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Mercoledì, 10 Ottobre 2018 00:11

Sermone di domenica 7 ottobre 2018 (Luca 12,15-21)

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Testo della predicazione: Luca 12,15-21

Gesù disse loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni forma di avarizia; perché per chi è nell’abbondanza la sua vita consiste nei suoi beni». Raccontò loro una parabola con queste parole: «La terra di un uomo ricco diede un buon raccolto; egli ragionava tra sé e sé dicendo: “Che farò? Perché non ho un posto dove immagazzinare il mio raccolto”. E disse: “Farò così: demolirò i miei granai e ne costruirò di più grandi, e immagazzinerò lì tutto il mio grano e tutti i miei beni, e dirò alla mia anima: ‘Anima, hai molti beni da parte per molti anni. Riposati, mangia, bevi, goditela”. Ma Dio gli disse: “Sciocco, proprio stanotte la tua anima ti sarà chiesta indietro. A chi andranno le cose che hai preparato?” Così va per chi accumula per sé e non è ricco in Dio».

Sermone

Care sorelle, cari fratelli, la parabola dell’uomo ricco trae spunto da una domanda che un tale rivolge a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello di dividere con me l’eredità». Evidentemente, il fratello di quel tale voleva tenere tutto per sé; chissà, forse per volontà del padre, o forse perché era il primogenito cui spettava tutto, o forse per avarizia. Oggi, qualunque pastore che fa cura d’anime avrebbe cercato di aiutare l’uomo rimasto escluso dall’eredità, magari parlando al fratello, spiegandogli quanto sia importante dividere equamente l’eredità.

Gesù, invece, è molto duro nei confronti dell’uomo escluso dall’eredità, e lo mette in guardia dall’avarizia. Certo, è un argomento spinoso quello del possedere e Gesù ne parla davanti alla folla raccontando una parabola: «La terra di un uomo ricco diede un buon raccolto…».

Gesù vuole spiegare che quello del possedere può diventare un vero problema se gestito con avidità e avarizia. Esso si insinua in modo subdolo, nascosto, senza consapevolezza, sotto le mentite spoglie di un problema di equità, di giustizia, di correttezza. In realtà, però, il possedere può far perdere il senso di orientamento della nostra esistenza, e perfino il senso vero della vita.

Gesù parla, dunque, di avidità e di ricchezze, di possesso e di denaro, ma anche di potere che si acquisisce con la ricchezza. È vero, infatti, il detto: «Chi paga, comanda».

Bisogna, tuttavia, notare che Gesù non dà nessun giudizio negativo al fatto che questo agricoltore sia ricco o che i suoi campi abbiamo dato un raccolto abbondante. Gesù pone l’accento sull’autoreferenzialità dell’uomo.

Egli parla solo a se stesso, non vede nessuno oltre a sé; non c’è un orizzonte all’interno del quale ci sia qualcun altro; non c’è un guardare oltre se stesso, non un progetto di vita nel quale sia incluso qualcun altro.

La sua vita appartiene solo a se stesso, i suoi progetti riguardano solo lui. È qualcosa di profondamente sbagliato anche nella cultura ebraica, secondo la quale, tutti apparteniamo a Dio e a lui rivolgiamo la nostra benedizione per la vita e per i beni che ci offre per vivere.

Nel racconto, nulla di tutto questo è tenuto in considerazione. Ciò che appare è solo l’uomo e la sua anima con cui egli parla, cioè con se stesso. La ricchezza è fine a se stessa, così come il raccolto, il denaro, la vita stessa; nulla ha uno scopo umano, sociale, condiviso; nulla ha un riferimento con la vita nel suo insieme, una vita che includa il prossimo, gli amici, i famigliari stessi.

Certo, l’agricoltore sarà un uomo solo, ma si capisce anche perché è solo: perché non vede altri che se stesso, questo fa la ricchezza, il possesso, non fa vedere oltre se stessi. È come un vetro attraverso il quale non si vedono più gli altri quando è stato ricoperto d’argento. Diventa qualcosa, uno specchio, che riflette solo se stessi.

L’uomo in poche frasi dice: «i miei raccolti, …i miei granai, …il mio grano, …i miei beni, …la mia anima». L’aggettivo possessivo “mio” domina la sua esistenza. Per questo non può che parlare solo a se stesso e ricercare solo il proprio interesse.

Maria, invece, cantava: «Ha colmato di beni gli affamati e ha mandato a mani vuote i ricchi» (Luca 1,53).

In realtà, dal brano alla nostra attenzione, non emerge la condanna di Gesù per la ricchezza e neppure per la gioia che si può provare nel vivere, anzi, diverse volte, nelle sue parabole Gesù parla di ricchezze come della perla di valore, della pecora smarrita, della moneta perduta o del figlio ritrovato e per tutto ciò ricorda l’importanza di far festa e rallegrarsi, di organizzare perfino un banchetto: “Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia moneta, la mia perla, la mia pecora; «…mangiamo e facciamo festa» (Luca 15).

In realtà l’uomo ricco non è disonesto, neppure malvagio, non infrange la legge, ma vive in modo stolto, stupido perché crede che il senso della vita consista nel possedere quelle ricchezze che gli permettono di non preoccuparsi più di restare senza gli alimenti necessari per vivere ogni giorno e distendersi a pancia all’aria senza fare più nulla e senza dipendere più da nessuno, rendendosi così autonomo, indipendente e autosufficiente.

Gesù vuole spiegare che non è questo il senso della nostra vita, ma un altro; non è questo che dà la gioia di vivere, perché, invece, dà solo tristezza, delusione, solitudine, miseria spirituale.

Per Gesù, ciò che si possiede, come anche la gioia e il rallegrarsi, hanno un senso se possono essere condivisi.

Gesù ci invita a concentrarci sul senso della nostra esistenza; un senso che non sempre riusciamo a trovare perché faticoso dal momento che siamo distratti da tante attrazioni, da tanto consumismo, da tanto desiderio di avere quello che diciamo essere il minimo indispensabile, che però ci offusca, ci rattrista perché non sempre possiamo averlo come l’uomo che chiede a Gesù di agire perché suo fratello divida con lui l’eredità.

Gesù ci chiede di imparare a guardare oltre le nostre rivendicazioni, pure giuste, di avere o possedere qualcosa che non abbiamo, che ci tocca per diritto; Gesù ci apre gli occhi sul fatto che, comunque, non risiede lì il senso della nostra vita, la nostra felicità, la nostra gioia e voglia di vivere.

Gesù vuole spiegarci che non il possedere per sé stessi può risolvere il vuoto della nostra vita, la nostra aridità, il nostro deserto, ma la condivisione con gli altri di ciò che abbiamo e di ciò che siamo, della nostra storia e della nostra esistenza.

Infatti, nella parabola, Dio domanda all’uomo ricco: «Quello che hai preparato, di chi sarà?». Gesù ha entrare altre persone nella vita dell’uomo ricco, persone che egli ha escluso e che non si presenteranno mai. Gesù domanda, quindi, a cosa è servito accumulare tutto quel ben di Dio solo per sé.

Ma che cosa abbiamo noi? Qualcuno dirà di non essere ricco e di avere poco da dare. Vero! La nostra ricchezza potrebbe essere anche solo un patrimonio che consiste nel sapere, nella cultura, nei ricordi, nella storia, nell’arte, nei nostri sogni, nei nostri progetti: noi accumuliamo tanta ricchezza, e a volte non ci rendiamo conto di tenerla solo per noi.

Gesù domanda anche a noi: «Quello che avete preparato, di chi sarà?». Questa domanda riguarda ciascuno di noi, ma anche la nostra chiesa, riguarda i nostri progetti, il futuro che abbiamo davanti. Ne stai preparando uno anche per gli altri vicino a te? Per chi verrà dopo di te? Come vivi la tua vita di oggi? La vivi per lasciare una bella eredità a qualcuno, oppure consumi tutto per te stesso, per te stessa senza lasciare traccia di nulla? Del tuo passaggio, della tua vita, del tuo impegno, del tuo lavoro? Chi riguardano veramente i tuoi progetti? Solo te stesso/a?

Ecco il nostro punto di arrivo: quello che dà senso alla nostra vita, le vere ricchezze, non è accumulare per se stessi, ma per gli altri, per l’umanità intera, per il bene comune. Allora potremo davvero rivendicare il diritto che ci venga dato il dovuto.

La nostra ricchezza, di ogni genere, acquista un senso solo se concepita all’interno di un progetto di umanità, di condivisione, di solidarietà e di speranza.

«Di chi sarà ciò che hai preparato?».

Ora conosciamo la risposta e possiamo accumulare con fiducia tutto ciò che per noi è ricchezza, all’interno di un progetto che possiede in sé il senso profondo prodotto dall’atteggiamento di solidarietà e condivisione, un senso che rende la nostra vita e quella degli altri, dell’umanità intera, felice e degna di essere vissuta. Amen.

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Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

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