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Domenica, 27 Dicembre 2015 13:52

Sermone di Natale 2015 (Luca 2,15-20)

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Testo della predicazione: Luca 2,15-20

Quando gli angeli se ne furono andati verso il cielo, i pastori dicevano tra di loro: «Andiamo fi no a Betlemme e vediamo ciò che è avvenuto, e che il Signore ci ha fatto sapere». Andarono in fretta, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia; e, vedutolo, divulgarono quello che era stato loro detto di quel bambino. E tutti quelli che li udirono si meravigliarono delle cose dette loro dai pastori. Maria serbava in sé tutte queste cose, meditandole in cuor suo. E i pastori tornarono indietro, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato loro annunciato.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, nel Vangelo di Luca, il racconto della nascita di Gesù si articola in modo molto semplice. La narrazione della natività di Gesù è sorprendentemente semplice e chiara. Non accade alcun miracolo, nessun avvenimento insolito, non ci sono orpelli, luci, personaggi illustri.

Anzi, accade qualcosa che ci allontana da ogni idea miracolistica: Betlemme è la cittadina dove nasce Gesù, ed è la più piccola della Giudea, è la più umile fra tutte. Nulla di significativo, dunque; inoltre l’annuncio degli angeli è rivolto a degli umili pastori che non hanno la caratteristica di essere intenditori dei grandi avvenimenti.

Ma che significa tutto questo?

Significa che Dio non viene in modo evidente, sorprendente, appariscente. Ma in modo normale, senza rumore. Non vi è nessuna preparazione, tutto accade all’improvviso, nessuna spettacolarizzazione dell’evento di Dio: Dio viene da noi sulla terra, diventa come noi, per amarci nella nostra umanità.

In questo brano di Luca, vi è la convinzione che Dio si usi degli avvenimenti storici per agire. Qui, per esempio, è citato Cesare Augusto e il suo censimento, si tratta di più che di una data, è un’informazione dietro la quale c’è la convinzione che imperatori, governi e leggi servano al disegno di Dio, spesso senza esserne consapevoli. Così Cesare Augusto diventa strumento della volontà di Dio.

Luca ci spiega che non c’è bisogno di un miracolo, non c’è bisogno di un avvenimento insolito perché Dio sia all’opera. È vero che Dio opera miracoli, ma Dio opera anche senza i miracoli. Il miracolo è che Dio operi.

Questo accade a Betlemme.

Noi riusciamo a vedere l’opera di Dio solo nel miracolo. Ma se gli occhi della nostra fede sono aperti, scopriremo Dio che opera incessantemente dovunque e che il miracolo più grande è quello che non vediamo a prima vista.

Per questo la coreografia di Luca è alquanto scarna: vi è la semplice menzione di una stalla, di una mangiatoia, di un bambino che nasce là e di due coniugi, Maria e Giuseppe. Tutto qui, il racconto è semplice, spoglio da ogni elemento decorativo (diversamente da Matteo che riporta presso la stalla, l’immagine della stella, delle luci, di angeli, di Magi, di doni preziosi, di gente che si prostra adoranti), qui in Luca, invece, tutto è spoglio per sottolineare la vicinanza di Gesù agli umili, ai poveri e agli emarginati della terra.

Perciò è accaduto che, nella storia della chiesa, molti poveri e abbandonati si siano potuti identificare con questa scena e scoprire un Dio come loro, con loro, dalla loro parte: dalla parte di chi non ha nulla, di chi è allontanato, rifiutato e non ricevuto ospitalità, di chi è povero.

Tuttavia, in altre situazioni, invece, la chiesa non ha resistito alla tentazione di riempire la scena spoglia della natività e di prendere in prestito i visitatori regali che appaiono in Matteo, come anche il loro oro e le loro ricchezze. La chiesa ha voluto riempire di ricchi particolari un racconto perché non le bastava sapere che Dio era all’opera, ma voleva che compisse anche miracoli.

Ma nel nostro racconto sono i pastori al centro della scena, sono loro che ricevono il messaggio e vanno ad annunciare la buona notizia. La buona notizia arriva prima ai poveri, loro sì che possono vedere con gli occhi della fede.

La buona notizia non giunge per prima nelle stanze di un palazzo reale, ma nei campi, non nei luoghi protetti e difesi con un esercito ben armato, ma in quelli esposti ai pericoli e alle intemperie, non dove tutto è in regola, ma dove vi è irregolarità, eccezione, prigionia, schiavitù. La buona notizia è innanzitutto liberazione. Per l’oppressore, la buona novella annunciata dagli ultimi, è una cattiva notizia.

I pastori andarono in fretta a Betlemme per vedere il segno di Dio e ci si aspetterebbe un segno straordinario, come l’apparizione di una schiera celeste. Invece, il segno è tanto comune quanto può esserlo un bambino nato in una famiglia povera.

I pastori qui rappresentano coloro che sono invitati da Dio nel suo regno. Nelle parabole del Regno sono sempre gli ultimi a parteciparvi e a entrare per primi: i poveri, gli zoppi, gli storpi, i ciechi (14,13.21).

A noi ci rimane questa grande riflessione di Luca sull’essere credenti. Il Gesù che ha detto «Se non diventate come questi piccoli fanciulli non entrerete affatto nel Regno dei cieli», in questo racconto della natività, è lo stesso Gesù che ci insegna che soltanto diventando poveri possiamo vedere con gli occhi della fede. Soltanto diventando poveri potremo sperare di ricevere un messaggio di speranza. Per alcuni questo messaggio può sembrare antiquato e non al passo con i tempi.

Ma è così anche oggi!

L’evangelo è rivolto ai poveri, non ai ricchi. Non a coloro che pensano di poter contare su se stessi, non a coloro che ripongono le proprie sicurezze sul proprio conto in banca; non a coloro che si autoassolvono perché dicono che non ci possono fare niente se sono nati in un paese ricco e non fanno nulla per condividere ciò che hanno. Non a coloro che respingono i miseri perché dicono che tolgono loro il lavoro, non a coloro che affermano “Non ti aiuto perché devi imparare a cavartela da solo”.

L’evangelo del Natale è per tutti coloro che comprendono che la loro esistenza dipende esclusivamente da Dio, un Dio che si è donato e ci insegna a donarci, un Dio che ci ha amato e ci insegna ad amare, un Dio dalla parte degli ultimi che ci insegna a essere dalla loro parte. Un Dio che ha rinunciato alla sua gloria che ci insegna a rinunciare a noi stessi per diventare strumenti di solidarietà, di giustizia, di pace, di riconciliazione. Questa è la speranza per il mondo di oggi, questo è l’annuncio del Natale.

Esso offre la possibilità che qualcosa di sbagliato del passato possa essere rimessa a posto, che la verità si possa affermare comunque, che si possa cercare il perdono e persino che antichi nemici possano vivere insieme in un clima di rispetto reciproco. È un messaggio di grazia e di speranza che riflette il grande dono dell'amore di Dio in Gesù Cristo.

Amen!

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Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

Indirizzo: Via Beckwith 49, Luserna San Giovanni (TO), 10062, ITALIA

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