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Domenica, 28 Dicembre 2014 23:54

Sermone di domenica 28 dicembre 2014 (Luca 2,25-32)

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Testo della predicazione: Luca 2,25-32

Vi era in Gerusalemme un uomo di nome Simeone; quest’uomo era giusto e timorato di Dio, e aspettava la consolazione d’Israele; lo Spirito Santo era sopra di lui; e gli era stato rivelato dallo Spirito Santo che non sarebbe morto prima di aver visto il Cristo del Signore. Egli, mosso dallo Spirito, andò nel tempio; e, come i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere a suo riguardo le prescrizioni della legge, lo prese in braccio, e benedisse Dio, dicendo:«Ora, o mio Signore, tu lasci andare in pace il tuo servo, secondo la tua parola; perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, che hai preparata dinanzi a tutti i popoli per essere luce da illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, abbiamo davanti a noi uno dei brani più commoventi della Scrittura: Simeone, una persona molto anziana e ormai vicina alla morte, è in attesa, in attesa di “vedere” con i propri occhi colui che sarà finalmente “la consolazione d’Israele”, il Messia.

Lo Spirito Santo guida il vecchio Simeone proprio quando Giuseppe e Maria conducono il loro figlio, Gesù, ad essere presentato a Dio nel tempio di Gerusalemme. È qui che avviene l’incontro: un vecchio in attesa, vede giungere a compimento ciò per cui vive.

Per Simeone, incontrare Colui che sarà la luce di tutte le genti e gloria d’Israele, significa potersi finalmente congedare da una realtà umana lontana da Dio, ribelle e, allo stesso tempo, vittima della paura, sgomenta circa il suo futuro e in preda all’inquietudine angosciante sulla propria salvezza.

Un vecchio prende in braccio un bimbo di sei settimane e proclama che quel bimbo sarà lo strumento di salvezza di Dio: «luce delle genti», per tutti i popoli, giudei e pagani.

Questa proclamazione è davvero importante perché vengono abbattuti tutti i muri di divisione fra ebrei e pagani, sono abbattuti quei paletti di recinzione che restringevano il campo d’azione di Dio al solo popolo d’Israele. Ora questa azione di Dio riempie tutta la terra, il disegno di Dio si realizza, come anche le antiche profezie, come quella del profeta Isaia che afferma: «È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe… voglio fare di te luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra» (Is. 49,6).

Il vecchio Simeone rende una testimonianza al Gesù, il Messia, annuncia una profezia che è predicazione non soltanto sul senso della venuta del Cristo nel mondo, ma innanzitutto sul senso che il Cristo, che illumina la mente e il cuore con la sua luce, potrà avere per ciascun essere umano. Gesù è quella luce che illumina il mondo e permette all’umanità di cambiare il suo destino.

Simeone può ora congedarsi da questo mondo perché sa che il mondo adesso ha una speranza, una possibilità nuova, una consolazione, un futuro sicuro, certo.

Questo brano biblico vuole dare anche a noi una speranza, una consolazione, vuole essere la realizzazione del sogno di Dio per una umanità fraterna e solidale, accogliente e ospitale verso tutti.

Il brano biblico di oggi, ci propone la fine dell’attesa, perciò ci interroga e ci domanda se siamo disposti anche noi, come Simeone, a lasciare serenamente questa terra, non in senso letterale, ma nel senso di dissociarci da un mondo che è ribelle al progetto di Dio, un progetto di fraternità, di umanità, solidarietà; un mondo che umilia e depreda gli ultimi, che toglie la speranza della pace e della giustizia e fa precipitare nella spirale dell’odio, della guerra, dell’inimicizia, del razzismo verso i diversi, verso chi cerca una terra dove vivere in pace, verso chi fugge dalla violenza, ma anche un mondo egoista che crede nelle proprie capacità di autoriscatto. Da tutto ciò il Messia è venuto a guarirci e il vecchio Simeone lo sapeva bene.

     Lo scrittore Herry De Luca, in una sua riflessione sul Natale ha così commentato:

«Non nacque in un momento di allegria, ma durante un viaggio, uno spostamento forzato.

Nascesse oggi, sarebbe in una barca di immigrati, gettato a mare insieme alla madre in vista delle coste di Puglia o di Calabria. Forse continua a nascere così, senza sopravvivere, e il venticinque dicembre è solo il più celebre dei suoi compleanni. Dopo di lui il tempo si è ridotto a un frattempo, a una parentesi di veglia tra la sua morte e il suo ritorno. Dopo di lui nessuno è residente, ma tutti ospiti in attesa di un visto. Siamo noi, pasciuti di Occidente, la colonna di stranieri in fila fuori all’ultimo sportello».

Il vecchio Simeone vede avvicinarsi il Regno di Dio, la nuova realtà in cui Dio regna e che si fa concreta sulla terra.

Ma, come Simeone, siamo disposti anche noi a lasciare che Dio regni? Siamo, cioè, disposti a congedarci da una logica di tornaconto, da una logica egoistica, pronta ad essere difesa con tutta la violenza e la brutalità di cui si è capaci? Siamo disposti a congedarci da noi stessi, dai nostri egoismi, per lasciare spazio all’azione di Dio? Siamo disposti a congedarci dalle scuse che accampiamo quando rifiutiamo di ospitare nella nostra patria, nella nostra casa, nella nostra terra, coloro che affrontano un viaggio forzato?

Il brano della testimonianza profetica di Simeone ci permette di capire la fiducia incondizionata che questo vecchio saggio ripone nell’opera di Dio. E noi?

Abbiamo anche noi la stessa fiducia? Oppure confidiamo sulle capacità di essere all’altezza di salvare il mondo?

Siamo capaci di rinunciare a quella logica che salvaguarda un dio che rinchiudiamo dentro le banche e nel quale confidiamo per garantirci un futuro sereno? Siamo capaci di congedarci dai nostri dèi e dai nostri idoli?

«Ora, lascia che il tuo servo vada in pace perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza». Il nostro congedarci dall’anno vecchio sia un congedarci dal mondo con le sue logiche di morte e di distruzione, di sopraffazione e di allontanamenti. Questo, oggi, ha un valore di speranza e di fiducia in Dio, significa permettere a Dio l’adempimento del suo progetto di fraternità, di solidarietà, di giustizia, di pace, di salvaguardia della creazione, teatro della gloria di Dio.

A questo progetto siamo chiamati ad aderire e a diventare strumenti. I nostri occhi di credenti hanno visto la salvezza di Dio a partire da quella croce sulla quale Cristo ha preso su di sé la nostra impotenza e il nostro peccato. La sua morte, alla quale tutti partecipiamo nel battesimo, è la nostra morte che ci apre a una speranza nuova.

Lasciamo che la parola di Simeone si realizzi in ciascuno di noi. Attendiamo con fiducia che Dio realizzi la sua salvezza in noi, nella chiesa, nella nostra città e nel mondo intero e diciamo anche noi a Dio, con una nuova consapevolezza: «Ora, lascia che il tuo servo, la tua serva, vada in pace perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza». Amen!

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Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

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