Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

Indirizzo: Via Beckwith 49, Luserna San Giovanni (TO), 10062, ITALIA

Tel/Fax: (+39) 0121/30.28.50

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Testo della predicazione: 1 Pietro 5,5c-11

«Dio resiste ai superbi ma dà grazia agli umili. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, affinché egli vi innalzi a suo tempo; gettando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi. Siate sobri, vegliate; il vostro avversario, il diavolo, va attorno come un leone ruggente cercando chi possa divorare. Resistetegli stando fermi nella fede, sapendo che le medesime sofferenze affliggono i vostri fratelli sparsi per il mondo. Or il Dio di ogni grazia, che vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo, dopo che avrete sofferto per breve tempo, vi perfezionerà egli stesso, vi renderà fermi, vi fortificherà stabilmente. A lui sia la potenza, nei secoli dei secoli. Amen».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, l’autore della lettera di Pietro scrive a dei credenti dell’Asia Minore che vivono una situazione di pericolo a causa delle persecuzioni rivolte ai cristiani del primo secolo; probabilmente quelle ordite dall’imperatore Domiziano.

Chi scrive si rivolge a questi credenti molto provati, chiedendo loro di non ribellarsi a Dio, ma di vivere umilmente quella condizione.

È difficile accettare quanto è richiesto a questi credenti che sembra siano trattati come responsabili dei pericoli che vivono e sono dunque ammoniti così: «non siate superbi piuttosto umiliatevi davanti a Dio». In effetti, anche chi ha ragione può farsi torto con la sua arroganza. E sembra che questi credenti cui è rivolta la lettera siano un po’ sdegnosi agli occhi della gente, ma anche di Dio che li rimanda indietro, perché Dio accoglie chi si presenta senza nulla pretendere, nell’umiltà e nella disponibilità al servizio e al dialogo.

In sostanza, questa lettera di Pietro vuole insegnare un modo di essere che rientra nella logica della gratuità e dell’amore di Dio; vuole insegnare ai credenti che vorrebbero abbandonare la fede a causa della violenza del mondo, di perseverare e che è sbagliato rispondere alla violenza con la violenza.

Il testo biblico comunica il messaggio che l’azione dell’amore non agisce mai con veemenza e aggressività nel confronti del persecutore, ma con la semplice e nuda nonviolenza, con la resistenza passiva, che è intelligenza e non istintività, calma non nervosismo, delicatezza non insensibilità, tatto non maleducazione. Infatti, l’amore è proposta, non imposizione, l’amore non si pone sul piano dei ricatti morali; è umiltà, non superbia, è fiducia nell’accogliere la scelta di Dio, quella di amarci, è una scelta nostra, quella di accogliere l’amore che cambia noi, e cambia l’atteggiamento attorno a noi. L’amore non può essere aggressivo, violento, geloso, pettegolo, tutto ciò rinnega l’amore, è egoismo.

Testo della predicazione: Romani 8,31-35.38-39

Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi. Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, l’apostolo Paolo che scrive questo brano, riflette sul senso della vita; parlare del senso della vita significa anche parlare delle prove della vita, del senso della morte di Cristo per noi e della nostra morte. L’apostolo si domanda come mai i credenti possono essere vittima delle sofferenze e del dolore del mondo.

     Perché i credenti in Cristo non sono risparmiati da quella che a noi appare una forza aggressiva e violenta, dirompente, che provoca distruzione e morte nel mondo? Perché Dio permette che esista? Perché Dio non pone fine al male con la sola forza della sua onnipotenza? Perché ha permesso Auschwitz? Perché tante persone innocenti soffrono e muoiono a causa del male nel mondo?

     L’apostolo cerca di dare un senso alla vita e alla storia dei credenti spiegando che Dio stesso è stato vittima del male del mondo, che Dio stesso ha sofferto la perdita di suo Figlio sulla croce. ¿Dov’era Dio quando Gesù moriva a causa della malvagità umana? Dio era là, sulla croce, era con il nostro Gesù, con il suo Gesù, che soffriva, che moriva, ma in questo modo ha dimostrato che esiste qualcosa di molto più grande e potente del male e della violenza del mondo: l’amore, il suo amore, per il mondo, per tutti gli esseri umani, un amore dal quale nessuno può separarci, neppure la morte stessa, dice l’apostolo.

     Il battesimo di Luca, che abbiamo celebrato oggi, ha questo significato: a Luca, Dio dice: «Io ti amo, sempre, qualunque cosa ti riservi la vita, e non ti lascerò mai solo». Il battesimo è l’atto di Dio nel quale Dio stesso ci fa una promessa: «Io mi prenderò cura di te, sempre, anche quando la violenza e il male del mondo prenderanno il sopravvento, quando l’odio, l’ostilità, l’intolleranza e il disprezzo saranno più grandi delle tue forze e della tua immaginazione, il mio amore non verrà mai meno, contaci!».

     Dov’era Dio quando accadeva la violenza cieca di Auschwitz? Era lì, ad Auschwitz, come sulla croce, che moriva con loro, con i condannati a morte. Perché?

Testo della predicazione: Matteo 25, 14-29

«Un uomo il quale, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e affidò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità; e partì. Subito, colui che aveva ricevuto i cinque talenti andò a farli fruttare, e ne guadagnò altri cinque. Allo stesso modo, quello dei due talenti ne guadagnò altri due. Ma colui che ne aveva ricevuto uno, andò a fare una buca in terra e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo, il padrone di quei servi ritornò a fare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto i cinque talenti venne e presentò altri cinque talenti, dicendo: "Signore, tu mi affidasti cinque talenti: ecco, ne ho guadagnati altri cinque". Il suo padrone gli disse: "Va bene, servo buono e fedele; sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore". Poi, si presentò anche quello dei due talenti e disse: "Signore, tu mi affidasti due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due". Il suo padrone gli disse: "Va bene, servo buono e fedele, sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore". Poi si avvicinò anche quello che aveva ricevuto un talento solo, e disse: "Signore, io sapevo che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; eccoti il tuo". Il suo padrone gli rispose: "Servo malvagio e fannullone, tu sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; dovevi dunque portare il mio denaro dai banchieri; al mio ritorno avrei ritirato il mio con l'interesse. Toglietegli dunque il talento e datelo a colui che ha i dieci talenti. Poiché a chiunque ha, sarà dato ed egli sovrabbonderà; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle,

vi propongo una ri-lettura, in chiave moderna, della parabola dei talenti, che abbiamo ascoltato nel Vangelo di Matteo.

Vi era un Maestro, di grande fede e intuito, il quale credeva profondamente nel riscatto e nella salvezza dell’umanità. Aveva visto e vissuto tanta violenza e sopraffazione, oppressione e schiavitù; così intraprese la via di una ricerca per insegnare l’arte della pace e della giustizia, nella prospettiva di insegnare agli abitanti della sua terra il segreto per superare la violenza che ognuno ha dentro di sé, la guerra e l’uso delle armi.

Aprì una scuola, il cui ingresso era aperto a tutti, ma per entrare si richiedeva grande dedizione e partecipazione, impegno e coraggio. Il Maestro era molto esigente: non poteva rischiare di fallire quando era in atto un’operazione strategica di diplomazia tra due stati; era estremamente vitale che le parti in causa chiarissero le loro divergenze e si stringessero la mano.

La sua terra andava sempre più verso una deriva da cui non si sarebbe più tornati indietro: i pochi ricchi possedevano 80% delle risorse, i tanti poveri, invece, disponevano di briciole lasciate cadere dalle tavole imbandite dei ricchi. Stava per innescarsi una grande rivolta planetaria degli uni contro gli altri che avrebbe condotto all’autodistruzione.

Testo della predicazione: Efesini 5,8b-14

Comportatevi come figli di luce - poiché il frutto della luce consiste in tutto ciò che è bontà, giustizia e verità - esaminando che cosa sia gradito al Signore. Non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre; piuttosto denunciatele; perché è vergognoso perfino il parlare delle cose che costoro fanno di nascosto. Ma tutte le cose, quando sono denunciate dalla luce, diventano manifeste; poiché tutto ciò che è manifesto, è luce. Per questo è detto: «Risvègliati, o tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti inonderà di luce.

Sermone

Cari fratelli e sorelle, il testo biblico della lettera agli Efesini vuole far riflettere i credenti: parla della svolta della loro vita, della conversione, parla di quello che i credenti erano prima e di quello che sono diventati dopo, per grazia di Dio.

Ma di che si tratta? Cos'erano i credenti prima di credere? E che senso può avere che diventino qualcos'altro?

L'autore della lettera agli Efesini ha le idee chiare: sostiene che, per natura, l'essere umano è portato a vivere nelle tenebre, cioè nella prigione della sua umanità, all'interno delle sue contraddizioni, dei suoi limiti, della sua parzialità. Per natura, non riesce ad andare al di là di se stesso e, se volesse riscattarsi da questa condizione con le proprie forze, non farebbe che peggiorare la sua situazione.

Tutti, infatti, abbiamo la tendenza a fare da soli, a essere indipendenti, autonomi dagli altri, la sappiamo più lunga e abbiamo più ragione degli altri: in fondo questo atteggiamento si chiama “orgoglio” che ha come presupposto il fatto di ritenersi capaci e adeguati allo scopo che vogliamo affrontare. Tuttavia, così facendo, dimostriamo solo di essere testardi e ostinati, accentuando la nostra contraddizione umana.

È come se un cieco avesse la pretesa di dirigersi, da solo, in modo disinvolto, alla conquista del mondo. Ebbene, questo è l'essere umano, per sua natura, secondo la Bibbia: un essere che da solo non ha la capacità di riscattarsi dalla sua condizione umana di peccato.

Dunque, diventa chiara la necessità dell'intervento propizio di Dio. Ma cosa accade quando Dio interviene?

Testo della predicazione: Atti 2,41-47

Quelli che accettarono la sua parola furono battezzati. Ed erano perseveranti nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere. Ognuno era preso da timore; e molti prodigi e segni erano fatti dagli apostoli. Tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le proprietà e i beni, e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. E ogni giorno andavano assidui e concordi al tempio, rompevano il pane nelle case e prendevano il loro cibo insieme, con gioia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Il Signore aggiungeva ogni giorno alla loro comunità quelli che venivano salvati.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, il libro degli Atti degli apostoli descrive una comunità cristiana quasi perfetta, modello da imitare; in sostanza, l’autore del libro, Luca, ci presenta una comunità a cui ispirarsi, verso la quale tendere.

Dunque di che si tratta? Di che modello comunitario stiamo parlando?

Innanzitutto parliamo di una comunità perseverante.

La comunità degli inizi non fonda il suo stile di vita su un entusiasmo momentaneo destinato a sopirsi, non agisce sull’onda emozionale di eventi forti e miracolosi che la rendono attiva e vivace, non è una comunità di esaltati. La comunità cristiana è chiamata a essere una chiesa perseverante, cioè lontana dallo scalpore e dall’eccitazione fanatica, non vive perché lei ha ragione e gli altri hanno torto, non si contrappone a nessuno: è perseverante.

Ma in che cosa persevera questa chiesa degli inizi dell’era cristiana? È perseverante rispetto a quattro elementi che la caratterizzano profondamente, che le danno un senso e significato:

1) Il PRIMO elemento è la perseveranza nell’insegnamento degli apostoli: si tratta dell’ascolto della PAROLA, la Parola di Gesù, quella che gli apostoli trasmettono, è il punto di partenza della chiesa, non esiste la chiesa senza la Parola di Gesù, senza che vi sia la predicazione della Parola di grazia e di perdono. Quindi non è da confondere con una ideologia o un tipo di moralismo, ma è testimonianza degli insegnamenti di Gesù, ubbidienza al Signore che rivela il suo amore per tutti. Questa Parola è quella che fonda i credenti e la chiesa stessa.

2) Questa Parola produce il SECONDO dei quattro momenti che danno senso alla chiesa: la comunione fraterna, in greco koinonìa, che è comunione con Dio e unione tra i credenti; essi hanno quindi la stessa e fede, dono di Dio, lo stesso progetto di vita. Lo Spirito che permette la predicazione della Parola, è lo stesso Spirito che permette la koinonìa, la comunione fraterna; è questo il vero miracolo di Pentecoste: lo Spirito forma un corpo unico, la chiesa, quello dei credenti, dall’incontro di gente diversa.

Testo della predicazione: Lettera ai Romani 6,3-8

Ignorate forse che tutti noi, che siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Siamo dunque stati sepolti con lui mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come Cristo è stato risuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita. Perché se siamo stati totalmente uniti a lui in una morte simile alla sua, lo saremo anche in una risurrezione simile alla sua. Sappiamo infatti che il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui affinché il corpo del peccato fosse annullato e noi non serviamo più al peccato; infatti colui che è morto è libero dal peccato. Ora, se siamo morti con Cristo, crediamo pure che vivremo con lui.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, in questo brano della Bibbia, l'apostolo Paolo parla della morte e le dà un significato positivo: infatti non parla della nostra morte fisica, ma di una morte che diventa il presupposto per una vita da vivere pienamente, qui e ora, una vita che ha senso, degna di essere vissuta: questo significa, per l’apostolo, la vita eterna. Egli, quindi, parla di una morte che in realtà è nascita, culla della vita.

Ma in che senso?

Innanzitutto vediamo che Paolo mette in rapporto la morte di Gesù Cristo con la nostra morte, e parla della nostra morte non come di qualcosa che deve ancora avvenire, ma che è già avvenuta.

Quando?

L’apostolo, in sostanza, vuole parlare dell’avvenire dei credenti, del loro futuro, partendo dal passato: l'avvenire dei credenti è un cammino alla cui fine non c'è la morte, ma la risurrezione; un cammino che parte dalla morte di Gesù sulla croce, una morte che ci riguarda, che ci coinvolge, che ci fa partecipare a quell’evento in modo che anche noi possiamo dire di aver “vissuto la morte”, e che perciò ci attende è la risurrezione.

Quindi il destino dei credenti in Cristo è legato al destino di Cristo, alla sua morte e alla sua risurrezione. Questo è il fondamento della nostra fede: Dio, nonostante la nostra mancanza di fede, la nostra ribellione, ci considera morti con Cristo (perché Cristo è morto per noi) e sceglie di essere dalla nostra parte, con noi, per noi con la risurrezione di Cristo e nostra.

Testo della predicazione: I Corinzi 1,18-25

La predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio; infatti sta scritto: «Io farò perire la sapienza dei saggi
e annienterò l'intelligenza degli intelligenti». Dov'è il sapiente? Dov'è lo scriba? Dov'è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza di questo mondo? Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia; 24 ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, il brano biblico che l’apostolo Paolo scrive e che abbiamo ascoltato è un discorso di rottura, un forte testo di contestazione. A noi possono suonare ovvie le parole di Paolo: «Noi predichiamo Cristo crocifisso». Ma l’apostolo vuole richiamare i credenti di Corinto a non predicare più su altre fantasie e personaggi illustri perché solo Cristo è stato crocifisso per noi e non un altro.

L’apostolo parla della fatto che la fede nel Cristo crocifisso è centrale e i credenti di Corinto avevano perso questa centralità. L’apostolo è molto pungente nel cercare di frantumare una immagine di Dio distorta; egli vuole Paolo ricollocare la croce al suo posto, da dove è stata tolta via.

Perché tutto questo? Cos’era successo in quella chiesa?

Nella chiesa di Corinto vi erano divisioni, alcuni si schieravano con la teologia di un predicatore di nome Apollo, altri con quella di Cefa, l’apostolo Pietro, altri ancora con Paolo stesso. L’apostolo ricorda invece che la fede non si fonda né sulla teologia di uno, né sulla filosofia di un altro, né sulla scienza, né su qualche persona, spirituale per quanto possa essere.

Una parte dei credenti di Corinto fondava la propria fede nei miracoli: Dio c’è solo dove interviene con opere potenti, e non c’è dove non ci sono miracoli. «Dio ha fatto questa guarigione, vedete? Vuol dire che è dalla nostra parte».

Altri credenti si stupivano davanti a tale ingenuità e fondavano il loro cristianesimo su tesi filosofiche che spostavano la fede nell’ambito della ragione.

Paolo mette scompiglio sulle tesi dei due gruppi perché nessuno di loro sentiva il bisogno di credere e annunciare che Cristo era morto sulla croce.

Per l’apostolo Paolo, l’annuncio dell’Evangelo parte da un fondamento certo: Cristo che è stato crocifisso. Annunciare altro significava annunciare un cristo diverso, non quello che Dio aveva mandato e nel quale, Dio si era donato all’umanità.

Domenica, 19 Giugno 2016 15:57

Sermone di domenica 19 giugno 2016

Testo della predicazione: Esodo 33,18-23

Mosè disse: «Ti prego, fammi vedere la tua gloria!» Il Signore gli rispose: «Io farò passare davanti a te tutta la mia bontà, proclamerò il nome del Signore davanti a te; farò grazia a chi vorrò fare grazia e avrò pietà di chi vorrò avere pietà». Disse ancora: «Tu non puoi vedere il mio volto, perché l'uomo non può vedermi e vivere». E il Signore disse: «Ecco qui un luogo vicino a me; tu starai su quel masso; mentre passerà la mia gloria, io ti metterò in una buca del masso, e ti coprirò con la mia mano finché io sia passato; poi ritirerò la mano e mi vedrai da dietro; ma il mio volto non si può vedere.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, un filosofo francese degli anni ’60 scriveva che “senza viso non si è”; non si è nei confronti della società, del mondo, nei confronti di tutti, perché senza viso non si può mostrare la propria identità, il proprio umore, i propri pensieri, non si potrebbero instaurare dialoghi, rapporti, e questo in effetti è, in alcune popolazioni, il senso del coprirsi il viso, in particolare da parte delle donne: significa rinunciare a instaurare rapporti, a costruire dialoghi, confronti, amicizie; significa mantenere distanza, restare anonimi, impersonali, senza nome. Senza il viso non c’è sorriso, pianto, gioia, dolore che possano essere condivisi.

Nella Bibbia ci aspetteremmo che la richiesta di Mosè di vedere il viso del Signore sia presto esaudita, invece Dio dice: «chi vede il mio viso non può vivere, muore». Perché Dio si nega?

A questo punto, facciamo un passo indietro per notare che il nostro brano è preceduto dall’episodio nel quale Israele si costruisce un vitello d’oro da adorare, da riconoscere come dio con un suo corpo e un volto. E questo succede proprio mentre Dio si rivela a Mosè come un Dio che parla, che parla di libertà attraverso le dieci parole scritte sulle tavole.

Il popolo non vuole sentire il cuore di Dio, il suo amore che si rivela nella sua Parola, il popolo vuole vedere e toccare e sentirsi appagato da una superficialità scandalosa e scellerata.

Vedere e toccare esclude la proposta di una scelta di fede o di non-fede; il popolo non vuole andare oltre il primo sguardo, vuole solo una verità lapidaria costituita da una immagine che non ti pone alcun dubbio perché è evidente, nessuna ricerca, nessun approfondimento, nessuna necessità di andare oltre, di scrutare, di incuriosirsi: qui non c’è libertà di scelta, libertà di coscienza, ma c’è solo l’evidenza dei fatti costituita da una immagine, che sia artefatta o no, finta o simulata, l’importante è fermarsi lì, non andare oltre, non indagare.

Testo della predicazione: Marco 10,13-16

Divenne sera e Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all'altra riva». I discepoli, congedata la folla, lo presero, così com'era, nella barca. C'erano delle altre barche con lui. Ed ecco levarsi una gran bufera di vento che gettava le onde nella barca, tanto che questa già si riempiva. Egli stava dormendo sul guanciale a poppa. I discepoli lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t'importa che noi moriamo?» Egli, svegliatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!» Il vento cessò e si fece gran bonaccia. Egli disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, sebbene l’evangelista Marco ci voglia narrare il racconto della tempesta sedata, tuttavia, egli indugia in particolari che, a prima vista, sembrano insignificanti.

Innanzitutto un’informazione: «Divenne sera». Quando si fa sera le nostre faccende del giorno devono concludersi: è buio, siamo stanchi. La sera avverte che sta per arrivare la notte, l’oscurità, che è anche sinonimo di paura, di timore, di apprensione; la notte rivela tutta la nostra fragilità: l’impossibilità di affrontare qualcosa che non vediamo perché è buio; la notte rivela tutta la nostra impotenza, rivela le nostre paure.

L’evangelista ci vuole dire che i discepoli devono affrontare la tempesta quando è già buio nella loro anima, nel momento più alto della loro vulnerabilità.

Divenne sera, quindi Gesù congeda le persone che si erano fermate per ascoltare la sua predicazione e dice ai suoi discepoli in procinto di affrontare la notte: «Passiamo all’altra riva».

Gesù avrebbe potuto dire: «Troviamo un posto sicuro dove passare la notte». Invece Gesù chiede ai discepoli di affrontare la notte, chiede che accada un cambiamento nell’anima e nel cuore dei suoi discepoli. Gesù chiede di fare rotta verso altre mete piuttosto che rinchiudersi dentro le proprie sicurezze, chiede ai discepoli di prendere un’altra direzione, di cambiare progetti, di cambiare piani.

Testo della predicazione: I Giovanni 4,16b-21

«Noi abbiamo conosciuto l'amore che Dio ha per noi, e vi abbiamo creduto. Dio è amore; e chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui. In questo l'amore è reso perfetto in noi: che nel giorno del giudizio abbiamo fiducia, perché qual egli è, tali siamo anche noi in questo mondo. Nell'amore non c'è paura; anzi, l'amore perfetto caccia via la paura, perché chi ha paura teme un castigo. Quindi chi ha paura non è perfetto nell'amore. Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo. Se uno dice: «Io amo Dio», ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto. Questo è il comandamento che abbiamo ricevuto da lui: che chi ama Dio ami anche suo fratello».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, l’autore della lettera di Giovanni riflette sul Dio che ci è stato annunciato da Gesù, e da questo annuncio scaturisce una definizione di Dio unica in tutta la Bibbia. Non dice come è fatto Dio, ma parla della qualità di Dio, dell’essenza di Dio, dell’essere di Dio. Dice: Dio è amore. Punto e basta. Altro non possiamo sapere sul Dio in sé.

Potremmo dire che Dio è onnipotente, onnisciente, onniveggente, tuttavia si tratta di categorie umane attribuite, in modo superlativo, a Dio. Il nostro autore biblico non si lascia ingannare dalla potenza o dalla sapienza o dalla capacità che gli umani possono, in qualche modo, possedere e poi trasferire queste qualità all’essere di Dio. Il nostro autore prova a considerare una realtà, di cui ha fatto l’esperienza, che reputa divina: è l’amore. Perché l’amore non è una realtà umana.

Per la Bibbia, l’amore è una realtà divina che irrompe nel nostro presente, nella nostra esistenza, nella nostra storia. È una realtà, attraverso la quale, Dio si rivela a noi. «Dio ha tanto amato il mondo, che ha mandato il suo unico figlio» (Gv. 3,16), vi è qui la consapevolezza che l’amore produce un movimento di Dio verso noi e di noi verso altri, da persona a persona. Si tratta di un movimento che non è fine a se stesso, perché Dio viene, in Cristo, in mezzo a noi, per farsi dono di sé. Questo è l’amore: un’azione un movimento verso l’altro/a per accoglierlo/a e donarsi a lui/lei.  

L’amore, dunque, non è semplicemente un volersi bene, non è vivere una tregua, non farsi la guerra, sopportare l’altro, tollerare chi è diverso, ma è farsi dono agli altri.

Questa è la definizione di amore nella Bibbia, non va mai interpretata in modo diverso. Il Dio che ama si dona, la persona che ama si fa dono agli altri.