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Giovedì, 27 Dicembre 2018 16:54

Sermone della Vigilia di Natale 2018 (Michea 5,1-4)

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Testo della predicazione: Michea 5,1-4

Da te, o Betlemme, Efrata, piccola per essere tra le migliaia di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni. Perciò egli li darà in mano ai loro nemici, fino al tempo in cui colei che deve partorire partorirà; e il resto dei suoi fratelli tornerà a raggiungere i figli d’Israele». Egli starà là e pascolerà il suo gregge con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore, suo Dio. E quelli abiteranno in pace, perché allora egli sarà grande fino all’estremità della terra. Sarà lui che porterà la pace.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, un proverbio ebraico dice così: «Non sprezzare alcun uomo e non svilire alcun oggetto, poiché non vi è uomo che non abbia la sua ora e non vi è cosa che non trovi il suo posto» (Trattato dei princìpi). Betlemme era un villaggio tanto insignificante e così privo di importanza che quando i profeti dell'Antico Testamento lo nominavano, la gente si domandava: «Ma cosa può venire di buono da Betlemme? Cosa c'è di tanto significativo a Betlemme?». Perché il profeta pone l'accento sull’insignificanza del luogo da cui sarebbe venuto un re tanto importante che avrebbe cambiato le sorti del mondo?

     Facciamo un piccolo passo indietro di 2700 anni, e andiamo al 720 a.C. Israele vive sotto l'incubo dell'invasione degli Assiri, il Regno del Nord, Israele appunto, è già caduto nel 722 sotto i pesanti colpi inferti dall'Assiria; «A chi toccherà adesso?», si domandava con inquietudine il popolo.

«Toccherà a noi del regno di Giuda», risponde il profeta Michea, proclamando il giudizio di Dio e il suo duro castigo. Toccherà ad Israele che non pratica più il diritto e la giustizia! «I suoi Capi giudicano per ottenere regalie (3,11); opprimono le famiglie…» (2,1); E altrove: «Voi capi e magistrati del popolo: non dovreste occuparvi della giustizia? Ma voi odiate quel che è bene e amate quel che è male, spellate la gente, anzi le strappate la carne dalle ossa. Voi divorate il mio popolo… lo fate a pezzi… come se fosse carne da buttare nella pentola» (2,8-9; 3,1-3).

Michea condanna le ingiustizie inflitte nei confronti dei più deboli e tuona contro la sicurezza di chi si illude di avere Dio dalla sua parte.

     Il profeta tuona contro chi promette la pace e si fa scudo della religione affermando: «Il Signore è con noi, non ci accadrà nulla di male!» (3,11). E così, grida il profeta, grida che il rilassamento e l’indifferenza rendono ciechi e non permettono di scorgere i pericoli; l’egoismo non permette di rendersi conto dei rischi e delle minacce; chi si allontana da Dio si espone ad un pericolo pernicioso: al desiderio della propria autoaffermazione, della convinzione di autosufficienza, di essere capaci di poter fare da soli, senza Dio, il solo che, invece, può ricondurci a noi stessi, e può restituirci alla dignità di esseri umani, di figli e figlie, che vivendo nella fraternità, nella condivisione e nella solidarietà rendono la loro vita degna. Escludendo Dio, il prossimo, chi ci ama, escluderemo i fratelli e le sorelle della chiesa, escluderemo quanto di più prezioso Dio ha creato per permetterci di sopravvivere a noi stessi, al nostro ego, alla nostra distruttività, alla volontà di autoassolverci pensando che, in fondo, possiamo riscattarci da soli dal nostro peccato, cioè dai nostri limiti, dalle nostre parzialità e illusioni.

Perciò il profeta annuncia che sarà Dio stesso che verrà in mezzo a noi, non come un re che ci comanderà a bacchetta; Sarà sì “Colui che governerà”, ma non proverrà da ricche caste umane, verrà piuttosto da dove nessuno se lo aspetta, da un luogo anonimo, senza rumore, senza fuochi d’artificio: verrà da Betlemme, una città insignificante; nascerà nel luogo della povertà e dell'umiltà. Perciò verrà riconosciuto per primo da umili pastori, da gente povera e da stranieri: i Magi.

Ecco perché il Messia non verrà dalla gloriosa Sion dove c’è Gerusalemme, ma da Betlemme, non dalla Torre murata o da magnifici palazzi, ma da un villaggio povero e privo d’importanza.

Fin dai tempi antichi, Dio ha scelto i deboli e i piccoli: Gedeone, il più piccolo dei figli della famiglia più povera di Manasse, chiamato a salvare il popolo, (Giudici 6,15); Davide, il più giovane dei suoi fratelli, è solo un pastore di greggi, ma chiamato a diventare re d'Israele (I Sam. 16); Mosè, era inadeguato a dialogare con il faraone, inadeguato allo scopo: era balbuziente; e Geremia troppo giovane. Isaia annuncia perfino il piccolo germoglio che sopravvive al disboscamento di alberi eccelsi (cap. 11). Elisabetta, sterile e vecchia, è chiamata ad essere la madre di Giovanni, il precursore del Messia; anche Maria che, non essendo sposata, era uno strumento inadeguato, ma chiamata a dare alla luce il Figlio di Dio (Luca 1).

     Il profeta Michea afferma che ancora una volta Dio sceglierà ciò che c'è di più piccolo ed esiguo per essere lo scrigno del re promesso. La stalla dei Vangeli è la logica di Dio, come i pastori che ricevono per primi il lieto annunzio e sono chiamati a diventarne gli ambasciatori e i messaggeri. Quel banale bambino, così uguale a tutti gli altri bambini, che nasce nella periferia di Betlemme, in una stalla, lontano dai palazzi in cui si esercita il potere, perseguitato dai potenti a cominciare da Erode, è la risposta di Dio alle nostre attese.

     In questa storia, sono gli ultimi che diventano protagonisti: i poveri, gli stranieri, come i Magi, e tutti coloro che non hanno possibilità né diritti da far valere, coloro che sono discriminati, allontanati, respinti. Perciò Maria canta: «Il Signore ha buttato giù dai troni i potenti e ha mandato a mani vuote i ricchi» (Luca 1,52-53). Tutti questi "piccoli" sono coinvolti nel disegno di salvezza di Dio, della sua grazia, del suo amore, del suo perdono.

     È questa la logica di Dio che oggi celebriamo anche se non riusciamo a capirla fino in fondo, perché così diversa dalla nostra che è quella dell’«Occhio per occhio», o del «Non si fa niente per niente».

La logica di Dio non è quella del contraccambio perché meritiamo il suo favore, ma è quella della gratuità: Dio stesso diventa essere umano! Quella dell’apertura: Gesù dice a una donna straniera di un’altra religione «neppure in Israele ho visto tante fede quanto in te». Quella dell’accoglienza: il samaritano che si china a medicare e a salvare un israelita in fin di vita. Quell’dell’amore: il padre che corre incontro al figlio prodigo che torna a casa. Quella della guarigione delle ferite più difficili: quelle dell’anima.  

Questo celebriamo oggi, questo significa per noi la nascita del bambino Gesù, è la nascita di una vita nuova, per tutti e tutte. Celebrare il Natale significa sentirsi impegnati in questo progetto di Dio che coinvolge chiunque crede. Partecipare a questo progetto attivamente significa avere quella speranza, che non inganna, che il cambiamento, anche dovesse tardare, arriverà davvero e sarà una benedizione per noi e per tutti. Amen! Buon Natale.

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Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

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