Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

Indirizzo: Via Beckwith 49, Luserna San Giovanni (TO), 10062, ITALIA

Tel/Fax: (+39) 0121/30.28.50

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Testo della predicazione: II Corinzi 6,1-10

Come collaboratori di Dio, vi esortiamo a non ricevere la grazia di Dio invano; poiché egli dice: «Ti ho esaudito nel tempo favorevole, e ti ho soccorso nel giorno della salvezza». Eccolo ora il tempo favorevole; eccolo ora il giorno della salvezza! Noi non diamo nessun motivo di scandalo affinché il nostro servizio non sia biasimato; ma in ogni cosa raccomandiamo noi stessi come servitori di Dio, con grande costanza nelle afflizioni, nelle necessità, nelle angustie, nelle percosse, nelle prigionie, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni; con purezza, con conoscenza, con pazienza, con bontà, con lo Spirito Santo, con amore sincero; con un parlare veritiero, con la potenza di Dio; con le armi della giustizia a destra e a sinistra; nella gloria e nell'umiliazione, nella buona e nella cattiva fama; considerati come impostori, eppure veritieri; come sconosciuti, eppure ben conosciuti; come moribondi, eppure eccoci viventi; come puniti, eppure non messi a morte; come afflitti, eppure sempre allegri; come poveri, eppure arricchendo molti; come non avendo nulla, eppure possedendo ogni cosa!

Sermone

Cari fratelli e sorelle, in questa lettera, l’apostolo Paolo si rivela apertamente, descrivendo le esperienze di oltre venti anni di servizio in diverse città: Damasco, Antiochia, Filippi, Atene, Corinto, Efeso, ecc… L’apostolo ha visto gloria e umiliazione, vita e morte; una visione di angeli che lo rinvigorisce e una spina nella carne che lo abbatte; grande tenerezza, ma anche grande severità; un dolore smisurato, ma consolazioni immense: ecco alcune delle contraddizioni che si conciliano nello stesso uomo.

Nei capitoli precedenti, l’apostolo ricorda che il Signore ha messo il suo tesoro in noi, in noi che siamo fragili e di scarso valore, come vasi di terra (4,7); ricorda che le sofferenze sono solo momentanee e che, finché siamo in questo mondo, siamo chiamati a vivere coerentemente con al nostra fede esprimendo la nostra testimonianza, come se l’amore di Cristo ci costringesse a farlo (5,14); che ogni credente è una nuova creatura (5,17), incaricato del servizio della “Riconciliazione”, con il quale esercitiamo la funzione di Collaboratori di Dio (5,18). 

Ecco, anche qui, nel nostro brano, Paolo si sofferma sulla grazia di Dio che rende i credenti collaboratori del Signore, siamo resi collaboratori di Dio nel manifestare al mondo il suo amore, la sua giustizia, la riconciliazione, la guarigione, l’accoglienza.

L’apostolo, dunque, invita con forza a non rendere vana la grazia di Dio.

Ma come può la grazia di Dio diventare vana?

Non è forse per tutti?

Non è forse gratuita?

Non raggiunge essa uomini e donne, malati e sani, peccatori e giusti? Come può diventare vana?

Testo della predicazione: II Corinzi 12,7-10

E perché io non avessi a insuperbire per l'eccellenza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un angelo di Satana, per schiaffeggiarmi affinché io non insuperbisca. Tre volte ho pregato il Signore perché l'allontanasse da me; ed egli mi ha detto: «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza». Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me. Per questo mi compiaccio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecuzioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando sono debole, allora sono forte.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, in questo brano, l’apostolo Paolo riflette sulle sue debolezze fisiche che possono essere oggetto della grazia di Dio.

Nei versetti precedenti i nostri, l’apostolo spiega di avere ricevuto delle rivelazioni sovrumane: un rapimento in Paradiso, nel terzo cielo, dove ha visto e sentito cose che non è possibile raccontare con parole umane. Si tratta di un’esperienza spirituale intensa, carica di quell’emotività che indurrebbe l’apostolo a rimanere in una condizione estatica perenne. Ma Paolo non vuole dare a quell’esperienza un’importanza eccessiva, perché è consapevole che il soggetto della sua predicazione non è la sua esperienza personale, ma la croce di Cristo, l’amore di Dio, la sua grazia e il suo perdono.

Certo, non deve essere facile, perché per l’apostolo, come per tutti noi, le esperienze sono proprio quelle che determinano il nostro carattere, la nostra vita e la nostra storia.

Come farà Paolo a vivere e a continuare a evangelizzare non tenendo conto di un’esperienza così carica di forza per il suo messaggio?

Testo della predicazione: Geremia 9,23-24

Così parla il Signore: «Il saggio non si glori della sua saggezza, il forte non si glori della sua forza, il ricco non si glori della sua ricchezza: ma chi si gloria si glori di questo: che ha intelligenza e conosce me, che sono il Signore. Io pratico la bontà, il diritto e la giustizia sulla terra, perché di queste cose mi compiaccio», dice il Signore.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, avere saggezza è una grande dote umana, tutte le persone sagge, purtroppo non sempre sono riconosciute per la loro saggezza; a volte accade che tale riconoscimento giunga dopo la loro morte. Resta la speranza che non siano vissuti invano.

Così accade anche per le persone forti di temperamento: che non cedono a compromessi, alla corruzione, che si mantengono integri, onesti, autentici; come pure per le persone ricche che ricevono onori e magnificenze a motivo del loro potere dovuto alla ricchezza.

Sappiamo tutti come i profeti biblici tuonano contro l’attaccamento alle ricchezze perché distolgono l’attenzione da ciò che è essenziale, da ciò che è veramente importante e che dona un senso pieno al mondo, alla vita, alle persone.

I profeti tuonano contro tutto ciò che causa annullamento di obiettivi civili raggiunti, di ciò che causa povertà e indigenza. I profeti tuonano contro quelle ricchezze ottenute impoverendo l’”orfano” e la “vedova”.

In realtà, il profeta Geremia di cui abbiamo letto oggi un brano al capitolo 9, non demonizza “a priori” doti come la ricchezza, la saggezza e la forza umane, non tuona contro chi le possiede, e non considera la saggezza, la ricchezza e la forza come peccato.

Il profeta riconosce che ci può essere del bene in tutte le cose, perfino in quelle cose che possono essere reputate negative, insensate, o che si configurano in un orizzonte di superficialità o di “umanità”, il profeta ritiene che Dio possa perfino usarle per la sua gloria e la sua testimonianza.

Sei saggio, forte, ricco? Bene! – afferma il profeta.

Testo della predicazione: 1 Corinzi 2,6-16

Fratelli, a quelli tra di voi che sono maturi esponiamo una sapienza, però non una sapienza di questo mondo né dei dominatori di questo mondo, i quali stanno per essere annientati; ma esponiamo la sapienza di Dio misteriosa e nascosta, che Dio aveva prima dei secoli predestinata a nostra gloria e che nessuno dei dominatori di questo mondo ha conosciuta; perché, se l'avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Ma com'è scritto: «Le cose che occhio non vide, e che orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore dell'uomo, sono quelle che Dio ha preparate per coloro che lo amano». A noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito, perché lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Infatti, chi, tra gli uomini, conosce le cose dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui? Così nessuno conosce le cose di Dio se non lo Spirito di Dio. Ora noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio, per conoscere le cose che Dio ci ha donate; e noi ne parliamo non con parole insegnate dalla sapienza umana, ma insegnate dallo Spirito, adattando parole spirituali a cose spirituali. Ma l'uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio, perché esse sono pazzia per lui; e non le può conoscere, perché devono essere giudicate spiritualmente. L'uomo spirituale, invece, giudica ogni cosa ed egli stesso non è giudicato da nessuno. Infatti «chi ha conosciuto la mente del Signore da poterlo istruire?» Ora noi abbiamo la mente di Cristo».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, parlare di Spirito, secondo l'apostolo Paolo, vuol dire parlare di spiritualità. Mi sono domandato cosa significa, nella nostra comprensione comune, la parola "spiritualità". Certamente, molti di noi la intendono come una forma di "entusiasmo", per la chiesa, per il Signore; la spiritualità la vediamo in una persona della chiesa che lavora con entusiasmo; oppure la vediamo in una persona che parla della propria fede, che si dedica con convinzione all'evangelizzazione o alle varie attività della chiesa. Diciamo, con un linguaggio che non è nostro, che si tratta di persone “spirituali”, mentre nel nostro linguaggio diremmo persone "attive nella chiesa".

Quando l’apostolo Paolo collega strettamente la spiritualità dei credenti allo Spirito Santo, lo fa trattando il tema della Sapienza.

Ci può apparire strano, ma l'apostolo intavola un discorso con quella parte di comunità filo-gnostica, cioè di quella corrente che fondava la propria fede su quella sapienza e conoscenza che Dio avrebbe riservato solo a pochi eletti, i "perfetti", gli altri erano spregevolmente chiamati "psichici" cioè materiali, di second'ordine insomma.

Sembra che fra questi di second'ordine, cioè materiali, poco inclini alla comprensione della sapienza di Dio, fosse annoverato anche l'apostolo Paolo che, così, deve difendersi dell'accusa di non aver ricevuto da Dio nessuna rivelazione spirituale.

L'apostolo risponde dicendo che, se finora non ha parlato tanto profondamente della sapienza di Dio è perché i Corinzi non erano in grado di capire i suoi discorsi. Dunque, Paolo passa ad affermare che Dio rivela se stesso, sì agli esseri umani, ma lo fa attraverso l'azione dello Spirito Santo.

Testo della predicazione: Esodo 13,20-22

Gli Israeliti, partiti da Succot, si accamparono a Etam, all'estremità del deserto. Il Signore andava davanti a loro: di giorno, in una colonna di nuvola per guidarli lungo il cammino; di notte, in una colonna di fuoco per illuminarli, perché potessero camminare giorno e notte. Egli non allontanava la colonna di nuvola durante il giorno, né la colonna di fuoco durante la notte, dal cospetto del popolo.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, questo racconto ci riporta all’epoca in cui Israele è stato appena lasciato libero di andarsene dall’Egitto. Le dieci piaghe d’Egitto hanno piegato il faraone che si sente ora costretto a liberare un popolo che teneva in schiavitù per costruire i suoi palazzi e le sue città.

Israele marcia verso una terra ignota, ha un lungo cammino da percorrere; la Bibbia ci parla di 40 anni di viaggio attraverso il deserto; certo, 40 è un numero simbolico che rappresenta la preparazione del popolo alla salvezza di Dio, ma non saranno stati certo 40 giorni.

Questo popolo dovrà affrontare pericoli di ogni sorta, prima di raggiungere la Terra promessa; e il primo pericolo è in agguato, accadrà a breve distanza da questa partenza, infatti il Faraone si mostra poco convinto di aver lasciando liberi i suoi schiavi e armerà un esercito di 600 carri da guerra per inseguirli e raggiungerli per farli tornare indietro o per farli morire.

Non si presenta dunque un futuro sereno per il popolo che pure ha trascorso 400 anni di dura schiavitù: cosa ci poteva essere di più duro da sopportare? Ci poteva essere il pericolo di popoli nomadi nel deserto, ostili e aggressivi, sete per la scarsità di acqua, fame per la scarsità di cibo.

Non solo, ma anche forze interne al popolo della discendenza di Abramo, persone contrarie che si sono sentite costrette a lasciare l’Egitto, e che indurranno il popolo a rinnegare il Dio liberatore, che non si lasciava vedere fisicamente, a favore di un idolo costruito da loro, un vitello d’oro.

Israele non conosce ancora tutte le difficoltà che dovrà attraversare, i pericoli, le prove, la sete, la fame. Ora vive la gioia della partenza dalla terra che l’ha reso schiavo, ma c’è anche l’ansia per il domani; l’ansia che tutti i cambiamenti e le nuove strade da percorrere portano.

Testo della predicazione: I Corinzi 1,26-31

Fratelli, guardate la vostra vocazione; non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili; ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, perché nessuno si vanti di fronte a Dio. Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, ossia giustizia, santificazione e redenzione; affinché com’è scritto: «Chi si vanta, si vanti nel Signore».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, in questo scritto in cui l’apostolo scrive alla comunità cristiana di Corinto, affronta il tema della gratuità dell’amore, della grazia e del perdono di Dio.

I credenti, sono tali perché hanno ricevuto la fede da Dio, e questa fede non l’hanno ricevuta perché sono più intelligenti, sapienti o più giusti e santi di altri; i credenti, dunque, non possono avere alcun vanto riguardo alla loro fede: essa è un dono gratuito di Dio.

«Guardate la vostra vocazione», scrive l’apostolo, come dire: «Guardate che cosa siete diventati voi, per grazia di Dio, senza alcun merito, senza nessuna delle vostre carte in regola, senza appartenere a classi agiate, o a classi di intellettuali, di persone altolocate che esercitano poteri forti». No, Maria diceva: «Il Signore ha buttato giù dai troni i potenti e ha mandato a mani vuote i ricchi».

Così accadrà che i Magi d’oriente faranno una lunga strada per abbassarsi nell’adorazione di un bambino povero che nasce in una stalla e deposto in una mangiatoia: questa è la logica di Dio, è la logica per la quale non ci sono ceti di appartenenza giusti, come il popolo ebraico, ma tutti hanno accesso alla fede e alla grazia, qualunque sia la propria condizione a patto che riconosca Dio nell’umiltà, nella povertà, nell’impotenza, nella semplicità.

Eppure non mancano credenti ancora convinti che Dio stia dalla parte dei potenti che altri onorano e riveriscono. Credenti che affermano: «Dio non mi ascolta perché non ho influenza politica», o «perché non ho alcun potere», o «perché non ho l’intelligenza di capire la Bibbia». No, Paolo dice chiaramente: «Dio ha chiamato voi alla fede, proprio perché non siete né ricchi, né potenti».

Testo della predicazione: Matteo 1,18-24

La nascita di Gesù Cristo avvenne in questo modo. Maria, sua madre, era stata promessa sposa a Giuseppe e, prima che fossero venuti a stare insieme, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe, suo marito, che era uomo giusto e non voleva esporla a infamia, si propose di lasciarla segretamente. Ma mentre aveva queste cose nell'animo, un angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua moglie; perché ciò che in lei è generato, viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati».  Tutto ciò avvenne, affinché si adempisse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «La vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emmanuele», che tradotto vuol dire: «Dio con noi». Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l'angelo del Signore gli aveva comandato e prese con sé sua moglie.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, oggi abbiamo raggiunto un grado significativo circa la paternità e la maternità, l’avere dei figli. Si può parlare oggi di maternità responsabile, si pianifica un figlio, oppure no se non possiamo garantirgli una condizione di vita accettabile.

Anche se purtroppo succede che sono sempre meno le donne e gli uomini che sono pronti ad accettano la responsabilità di avere un figlio/a. E può capitare che, quando una gravidanza è frutto di “un incidente di percorso”, allora essa è recepita come uno spezzare la tranquillità che si voleva, o l’interruzione di progetti diversi.

I figli certamente cambiano la vita ed essa non sarà più la stessa di prima.

Come una gravidanza non programmata, in modi diversi, Dio interviene nella nostra vita e ne interrompe il corso in modo inatteso, ci fa cambiare direzione. E noi ci troviamo impreparati e l’accaduto ci scombussola, scompiglia i nostri progetti.

Testo della predicazione: 1 Giovanni 4,16-19 (passim)

«Noi abbiamo conosciuto l'amore che Dio ha per noi, e vi abbiamo creduto. Dio è amore. In questo l'amore è reso perfetto in noi: che noi abbiamo fiducia. Nell'amore non c'è paura; anzi, l'amore perfetto caccia via la paura, perché chi ha paura teme un castigo. Quindi chi ha paura non è perfetto nell'amore. Noi amiamo perché Dio ci ha amati per primo».

Sermone

Cari bambini e care bambine, monitrici, fratelli e sorelle: «Nell’amore non c’è paura, perché l’amore caccia via la paura» dice la Bibbia.

Che significa questa frase? Che chi ama non ha paura?

Significa che, se voi volete bene i vostri genitori, non dovete avere paura? Beh, sì, perché i vostri genitori vi proteggono, si prendono cura di voi, vi dicono dove sono i pericoli, vi danno sempre buoni consigli (alle vote anche degli ordini cui obbedire) e lo fanno per il vostro bene.

Perché lo fanno? Perché tante volte si disperano per voi?

Lo fanno perché vi vogliono bene! Vi amano, e vogliono che voi cresciate bene, imparando a conoscere il mondo, il bene, il male, e affinché un giorno potrete fare tutto da soli, senza più loro attorno.

Ma quando sarete adulti, non domani!

Testo della predicazione: Isaia 63,15-16; 64,1-3

Guarda dal cielo, e osserva, dalla tua abitazione santa e gloriosa. Dove sono il tuo zelo, i tuoi atti potenti? Il fremito delle tue viscere e le tue compassioni non si fanno più sentire verso di me. Tuttavia, tu sei nostro padre; poiché Abraamo non sa chi siamo e Israele non ci riconosce. Tu, Signore, sei nostro padre, il tuo nome, in ogni tempo, è Redentore nostro. Oh, squarciassi tu i cieli e scendessi! Davanti a te sarebbero scossi i monti. Come il fuoco accende i rami secchi, come il fuoco fa bollire l'acqua, tu faresti conoscere il tuo nome ai tuoi avversari e le nazioni tremerebbero davanti a te. Quando facesti le cose tremende che noi non ci aspettavamo, tu discendesti e i monti furono scossi davanti a te.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, i capitoli 63 e 64 del libro del profeta Isaia contengono un lamento, una intensa preghiera dovuta a una grande disperazione che il popolo viveva. È un periodo storico in cui Israele ha una forte crisi di identità spirituale e sociale, gravi difficoltà lo tormentano, ed egli attribuisce quelle battute d’arresto all’indifferenza di Dio.

Il profeta cerca di contribuire a sanare il rapporto fra Dio e Israele che è pericolosamente rovinato. Così, il profeta prega Dio a favore del popolo e, allo stesso tempo, confessa il suo peccato.

In questi capitoli del libro del profeta Isaia vi sono riportate le opere che Dio ha fatto a favore del suo popolo; egli ricorda la sua bontà e la sua misericordia quando nessuno le meritava; ricorda le opere di liberazione che il Signore compì attraverso Mosè, liberando il popolo dalla schiavitù dell’Egitto.

Quando il profeta scrive, Israele è tornato nella terra promessa dopo 50 anni di esilio in Babilonia, siamo attorno al 520 a.C. La gioia del ritorno deve però fare i conti con la devastazione delle terre, la distruzione del tempio e delle case. Tutta la terra è una rovina e uno squallore indicibili, proprio come l’anima di questi deportati che, tornando in patria, non trovano più nulla, ma tutto da ricostruire senza mezzi per farlo.

Testo della predicazione: Apocalisse 5,1-7

Vidi nella destra di colui che sedeva sul trono un libro scritto di dentro e di fuori, sigillato con sette sigilli. E vidi un angelo potente che gridava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e di sciogliere i sigilli?» Ma nessuno, né in cielo, né sulla terra, né sotto la terra, poteva aprire il libro, né guardarlo. Io piangevo molto perché non si era trovato nessuno che fosse degno di aprire il libro e di guardarlo. Ma uno degli anziani mi disse: «Non piangere, ecco, il leone della tribù di Giuda, il discendente di Davide, ha vinto per aprire il libro e i suoi sette sigilli». E vidi un Agnello in piedi, che sembrava essere stato immolato, venne e prese il libro dalla destra di colui che sedeva sul trono.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, l’Apocalittica è un genere letterario che i credenti usavano nei periodi di persecuzione per rafforzare la fede e confortare i deboli e chi era colpito dalle oppressioni. Si tratta di parole da decifrare e interpretare prima di poter intenderne il messaggio. Così, l’Apocalisse del Nuovo Testamento fa in modo che il credente che legge sia tanto emotivamente coinvolto da metterlo nelle condizioni di partecipare agli eventi che il libro descrive.

Oggi tenteremo di capire il messaggio del brano alla nostra attenzione facendo un piccolo viaggio nel mondo del veggente Giovanni che scrive il libro.

La visione si apre con una scena di giudizio. Un trono è posto al centro della scena, su di esso siede il Dio giudice. Attorno a lui una schiera di servi e ministri che gli danno gloria con inni e con pronunciamenti solenni. A un certo punto l’attenzione si rivolge a qualcosa di importante: è un libro. In tutte le scene del genere, appare un libro. Anche nel libro di Daniele ritroviamo la stessa scena di giudizio con lo stesso trono e i servi attorno; l’atmosfera è carica di tensione a motivo dell’imminente giudizio e così irrompe, maestosa, una voce che dice: “...e i libri furono aperti”.

In questo libro vi sono contenuti dei nomi di coloro che sono stati fedeli fino alla morte, altrove, nella Bibbia, è chiamato “il libro della vita” (Salmo 69,29; Apoc. 13,8).

Dunque, la presenza di un libro introduce una scena di giudizio che però, nel nostro brano, diventa diversa da quella di Daniele.

Qui, nessuno è trovato degno di aprire il libro. La fine delle persecuzioni non può dunque avere luogo perché non può iniziare la fine della violenza del mondo. Perciò Giovanni dice: “Io piangevo molto... perché nessu­no poteva aprire il libro”. Che tristezza!