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Domenica, 10 Giugno 2018 19:45

Sermone di domenica 10 giugno 2018 (I Corinzi 14,1-3. 20-25)

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Testo della predicazione: 1 Corinzi 14,1-3. 20-25

Perseguite l'amore e cercate con cura i doni spirituali, soprattutto per profetizzare. Colui che parla in lingue non parla alle persone, ma a Dio; nessuno infatti comprende, ma lo Spirito proferisce misteri. Chi profetizza, invece, parla a delle persone, edificando, esortando, consolando. Fratelli, non ragionate da bambini, ma siate innocenti come fanciulli nei confronti del male. Quanto al ragionare, siate adulti. Nella legge è scritto: «Con persone che parlano altre lingue e con labbra di altri parlerò a questo popolo e neppure così mi presteranno attenzione». Così dice il Signore. Perciò le lingue sono un segno non per i credenti, ma per i non credenti. La profezia, invece, non è per i non credenti, ma per i credenti. Se, dunque, tutta la chiesa si raduna nel medesimo luogo e tutti parlano in lingue, se entrano dei semplici uditori o non credenti, non diranno che siete impazziti? Se tutti profetizzano ed entra un non credente o una persona in ricerca, è convinto da tutti, ed è da tutti esaminato. Le cose nascoste del suo cuore diventano evidenti  e così, cadendo faccia a terra, adorerà Dio, dichiarando: «Dio è veramente tra voi».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, talvolta accade che, pensando alla volontà di Dio, crediamo che essa sia esattamente diversa o addirittura contraria a ciò che desideriamo o a ciò che speriamo.

L’apostolo Paolo riflette sul problema della volontà di Dio e pone le basi affinché impariamo a maturare nel fare le scelte della nostra vita legate alla Parola di Dio, al Vangelo di Gesù Cristo.

L’apostolo spiega, al capitolo 12 di questa prima lettera ai Corinzi, che i credenti ricevono una grande varietà di doni da Signore e conclude affermando che ciascuno di noi riceve un dono da Dio affinché la chiesa sia edificata.

Sembra proprio che i padri costituenti della Costituzione italiana avessero le parole dell’Apostolo quando scrissero l’articolo 4 che recita così:

«Ogni cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società».

La nostra costituzione usa il termine “svolgere un’attività”, mentre l’apostolo Paolo usa il termine “costruire”, costruire un edificio con il contributo di ognuno, attraverso la condivisione dei doni. Quando un dono non può essere condiviso – dice l’apostolo - quando edifica solo se stessi e non agli altri, allora, si pratichi quel dono nel proprio intimo.

Ogni dono ha una caratteristica che è spiegata al capitolo 13: l’amore. Senza l’amore non si esercita un dono, ma un potere, non una condivisione, ma una imposizione, non c’è qualcosa che si costruisce, ma si demolisce. Così la comunità non sarà edificata, ma distrutta. È solo l’amore la forza efficace che fa uscire se stessi dal cerchio del proprio “io” e della propria individualistica auto-realizzazione.

Nel nostro brano, l’apostolo contrappone due doni: quello della glossolalia, che significa: “parlare una lingua sconosciuta”, e quello della profezia. La valutazione di Paolo è chiara e si basa su questo principio: «Il tuo dono edifica la comunità? Costruisce un edificio? O non serve a nessuno?». Se serve solo a te stesso e a nessun altro, tienilo per te, diversamente manifestalo.

Così dirà l’apostolo: «È per l’utilità della chiesa che in ciascuno si manifesta lo Spirito» (I Cor. 12,7) e l’esempio delle membra di un corpo è illuminante perché indica il servizio vicendevole, l’utilità di ogni dono per il bene comune e non per il proprio bene.

L’apostolo usa il termine “profezia” nel senso di “proferire parole chiare e comprensibili” un dono che ritiene superiore al parlare in lingue sconosciute che nessuno comprende, la glossolalia. «Chi profetizza, parla a delle persone, edificando, esortando, consolando». Chi parla da profeta dice una parola comunicativa e comprensibile, entra in rapporto con gli altri, attraverso una parola di esortazione, di incoraggiamento, di solidarietà, di sostegno nella difficoltà e nei momenti di crisi, ma anche una parola istruttiva, oppure una preghiera.

Mentre invece la glossolalia, il parlare una lingua sconosciuta, risulta ai presenti incomprensibile. Rientra nel fenomeno dell’estasi, è un’esperienza comune nella chiesa di Corinto, già era presente in ambienti pagani. Si trattava di una esperienza caratterizzata da esplosioni verbali emotive, cariche di pathos, di emotività frenetica ed esaltante. Tutto è però privo di intellegibilità, cioè di possibilità di comprensione, e i credenti di Corinto privilegiavano questa esperienza rispetto a quella profetica perché ritenevano che fosse l’evidenza e la presenza di Dio tra loro.

Ma l’apostolo rifiuta questa conseguenza logica, perché così «l’uno risulta straniero all’altro», non c’è nessuno scambio, nessuna comunione e nessuna partecipazione. Chi parla e chi ascolta restano in due mondi separati, non s’incontrano.

E nell’incomunicabilità non può verificarsi nessuna crescita nessuna costruzione di qualcosa, come ci insegna la torre di Babele. Così, l’apostolo invita a crescere dicendo: «Fratelli, non ragionate da bambini, ma …da adulti», da persone mature che sanno di avere un ruolo, quello di essere di edificazione per gli altri.

L’apostolo propone, così, un servizio vicendevole dei credenti come servizio fondato sull’amore di Dio che ci impegna ad amare, il solo modo che permette di costruire una comunità, ma anche una società autentica e consapevole, una chiesa e una identità cristiana libera, per costruire un mondo di condivisione delle risorse e non più un mondo fondato sullo sfruttamento delle risorse e delle persone; per costruire una società aperta, solidale, accogliente, comunicativa, gioiosa. Questo significa per Paolo essere credenti: contagiare il mondo positivamente di questi doni e di questo amore per permettere che cresca nella dimensione della solidarietà.

L’apostolo ci chiama a porci ogni giorno una domanda: cosa ho costruito oggi? Quali rapporti autentici? Come ho contribuito a permettere di far crescere e maturare la comunità dei credenti e la società umana dove vivo e opero? Sono stato una voce profetica o uno che ha parlato per i propri interessi? Ho avuto oggi un rapporto costruttivo con gli altri oppure è stato distruttivo?

Ecco, il Signore chiama ciascuno di noi, con le proprie capacità, a essere profeti, a dire cioè parole che siano profetiche, chiare, comprensibili, mirate a costruire, edificare, sanare, guarire, consolare. Amen!

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Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

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