Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

Indirizzo: Via Beckwith 49, Luserna San Giovanni (TO), 10062, ITALIA

Tel/Fax: (+39) 0121/30.28.50

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Testo della predicazione: Isaia 63,15-16; 64,1-3

Guarda dal cielo, e osserva, dalla tua abitazione santa e gloriosa. Dove sono il tuo zelo, i tuoi atti potenti? Il fremito delle tue viscere e le tue compassioni non si fanno più sentire verso di me. Tuttavia, tu sei nostro padre; poiché Abraamo non sa chi siamo e Israele non ci riconosce. Tu, Signore, sei nostro padre, il tuo nome, in ogni tempo, è Redentore nostro. Oh, squarciassi tu i cieli e scendessi! Davanti a te sarebbero scossi i monti. Come il fuoco accende i rami secchi, come il fuoco fa bollire l'acqua, tu faresti conoscere il tuo nome ai tuoi avversari e le nazioni tremerebbero davanti a te. Quando facesti le cose tremende che noi non ci aspettavamo, tu discendesti e i monti furono scossi davanti a te.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, i capitoli 63 e 64 del libro del profeta Isaia contengono un lamento, una intensa preghiera dovuta a una grande disperazione che il popolo viveva. È un periodo storico in cui Israele ha una forte crisi di identità spirituale e sociale, gravi difficoltà lo tormentano, ed egli attribuisce quelle battute d’arresto all’indifferenza di Dio.

Il profeta cerca di contribuire a sanare il rapporto fra Dio e Israele che è pericolosamente rovinato. Così, il profeta prega Dio a favore del popolo e, allo stesso tempo, confessa il suo peccato.

In questi capitoli del libro del profeta Isaia vi sono riportate le opere che Dio ha fatto a favore del suo popolo; egli ricorda la sua bontà e la sua misericordia quando nessuno le meritava; ricorda le opere di liberazione che il Signore compì attraverso Mosè, liberando il popolo dalla schiavitù dell’Egitto.

Quando il profeta scrive, Israele è tornato nella terra promessa dopo 50 anni di esilio in Babilonia, siamo attorno al 520 a.C. La gioia del ritorno deve però fare i conti con la devastazione delle terre, la distruzione del tempio e delle case. Tutta la terra è una rovina e uno squallore indicibili, proprio come l’anima di questi deportati che, tornando in patria, non trovano più nulla, ma tutto da ricostruire senza mezzi per farlo.

Testo della predicazione: Apocalisse 5,1-7

Vidi nella destra di colui che sedeva sul trono un libro scritto di dentro e di fuori, sigillato con sette sigilli. E vidi un angelo potente che gridava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e di sciogliere i sigilli?» Ma nessuno, né in cielo, né sulla terra, né sotto la terra, poteva aprire il libro, né guardarlo. Io piangevo molto perché non si era trovato nessuno che fosse degno di aprire il libro e di guardarlo. Ma uno degli anziani mi disse: «Non piangere, ecco, il leone della tribù di Giuda, il discendente di Davide, ha vinto per aprire il libro e i suoi sette sigilli». E vidi un Agnello in piedi, che sembrava essere stato immolato, venne e prese il libro dalla destra di colui che sedeva sul trono.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, l’Apocalittica è un genere letterario che i credenti usavano nei periodi di persecuzione per rafforzare la fede e confortare i deboli e chi era colpito dalle oppressioni. Si tratta di parole da decifrare e interpretare prima di poter intenderne il messaggio. Così, l’Apocalisse del Nuovo Testamento fa in modo che il credente che legge sia tanto emotivamente coinvolto da metterlo nelle condizioni di partecipare agli eventi che il libro descrive.

Oggi tenteremo di capire il messaggio del brano alla nostra attenzione facendo un piccolo viaggio nel mondo del veggente Giovanni che scrive il libro.

La visione si apre con una scena di giudizio. Un trono è posto al centro della scena, su di esso siede il Dio giudice. Attorno a lui una schiera di servi e ministri che gli danno gloria con inni e con pronunciamenti solenni. A un certo punto l’attenzione si rivolge a qualcosa di importante: è un libro. In tutte le scene del genere, appare un libro. Anche nel libro di Daniele ritroviamo la stessa scena di giudizio con lo stesso trono e i servi attorno; l’atmosfera è carica di tensione a motivo dell’imminente giudizio e così irrompe, maestosa, una voce che dice: “...e i libri furono aperti”.

In questo libro vi sono contenuti dei nomi di coloro che sono stati fedeli fino alla morte, altrove, nella Bibbia, è chiamato “il libro della vita” (Salmo 69,29; Apoc. 13,8).

Dunque, la presenza di un libro introduce una scena di giudizio che però, nel nostro brano, diventa diversa da quella di Daniele.

Qui, nessuno è trovato degno di aprire il libro. La fine delle persecuzioni non può dunque avere luogo perché non può iniziare la fine della violenza del mondo. Perciò Giovanni dice: “Io piangevo molto... perché nessu­no poteva aprire il libro”. Che tristezza!

Testo della predicazione: II Samuele 13,1-22

Absalom, figlio di Davide, aveva una sorella di nome Tamar, che era bella; e Amnon se ne innamorò. Egli si appassionò a tal punto per Tamar da diventarne malato. Amnon aveva un amico, di nome Ionadab, un uomo molto accorto. Questi gli disse: «Come mai tu, figlio del re, sei ogni giorno più deperito? Non me lo vuoi dire?» Amnon gli rispose: «Sono innamorato di Tamar, sorella di mio fratello Absalom». Ionadab gli disse: «Mettiti a letto e fingiti malato. Quando tuo padre verrà a vederti digli: "Fa', ti prego, che mia sorella Tamar venga a darmi da mangiare e a preparare il cibo in mia presenza perché io lo veda e mangi quel che mi darà"». Amnon dunque si mise a letto e si finse ammalato; e quando il re lo venne a vedere, Amnon gli disse: «Fa' che mia sorella Tamar venga e prepari delle frittelle, così le mangerò». Davide lo mandò a dire a Tamar che andò da Amnon che era a letto; gli preparò delle frittelle e gliele servì. Ma mentre gliele porgeva egli l'afferrò e le disse: «Vieni a unirti a me, sorella mia». Lei gli rispose: «No, fratello mio, non farmi violenza, parlane piuttosto al re, egli non ti rifiuterà il permesso di sposarmi». Ma egli non volle darle ascolto e la violentò. Poi Amnon ebbe verso di lei un odio fortissimo, maggiore dell'amore di cui l'aveva amata prima. Le disse: «Àlzati, vattene!» Lei gli rispose: «Non mi fare, cacciandomi, un torto maggiore di quello che mi hai già fatto». Ma egli non volle darle ascolto. Anzi, chiamato il servo che lo assisteva, gli disse: «Caccia via da me costei e chiudile dietro la porta!» Lei portava una tunica con le maniche, perché le figlie del re portavano simili vesti finché erano vergini. Il servo di Amnon dunque la mise fuori e le chiuse la porta dietro. E Tamar si sparse della cenere sulla testa, si stracciò di dosso la tunica con le maniche e mettendosi la mano sul capo, se ne andò gridando. Absalom, suo fratello, le disse: «Forse che Amnon, tuo fratello, è stato con te? Per ora taci, sorella mia; egli è tuo fratello; non tormentarti per questo». Tamar, desolata, rimase in casa di Absalom, suo fratello. Il re Davide udì tutte queste cose e si adirò molto. Absalom non disse una parola ad Amnon né in bene né in male; perché odiava Amnon per la violenza che aveva fatta a Tamar, sua sorella.

Predicazione in forma narrativa

Tamar, la principessa violata

di Lidia Maggi

Tratto da: Le donne di Dio (Claudiana) cap. 29.

 

È una storia come tante altre, quella di Tamar.

Una vicenda co­mune a molte vittime innocenti, vite segnate per sempre dallo stu­pro e dal disprezzo.

Gli abusi domestici sono tra le violenze più terribili, perché av­vengono proprio nei contesti dove i più deboli dovrebbero essere tutelati, protetti e amati. Abusare di un familiare significa tradire un rapporto intimo di fiducia, approfittare della vulnerabilità del­la persona per i propri fini malvagi e scardinare per sempre la sti­ma necessaria per affrontare la vita.

Piccola principessa violata, sapevi che non sarebbe bastato il tuo status regale a proteggerti? Sapevi che il pericolo più grande, il nemico da temere, non veniva dall'esterno ma abitava con te, aveva il tuo stesso sangue, era parte della tua stessa genealogia?

Testo della predicazione: Marco 8,22-26

Giunsero a Betsaida; fu condotto a Gesù un cieco, e lo pregarono che lo toccasse. Egli, preso il cieco per la mano, lo condusse fuori dal villaggio; gli sputò sugli occhi, pose le mani su di lui, e gli domandò: «Vedi qualche cosa?» Egli aprì gli occhi e disse: «Scorgo gli uomini, perché li vedo come alberi che camminano». Poi Gesù gli mise di nuovo le mani sugli occhi; ed egli guardò e fu guarito e vedeva ogni cosa chiaramente. Gesù lo rimandò a casa sua e gli disse: «Non entrare neppure nel villaggio».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, è la strana guarigione di un cieco quella che si presenta oggi alla nostra riflessione. Strana perché Gesù prima conduce il cieco fuori dal villaggio, Betsaida, poi con la saliva gli tocca gli occhi, pone le mani su di lui, ma non è ancora del tutto guarito: il cieco vede le persone come alberi che camminano, e Gesù deve porre ancora una volta le mani sul cieco guarito a metà, perché veda chiaramente. E, infine, Gesù gli proibisce di rientrare nel villaggio.

Sono delle strane informazioni quelle che l’evangelista fornisce che ci fanno restare, sì, un po’ perplessi ma ci costringono a cercare di capire il senso che queste immagini vogliono avere.

Cerchiamo, quindi, di entrare dentro il racconto, approfondendo la nostra ricerca.

Innanzitutto bisogna ricordare che ogni racconto biblico ci comunica un messaggio, quando leggiamo la Bibbia non dobbiamo mai pensare di avere davanti un resoconto storico perché, in realtà, l’intenzione degli autori biblici è quella di trasmettere il messaggio della Parola di Dio e non l’evento storico in sé.

¿Il cieco guarito, quindi, che cosa rappresenta per gli autori biblici? Rappresenta la possibilità nuova che ci è donata di vedere, cioè di intendere e capire la Parola di Dio. L’aveva annunciato il profeta Isaia che il Servo del Signore «Non frantumerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante… ma manifesterà la giustizia secondo verità» e sarà «luce delle nazioni per aprire gli occhi ai ciechi… per far uscire dalle prigioni quelli che abitano nelle tenebre» (Isaia 42,3-4.7).

Testo della predicazione: Marco 4,26-29

Diceva ancora: «Il regno di Dio è come un uomo che getti il seme nel terreno, e dorma e si alzi, la notte e il giorno; il seme intanto germoglia e cresce senza che egli sappia come. La terra da sé stessa dà il suo frutto: prima l'erba, poi la spiga, poi nella spiga il grano ben formato. Quando il frutto è maturo, subito il mietitore vi mette la falce perché l'ora della mietitura è venuta».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, la parabola del seminatore e del seme che cresce da sé, ci insegna che la promessa del Regno di Dio non dipende dalle nostre capacità di realizzarla, ma dalla volontà di Dio.

Quando preghiamo dicendo “Venga il tuo Regno”, sottoloneamo proprio questo, che il cambiamento radicale del mondo non è nelle nostre mani, ma in quelle di Dio.

Tuttavia, noi non siamo esenti dall’annunciare questo Regno di pace, di giustizia, di speranza per un futuro migliore.

Sempre, nella Bibbia, le promesse di Dio si adempio non per le capacità umane, ma per l’intervento diretto di Dio. Abramo era già vecchio e Sara era, oltre a ciò, anche sterile. I loro tentativi di permettere che la promessa di Dio si realizzi sono inutili: avere un figlio dalla serva Agar. No, la promessa accade anche se non ci credi, e Sara e Abramo ridono increduli davanti all’annuncio di un figlio che nascerà e si chiamerà Isacco “risata” appunto, per sottolineare il fatto che la promessa di Dio va avanti, oltre le nostre aspettative umane.

La parabola alla nostra attenzione ci spiega che noi siamo chiamati a seminare, ad annunciare il futuro di Dio, nel quale egli stesso regnerà, un futuro senza violenze, senza guerre, senza sofferenze e morti sotto i colpi di mortaio e nelle lunghe traversate del mare.

 Già in Gesù, Dio non ha voluto essere che un Seminatore. Ha accettato, cioè, i limiti e i rischi che sono caratteristici della condizione umana. Dio ha accettato che la sua Parola fosse sottoposta alle limitazioni in cui s'imbattono tutte le parole umane. In un’altra parabola dello stesso tenore è riferito che Dio ha accettato che gli uccelli divorassero il seme gettato, che il sole lo inaridisse, che le spine lo soffocassero.

Testo della predicazione: Matteo 10,26b-27. 29-32

Non c’è niente di nascosto che non debba essere scoperto, né di occulto che non debba essere conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre, ditelo nella luce; e quello che udite dettovi all’orecchio, predicatelo sui tetti. E non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perire l’anima e il corpo nella geenna. Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi valete più di molti passeri. Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io riconoscerò lui davanti al Padre mio che è nei cieli. Ma chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io rinnegherò lui davanti al Padre mio che è nei cieli.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, cari bambini e bambine della Scuola domenicale, Gesù ci insegna a diventare delle persone che credono che davvero Egli ci ami e ci perdona, ma anche a dirlo ad alta voce che Dio c’è davvero vicino a noi e che ci ama, sempre, in ogni circostanza, anche quando sbagliamo.

Questo amore di Dio ci fa amare anche gli altri, perfino le persone più scorbutiche e strane, o addirittura quelli che ci fanno del male e ci feriscono. In fondo sono persone sole, che hanno bisogno di attenzioni, di amore e di affetto che gli manca.

Gesù ci insegna che il suo amore rispetta sempre gli altri, prima di tutto noi. L’amore di Gesù rispetta la nostra libertà, ci rende liberi, e vuole che tutti siano liberi, e perciò vuole che noi crediamo nella libertà di tutti, nella libertà di esprimersi, di confessare la propria religione, anche la libertà di imparare dai propri errori.

Gesù ci aspetta, non ha fretta, rispetta il nostro tempo e quello per prendere le nostre decisioni.

L’amore di Gesù per tutti significa che tutti hanno diritto di esistere, di vivere in pace, con la loro integrità e la loro dignità di persone umane.

Gesù ci dice che non si tratta di cose poco importanti, ma molto importanti: predicatelo sui tetti, dice, cioè ditelo a tutti, nessuno deve dimenticare che tutti siamo fratelli e sorelle e formiamo una grande famiglia nel mondo.

Questa verità non deve restare in silenzio, perché il silenzio può soffocare la verità, può spegnere la luce delle persone, quella luce che ciascuno di noi porta dentro.

Testo della predicazione: Marco 2,1-12

Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo in Capernaum. Si seppe che era in casa, e si radunò tanta gente che neppure lo spazio davanti alla porta la poteva contenere. Egli annunciava loro la parola. E vennero a lui alcuni con un paralitico portato da quattro uomini. Non potendo farlo giungere fino a lui a causa della folla, scoperchiarono il tetto dalla parte dov'era Gesù; e, fattavi un'apertura, calarono il lettuccio sul quale giaceva il paralitico. Gesù, veduta la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati». Erano seduti là alcuni scribi e ragionavano così in cuor loro: «Perché costui parla in questa maniera? Egli bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non uno solo, cioè Dio?» Ma Gesù capì subito, con il suo spirito, che essi ragionavano così dentro di loro, e disse: «Perché fate questi ragionamenti nei vostri cuori? Che cosa è più facile, dire al paralitico: "I tuoi peccati ti sono perdonati", oppure dirgli: "Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina"?  Ma, affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha sulla terra autorità di perdonare i peccati, io ti dico», disse al paralitico, «àlzati, prendi il tuo lettuccio, e vattene a casa tua». Ed egli si alzò e, preso subito il lettuccio, se ne andò via in presenza di tutti; sicché tutti si stupivano e glorificavano Dio, dicendo: «Una cosa così non l'abbiamo mai vista».

Sermone

Care sorelle e fratelli, quando si sparge la voce che Gesù è in casa, allora le folle si presentano. Vogliono ascoltare cosa ha da dire di interessante, ne avevano solo sentito parlare, ma altri avevano sentito dire che Gesù non parla soltanto, come tanti ciarlatani, ma mette in pratica quello che dice. E di cosa parlava Gesù? Di amore, di pace, di perdono, di giustizia e poi di guarigione del corpo e dell’anima.

Quella degli amici del paralitico non è soltanto curiosità, ma è fede, secondo Gesù, e d’altra parte è anche vero che se fosse stata solo curiosità, non avrebbero portato il loro amico fin là, da Gesù, facendolo illudere circa la sua guarigione, quando poi non sarebbe successo nulla. Potevano certo essere delle persone semplici, ma la loro azione, la loro fatica, la loro determinatezza nell’arrivare fino a Gesù, ci rivela una fede profonda in lui.

L’azione di questi amici è la prova della loro fede in Gesù, la loro intercessione, la loro preghiera per l’amico. 

In realtà, il testo biblico non ci parla della fede del paralitico, che possiamo solo intuire che ce l’abbia e che non sia portato da Gesù contro la sua volontà, ma il racconto fa emergere il fatto che la fede di questi amici, giochi un ruolo importante per la guarigione del paralitico.

Testo della predicazione: Marco 10,17-27

Mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse e, inginocchiatosi davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio. Tu sai i comandamenti: "Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dire falsa testimonianza; non frodare nessuno; onora tuo padre e tua madre"». Ed egli rispose: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù». Gesù, guardatolo, l'amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va', vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni. Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!» I discepoli si stupirono di queste sue parole. E Gesù replicò loro: «Figlioli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio». Ed essi sempre più stupiti dicevano tra di loro: «Chi dunque può essere salvato?» Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: «Agli uomini è impossibile, ma non a Dio; perché ogni cosa è possibile a Dio».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, Pietro Valdo fondò su questo racconto biblico la sua conversione: era un ricco mercante di Lione e, per porsi al seguito di Gesù, come fecero i discepoli, decise di lasciare ogni cosa che gli impediva di seguire la Parola che Gesù aveva ordinato al giovane ricco. «Vieni e seguimi» è il fine e il senso di questo racconto. I credenti sono autentici nella loro fede se seguono il loro Cristo.

Il problema non è tanto l’intimazione che Gesù rivolge al giovane e anche a noi oggi «Vieni e seguimi», ma «Va’, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri». Come dire che seguire Cristo nei ritagli di tempo, o seguirlo con la mente e con il cuore, ma non concretamente, è una pia illusione di seguirlo, mentre, invece, si sta seguendo, nei fatti, qualcun altro.

Gesù qui si mostra, come sempre, radicale, il suo messaggio non può essere annacquato, ammorbidito, alleggerito nella sua portata: la vita con Gesù è totalizzante, non può essere parziale. E Gesù rincara la dose quando collega il “seguire Cristo” all’ingresso nel Regno di Dio: chi lo segue, lasciando ogni cosa, potrà far parte del Regno di Dio, chi non lo fa, non vi entrerà, sarà lasciato fuori.

Così la conclusione dei discepoli è ovvia: «Chi, dunque può essere salvato?».

Testo della predicazione: Marco 9,17-27

Uno della folla gli rispose: «Maestro, ho condotto da te mio figlio che ha uno spirito muto; e, quando si impadronisce di lui, dovunque sia, lo fa cadere a terra; egli schiuma, stride i denti e rimane rigido. Ho detto ai tuoi discepoli che lo scacciassero, ma non hanno potuto».  Gesù disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatelo qui da me». Glielo condussero; e come vide Gesù, subito lo spirito cominciò a contorcere il ragazzo con le convulsioni; e, caduto a terra, si rotolava schiumando. Gesù domandò al padre: «Da quanto tempo gli avviene questo?» Egli disse: «Dalla sua infanzia; e spesse volte lo ha gettato anche nel fuoco e nell'acqua per farlo perire; ma tu, se puoi fare qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». E Gesù: «Dici: "Se puoi!" Ogni cosa è possibile per chi crede». Subito il padre del bambino esclamò: «Io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità». Gesù, vedendo che la folla accorreva, sgridò lo spirito immondo, dicendogli: «Spirito muto e sordo, io te lo comando, esci da lui e non rientrarvi più». Lo spirito, gridando e straziandolo forte, uscì; e il bambino rimase come morto, e quasi tutti dicevano: «È morto». Ma Gesù lo sollevò ed egli si alzò in piedi.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, in questo racconto, Gesù ci dice: «Ogni cosa è possibile a chi crede». E non ci rassicura affatto, perché sappiamo che per noi ogni cosa che vorremmo non è possibile che accada. Non ci sarebbero più le guerre nel mondo, l’odio, la violenza. Solo a Dio «tutto gli è possibile», non a noi.

Perché Gesù va così avanti? Oltre le nostre possibilità? Perché vuole affermare con forza che si aspetta che ai credenti è permesso di partecipare, nella fede, alle opere che Dio compie, che non ne siamo estranei.

Eppure, a volte, vorremmo avere per noi stessi questa prerogativa che è di Dio: per esempio quando ci troviamo di fronte a persone in gravi difficoltà e senza via d'uscita, in una situazione di bisogno simile a quella del giovane epilettico del racconto biblico.

Marco ci dice che è posseduto da uno spirito muto, ci vuole dire che è tagliato fuori dalla comunicazione, è escluso dal rapporto con gli altri. Non può dialogare, né confrontarsi. Si getta nel fuoco e nell'acqua, cioè si comporta in modo autodistruttivo.

Purtroppo, non soltanto in persone malate, ma anche in quelle sane, possiamo riconoscere questo tipo di sofferenze; tante persone, oggi, sono come il giovane del racconto, mute, perché tagliate fuori dai rapporti umani, discriminati o respinti.

Testo della predicazione: Matteo 6,25-34

Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro? E chi di voi può con la sua preoccupazione aggiungere un'ora sola alla durata della sua vita? E perché siete così ansiosi per il vestire? Osservate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. Ora se Dio veste in questa maniera l'erba dei campi che oggi è, e domani è gettata nel forno, non farà molto di più per voi, o gente di poca fede? Non siate dunque in ansia, dicendo: "Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?" Perché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; ma il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più. Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, Gesù affronta il tema dell’ansia perché sa bene che si tratta perfino di una sofferenza che non aggiunge nulla alla nostra vita, anzi ci toglie qualcosa: la serenità. Gesù insiste sul fatto che, spesso, la nostra ansia dipende da una errata priorità che diamo alle cose.

In effetti, ci sono tante cose nella vita alle quali diamo poca importanza, ma un giorno, quando facciamo un’esperienza intensa, quelle persone, parole o gesti, possono acquistare un significato profondo, e diventare per noi particolarmente cari e preziosi che cambiamo anche la nostra esistenza.

Per questo Gesù parla di una nuova concezione della vita che diventa un modo di essere e di porsi nei confronti della vita stessa e di Dio. Gesù ci invita a prendere sul serio e la vita e Dio. Gesù vuole ricordarci che come Dio è il creatore di tutti gli esseri umani, così egli non li abbandona a se stessi, ma continua ad prendersene cura sempre, come dire che il suo atto creatore non si è concluso nella prima pagina della Bibbia.

Gesù ci invita a guardare gli uccelli, belli e brutti (nel vangelo di Luca, si parla anche di corvi!) i vegetali, i fiori e persino le erbacce che continuano a ricevere l'attenzione di Colui che li ha creati. Gesù ci dice che anche per noi è così, anche noi dipendiamo dall’amore del Signore che ci sostiene nella vita. Gesù ci dice che Dio ci ha creati, non per buttarci nel vasto mondo chiedendoci di cavarcela da soli e di arrangiarci, ma continua ad amarci e a prendersi cura di ognuno di noi.