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Domenica, 10 Luglio 2016 12:30

Sermone di domenica 10 luglio 2016 (Atti 2,41-47)

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Testo della predicazione: Atti 2,41-47

Quelli che accettarono la sua parola furono battezzati. Ed erano perseveranti nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere. Ognuno era preso da timore; e molti prodigi e segni erano fatti dagli apostoli. Tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le proprietà e i beni, e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. E ogni giorno andavano assidui e concordi al tempio, rompevano il pane nelle case e prendevano il loro cibo insieme, con gioia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Il Signore aggiungeva ogni giorno alla loro comunità quelli che venivano salvati.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, il libro degli Atti degli apostoli descrive una comunità cristiana quasi perfetta, modello da imitare; in sostanza, l’autore del libro, Luca, ci presenta una comunità a cui ispirarsi, verso la quale tendere.

Dunque di che si tratta? Di che modello comunitario stiamo parlando?

Innanzitutto parliamo di una comunità perseverante.

La comunità degli inizi non fonda il suo stile di vita su un entusiasmo momentaneo destinato a sopirsi, non agisce sull’onda emozionale di eventi forti e miracolosi che la rendono attiva e vivace, non è una comunità di esaltati. La comunità cristiana è chiamata a essere una chiesa perseverante, cioè lontana dallo scalpore e dall’eccitazione fanatica, non vive perché lei ha ragione e gli altri hanno torto, non si contrappone a nessuno: è perseverante.

Ma in che cosa persevera questa chiesa degli inizi dell’era cristiana? È perseverante rispetto a quattro elementi che la caratterizzano profondamente, che le danno un senso e significato:

1) Il PRIMO elemento è la perseveranza nell’insegnamento degli apostoli: si tratta dell’ascolto della PAROLA, la Parola di Gesù, quella che gli apostoli trasmettono, è il punto di partenza della chiesa, non esiste la chiesa senza la Parola di Gesù, senza che vi sia la predicazione della Parola di grazia e di perdono. Quindi non è da confondere con una ideologia o un tipo di moralismo, ma è testimonianza degli insegnamenti di Gesù, ubbidienza al Signore che rivela il suo amore per tutti. Questa Parola è quella che fonda i credenti e la chiesa stessa.

2) Questa Parola produce il SECONDO dei quattro momenti che danno senso alla chiesa: la comunione fraterna, in greco koinonìa, che è comunione con Dio e unione tra i credenti; essi hanno quindi la stessa e fede, dono di Dio, lo stesso progetto di vita. Lo Spirito che permette la predicazione della Parola, è lo stesso Spirito che permette la koinonìa, la comunione fraterna; è questo il vero miracolo di Pentecoste: lo Spirito forma un corpo unico, la chiesa, quello dei credenti, dall’incontro di gente diversa.

Questo miracolo della comunione non è soltanto un’affettuosa iniziativa umanitaria, ma è una comunione che produce sorprendenti «segni e prodigi» (2,43) tra cui il fatto che «tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano ogni cosa in comune» condividendo i loro beni (2,44-45). Qualcosa che mai più nella storia si è realizzato.

Il racconto della comunanza dei beni è la testimonianza concreta che qualcosa di sconvolgente, ma reale, era successo a quelle persone; qualcosa che non partiva semplicemente dall’amicizia di diverse persone. Qui c’è ben altro perché solo lo Spirito di Dio permette di cambiare la nostra logica “proprietaria” e “padronale” sostituendola con la logica della “solidarietà” e della “partecipazione”.

In fondo è la logica della “gratuità” di Dio che permette la vera comunione che fa scomparire le discriminazioni nei confronti di chi non ha beni primari perché è povero. Chi abbandona la logica “proprietaria” diventa accogliente e solidale, lotta per i diritti di chi non ha beni da far valere per rivendicare il diritto della dignità. Guardate invece cosa accade attorno a noi: si alzano fili spinati, barriere e muri per respingere i disperati in fuga dalla guerra, per non condividere con loro i propri beni, quelli che Dio ha donato a tutti.

La chiesa rifugge la logica “proprietaria” e condivide il pane con chi non ce l’ha.

3) E giungiamo al TERZO dei quattro momenti di perseveranza della chiesa: è, appunto, lo “spezzare il pane”. Spezzare il pane è segno di comunione, ne è la reale conseguenza; è innanzitutto il ringraziamento a Dio per i suoi doni e il miglior modo per dire “grazie” è la condivisione.

Nella Bibbia, il pasto, è sempre un momento di comunione: perciò Gesù è criticato spesso, proprio perché condivide il suo pasto con tutti: i peccatori, le prostitute, gli stranieri, e si compromette, scende al loro livello, diventa come loro: Gesù è accusato di non alzare muri di divisione.

Anche oggi, il mangiare insieme è segno di unione, di solidarietà e di amicizia, segno visibile che le barriere sociali sono abbattute.

4) L’ultimo dei quattro momenti di perseveranza è la preghiera. La comunità unita e solidale, pronta a condividere i beni materiali è anche una comunità che prega.

La preghiera non è un alibi per delegare a Dio le nostre responsabilità e il nostro impegno. La preghiera è la consapevolezza dei nostri limiti, della nostra parzialità, delle nostre poche forze, della nostra mancanza di amore, del nostro peccato. Preghiamo perché da soli non ce la possiamo fare, preghiamo per ricevere la forza e le energie per continuare ad essere testimoni della parola di Gesù con i fatti, concretamente.

Siamo invitati senz’altro a pregare per la pace, per la riconciliazione, perché non vi sia più discriminazione, respingimenti, violenza, povertà; siamo invitati a pregare e ad agire per la guarigione di un Occidente malato di opulenza, di consumismo e di inquinamento del creato, per un Occidente che non esercita il diritto e la libertà per tutti e dove forze oscure sono all’opera attraverso l’illegalità e traffici loschi.

Così, la nostra preghiera è sempre assunzione di responsabilità davanti a Dio perché quello che chiediamo si realizzi. Ecco la perseveranza che è chiesta ai credenti in Cristo, quella di non rinunciare mai, nonostante le difficoltà, ad essere strumenti dell’opera di Dio, dell’essere discepoli di un Signore che ama con la logica della gratuità, della solidarietà, della partecipazione, dell’accoglienza, della comunione con tutti gli esseri umani, in particolare nei confronti degli ultimi con i quali Gesù si è identificato.

Questo è il senso della presenza della chiesa nel mondo, del suo impegno sulla scena umana, nella nostra società, nella nostra città, con dedizione: è diventare segni di umanità, di speranza, del sogno di Dio, quello di un domani migliore per tutti e tutte.

Amen!

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Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

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