Culto domenicale:
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti

Numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

Indirizzo: Via Beckwith 49, Luserna San Giovanni (TO), 10062, ITALIA

Tel/Fax: (+39) 0121/30.28.50

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Domenica, 05 Aprile 2015 12:21

Sermone di Pasqua 2015 (Marco 16,1-8)

Testo della predicazione: Marco 16,1-8

«Passato il sabato, Maria Maddalena, Maria, madre di Giacomo, e Salome comprarono degli aromi per andare a ungere Gesù. La mattina del primo giorno della settimana, molto presto, vennero al sepolcro al levar del sole. E dicevano tra di loro: «Chi ci rotolerà la pietra dall’apertura del sepolcro?» Ma, alzati gli occhi, videro che la pietra era stata rotolata; ed era pure molto grande. Entrate nel sepolcro, videro un giovane seduto a destra, vestito di una veste bianca, e furono spaventate. Ma egli disse loro: «Non vi spaventate! Voi cercate Gesù il Nazareno che è stato crocifisso; egli è risuscitato; non è qui; ecco il luogo dove l’avevano messo. Ma andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea; là lo vedrete, come vi ha detto». Esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro, perché erano prese da tremito e da stupore; e non dissero nulla a nessuno, perché avevano paura».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, le donne del racconto biblico hanno paura e fuggono via. La paura impedisce loro di parlare. Ma a queste donne, il giovane dentro il sepolcro vuoto dice: «Non vi spaventate! Gesù è risorto!».

Risurrezione, dunque, significa non avere più paura.

Eppure, le donne del racconto sono prese da paura e non riescono a uscire dal loro orizzonte di morte. Gesù è morto, e per loro è crollato tutto un mondo nel quale avevano creduto quando ascoltavano Gesù che parlava di un nuovo regno; sarebbe stato un regno di solidarietà, di giustizia, di speranza, d’amore. Per quelle donne, sulla croce era morta la speranza, l’amore, la solidarietà. Perciò quelle donne sono ferite nel profondo della loro anima, e non riescono a vedere oltre il loro dolore.

D’altra parte, nulla è più definitivo di una tomba!

Per quelle donne, come per noi, la tomba è la soglia oltre la quale non si può andare, davanti a una tomba non c’è speranza.

Terrorismo religioso che fare restare pietrificati davanti a una violenza inaudita che causa morti e stragi.
Illegalità che trasforma il diritto e l’equità in favoritismi.
Corruzione che si fa strada in chi è roso dall’avidità e dall’egoismo e adora un dio tutto d’oro che non né ha sentimenti né cuore.
Razzismo che impedisce l'incontro con chi è diverso da se stessi.
Disoccupazione che annienta la speranza del futuro.
Egoismo che fa morire la solidarietà.

Cosa c'è di più definitivo di una tomba?

Testo della predicazione: Giovanni 12,12-19

Il giorno seguente, la gran folla che era venuta alla festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme, uscì a incontrarlo, e gridava: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!» Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto: «Non temere, figlia di Sion! Ecco, il tuo re viene, montato sopra un puledro d’asina!» I suoi discepoli non compresero subito queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, allora si ricordarono che queste cose erano state scritte di lui, e che essi gliele avevano fatte. La folla dunque, che era con lui quando aveva chiamato Lazzaro fuori dal sepolcro e l’aveva risuscitato dai morti, ne rendeva testimonianza. Per questo la folla gli andò incontro, perché avevano udito che egli aveva fatto quel segno miracoloso. Perciò i farisei dicevano tra di loro: «Vedete che non guadagnate nulla? Ecco, il mondo gli corre dietro!»

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, neppure oggi si è persa l’abitudine di correre dietro alle persone che ci promettono un futuro sereno, un lavoro duraturo, di pagare meno tasse: è umano.

Gesù si dirige a Gerusalemme dopo aver risuscitato il suo amico Lazzaro, e così un gran folla gli corre dietro; altri gli corrono incontro per proclamarlo Re d’Israele agitando delle palme.

Infatti era vicina la “Festa delle Capanne”, in cui Israele ricordava il suo lungo peregrinare nel deserto dopo la liberazione dall’Egitto; Israele nel deserto visse da nomade, quindi in tende o in capanne fatte di rami per spostarsi facilmente.

Ecco, ogni anno "La festa delle capanne" ricordava a Israele il periodo difficile del deserto prima di raggiungere la terra promessa. Così, come recita il libro del Levitico (23,40.42s), la gente costruiva delle capanne con rami di palma per abitare in quelle capanne per sette giorni affinché: «i vos­tri figli sappiano che io feci abitare in capanne Israele quando li feci uscire dal paese d’Egitto».

La folla accoglie Gesù come un liberatore, come un re nazionale e grida: “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il Re d’Israele”; è la frase usata dai sacerdoti (tratta dal Salmo 118) per invocare la benedizione sui pellegrini che arrivavano a Gerusalemme per la Festa delle Capanne; colui che viene nel nome del Signore non è qui il pellegrino, ma Gesù, proclamato sul campo re d’Israele che viene a liberare il popolo dall’oppressore romano.

Ma Gesù non ci sta, non intende essere travisato e scambiato per un liberatore nazionale, come uno dei tanti eroi della storia.

La folla aveva frainteso, non aveva capito il miraco­lo della risurrezione di Lazzaro, se non come un segno di gloria nazio­na­listica, anziché come un dono di vita per tutti gli esseri umani sulla terra.

Testo della predicazione: Marco 10, 35-38. 42-45

«Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, si avvicinarono a lui, dicendogli: «Maestro concedici di sedere uno alla tua destra e l’altro alla tua sinistra nella tua gloria». Ma Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete (...) Voi sapete che quelli che son reputati principi delle nazioni le signoreggiano e che i loro grandi le sottomettono al loro dominio. Ma non è così tra di voi; anzi, chiunque vorrà essere grande fra voi, sarà vostro servitore; e chiunque, tra di voi, vorrà essere primo sarà servo di tutti. Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, il brano biblico alla nostra attenzione si pone tra l’annuncio della morte di Gesù, il terzo, e il senso della morte di Gesù, del perché è venuto Gesù al mondo e perché è morto.

Due fratelli, Giacomo e Giovanni, discepoli di Gesù, gli chiedono di sedere, uno a destra e uno a sinistra della sua gloria, quando sarà manifestato il Regno di Dio. Gesù risponde con una frase che oggi tradurremmo così: «Voi non avete capito niente».

In realtà l’evangelista Marco sta mettendo a confronto quelli che sono i pensieri umani e quelli di Dio; si contrappongono, partono da una logica diversa, da cui però si può guarire; il cambiamento è possibile, infatti è la conversione quella che è annunciata nel vangelo di Marco.

Il lettore del vangelo di Marco è continuamente confrontato con l’esigenza della conversione: il fraintendimento dei discepoli e il “non aver capito nulla”, sono le condizioni in cui si trova il lettore, cioè noi, che viene così interrogato dalla Parola di Gesù e risponde chiedendogli di essere soccorso nella sua incredulità.

I due fratelli Giacomo e Giovanni, chiedono di diventare i primi, non nel presente ma nel futuro. Chiedono di sedere sui troni sui quali siederanno coloro che saranno deputati a giudicare. Non chiedono di partecipare alla gloria di Gesù, ma di occupare i primi posti, fregandosene di tutti gli altri compagni, discepoli, come loro, dello stesso maestro. Ovviamente, la loro richiesta fa scoppiare l’indignazione degli altri compagni e rompe la comunione all’interno del gruppo dei discepoli.

Gesù risponde “voi non avete capito nulla”.

Che cosa non avevano capito?

Testo della predicazione: Giovanni 12,20-26

«Tra quelli che salivano alla festa per adorare c'erano alcuni Greci. Questi dunque, avvicinatisi a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, gli fecero questa richiesta: «Signore, vorremmo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea; e Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro, dicendo: «L'ora è venuta, che il Figlio dell'uomo dev'essere glorificato. In verità, in verità vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita, la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà in vita eterna. Se uno mi serve, mi segua; e là dove sono io, sarà anche il mio servitore; se uno mi serve, il Padre l'onorerà».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, Gesù pronuncia queste parole nella consapevolezza di ciò che lo attende, la sua morte in croce. Cerca di rivelarlo ai suoi discepoli e qui ricorre all’immagine del seme, un seme che è secco, senza vita, è morto quando lo si sotterra, ma poi produce il suo frutto, un frutto abbondante.

Gesù vuole rendere attenti i suoi interlocutori sul fatto che la sua morte è necessaria perché essi vivano, perché l’umanità viva di una vita vera. Gesù annuncia la vita per tutti attraverso un gesto gratuito con il quale si fa dono di sé, un gesto sul quale sembra prevalere solo la morte e la distruzione di un corpo, mentre esso tornerà a vivere per dare speranza a tutto il mondo.

Il granello di frumento, in sé, è qualcosa di insignificante, fintanto che resta lì, solo, fintanto che non viene seppellito, dentro la terra; ed ecco che, così com’è, secco, senza vita, a contatto con la terra, porta frutto: nel portare frutto c’è sempre una relazione con l’altro, con l’altra persona, è la relazione che fa rivivere, che rende vivo anche ciò che era morto. È la nostra relazione con Dio e con il prossimo che ci rende vivi davvero.

Questa è la vita per Gesù, una vita nella quale condividiamo con l’altro/a la nostra esistenza, una vita nella quale ci può essere dialogo, comunicazione, confronto, incontro.

È tutto questo che Gesù vuole spiegare ai suoi discepoli, perché è su questa relazione con Dio e il prossimo che è possibile credere, essere cristiani autentici. Questo è il maestro che incontra i suoi discepoli, questo è il Gesù che incontra noi, il Cristo che vuole incontrare il mondo.

Nell’incontro si esprime tutto il proprio amore, il proprio donarsi all’altro/a; la vita è tale perché è portatrice di frutti, frutti che portano speranza, frutti che portano fiducia, comprensione reciproca, rispetto, diritti, solidarietà, libertà.

Si tratta di servizio vicendevole!

Testo della predicazione: Luca 9,57-62

«Mentre camminavano per la via, qualcuno gli disse: «Io ti seguirò dovunque andrai». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». Ed egli rispose: «Permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Ma Gesù gli disse: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; ma tu va’ ad annunziare il regno di Dio». Un altro ancora gli disse: «Ti seguirò, Signore, ma lasciami prima salutare quelli di casa mia». Ma Gesù gli disse: «Nessuno che abbia messo la mano all’aratro e poi volga lo sguardo indietro, è adatto per il regno di Dio».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, in questa terza domenica del tempo di Passione, ci è proposto un testo sul tema del discepolato, del seguire Gesù. Un tema che spesso si sente ascoltare nelle predicazioni, perché la Parola di Dio definisce, spesso, i credenti, membri della comunità, discepoli. Così gli Atti degli Apostoli ci informano che «la Parola di Dio si diffondeva, e il numero dei discepoli si moltiplicava grandemente» (Atti 6,7) e che «ad Antiochia, per la prima volta, i discepoli furono chiamati cristiani» (11,26).

Discepoli sono coloro che si pongono al seguito del loro maestro, imparano da lui, si formano. In genere accade che il discepolo, una volta formato, diventi autonomo, indipendente, mentre è una originalità cristiana che i discepoli restino tali per sempre. Perché? Perché il loro maestro è Dio stesso, e fino a quando i discepoli non diventino Dio… resteranno tali.

Nel brano alla nostra attenzione, ci sono tre personaggi, di cui non sappiamo il nome, che esprimono tutta la loro intenzione e la passione di seguire Gesù, di imparare da lui, di porsi al suo seguito. E Gesù li rende attenti circa il loro futuro, che cosa li aspetta.

Il primo dei tre aspiranti discepoli, sotto l’onda di un grande entusiasmo, si propone affermando: «Ti seguirò ovunque andrai». Ma Gesù smorza il suo entusiasmo ricordandogli che ci sono animali e uccelli che hanno un nido, una tana, una dimora, ma non Gesù e neppure chi lo segue. Gesù sottolinea che la strada del discepolato può essere, appunto, un cammino, non una comoda poltrona sotto un tetto ben coibentato; il discepolato è caratterizzato da un cammino, senza soste, senza lunghe fermate, è una vita segnata dalla fragilità di chi non ha una fissa dimora, di chi non ha sa sicurezza e la protezione di una casa.

Testo della predicazione: 2 Timoteo 1,7-10

«Dio ci ha dato uno spirito non di timidezza, ma di forza, d’amore e di autocontrollo. Non aver dunque vergogna della testimonianza del nostro Signore, né di me, suo carcerato; ma soffri anche tu per il vangelo, sorretto dalla potenza di Dio. Egli ci ha salvati e ci ha rivolto una santa chiamata, non a motivo delle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la grazia che ci è stata fatta in Cristo Gesù fin dall'eternità, ma che è stata ora manifestata con l’apparizione del Salvatore nostro Cristo Gesù, il quale ha distrutto la morte e ha messo in luce la vita e l’immortalità mediante il Vangelo».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, il brano biblico che abbiamo ascoltato rivela tre punti essenziali. Il primo punto è: Dio ti ha dato il suo Spirito; il secondo: non vergognarti della testimonianza al Vangelo; il terzo: Dio ti ha rivolto una chiamata.

Cerchiamo dunque di capire il senso di questi tre punti.

Primo punto: Dio ti ha dato il suo Spirito.

Questa frase è arricchita di ulteriori spiegazioni: l’autore spiega di quale Spirito si tratta, qual è lo scopo dello Spirito, cosa significa ricevere lo Spirito.

Sì, Dio ti ha donato il suo Spirito, ma Dio non ti dona uno Spirito di timidezza, perché tu hai ricevuto uno Spirito che ti permette di superare il timore, la paura, i tentennamenti e le esitazioni che bloccano, isolano, ingessano e immobilizzano il credente, ma anche la chiesa. Lo Spirito del Signore ti permette, invece, di fare delle scelte che cambiano la tua vita, di compiere passi in direzioni nuove e, a volte, anche direzioni ignote, ma che danno senso al tuo cammino, perché ti mettono in movimento verso gli altri, piuttosto che rinchiuderti in te stesso/a.

Lo Spirito ti permette di non arrenderti quando sembra che non ci siano vie d’uscita al dramma, alla disgrazia che si presenta davanti a te, quando sembra che tutto il mondo ti stia crollando addosso, quando non riesci più a poggiare i piedi su un terreno sicuro, quando smarrisci l’orientamento perché non hai le risposte alle tue domande, quando le tue ginocchia diventano sempre più vacillanti e la tua debolezza ti incoraggia a cedere, a rinunciare, quando la sfiducia nelle persone che ti hanno ferito e tradito sembra l’unico atteggiamento dettato dal buon senso.

Lo Spirito ti sostiene quando attraversi una difficoltà famigliare grave, o una situazione sociale difficile, non riesci a far fronte alla tua carenza finanziaria, o ciò che accade attorno a te ti fa dubitare dell’amore di Dio.

Lo Spirito dona la capacità e la forza (non la timidezza) di non arrendersi, mai! Lo Spirito permette la preghiera, ma anche di alzare le ginocchia per andare incontro gli uni verso gli altri; per questo l’apostolo parla di uno Spirito di forza, di amore e di saggezza.

Postulato

Sotto l'azione dello Spirito Santo, è possibile che qua e là delle persone si uniscano a Cristo e in tal modo anche tra di loro, sorge così una visibile comunità cristiana. Essa è un'immagine dell'unico, santo e universale popolo di Dio, e una comunità di santi e di sante opere: perché essa intende vivere facendosi governare solo da Gesù Cristo, nel quale ha il proprio fondamento; e intende compiere unicamente il proprio servizio d'araldo della sua Parola; essa non ha altro scopo al di fuori della propria speranza, che determina i suoi limiti.

Ekklésia vuol dire comunità, adunanza sorta da una chiamata, da un richiamo. È il raduno di popolo, il quale si ritrova insieme per il richiamo d'un messaggero oppure anche al suono della tromba dell'araldo.

La comunità è il luogo e il convegno di coloro che appartengono a Gesù Cristo per mezzo dello Spirito Santo. È un’appartenenza speciale che lega a Gesù Cristo. Tale appartenenza diventa avvenimento là dove delle persone sono chiamate a partecipare alla Parola e all'opera di Cristo. Questa appartenenza a Cristo produce una relazione vicendevole delle persone fra loro. Lo Spirito Santo, permette l'incontro fra queste persone. Non si può parlare della Chiesa senza riconoscere che essa ha il suo totale fondamento nell'opera dello Spirito Santo!

La comunità cristiana nasce e si stabilisce non per sua natura o per sua decisione, ma come una convocatio divina. Lo Spirito Santo convoca i credenti che così si raccolgono assieme all'appello del loro sovrano.

Per il fatto che vi sono, qua e là, persone che si riuniscono sotto l'azione dello Spirito Santo, qua e là sorge la comunità cristiana visibile. Non è bene parlare di Chiesa invisibile, quella di una città immaginaria, in cui i cristiani sarebbero uniti interiormente ed invisibilmente, perché ciò facendo sottovalutiamo il valore di una Chiesa visibile.

La Chiesa non deve essere intesa come una realtà invisibile, ma come un visibilissimo adunarsi, il quale trae origine dai dodici apostoli. Infatti, la prima comunità era una schiera ben visibile di persone che provocava attorno a sé un’agitazione visibile. Qualora la Chiesa mancasse d'una tale visibilità, non sarebbe nemmeno più Chiesa.

Postulato

Quando dei credenti sono uniti a Gesù Cristo, al punto da ritenere

  • la libertà di conoscere la sua Parola come rivolta anche a loro,
  • la sua opera come compiuta anche per essi,
  • il suo messaggio come riguardante loro,
  • di sperare il meglio anche per gli altri uomini e donne,

tutto ciò è esperienza e azione umana, ma ciò non avviene in forza della capacità umana, della decisione e dello sforzo di uomini e donne: ciò avviene unicamente per opera del libero dono di Dio, mediante il quale è loro elargito tutto questo. Dio, in tale elargizione e in tale dono, è lo Spirito Santo.

Nel Credo apostolico abbiamo visto che il primo articolo parla di Dio, il secondo di Dio-uomo, ed ecco che il terzo si occupa dello Spirito Santo e dell'essere umano. Si parla dell'essere umano in quanto partecipe dell'opera di Dio, di una partecipazione attiva. L'essere umano ha un posto nel Credo. Esiste una fede nell'essere umano che è liberamente e attivamente partecipe dell'opera di Dio. Che ciò avvenga dipende dallo Spirito Santo, l'opera di Dio sulla terra; essa corrisponde all'opera misteriosa e nascosta in Dio.

In che modo può partecipare+all’opera di Dio, con la sua libera e attiva cooperazione, l'essere umano?

C'è un rapporto universale fra tutti gli esseri umani e Cristo, egli è fratello di ciascuno. Cristo morì per tutti gli umani e risuscitò per tutti, di modo che ognuno fosse il destinatario dell'opera di Gesù Cristo. C'è qui la promessa per tutta l'umanità. Colui che è giunto alla convinzione che Dio si è fatto uomo, non può parlare né agire in modo disumano.

Postulato

Il cielo è quanto vi è di incomprensibile all'essere umano nella creazione, la terra invece è quanto vi è di comprensibile. L'essere umano è la creatura posta a confine tra cielo e terra. Il patto tra Dio e l'essere umano dà significato al cielo e alla terra e ne è il motivo e lo scopo.

CIELO E TERRA

"Creatore del cielo e della terra" è detto nella professione di fede. Possiamo dire che in questi due concetti, cielo e terra, si fa riferimento alla dottrina cristiana della creazione. Riguardo a ciò bisogna tener presente che la fede cristiana è libera, per principio, di fronte a tutte le cosmologie, ossia a tutti i tentativi di comprendere il creato e i criteri della cognizione scientifica che sono, di volta in volta, nel tempo, predominanti.

Ciò che fu creato, nel Credo, viene riassunto con le parole «il cielo e la terra» secondo Genesi 1,1:

Nel principio Dio creò i cieli e la terra.

Lutero pone al centro dell'universo l'essere umano, infatti commenta così il primo articolo del Credo:

«Credo che Dio ha creato me, assieme a tutte le creature…».

In realtà il cielo e la terra indicano un teatro preparato per un avvenimento nel cui centro si trova l'essere umano. Cielo e terra non sono delle cose che esistono per sé, ma per qualcuno, essi trovano la loro ragione d'esistere nell'essere umano e, insieme, provengono da Dio, appartengono a Dio e devono essere considerate in riferimento alla volontà di Dio e alla sua azione.

«Credo in Dio creatore del cielo e della terra» vuol dire che non credo nella creatura, ma in Dio creatore.

Testo della predicazione: Matteo 20,1-16

«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa, il quale, sul far del giorno, uscì a prendere a giornata degli uomini per lavorare la sua vigna. Si accordò con i lavoratori per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscì di nuovo verso l'ora terza, ne vide altri che se ne stavano sulla piazza disoccupati, e disse loro: "Andate anche voi nella vigna e vi darò quello che sarà giusto". Ed essi andarono. Poi, uscito ancora verso la sesta e la nona ora, fece lo stesso. Uscito verso l'undicesima, ne trovò degli altri in piazza e disse loro: "Perché ve ne state qui tutto il giorno inoperosi?" Essi gli dissero: "Perché nessuno ci ha presi a giornata". Egli disse loro: "Andate anche voi nella vigna". Fattosi sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: "Chiama i lavoratori e dà loro la paga, cominciando dagli ultimi fino ai primi". Allora vennero quelli dell'undicesima ora e ricevettero un denaro ciascuno. Venuti i primi, pensavano di ricevere di più; ma ebbero anch'essi un denaro per ciascuno. Perciò, nel riceverlo, mormoravano contro il padrone di casa dicendo: "Questi ultimi hanno fatto un'ora sola e tu li hai trattati come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e sofferto il caldo". Ma egli, rispondendo a uno di loro, disse: "Amico, non ti faccio alcun torto; non ti sei accordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare a quest'ultimo quanto a te. Non mi è lecito fare del mio ciò che voglio? O vedi tu di mal occhio che io sia buono?"  Così gli ultimi saranno primi e i primi ultimi».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, la parabola dei lavoratori che vengono assunti dal padrone della vigna in diverse ore della giornata percependo tutti lo stesso salario, ha sempre imbarazzato i lettori e suscitato un senso di disagio, perché la parabola non rispetta le più elementari leggi di equità. Non si può certo parlare di una le­zione di giustizia sociale. Qui, a parità di lavoro, c’è chi è pagato di più e chi di meno. Oggi noi siamo tutti contro quegli stipendi delle donne che, a parità di ore e di rendimento, sono pagate meno rispetto a quelli degli uomini.

Ma allora qual è il messaggio di questa parabola? Esaminiamola insieme.

Il padrone di una vigna al tempo della vendemmia, all’alba, verso le sei del mattino, si reca in piazza per ingaggiare alcuni lavoratori a giornata. Si accorda con loro e stabilisce la paga: un denaro. Quegli uomini avrebbero lavorato fino al tramonto, per circa 12 ore. Ma verso le nove, all’ora del mercato, il padrone torna in paese e, in piazza, vede altri disoc­cupati che manda a lavorare alla sua vigna: anche questi lavoreranno fino al tramonto per circa nove ore. Torna in piazza a mezzogiorno, poi alle tre e alle cinque, un’ora prima del tramonto, sempre trova dei disoccupati che nessuno ha preso a giornata, e li manda a vendem­miare nella sua vigna.

Al tramonto la giornata di lavoro termina, c’è chi ha lavorato per dodici ore, sotto il peso del caldo e del lungo lavoro, chi per nove ore, chi sei, chi tre e chi una sola ora. Ma tutti ricevono la stessa identica paga: un denaro.