Culto domenicale:
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Mercoledì, 11 Ottobre 2017 14:44

Sermone di domenica 8 ottobre 2017 (Marco 9,17-27)

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Testo della predicazione: Marco 9,17-27

Uno della folla gli rispose: «Maestro, ho condotto da te mio figlio che ha uno spirito muto; e, quando si impadronisce di lui, dovunque sia, lo fa cadere a terra; egli schiuma, stride i denti e rimane rigido. Ho detto ai tuoi discepoli che lo scacciassero, ma non hanno potuto».  Gesù disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatelo qui da me». Glielo condussero; e come vide Gesù, subito lo spirito cominciò a contorcere il ragazzo con le convulsioni; e, caduto a terra, si rotolava schiumando. Gesù domandò al padre: «Da quanto tempo gli avviene questo?» Egli disse: «Dalla sua infanzia; e spesse volte lo ha gettato anche nel fuoco e nell'acqua per farlo perire; ma tu, se puoi fare qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». E Gesù: «Dici: "Se puoi!" Ogni cosa è possibile per chi crede». Subito il padre del bambino esclamò: «Io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità». Gesù, vedendo che la folla accorreva, sgridò lo spirito immondo, dicendogli: «Spirito muto e sordo, io te lo comando, esci da lui e non rientrarvi più». Lo spirito, gridando e straziandolo forte, uscì; e il bambino rimase come morto, e quasi tutti dicevano: «È morto». Ma Gesù lo sollevò ed egli si alzò in piedi.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, in questo racconto, Gesù ci dice: «Ogni cosa è possibile a chi crede». E non ci rassicura affatto, perché sappiamo che per noi ogni cosa che vorremmo non è possibile che accada. Non ci sarebbero più le guerre nel mondo, l’odio, la violenza. Solo a Dio «tutto gli è possibile», non a noi.

Perché Gesù va così avanti? Oltre le nostre possibilità? Perché vuole affermare con forza che si aspetta che ai credenti è permesso di partecipare, nella fede, alle opere che Dio compie, che non ne siamo estranei.

Eppure, a volte, vorremmo avere per noi stessi questa prerogativa che è di Dio: per esempio quando ci troviamo di fronte a persone in gravi difficoltà e senza via d'uscita, in una situazione di bisogno simile a quella del giovane epilettico del racconto biblico.

Marco ci dice che è posseduto da uno spirito muto, ci vuole dire che è tagliato fuori dalla comunicazione, è escluso dal rapporto con gli altri. Non può dialogare, né confrontarsi. Si getta nel fuoco e nell'acqua, cioè si comporta in modo autodistruttivo.

Purtroppo, non soltanto in persone malate, ma anche in quelle sane, possiamo riconoscere questo tipo di sofferenze; tante persone, oggi, sono come il giovane del racconto, mute, perché tagliate fuori dai rapporti umani, discriminati o respinti.

E quante persone, nella disperazione dell’esclusione e del silenzio, si comportano in modo autodistruttivo! Perché una vita in cui sono impossibili le relazioni e la partecipazione alle attività, all’amicizia, agli affetti, non è vita.

Oh, se avessimo il potere di Dio per dare una vita nuova a chi è di fronte a forme tragiche di autodistruzione! Avessimo il potere di Dio per reinserire nella vita persone inguaribilmente lacerate ed amareggiate! Oh, se avessimo il potere di alleviare il dolore del mondo, di tutte le persone, o anche di una sola persona!

Vorremmo essere come Dio, onnipotenti; guardare in faccia la miseria e farla svanire; guarire chi è posseduto dalla miseria.

Come vorremmo che fossero vere le parole: «Ogni cosa è possibile a chi crede!». Ma no! Non abbiamo questo potere, e siamo del tutto incapaci di lenire il dolore del mondo e di guarirlo dai suoi tormenti.

Ed è qui che, come il padre del giovane epilettico, avvertiamo la nostra impotenza e incapacità di aiutare le persone che amiamo, ma anche la nostra terra malata di inquinamento, il nostro mondo soggiogato dall’odio, dalle ingiustizie e dalla mancanza di solidarietà umana nei confronti delle vittime della violenza.

Abbiamo fede, ma siamo rassegnati e increduli che possiamo davvero fare qualcosa con le nostre forze e vorremmo avere il potere di Dio.

Ma Gesù non ci chiede di essere come Dio, onnipotenti, e non ci ha dato una bacchetta magica per risolvere tutti i problemi e far scomparire il male nel mondo. Nel nostro racconto, Gesù rimprovera ai discepoli non di non essere riusciti a guarire, ma di aver tentato di guarire. Avere, cioè, pensato di possedere un potere magico, o divino, con cui trasformare le persone e il mondo a colpi di miracoli.

Gesù cerca di allontanare sempre da sé chi vuole considerarlo un guaritore, o un prestigiatore, o un generale che arma il suo esercito contro i cattivi. Gesù accusa queste persone di incredulità.  «Razza di increduli» dice ai suoi discepoli.

Si comporta da vero discepolo il padre del giovane epilettico che risponde a Gesù: «Io ho fede, ma tu aiutami nella mia mancanza di fede»; questo padre è consapevole di avere fede, ma ha anche la consapevolezza che non ne ha le forze sufficienti per dare seguito alla vocazione che la fede stessa comporta; riconosce, sì, la sua fede, ma anche i suoi limiti umani: il suo è sincero e il suo no è realistico. «La mia fede dice che Gesù può e la mia ragione che non accadrà nulla!». Questo padre esprime una preghiera, chiede a Gesù di rendere possibile ciò che per la ragione è impossibile, mentre è possibile per la fede.

È la preghiera dell’uomo affinché prevalga la fede sul dubbio, a dispetto del dubbio, che resta. È come dire: «Gesù, amami anche se rifiuto di essere amato».

Questo è Dio, è colui che si nasconde nel dolore e nell'angoscia; è presente negli emarginati, nei respinti, nei disperati. Noi vorremmo eliminare tutto ciò, e quando non accade nulla pensiamo che Dio sia lontano dal dolore umano, invece Dio è presente proprio là, e si nasconde all’interno dei drammi di tante persone.

Gesù ci chiede di essere noi stessi, di riconoscere la nostra impotenza e di rimetterci a Dio con la nostra preghiera.

Un racconto della tradizione ebraica chassidica dice:

 «Prima della sua morte, rabbi Sussja disse: "Nel mondo venturo non mi si domanderà: perché non sei stato Mosè? Però mi si chiederà: perché non sei stato Sussja?"».

Non serve alcuna onnipotenza, né prepotenza perché l’amore abbia luogo sulla terra, basta essere se stessi nella fede che Dio ci dona e nella consapevolezza che Dio è davvero presente nelle nostre realtà di disumanità! Amen.

Leggere la dichiarazione ecumenica di Lampedusa del 3 ottobre 2017.

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Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

Indirizzo: Via Beckwith 49, Luserna San Giovanni (TO), 10062, ITALIA

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