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Domenica, 26 Gennaio 2014 12:55

Sermone di domenica 26 gennaio 2014 (Atti 10,23b-28)

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Testo della predicazione: Atti 10,23b-28

Il giorno seguente andò con loro; e alcuni fratelli di Ioppe l’accompagnarono. L’indomani arrivarono a Cesarea. Cornelio li stava aspettando e aveva chiamato i suoi parenti e i suoi amici intimi. Mentre Pietro entrava, Cornelio, andandogli incontro, si inginocchiò davanti a lui. Ma Pietro lo rialzò, dicendo: «Àlzati, anch’io sono uomo!» Conversando con lui, entrò e, trovate molte persone lì riunite, disse loro: «Voi sapete come non sia lecito a un giudeo di aver relazioni con uno straniero o di entrar in casa sua; ma Dio mi ha mostrato che nessun uomo deve essere ritenuto impuro o contaminato».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, la lettura biblica di oggi ci fa assistere a un fatto singolare che dà inizio all’apertura della chiesa verso il mondo, verso le persone che non facevano parte d’Israele. Il fatto non deve essere dato per scontato perché la legge ebraica giudicava impura una persona che non apparteneva al popolo d’Israele, tale impurità era contagiosa, perciò non si potevano avere contatti con i pagani, né si poteva entrare nelle loro case.

Perfino chi viaggiava fuori dai confini della Palestina, al suo rientro doveva sottoporsi a riti di purificazione prima di inserirsi nella vita sociale della propria città.

Dunque l’epoca della chiesa primitiva era segnata da nette divisioni che Gesù aveva individuato cercando di spiegare che tutte le barriere che dividono vanno abbattute, per questo Gesù tocca un lebbroso, si lascia toccare da una donna ritenuta impura a causa delle sue emorragie di sangue, va a tavola con i peccatori e i pubblicani, non disdegna di riconoscere una grande fede nella donna siro-fenicia, parla con una samaritana di teologia, ecc…

La chiesa degli inizi, composta da giudei credenti in Cristo, vive ancora la realtà delle separazioni fra chi è degno e chi non lo è; fra chi ha le carte in regola e chi no; fra chi sta dentro e chi deve stare fuori. Il messaggio di Cristo, diremmo oggi, s’era perso per strada, oppure era rimasto nelle labbra di chi lo trasmetteva, senza diventare Parola viva.

Ne parlerà perfino, dopo, anche l’apostolo Paolo, nella lettera ai Galati, quando riprenderà Pietro il quale, a tavola con credenti pagani, si nasconde alla vista di fratelli ebrei che persistevano nell’opinione separatista.

L’umanità era divisa fra puri e impuri, coloro che si trovano in uno stato di grazia e chi no!

Eppure, il ragionamento che si fa strada è quello relativo al Cristo che è morto su una croce. Per chi? Solo per i puri? Non è possibile!

Allora, la chiesa degli inizi deve fare i conti con tabù e convinzioni che devono lasciare spazio all’amore di Dio, alla sua grazia e al suo perdono per tutti, anzi soprattutto per i peccatori, soprattutto per gli impuri: sono loro che maggiormente hanno bisogno di Dio.

Ma il colmo è che per Dio nessuno è impuro, nessuno è contaminato, in virtù della croce di Cristo. Chi guarda l’umanità attraverso l’amore che Dio manifesta sulla croce non può che vedere una umanità perdonata e oggetto della sua grazia e del suo amore. La croce rende eguali tutti gli esseri umani: sono tutti peccatori e peccatrici, tutti perdonati. Per questo l’apostolo Paolo dirà: «Dio ha rinchiuso tutti nella disubbidienza, per far misericordia a tutti» (Romani 11,32).

Non è facile, però, perché noi cerchiamo sempre di distinguere, di far differenza fra l’uno e l’altro, di dividere; i versetti che precedono il nostro brano ci spiegano che c’è voluto, per ben due volte, l’intervento diretto di Dio, che viene in sogno prima a Cornelio e poi a Pietro, per convincerli che non c’è più divisione fra puri e impuri, fra giusti e peccatori, fra belli e brutti, davanti a Dio. A Cornelio, un angelo spiega come trovare l’apostolo e Pietro vede in sogno un lenzuolo, pieno di ogni tipo di animale impuro, che scende dal cielo e una voce che dice a Pietro: «Ammazza e mangia». L’apostolo, giustamente, si rifiuta, ma la voce insiste affermando di non rendere impure le cose che Dio ha purificate.

Il riferimento alle persone pagane è chiaro e Pietro comprende che non c’è nessuna persona che può essere considerata impura, contaminata, indegna, diversa. Per Pietro non è facile, secoli, anzi, millenni di leggi, regole, tabù pesano sulla sua visione della vita, ma accetta di accogliere Cornelio che doveva essere tenuto a distanza perché impuro, affetto da una impurità che avrebbe contaminato e che rischiava di far scoppiare un’epidemia.

Come difatti è stato, perché da come andarono le cose, possiamo desumere che non tutti credettero alla visione di Pietro e si continuò a dividere, a separare, a giudicare, a condannare gli uni e ad assolvere gli altri. Fino ai nostri giorni!

Eppure Pietro sa quello che dice: «Dio mi ha mostrato che nessun uomo deve essere considerato impuro». Non c’è teologia capace di relativizzare questa affermazione, essa è detta in modo lapidario e convinto. Nessuna filosofia può sviluppare una teoria che smentisca, in modo scientifico, il fatto che davanti a Dio non contano le nostre differenze dovute al colore della pelle, all’altezza della persona, alla lingua che si parla, al sesso, al genere, all’affetto che una persona manifesta nei confronti di un’altra persona.

Dio guarda il cuore umano con compassione, non altre parti del corpo, e là infonde il suo amore, la sua grazia e il suo perdono. Da lì possiamo partire per condividere noi stessi con il prossimo, ed è lì che siamo ricondotti tutti, da Dio, nel luogo dove egli ci incontra non perché siamo puri e meritevoli, ma per sola sua grazia.

Allora anche noi non possiamo che incontrarci là dove egli incontra ciascuno di noi, senza guardare se non l’umanità dell’altro che lo rende una creatura di Dio, un suo figlio, una sua figlia, a prescindere dalle sue inclinazioni, dai suoi difetti o dai suoi pregi.

«Dio mi ha mostrato che nessun uomo deve essere considerato impuro». Questa parola di Pietro non può che avere delle conseguenze concrete, non può che permettere l’incontro, la fraternità, la condivisione e l’amicizia con tutti; non è una pia affermazione che dobbiamo imparare a memoria, ma si tratta del fondamento della fede che va condivisa, con tutti, nessuno escluso.

La pace e la giustizia cominciano da qui, cominciano là dove noi avremo la capacità di accogliere senza fare differenze, di amare senza scegliere, di condividere senza preferire. Amen!

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Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

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