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Domenica, 05 Novembre 2017 19:24

Sermone di domenica 5 novembre 2017 (Marco 4,26-29)

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Testo della predicazione: Marco 4,26-29

Diceva ancora: «Il regno di Dio è come un uomo che getti il seme nel terreno, e dorma e si alzi, la notte e il giorno; il seme intanto germoglia e cresce senza che egli sappia come. La terra da sé stessa dà il suo frutto: prima l'erba, poi la spiga, poi nella spiga il grano ben formato. Quando il frutto è maturo, subito il mietitore vi mette la falce perché l'ora della mietitura è venuta».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, la parabola del seminatore e del seme che cresce da sé, ci insegna che la promessa del Regno di Dio non dipende dalle nostre capacità di realizzarla, ma dalla volontà di Dio.

Quando preghiamo dicendo “Venga il tuo Regno”, sottoloneamo proprio questo, che il cambiamento radicale del mondo non è nelle nostre mani, ma in quelle di Dio.

Tuttavia, noi non siamo esenti dall’annunciare questo Regno di pace, di giustizia, di speranza per un futuro migliore.

Sempre, nella Bibbia, le promesse di Dio si adempio non per le capacità umane, ma per l’intervento diretto di Dio. Abramo era già vecchio e Sara era, oltre a ciò, anche sterile. I loro tentativi di permettere che la promessa di Dio si realizzi sono inutili: avere un figlio dalla serva Agar. No, la promessa accade anche se non ci credi, e Sara e Abramo ridono increduli davanti all’annuncio di un figlio che nascerà e si chiamerà Isacco “risata” appunto, per sottolineare il fatto che la promessa di Dio va avanti, oltre le nostre aspettative umane.

La parabola alla nostra attenzione ci spiega che noi siamo chiamati a seminare, ad annunciare il futuro di Dio, nel quale egli stesso regnerà, un futuro senza violenze, senza guerre, senza sofferenze e morti sotto i colpi di mortaio e nelle lunghe traversate del mare.

 Già in Gesù, Dio non ha voluto essere che un Seminatore. Ha accettato, cioè, i limiti e i rischi che sono caratteristici della condizione umana. Dio ha accettato che la sua Parola fosse sottoposta alle limitazioni in cui s'imbattono tutte le parole umane. In un’altra parabola dello stesso tenore è riferito che Dio ha accettato che gli uccelli divorassero il seme gettato, che il sole lo inaridisse, che le spine lo soffocassero.

La parabola di oggi ci insegna che Dio è sempre all’opera, dalla Creazione in avanti non si è mai fermato; questa parabola ci insegna che l’azione di Dio, la sua stessa Parola, è indipendente dalla nostra, ma che a noi tocca annunciarla e seminarla.

Tuttavia, la semina che ci è stata affidata non può essere fatta alla meno peggio. A noi è affidata anche la responsabilità e la cura con cui la Parola è annunciata, con cui il seme è sparso. Questo significa dare importanza alla preparazione biblica, teologica e spirituale, affinché ognuno getti il seme con partecipazione e convinzione per non sminuire il senso della vocazione che, come credenti, abbiamo ricevuto.

La Parola di Dio diventa Spirito e vita attraverso la nostra partecipazione con tutta l’anima e il cuore, e tuttavia non parla dei nostri sforzi, delle nostre cure e delle nostre opere. Ma il seme gettato sul terreno germoglia, spunta, matura senza di noi. Non dobbiamo cacciare gli uccelli che vengono a beccare il seme, trasformarci in spaventapasseri, né procurare ombra quando il sole picchia, né togliere le spine e lavorare incessantemente giorno e notte.

Questa parabola ci insegna a occuparci della semina, dell’annuncio della Parola liberante di Dio, mentre, troppo spesso, noi ci preoccupiamo del raccolto, dei risultati, dei frutti, delle persone, anziani o giovani dai quali non otteniamo che risultati deludenti. Il frutto dell’annuncio del Regno di Dio non dipende dalle nostre opere e noi non abbiamo motivo di preoccuparci e inquietarci per esso.

La parola che noi proclamiamo, una volta annunciata, non ci appartiene più, non riguarda più il nostro affannarci, né il nostro adoperarci perché cresca e maturi.

Noi impariamo qui una lezione di vita. Il nostro compito, la nostra vocazione di credenti è quella di gettare il seme, di testimoniare con parole e gesti la fede che abbiamo ricevuto e che ha permesso di porci all’interno dell’orizzonte del Regno di Dio che coinvolge e determina il nostro presente. 

Noi siamo tentati, invece, di andare a vedere se il seme spunta bene o male, siamo tentati di studiare i modi per far crescere la pianta in modo sano, di creare le condizioni per un raccolto migliore. Questo non è compito nostro, ci insegna Gesù, questo dipende solo da Dio. Il Regno di Dio è un dono e una promessa, a noi è domandato soltanto di annunciare che Dio vuole realizzare la sua promessa.

Certo, non bisogna disinteressarsi delle persone deboli e dei loro problemi perché un buon giardiniere non può rimanere indifferente davanti a un giardino sterile, ma la nostra tentazione è quella di metterci al posto di Dio, in altri ambienti questo atteggiamento si chiama “delirio di onnipotenza”.

Lutero, nei “Discorsi a tavola”, diceva: «Mentre io sono qui a bere birra, la parola di Dio scorazza per il mondo» e converte.

Tutto ciò intende sottolineare il fatto che prioritaria per noi è la semina. La parabola di Gesù, del seme che cresce da sé, in fondo, ci vieta di cadere nell’angoscia. Nel senso che non saranno le nostre opere a permettere al seme di germogliare.

Spesso, nelle nostre chiese, si avverte l'angoscia che hanno i giardinieri quando le loro piante non crescono bene. Che fare affinché le cose cambino?

È un'illusione credere che il Regno di Dio si realizzi in virtù delle nostre opere, che la Chiesa sia come un giardino pulito privo di spine, di rovi e gramigna. Il Regno di Dio è presente all’interno della nostra umanità contraddistinta da parzialità, limiti e peccato.

In fondo questa parabola dice a noi oggi: «annuncia il Vangelo del Regno di Dio e attendi con fiducia e pazienza l'opera di Dio».

Non drammatizzare se fa freddo e tutto gela. Rispetta l'autonomia del seme: è un modo di rispettare gli altri e l’azione dello Spirito Santo.

Nella parabola vi è una frase chiave: «Senza che egli sappia come». Non riusciremo mai a capire perché quel dato seme che doveva germogliare non sia germogliato e quell'altro che non poteva germogliare abbia dato frutti generosi. Non riusciremo mai a capire perché in questo terreno cattivo un seme mal gettato e mal curato è riuscito a spuntare, e perché altrove, nonostante prediche sublimi e preghiere appassionate, tutto sia andato male. Non riusciremo mai a capirlo perché la cosa non ci riguarda.

Dipenderà senz’altro dal fatto che nella Parola di Dio vi è una grande forza, ma anche una debolezza: è l'Amore di Dio. Infatti è proprio per amore che Dio diventa debole, ma, allo stesso tempo, è l’amore ciò che Dio ha di più forte.

L'amore è ciò che può trasformare il deserto in una regione verde e rigogliosa, è ciò che rende possibile l'impossibile. Questo amore possiamo solo riceverlo e scoprire che ci è dato anche di donarlo, ma non ci appartiene, non ci è connaturato, ci resterà sempre incomprensibile.

Siamo chiamati ad aver fiducia nell'oggi, mentre gettiamo il seme, e nel domani di Dio, mentre il seme germoglia.

Ciò vuol dire vivere senza agitazioni e angosce. Il seme crescerà, diventerà adulto, maturo. Poi arriverà il tempo della raccolta, ma ciò non dipende da noi perché, nell'attesa, siamo chiamati ad aver fiducia nell’azione e nell’opera che Dio compie. Amen!

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Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

Indirizzo: Via Beckwith 49, Luserna San Giovanni (TO), 10062, ITALIA

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