Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

Indirizzo: Via Beckwith 49, Luserna San Giovanni (TO), 10062, ITALIA

Tel/Fax: (+39) 0121/30.28.50

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Testo della predicazione: Giosuè 3,5-11. 17

Giosuè disse al popolo: «Santificatevi, poiché domani il Signore farà meraviglie in mezzo a voi». Poi Giosuè disse ai sacerdoti: «Prendete in spalla l’arca del patto e passate davanti al popolo». Ed essi presero in spalla l’arca del patto e camminarono davanti al popolo. Il Signore disse a Giosuè: «Oggi comincerò a renderti grande agli occhi di tutto Israele, affinché riconoscano che come fui con Mosè così sarò con te. Tu darai ai sacerdoti, che portano l’arca del patto, quest’ordine: “Quando sarete giunti alla riva delle acque del Giordano, vi fermerete nel Giordano”». Giosuè disse ai figli d’Israele: «Avvicinatevi e ascoltate le parole del Signore vostro Dio». Poi Giosuè disse: «Da questo riconoscerete che il Dio vivente è in mezzo a voi, e che egli scaccerà certamente davanti a voi i Cananei, gli Ittiti, gli Ivvei, i Ferezei, i Ghirgasei, gli Amorei e i Gebusei: ecco, l’arca del patto del Signore di tutta la terra sta per passare davanti a voi per entrare nel Giordano». I sacerdoti che portavano l’arca del patto del Signore stettero fermi sull’asciutto, in mezzo al Giordano, mentre tutto Israele passava all’asciutto, finché tutta la nazione ebbe finito di oltrepassare il Giordano.

Sermone

         Care sorelle e fratelli, questo racconto del passaggio del fiume Giordano vuole richiamare alla mente il miracolo del passaggio del mar Rosso; questo racconto vuole creare una memoria sul­l’attraversamento del Giordano, ma vuole anche istruire le generazioni future riguardo alla sua importanza sulla storia e sul Dio d’Israele. Si tratta di una sorta di catechismo per giovani.

         Un verbo molto importante, che è ripetuto per 22 volte nei capitoli 3 e 4 del libro di Giosuè, è il verbo “attraversare” ('ābar), che richiama il grande piano di Dio che comincia con Abramo che si mette in marcia e prosegue con Isacco, Giacobbe e con tutta la sua famiglia che si trasferirà in Egitto, e poi con il cammino del popolo che esce dall’Egitto, dal paese della schiavitù, per attraversare il Mar Rosso e giungere alla terra promessa da Dio ad Abramo. Il significato del­l’attraversare è che il Signore, nella sua grazia, guida il suo popolo verso un nuovo inizio.

Ciò che riveste una grande importanza nel cammino del popolo e nell’attraversamento del fiume Giordano è l’arca dell’Alleanza che contiene la legge di Dio, i suoi comandamenti, la Parola di Dio stesso. Quando l'arca viene portata, significa che il Signore è in azione.

         L’Arca dà il via alla partenza del popolo, indica che è Dio ad agire, non l’essere umano. Il passaggio dell’Arca rappresenta la presenza di Dio, la sua potenza. Successivamente l’Arca sarà sottratta a Israele che però continuerà a credere nella presenza del Dio vivente attraverso la Parola scritta e la memoria delle opere di Dio che la scrittura contiene. 

Nel nostro brano, Dio è presentato come “Signore di tutta la terra”, che sta per passare davanti a voi. Il brano ci dice che Dio è dunque anche il nostro Signore. I sette popoli che sono menzionati rappresentano la totalità dei popoli di tutta la terra presso i quali Dio si presenta come il Dio che libera e che permette sempre una nuova svolta, un nuovo inizio quando tutto sembra perduto.

Testo della predicazione: Giovanni 12,44-50

Gesù esclamò ad alta voce: «Chi crede in me, crede non in me, ma in colui che mi ha mandato; e chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto come luce nel mondo, affinché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se uno ode le mie parole e non le osserva, io non lo giudico; perché io non sono venuto a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo. Chi mi respinge e non riceve le mie parole, ha chi lo giudica; la parola che ho annunciata è quella che lo giudicherà nell’ultimo giorno. Perché io non ho parlato di mio; ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha comandato lui quello che devo dire e di cui devo parlare; e so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre me le ha dette».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, l’evangelista Giovanni cerca di rispondere alla domanda: «Chi è Gesù?» e fa in modo che una risposta sorga dentro ciascuno di noi. Gesù stesso ha domandato ai suoi discepoli: «Chi dite voi che io sia?» (Matt. 16,15).

A Natale abbiamo tutti riflettuto sull’evento storico del Messia Gesù che nasce, che viene nel mondo e partecipa alla nostra umanità, ma oggi ci viene posta una domanda: Chi è questo Gesù che viene nel mondo? Che partecipa alla nostra fragilità, alla nostra provvisorietà, alla nostra debolezza umana?

Sono sicuro che ognuno di voi, a partire da quello che ha imparato a catechismo, risponderà che Gesù è il “Figlio di Dio”. Giusto, questa è una risposta teologica. Ma si possono dare diverse risposte: di tipo filosofiche, o teologiche, appunto, o spirituali, o dettate dall’anima o dalla passione della fede, quindi calate nella nostra esperienza di credenti. Qualcuno potrebbe rispondere: «per me Gesù è tutto»; un’altra persona: «un amico», oppure «una guida»un «sostegno», «il Salvatore», «il Redentore», «il Messia», ecc… Un catecumeno, una volta, mia ha risposto: «Un compagno di viaggio».

E per voi? Proviamo a riflettere un po’. Insieme.

Testo della predicazione: Michea 5,1-4

Da te, o Betlemme, Efrata, piccola per essere tra le migliaia di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni. Perciò egli li darà in mano ai loro nemici, fino al tempo in cui colei che deve partorire partorirà; e il resto dei suoi fratelli tornerà a raggiungere i figli d’Israele». Egli starà là e pascolerà il suo gregge con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore, suo Dio. E quelli abiteranno in pace, perché allora egli sarà grande fino all’estremità della terra. Sarà lui che porterà la pace.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, un proverbio ebraico dice così: «Non sprezzare alcun uomo e non svilire alcun oggetto, poiché non vi è uomo che non abbia la sua ora e non vi è cosa che non trovi il suo posto» (Trattato dei princìpi). Betlemme era un villaggio tanto insignificante e così privo di importanza che quando i profeti dell'Antico Testamento lo nominavano, la gente si domandava: «Ma cosa può venire di buono da Betlemme? Cosa c'è di tanto significativo a Betlemme?». Perché il profeta pone l'accento sull’insignificanza del luogo da cui sarebbe venuto un re tanto importante che avrebbe cambiato le sorti del mondo?

     Facciamo un piccolo passo indietro di 2700 anni, e andiamo al 720 a.C. Israele vive sotto l'incubo dell'invasione degli Assiri, il Regno del Nord, Israele appunto, è già caduto nel 722 sotto i pesanti colpi inferti dall'Assiria; «A chi toccherà adesso?», si domandava con inquietudine il popolo.

«Toccherà a noi del regno di Giuda», risponde il profeta Michea, proclamando il giudizio di Dio e il suo duro castigo. Toccherà ad Israele che non pratica più il diritto e la giustizia! «I suoi Capi giudicano per ottenere regalie (3,11); opprimono le famiglie…» (2,1); E altrove: «Voi capi e magistrati del popolo: non dovreste occuparvi della giustizia? Ma voi odiate quel che è bene e amate quel che è male, spellate la gente, anzi le strappate la carne dalle ossa. Voi divorate il mio popolo… lo fate a pezzi… come se fosse carne da buttare nella pentola» (2,8-9; 3,1-3).

Testo della predicazione: Luca 1,67-79

Zaccaria fu pieno di Spirito Santo e profetizzò, dicendo: «Benedetto sia il Signore, il Dio d’Israele, perché ha visitato e riscattato il suo popolo, e ci ha suscitato un potente Salvatore nella casa di Davide suo servo, come aveva promesso da tempo per bocca dei suoi profeti; uno che ci salverà dai nostri nemici e dalle mani di tutti quelli che ci odiano. Egli usa così misericordia verso i nostri padri e si ricorda del suo santo patto, del giuramento che fece ad Abraamo nostro padre, di concederci che, liberati dalla mano dei nostri nemici, lo serviamo senza paura, in santità e giustizia, alla sua presenza, tutti i giorni della nostra vita. E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo, perché andrai davanti al Signore per preparare le sue vie, per dare al suo popolo conoscenza della salvezza mediante il perdono dei loro peccati, grazie ai sentimenti di misericordia del nostro Dio; per i quali l’Aurora dall’alto ci visiterà per risplendere su quelli che giacciono in tenebre e in ombra di morte, per guidare i nostri passi verso la via della pace.

Sermone

     Cari fratelli e sorelle, l’evangelista Luca ci fa visitare un vecchio sacerdote, Zaccaria. Mentre è nel Tempio per le sue funzioni, Zaccaria riceve l’annuncio da parte di un angelo che avrebbe avuto un figlio. Zaccaria e la moglie Elisabetta sono ormai vecchi, hanno smesso di sperare di avere un figlio, soprattutto perché Elisabetta è sterile.

Così, Zaccaria resta incredulo e come segno della verità della promessa di Dio, Zaccaria resta muto per tutto il tempo della gravidanza di Elisabetta, resta muto fin tanto che non giunge il figlio promesso, in risposta alla sua incredulità.

Zaccaria è reso muto, non soltanto perché l’opera di Dio che si adempie ci lascia ammutoliti e senza parole, ma proprio perché non è con la nostra parola che si realizza la promessa, ma con la Parola di Dio stesso. Noi la riceviamo ed essa si adempie per noi, senza la nostra partecipazione attiva, senza il nostro parere, senza il nostro intervento. Noi restiamo muti, mentre Dio fa tutto per noi, nel suo amore e nella sua misericordia.

Così, quando arriva il figlio, Giovanni, Zaccaria può di nuovo parlare, gli si scioglie la lingua, per benedire il Dio e la sua opera di salvezza: Zaccaria pronuncia un cantico, il cosiddetto “Benedictus” perché in latino inizia con questa parola, come il “Magnificat” di Maria, la madre di Gesù.

Testo della predicazione: Apocalisse 2,8-11

All'angelo della chiesa di Smirne scrivi: queste cose dice il primo e l’ultimo, che fu morto e tornò in vita: Io conosco la tua tribolazione, la tua povertà (tuttavia sei ricco) e le calunnie lanciate da quelli che dicono di essere Giudei e non lo sono, ma sono una sinagoga di Satana. Non temere quello che avrai da soffrire; ecco, il diavolo sta per cacciare alcuni di voi in prigione, per mettervi alla prova, e avrete una tribolazione per dieci giorni. Sii fedele fino alla morte e io ti darò la corona della vita. Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese. Chi vince non sarà colpito dalla morte seconda”.

Sermone

Care sorelle e fratelli, i testi apocalittici sono un genere letterario che aveva lo scopo di dare una parola di consolazione a quei credenti che subivano prove e persecuzioni, momenti che, nella vita anche dei credenti, generavano domande esistenziali sulla presenza di Dio nel mondo e nella storia.

Anche l’Apocalisse di Giovanni, da cui abbiamo ascoltato la lettera alla chiesa di Smirne, fu composta durante le persecuzioni dell’imperatore Domiziano alla fine del primo secolo dopo Cristo.

Per capire meglio il nostro testo biblico, bisogna ricordare che la città di Smirne era rinata dalle macerie dopo una distruzione totale nel 600 a.C., rinasce proprio nel primo secolo della nostra èra e diventa una splendida città, moderna e produttiva, con un magnifico porto situato in un vasto golfo. Aristide paragona la bellezza di Smirne a una corona di stelle.

     Ecco, la storia di questa città, rinata dalle macerie e divenuta splendida come una corona di stelle, è tenuta presente all’interno del nostro brano, per questo Gesù si presenta come Colui che è tornato in vita, contrapponendosi alla rinascita della città, e come colui che prepara per i suoi fedeli una corona che però non dura fin tanto che la città sarà distrutta ancora una volta (come in effetti accadrà a causa di un terremoto) ma che dura per sempre, infatti la corona è chiamata “corona della vita”.

Testo della predicazione: Galati 5,1-6:

Cristo ci ha liberati perché fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate porre di nuovo sotto il giogo della schiavitù. Ecco, io, Paolo, vi dichiaro che, se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla. Dichiaro di nuovo: ogni uomo che si fa circoncidere, è obbligato a osservare tutta la legge. Voi che volete essere giustificati dalla legge, siete separati da Cristo; siete scaduti dalla grazia. Poiché quanto a noi, è in spirito, per fede, che aspettiamo la speranza della giustizia. Infatti, in Cristo Gesù non ha valore né la circoncisione né l’incirconcisione; quello che vale è la fede che opera per mezzo dell’amore.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, oggi è la Domenica della Riforma nella quale ricordiamo l’importanza che la Parola di Dio ha per la vita della chiesa e dei singoli credenti. Una Parola dalla quale la chiesa si era allontanata perseguendo propositi umani di potere e ricchezza. Quella del 31 ottobre del 1517 fu una scintilla che innescò dappertutto consensi perché la necessità di ritornare all’essenza della Parola di Dio era sentita dai più. Certo ci furono anche dissensi e opposizioni forti e la ricomposizione della chiesa “una” non fu più possibile fino ad oggi.

I movimenti di Riforma della chiesa erano nati secoli prima del gesto di Martin Lutero nel ‘500, e i valdesi del 1174 si inseriscono all’interno di uno di questi grandi movimenti, tutti soffocati sul nascere. Quello dei poveri di Lione (valdesi), fu l’unico a sopravvivere alle tempeste della repressione e alla Santa Inquisizione.

La stampa, che nel frattempo era stata inventata, aprì una nuova epoca dello sviluppo della comunicazione umana, fu una vera e propria rivoluzione che diede le ali al pensiero di Martin Lutero e di tutti riformatori. Non a caso il primo libro ad essere stampato fu la Bibbia.

Testo della predicazione: Giovanni 2,1-11

Tre giorni dopo, ci fu una festa nuziale in Cana di Galilea, e c’era la madre di Gesù. E Gesù pure fu invitato con i suoi discepoli alle nozze. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». Gesù le disse: «Che c’è fra me e te, o donna? L’ora mia non è ancora venuta». Sua madre disse ai servitori: «Fate tutto quel che vi dirà». C’erano là sei recipienti di pietra, del tipo adoperato per la purificazione dei Giudei, i quali contenevano ciascuno due o tre misure. Gesù disse loro: «Riempite d’acqua i recipienti». Ed essi li riempirono fino all’orlo. Poi disse loro: «Adesso attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. Quando il maestro di tavola ebbe assaggiato l’acqua che era diventata vino (egli non ne conosceva la provenienza, ma la sapevano bene i servitori che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: «Ognuno serve prima il vino buono; e quando si è bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora». Gesù fece questo primo dei suoi segni miracolosi in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, l’evangelista Giovanni propone all’inizio del suo Vangelo il primo miracolo di Gesù, che chiama “segno”.

Alcuni teologi hanno fatto notare lo stridore tra questo capitolo e il primo capitolo del Vangelo di Giovanni in cui incontriamo un linguaggio poetico e teologico di alto livello e spessore, come per esempio, il prologo stesso e la presentazione di Gesù come agnello di Dio, come salvatore del mondo. Qui, al capitolo due incontriamo un miracolo dal carattere domestico, quasi a stridere con quanto affermato prima; quello di Gesù, sembra qui un miracolo buffo. Ma, in realtà, non è da sottovalutare il fatto che qui Gesù intervenga in una situazione di penuria, probabilmente di povertà, e si rivela come Colui che salva una festa che stava per fallire.

Gesù è a festa, una festa di nozze che, all’epoca, durava alcuni giorni. La festa era articolata in diversi momenti. Gli amici dello sposo andavano a casa della sposa e la conducevano presso la casa dello sposo. Poi vi era anche il pranzo di nozze, la festa vera e propria, in cui non poteva mancare il vino, simbolo della gioia e dell’allegrezza, per tutta la durata della festa.

Dunque Gesù interviene per trasformare una situazione di penuria in abbondanza, e l’abbondanza di Gesù è anche squisitezza, infatti, il vino che sarà offerto in un secondo tempo è migliore del primo.

Testo della predicazione: I Corinzi 13,1-8. 13

Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi amore, sarei un rame risonante o uno squillante cembalo. Se avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi amore, non sarei nulla. Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo a essere arso, e non avessi amore, non mi gioverebbe a niente. L’amore è paziente, è gentile; l’amore non invidia, non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s’inasprisce, non tiene conto del male, non gioisce per l’ingiustizia, ma si rallegra per la verità; sopporta ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, è paziente in ogni cosa. L’amore non viene mai meno. Ora dunque queste tre realtà rimangono: fede, speranza, amore. La più grande di esse, però, è l’amore.

Sermone

Care sorelle, cari fratelli, l’apostolo Paolo ci parla dell’amore, ma non fa un discorso filosofico, non dice quello che l’amore è con una serie di aggettivi, ma parte dalla concretezza della vita di tutti, dai nostri gesti di solidarietà, di affetto, fraternità, spiegando che tutto quello che facciamo non avrebbe senso se fatto senza amore, se non fosse ispirato dall'amore.

Neppure l’essere saggi, o preparati teologicamente ad affrontare la vita o a compiere gesti che sanno di miracoloso, hanno un valore in sé che possa dare un senso all’esistenza se non sono ispirati dall’amore di Dio.

Neppure l’essere martiri o benefattori generosi, in sé possiede un valore che dia un senso profondo alla nostra vita. L’apostolo sostiene, invece, che il credente fonda il suo essere sull’amore e che solo l’amore, che porta con sé qualcosa di divino, può davvero permetterci di uscire fuori dalla routine e dal non senso che spesso si presentano nelle nostre giornate.

L’apostolo Paolo parla dell’amore come di qualcosa che è sempre in azione, una forza che mette in moto le persone, le une verso le altre; l’amore permette l’incontro sereno, il confronto pacato, il dialogo costruttivo.

Testo della predicazione: Luca 12,15-21

Gesù disse loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni forma di avarizia; perché per chi è nell’abbondanza la sua vita consiste nei suoi beni». Raccontò loro una parabola con queste parole: «La terra di un uomo ricco diede un buon raccolto; egli ragionava tra sé e sé dicendo: “Che farò? Perché non ho un posto dove immagazzinare il mio raccolto”. E disse: “Farò così: demolirò i miei granai e ne costruirò di più grandi, e immagazzinerò lì tutto il mio grano e tutti i miei beni, e dirò alla mia anima: ‘Anima, hai molti beni da parte per molti anni. Riposati, mangia, bevi, goditela”. Ma Dio gli disse: “Sciocco, proprio stanotte la tua anima ti sarà chiesta indietro. A chi andranno le cose che hai preparato?” Così va per chi accumula per sé e non è ricco in Dio».

Sermone

Care sorelle, cari fratelli, la parabola dell’uomo ricco trae spunto da una domanda che un tale rivolge a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello di dividere con me l’eredità». Evidentemente, il fratello di quel tale voleva tenere tutto per sé; chissà, forse per volontà del padre, o forse perché era il primogenito cui spettava tutto, o forse per avarizia. Oggi, qualunque pastore che fa cura d’anime avrebbe cercato di aiutare l’uomo rimasto escluso dall’eredità, magari parlando al fratello, spiegandogli quanto sia importante dividere equamente l’eredità.

Gesù, invece, è molto duro nei confronti dell’uomo escluso dall’eredità, e lo mette in guardia dall’avarizia. Certo, è un argomento spinoso quello del possedere e Gesù ne parla davanti alla folla raccontando una parabola: «La terra di un uomo ricco diede un buon raccolto…».

Gesù vuole spiegare che quello del possedere può diventare un vero problema se gestito con avidità e avarizia. Esso si insinua in modo subdolo, nascosto, senza consapevolezza, sotto le mentite spoglie di un problema di equità, di giustizia, di correttezza. In realtà, però, il possedere può far perdere il senso di orientamento della nostra esistenza, e perfino il senso vero della vita.

Gesù parla, dunque, di avidità e di ricchezze, di possesso e di denaro, ma anche di potere che si acquisisce con la ricchezza. È vero, infatti, il detto: «Chi paga, comanda».

Bisogna, tuttavia, notare che Gesù non dà nessun giudizio negativo al fatto che questo agricoltore sia ricco o che i suoi campi abbiamo dato un raccolto abbondante. Gesù pone l’accento sull’autoreferenzialità dell’uomo.

Testo della predicazione: Giacomo 2,1-13

«Fratelli miei, la vostra fede nel nostro Signore Gesù Cristo, il Signore della gloria, sia immune da favoritismi. Infatti, se nella vostra adunanza entra un uomo con un anello d’oro, vestito splendidamente, e vi entra pure un povero vestito malamente, e voi avete riguardo a quello che veste elegantemente e gli dite: «Tu, siedi qui al posto d’onore»; e al povero dite: «Tu, stattene là in piedi», o «siedi in terra accanto al mio sgabello», non state forse usando un trattamento diverso e giudicando in base a ragionamenti malvagi? Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto quelli che sono poveri secondo il mondo perché siano ricchi in fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano? Voi invece avete disprezzato il povero! Non sono forse i ricchi quelli che vi opprimono e vi trascinano davanti ai tribunali? Non sono essi quelli che bestemmiano il buon nome che è stato invocato su di voi? Certo, se adempite la legge regale, come dice la Scrittura: «Ama il tuo prossimo come te stesso», fate bene; ma se avete riguardi personali, voi commettete un peccato e siete condannati dalla legge quali trasgressori. Chiunque infatti osserva tutta la legge, ma la trasgredisce in un punto solo, si rende colpevole su tutti i punti. Poiché colui che ha detto: «Non commettere adulterio», ha detto anche: «Non uccidere». Quindi, se tu non commetti adulterio ma uccidi, sei trasgressore della legge. Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo la legge di libertà. Perché il giudizio è senza misericordia contro chi non ha usato misericordia. La misericordia invece trionfa sul giudizio.».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, il brano biblico della lettera di Giacomo alla nostra attenzione, affronta il tema legato ai nostri rapporti con il prossimo, in modo particolare al nostro giudizio verso gli altri.

Sebbene la nostra sensibilità di protestanti è quella di un’etica della responsabilità che ha come conseguenza la libertà di vivere ed operare in base a scelte che facciamo a partire dalla propria coscienza e coerenza con la fede, tuttavia il nostro modo di vivere non è esente dal rapportarci con gli altri avendo di loro un nostro proprio giudizio.

La comunità a cui si rivolge Giacomo, era chiamata a esprimere dei giudizi che però non erano fondati su criteri corretti di eguaglianza e di misericordia. L’autore fa degli esempi di situazioni che denotano un atteggiamento dei credenti, messo da lui in discussione, perché non è rapportato alla fede, ma ancora di più non ha come base la misericordia di Dio per noi che ci chiama a metterla in pratica: «Se durante i vostri incontri entra un uomo con un anello d’oro, vestito splendidamente, e vi entra pure un povero vestito malamente, e voi avete riguardo a quello che veste elegantemente e non al povero, non state forse usando un trattamento diverso?».