Culto domenicale:
sospeso domenica 1 marzo
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nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

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Lunedì, 12 Marzo 2018 22:51

Sermone di domenica 11 marzo 2018

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Testo della predicazione: Filippesi 1,15-21

Vero è che alcuni predicano Cristo anche per invidia e per rivalità; ma ce ne sono anche altri che lo predicano di buon animo. Questi lo fanno per amore, sapendo che sono incaricato della difesa del vangelo; ma quelli annunziano Cristo con spirito di rivalità, non sinceramente, pensando di provocarmi qualche afflizione nelle mie catene. Che importa? Comunque sia, con ipocrisia o con sincerità, Cristo è annunziato; di questo mi rallegro, e mi rallegrerò ancora; so infatti che ciò tornerà a mia salvezza, mediante le vostre suppliche e l'assistenza dello Spirito di Gesù Cristo, secondo la mia viva attesa e la mia speranza di non aver da vergognarmi di nulla; ma che con ogni franchezza, ora come sempre, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia con la vita, sia con la morte. Infatti per me il vivere è Cristo e il morire guadagno.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, la lettera ai Filippesi è scritta dalla prigionia, l’apostolo Paolo è stato arrestato e incarcerato a Efeso perché predicava l’Evangelo di Gesù Cristo. E ora, egli scrive questa lettera per rassicurare la comunità di Filippi che lui stesso aveva fondato con la sua predicazione.

È stanco della prigionia e preferirebbe non soffrire più quei patimenti ingiusti, e dice che vorrebbe «partire ed essere con Cristo». Il termine «partire» significa letterarmente “tirar via i picchetti della tenda”, “togliere gli ormeggi”, “emigrare”. Questo desiderava Paolo. Forse, alla tristezza del carcere bisogna aggiungere la malattia dell’apostolo Paolo, quella che egli stesso chiama “una spina nella carne” per la quale ha chiesto la guarigione al Signore, per ben tre volte, e il Signore gli ha risposto «La mia grazia ti basta!».

Ma Paolo, anche in quella situazione di estrema fragilità, riesce a capire che Dio ha un progetto quello della divulgazione dell’Evangelo. Perciò l’apostolo, pur preferendo partire, riconosce che il suo rimanere, il suo restare in vita è più importante e necessario perché l’annuncio della grazia di Dio per l’umanità è un progetto che va portato avanti e non va interrotto.

L’apostolo, pur nella situazione difficile della prigionia, riesce a mettere a confronto le sue esigenze con la necessità dell’evangelo. È una lezione di grande umiltà che ci è donata e cioè quella di saper esprimere i propri desideri, essere consapevoli delle nostre aspettative e, allo stesso tempo, saper riconoscere quello che veramente conta, quello che più è importante per noi e per gli altri. Talvolta la Parola di Cristo va in conflitto con le nostre esigenze e là noi siamo chiamati a fare delle scelte.

Eppure, a un certo punto, l’apostolo si rallegra della sua prigionia perché essa è servita al progresso dell’Evangelo, cioè al suo allargamento, alla sua promozione. Forse perché dopo un’istruttoria in cui l’apostolo ha potuto spiegare in cosa consisteva la predicazione del Vangelo, sono cadute le calunnie su di lui, o forse perché anche in prigione ha potuto annunciare l’amore di Dio.

In ogni caso, Paolo vuole dire che la Parola contiene in sé una forza che, dovunque anche in carcere, essa irrompe portando liberazione, malgrado le catene, e guarigione. Una Parola che è del tutto autonoma, segue il suo corso, è indipendente da chi la annuncia. Tanto che l’apostolo cita il caso in cui alcuni cristiani predicano l’Evangelo per invidia nei suoi confronti e con spirito di rivalità, addirittura lo fanno sperando di provocargli afflizioni. Ebbene, l’apostolo si rallegra non certo dei loro dispetti, ma che, comunque, l’Evangelo è annunziato.

La diffusione e la comprensione della Parola di Dio rimane un atto di Dio stesso, perché Cristo è più grande dei suoi messaggeri, l’Evangelo più grande e potente di chi l’annuncia. Sull’autonomia della Parola di Dio vi è la parabola del seme che cresce da sé, nella quale il termine greco è “autonomé” cioè automaticamente: il contadino non fa nulla e non sa neppure spiegarsi come avvenga la crescita del seme sotto terra.

Il riformatore di Zurigo, Ulrich Zwingli, riferisce di un incontro con Lutero, il quale a un certo punto gli dice: «Mentre siedo a questa tavola bevendo birra, la Parola di Dio corre per il mondo», la Parola di Dio, una volta annunciata, produce i suoi frutti. Una nota simpatica è che Lutero proseguiva la frase dicendo «Mentre siedo a questa tavola bevendo birra, la Parola di Dio corre per il mondo… e abbatte il papa!».

Per l’apostolo, è una grande passione e amore per l’umanità che lo spinge a predicare l’Evangelo, e qui, appare in tutta franchezza il fatto che per lui, l’unica cosa importante dell’esistenza umana e di tutta la vita, è il riconoscimento della gloria del Signore; perfino il vivere e il morire sono relativizzati. Altrove egli dice: «Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore», perfino nella vita e nella morte non deve mai essere perso di vista questo centro: la Parola di Cristo è potente perché permette la conversione e un nuovo inizio quando siamo vivi, e permette la vita dove c’è morte.

La vita e la morte, per l’apostolo, non sono alternativi, ma sia la sua vita, sia la morte devono poter annunciare l’amore e la grazia di Cristo che per lui equivale a “vita” in sé e forza di Dio per ogni credente.

Questa Parola del Signore ha una forza che è superiore alla nostra debolezza umana, essa si fa strada anche attraverso la nostra pochezza, le nostre incapacità, le nostre debolezze, il nostro peccato; si fa strada nelle nostre domande e nei nostri dubbi, attraverso le nostre ansie e le nostre titubanze, davanti a scelte difficili e, a volte, dolorose.

La Parola del Signore non è per i puri e i perfetti, non è per chi ne è degno, non per gli addetti ai lavori. La Parola di Cristo ci raggiunge nel nostro fallimento, per aprirci nuove vie da percorrere, ci raggiunge nel nostro dolore insegnandoci a guardare oltre.

Oggi, questa testimonianza dell’apostolo, attraversa i secoli perché resti sempre, per tutti, un sostegno e una forza là dove la vita diventa dura ed è difficile proseguire nell’indigenza, nella sofferenza, davanti a realtà di violenza e di morte che colpiscono e segnano profondamente la nostra vita. La Parola dell’apostolo è la promessa di Dio di un nuovo inizio, di una possibilità nuova che si aprirà davanti a noi proprio nei momenti più difficili.

La Parola di Dio si incarna nell’esistenza umana per insegnare a guardare con lucidità, a vivere tutte le esperienze umane con speranza e credere che ad ogni buio corrisponde una luce, quella di Cristo.

Questa Parola dona senso al nostro impegno, alla nostra testimonianza, al nostro servizio verso i deboli e gli ultimi; dà senso alla nostra solidarietà verso le persone sole, verso chi soffre, verso chi subisce discriminazione, respingimento, verso chi è vittima della violenza, della brutalità umana e della disumanità. Dà senso alla nostra partecipazione alla vita sociale per il bene comune e per un mondo migliore.

La Parola di Dio ci interpella e ci impegna al servizio affinché al nostro essere vivi sia restituita dignità, valore e senso.

Il nostro impegno produrrà inevitabilmente i suoi frutti perché chi agisce e fa crescere è il Signore stesso. Amen!

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Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

Indirizzo: Via Beckwith 49, Luserna San Giovanni (TO), 10062, ITALIA

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