ancora embrionale per estensione e diffusione, ma al tempo stesso articolato. Il caso più comune è quello della visita di pastori evangelici a detenuti che ne fanno richiesta, ma esistono anche delle chiese locali che hanno costituito dei gruppi di volontari che visitano regolarmente le carceri e che organizzano delle attività collettive, non limitate al colloquio personale. Incominciano poi ad esserci dei progetti diaconali sull'accompagnamento di persone che usufruiscono di misure alternative al carcere. A Palermo, per esempio, al Centro diaconale La Noce seguiamo dei progetti di giustizia riparativa con minori o giovani adulti, e a Firenze è stata recentemente aperta una casa d'accoglienza per detenuti a fine pena o che usufruiscono di permessi. Come dicevo, è un intervento articolato nelle formule e nelle attività ma ancora embrionale. Una delle funzioni del Gruppo di lavoro sulle carceri istituito dalla FCEI è di mettere in rete queste attività e cercare di moltiplicarle, di renderle possibili in altri contesti territoriali.

In questi giorni è in discussione in Parlamento la cosiddetta legge “svuotacarceri”. Qual è la sua opinione su questo atto legislativo?

Premetto che essendo il decreto ancora all'esame del Parlamento, può subire delle modifiche anche sostanziali nel suo passaggio al Senato. Al momento attuale, mi sento di esprimere un parere positivo sul decreto. Il meglio è sempre possibile, ma l'orientamento generale della legge mi sembra apprezzabile per almeno due motivi. Il primo riguarda il fatto che non si tratta né di un'amnistia né di un indulto, cioè non è una legge finalizzata all'estinzione di una pena o di un reato. Il secondo sta nel fatto che non è un intervento episodico, passato il quale i problemi rimangono gli stessi di prima. Il testo prevede delle norme – come l'aumento degli sconti di pena o il braccialetto elettronico – che sanciscono il principio secondo cui il carcere non è l'unico contesto in cui prendersi carico di una persona che ha fatto qualcosa di sbagliato, e che il trattamento di alcune fattispecie di reato può avvenire più efficacemente con progetti fuori dal carcere. Naturalmente l'efficacia della legge dipenderà da quanto si investirà nelle politiche di reinserimento e accompagnamento dei detenuti. A questo proposito, il decreto non mi sembra chiaro.

La Federazione delle chiese evangeliche in Italia ha nei giorni scorsi aderito alla campagna per l'abolizione dell'ergastolo. Qual è il senso di questa campagna?

E' una campagna che il nostro Gruppo di lavoro ha molto a cuore. L'adesione della FCEI ha un valore prima di tutto pastorale. La campagna è nata dentro le carceri, promossa dai detenuti. Aderire significa far sentire la nostra vicinanza di chiese a chi sta in carcere, e rafforza anche la credibilità della nostra presenza in carcere. I motivi ideali dell'adesione sono poi evidenti. Noi crediamo che chiunque – qualunque reato abbia commesso e a qualunque età l'abbia commesso - debba vivere la reclusione carceraria con la speranza di poter ricominciare, anche dopo un periodo pur lungo di detenzione. L'ergastolo dà l'ultima parola a un'esperienza considerata irrecuperabile. Lo Stato invece non può abdicare, rinunciare alla prospettiva del recupero e della speranza.

Secondo lei, quali dovrebbero essere i principi ispiratori di un sistema carcerario che ottemperi ai criteri di giustizia e umanità?

E' una domanda a cui è difficile rispondere. Mi limito a esprimere un auspicio, e cioè che il mondo dell'esecuzione penale si apra alle novità e non rimanga chiuso negli schemi del passato. E' necessario avere una visione plurale e laica dell'intervento penale, tentare strade nuove, verificarne l'efficacia e rimettere in discussione i propri principi. Due vie nuove sono quelle della mediazione penale e della giustizia riparativa che intendono superare l'idea di espiazione e di retribuzione e vedono il reato come il rompersi di legami sociali che bisogna provare a ricomporre. In alcune nazioni, come il Belgio, esistono delle leggi che favoriscono questi approcci che si sono verificati efficaci, capaci di abbattere la recidiva e di gestire meglio il conflitto sociale. Dunque aprirsi a nuove prospettive: questo è un buon punto di partenza.

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