Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

Indirizzo: Via Beckwith 49, Luserna San Giovanni (TO), 10062, ITALIA

Tel/Fax: (+39) 0121/30.28.50

Mail: Per contattare il pastore via mail, clicca qui

 

Testo della predicazione: II Samuele 12,1-7a

Il Signore mandò Natan da Davide e Natan andò da lui e gli disse: «C’erano due uomini nella stessa città; uno ricco e l’altro povero. Il ricco aveva pecore e buoi in grandissimo numero; ma il povero non aveva nulla, se non una piccola agnellina che egli aveva comprata e allevata; gli era cresciuta in casa insieme ai figli, mangiando il suo pane, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno. Essa era per lui come una figlia. Un giorno arrivò un viaggiatore a casa dell’uomo ricco. Questi, risparmiando le sue pecore e i suoi buoi, non ne prese per preparare un pasto al viaggiatore che era capitato da lui; prese invece l’agnellina dell’uomo povero e la cucinò per colui che gli era venuto in casa». Davide, allora, si adirò moltissimo contro quell’uomo e disse a Natan: «Com’è vero che il Signore vive, colui che ha fatto questo merita di essere punito e pagherà quattro volte il valore dell’agnellina, per aver fatto una cosa simile e non aver avuto pietà. Allora Natan disse a Davide: «Tu sei quell’uomo!».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, cari bambini e bambine della SD, cari genitori, care monitrici, il profeta Natan pronuncia la parabola che abbiamo ascoltato davanti al re Davide, il più grande re d’Israele. Gesù sarà poi discendente di questo re.

Davide però ha sbagliato, si invaghisce di una bella donna, Betsabea, mentre la guarda dalla sua terrazza, mentre Betsabea faceva un bagno. Ma la donna è la moglie di un militare in alto grado del re, Uria. Davide manda a chiamare Betsabea e con lei ha dei rapporti, viola la sua integrità di donna e di moglie fedele. E quando la donna rimane incinta, il re cerca di rimediare sposandola. C’è però suo marito, Uria. Come fare? Così il re Davide ordina di esporre in battaglia Uria, di lasciarlo solo in prima linea perché così sia ucciso dal nemico. E così accadde. Uria, fedele servo del re, muore in battaglia.

Il profeta Natan va dal re Davide e gli racconta una storia: C’erano due uomini, uno ricco, l’altro povero. Per descrivere il ricco, Natan, non ci mette molto, non c’è alcun interesse in quell’uomo. Era ricco, aveva in gran numero pecore e buoi, aveva tutto quello che gli serviva per vivere, anzi, molto di più.

Il povero, invece, attira la nostra attenzione: aveva una piccola agnellina che aveva comprato e allevata, era cresciuta insieme a lui e ai suoi figli, era tutto ciò che possedeva, le voleva bene come a una figlia. L’agnellina mangiava con il suo padrone, beveva alla sua coppa, dormiva tra le sue braccia. Come un animale domestico, un gattino o un cagnolino che custodiamo con affetto.

Ma un giorno arrivò un ospite in casa dell’uomo ricco, e questi, per non uccidere nessuna tra le sue pecore e i suoi buoi, per preparare il pranzo all’ospite, «prende» l’agnellina del povero e la cucina.

Il ricco prese ciò che non era suo, prese l’agnellina del povero e ne fece un pranzo per sé e per il suo ospite. Il ricco ha trattato come sua proprietà ciò che non gli apparteneva.

Testo della predicazione: Matteo 12,38-42

Alcuni scribi e farisei presero a dirgli: «Maestro, noi vorremmo vederti fare un segno». Ma egli rispose loro: «Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno; e segno non le sarà dato, tranne il segno del profeta Giona. Poiché, come Giona stette nel ventre del pesce tre giorni e tre notti, così il Figlio dell’uomo starà nel cuore della terra tre giorni e tre notti. I Niniviti compariranno nel giudizio con questa generazione e la condanneranno, perché essi si ravvidero alla predicazione di Giona; ed ecco, qui c’è più che Giona! La regina del mezzogiorno comparirà nel giudizio con questa generazione e la condannerà; perché ella venne dalle estremità della terra per udire la sapienza di Salomone; ed ecco, qui c’è più che Salomone!».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, davanti a persone che si considerano dei “santi” o degli “unti del Signore” noi protestanti assumiamo subito un atteggiamento prudente, guardingo, se non scettico, siamo certi che la Parola di Dio non ha bisogno di figure carismatiche potenti per affermarsi e per essere creduta. È giusto, anche perché nel passato abbiamo fatto esperienze di personalità carismatiche devastanti, come Hitler, Mussolini e altri tiranni che vantavano Dio dalla loro parte.

Dunque, la richiesta che gli scribi e i farisei rivolgono a Gesù “Dacci un segno” è più che legittima. Significa: “Dai prova delle tue pretese di essere il Messia, così potremo interpretarle alla luce delle Scritture”.

All’epoca, erano molti i “profeti” che vantavano pretese messianiche e promettevano segni stupefacenti che, ovviamente, non riuscivano a rendere concreti. C’era bisogno, quindi, di capire e di non farsi abbindolare dal primo venuto.

Tuttavia, Gesù riesce a capire cosa si nascondeva dietro la domanda degli scribi e dei farisei. Non era semplice curiosità di capire per poter giudicare l’autenticità di una persona come Gesù. Gesù non ha a che fare con delle persone che sono alla ricerca di Dio e sentono il bisogno di incontrarlo e amarlo; qui i farisei sono alla ricerca di un Messia potente che sappia essere forte, di grande impatto carismatico sulla popolazione e di grande potere!

Si tratta del fascino dell’onnipotenza, del potere che conquista, che sottomette e domina.

Testo della predicazione: Luca 10,38-42

Mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio; e una donna, di nome Marta, lo ricevette in casa sua. Marta aveva una sorella chiamata Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola. Ma Marta, tutta presa dalle faccende domestiche, venne e disse: «Signore, non ti importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e sei agitata per molte cose, ma una cosa sola è necessaria. Maria ha scelto la parte buona che non le sarà tolta».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, questo episodio delle due sorelle Marta e Maria è molto simile a quello delle due sorelle di Lazzaro che Gesù ha risuscitato, ma non si tratta dello stesso racconto.

Qui le due donne Marta e Maria, in realtà sono anonime, non hanno collegamenti parentali con nessuno. Maria è la stessa donna che qualche capitolo prima appare come prostituta che entra in casa di un fariseo, Simone, dove vi era Gesù invitato a pranzo: la donna piange ai suoi piedi che bagna con le sue lacrime, li asciuga coi capelli e li unge con profumo. La stessa donna, qui si siede ai piedi del Signore e lo ascolta parlare.

L’evangelista Luca racconta tutto ciò con compiacimento, sapendo di scandalizzare parecchie persone.

Ripercorriamo il suo racconto. Una donna, Marta, invita Gesù a casa sua, la donna comincia a preparare il pranzo, mentre Gesù parla: le sue parole sono parole di pace, di giustizia, di speranza, di riscatto spirituale e sociale, per tutti: uomini e donne, schiavi e liberi. Improvvisamente, giunge in casa la sorella di Marta, è Maria. È attratta dalle parole di Gesù e si siede ai piedi del Maestro, come facevo i discepoli e si concentra nell’ascolto, è assorta, non lascia che nulla la distragga. Le importa solo quello, è oltremodo attratta da quel messaggio che sente indirizzato proprio a lei e non ritiene che vi sia nulla di più importante in quel momento che ascoltarlo con attenzione.

Due donne, due figure femminili: due modi di concepire la vita, due priorità diverse, due orientamenti diversi circa il rispetto e l’accoglienza di una persona.

Luca 17,7-10

Se uno di voi ha un servo che ara o bada alle pecore, gli dirà forse, quando quello torna a casa dai campi: "Vieni subito a metterti a tavola"? Non gli dirà invece: "Preparami la cena, rimbòccati le vesti e servimi finché io abbia mangiato e bevuto, poi mangerai e berrai tu"? Si ritiene forse obbligato verso quel servo perché ha fatto quello che gli era stato comandato? Così, anche voi, quando avrete fatto tutto ciò che vi è comandato, dite: "Noi siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare"

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, per gli antichi copisti della Bibbia, i commentatori o i predicatori, ma anche per noi, questo testo suona molto severo. In fondo ci dice di essere dei buoni a nulla, delle persone inutili. Per questo si è spesso ritoccato il testo per attenuare la sua severità. Lo fa anche la TILC traducendo «Siamo soltanto servitori» omettendo "inutili".

Invece, la frase «Siamo servi inutili» dovrebbe dare a tutti molta gioia.

Certo, ci indisponiamo quando qualcuno ci dice che siamo inadatti al nostro compito, ma se ci pensiamo bene, tutti noi sappiamo di essere peccatori e peccatrici e siamo ben convinti che nessuno al mondo è giusto.

Eppure ci sono tanti «buoni» cristiani che si sono arresi perché si credevano adatti a un compito speciale, ma… quando hanno visto la loro debolezza, e quella degli altri, sono crollati.

Perciò dobbiamo provare molta gioia e riconoscenza per il fatto che Gesù ci tratti già in partenza da «buoni a nulla». Qui, Gesù ci vuole liberare da quel personaggio tanto orgoglioso che è dentro di noi. Gesù ci rimette al nostro posto, al nostro vero posto, e dà la miglior definizione che mai sia stata data della Chiesa: «Una compagnia di buoni a nulla».

Testo della predicazione: Esodo 3,1-12

Mosè pascolava il gregge di Ietro suo suocero, sacerdote di Madian, e, guidando il gregge oltre il deserto, giunse alla montagna di Dio, a Oreb. L'angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava.
Mosè disse: «Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma!» Il Signore vide che egli si era mosso per andare a vedere. Allora Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: «Mosè! Mosè!» Ed egli rispose: «Eccomi». Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro». Poi aggiunse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio d'Abraamo, il Dio d'Isacco e il Dio di Giacobbe». Mosè allora si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio.
Il Signore disse: «Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese nel quale scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Ittiti, gli Amorei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei. E ora, ecco, le grida dei figli d'Israele sono giunte a me; e ho anche visto l'oppressione con cui gli Egiziani li fanno soffrire. Or dunque va'; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall'Egitto il mio popolo, i figli d'Israele».
Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire dall'Egitto i figli d'Israele?» E Dio disse: «Va', perché io sarò con te. Questo sarà il segno che sono io che ti ho mandato: quando avrai fatto uscire il popolo dall'Egitto, voi servirete Dio su questo monte».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, un giorno un pastore di pecore sconfina verso il deserto perché talvolta capita che anche lì qualche raro temporale produca dell’erba nuova, buona per le sue pecore. Oltre il deserto accade un fatto strano: un pruno, una pianta di poco valore nota per il fatto che bruci in un attimo, arde senza consumarsi, perciò il pastore diventa curioso e «devia» dal suo percorso, per dirigersi verso quella direzione. In ebraico Mosè dice: «Devio verso quella direzione; ¿perché il pruno non è mangiato dal fuoco?».

In fondo è proprio la curiosità di Mosè che lo conduce verso quella che sarà una vocazione, è strano, ma solo quando il pastore si lascia trascinare fuori dalla sua realtà, deviare fuori dalla sua normalità, proprio lì avviene l’insolita visione, lì avviene l’incontro con Dio.

Dio si rivela a Mosè mentre è intento a pascolare il suo gregge, e sarà il destino di tante persone nella Bibbia e non solo: come Amos chiamato a essere profeta mentre pascolava il suo gregge, Eliseo che arava il suo campo dietro ai buoi, Gedeone che trebbiava il grano, il re Davide che era a pascolare il gregge quando il profeta Samuele va a casa di suo padre per cercare un re per Israele; ma anche i discepoli di Gesù che erano a pescare. Come i pescatori di pesci diverranno pescatori di uomini, così il pastore delle greggi di Ietro è chiamato a diventare pastore dei figli d’Israele, liberatore dalla schiavitù, colui che li condurrà verso la terra promessa.

Ma perché ciò accada è importante una deviazione, un cambiamento di direzione, di rotta.

Mosè incontra Dio non in un Tempio o mentre sta pregando, ma in un momento qualsiasi della sua giornata, nella sua quotidianità, quando non lo cerca. Dio si rivela a un uomo che non lo conosce, e gli dice: «Io sono il Dio dei tuoi padri», ma Mosè è pieno di domande: «Chi sono io? Perché proprio io? Chi sei tu? Qual è il tuo nome?». Si tratta di domande vitali, importanti; potersi chiamare reciprocamente per nome significa avere una relazione stretta, personale, chiamare per nome rende la comunicazione possibile. Questa è la relazione tra Dio e Mosè, è fatta di un continuo reciproco interrogarsi e chiedersi: “chi sei?”, “chi sono?”.

Testo della predicazione: Romani 1,16-17

Io non mi vergogno del Vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede; del Giudeo prima e poi del Greco; poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com'è scritto: «Il giusto per fede vivrà».

Sermone

Cari fratelli e sorelle, qualche volta sarà capitato anche a voi di sentire tradita la nostra fiducia da un famigliare, parente o amico, oppure è capitato che un rapporto di amicizia si sia logorato perché è venuta meno la fiducia e quella fedeltà reciproca che teneva saldo quel rapporto. Non si sta affatto bene quando un legame si rompe, e allora ci difendiamo ripromettendoci di fidarci solo di noi stessi e di nessun altro.

Ecco, l'apostolo Paolo parla di questo rapporto tra Dio e noi, di un rapporto di fiducia che Dio vuole avere con noi.

Pensate, Lutero nella sua ricerca tormentata di risposte alle domande circa la salvezza, si è fermato sul testo di Romani 1,17 «Io giusto per fede vivrà» e da qui prese inizio la Riforma della chiesa.

L'apostolo Paolo, dice dell’Evangelo che esso è «potenza di Dio». Perché l'apostolo parla di potenza? Come protestanti abbiamo sempre contestato il potere della chiesa. Eppure, per l’apostolo l’Evangelo è potenza di Dio. Che significa dunque?

Per tutti noi l’Evangelo è un messaggio, un annuncio, una parola da dare, non una potenza, anche se di Dio. L'Evangelo non è semplicemente una parola che proclama un contenuto, l’Evangelo è una forza creatrice, la Parola dell’Evangelo è qualcosa che accade, si rea­lizza ciò che afferma.

Testo della predicazione: Esodo 33, 17-23

Il Signore disse a Mosè: «Farò anche questo che tu chiedi, perché tu hai trovato grazia agli occhi miei, e ti conosco personalmente». «Mosè disse: «Ti prego, fammi vedere la tua gloria!» Il Signore gli rispose: «Io farò passare davanti a te tutta la mia bontà, proclamerò il nome del Signore davanti a te; farò grazia a chi vorrò fare grazia e avrò pietà di chi vorrò avere pietà». Disse ancora: «Tu non puoi vedere il mio volto, perché l'uomo non può vedermi e vivere». E il Signore disse: «Ecco qui un luogo vicino a me; tu starai su quel masso; mentre passerà la mia gloria, io ti metterò in una buca del masso, e ti coprirò con la mia mano finché io sia passato; poi ritirerò la mano e mi vedrai da dietro; ma il mio volto non si può vedere».

Sermone

Mosè vuole vedere il volto del Signore.

Cari bambini e bambine, sapete chi è Mosè?

Certo che sì, Mosè è quello che quando nasce doveva morire perché il Faraone d’Egitto voleva uccidere tutti i bambini maschi. Così sua madre lo mette in una cesta di vimini e lo lascia galleggiare sul fiume Nilo, sperando che, lontano dal Faraone, qualcuno lo avrebbe salvato e preso con sé.

E così succede davvero, ma non andrà lontano quel cesto col bimbo dentro, sarà la figlia del Faraone che lo noterà e lo prenderà con sé. Vivrà alla corte del Faraone, proprio lui, il bimbo che voleva morto.

Ma Mosè non era egiziano, era ebreo, e così difende gli ebrei schiavi in Egitto e costretti a lavorare per costruire i palazzi sontuosi del Faraone. Mosè non tollera l’ingiustizia e la prepotenza. Così scappa lontano, e lontano dall’Egitto, sul monte Sinai incontra Dio.

Prima non lo conosceva, neppure lo aveva mai sentito nominare, e ora Dio si presenta a Mosè per parlargli. Lo attira sul monte con un albero che bruciava, ma non si consumava mai. Così, Dio parla a Mosè per dirgli che lo aveva scelto per liberare il suo popolo schiavo degli egiziani e costretto ai lavori forzati.

Così, Mosè ha il grande coraggio di andare dal Faraone per dirgli di liberare il popolo schiavo, gli ebrei. Ma il faraone non voleva rinunciare a tanta manodopera gratis, non voleva rinunciare ai suo nuovi palazzi e si rifiuta. Ma poi Dio lo costringerà a cedere e a lasciare andare gli ebrei.

Essi partono, ma si trovano davanti al mare da attraversare, con gli egiziani che li inseguono per ucciderli, perché il Faraone non voleva più lasciarli andare, era molto arrabbiato.

Testo della predicazione: Matteo 4,12-17

Gesù, udito che Giovanni era stato messo in prigione, si ritirò in Galilea. E, lasciata Nazaret, venne ad abitare in Capernaum, città sul mare, ai confini di Zabulon e di Neftali, affinché si adempisse quello che era stato detto dal profeta Isaia: «Il paese di Zabulon e il paese di Neftali, sulla via del mare, di là dal Giordano, la Galilea dei pagani, il popolo che stava nelle tenebre, ha visto una gran luce; su quelli che erano nella contrada e nell'ombra della morte una luce si è levata». Da quel tempo Gesù cominciò a predicare e a dire: «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, la predicazione di Gesù ha uno scopo particolare: all'umanità viene data una chiave di lettura nuova della vita e della storia, attraverso la quale, ci possiamo collocare, nel contesto umano, come uomini e donne che hanno la possibilità di sfuggire a un destino tragico, di paura e di morte. Ci è data la possibilità di essere riscattati dal giogo della vita umana intessuta di fallimenti, di discriminazioni, di intolleranze, emarginazioni, dal potere delle guerre, distruzioni, dal peso delle violenze inaudite come quelle che abbiamo appreso negli ultimi giorni a Berlino, in Turchia e non solo.

Ma quale risposta diamo come credenti a coloro che domandano: «perché Dio permette tutto questo?».

Gesù si è presentato all’umanità nascendo in una stalla e morendo su una croce, è stato vittima della scelleratezza e della malvagità umana, si è presentato con tutta la debolezza che umanamente ci è propria e l’ha vissuta fino in fondo. Dio non ha fatto improvvisamente irruzione nella storia del mondo con tutto il suo potere e la sua forza, deciso a risolvere lui tutti i problemi dell’umanità. No! Gesù, piuttosto, ci ha insegnato il modo di superarli, di accettarli, di sopravvivere ad essi con dignità.

Dio ha fatto parte della nostra storia, del nostro mondo, della nostra umanità debole, caduca, per dirci che, con noi, anche lui è partecipe del nostro destino umano; il suo essere presente nella nostra quotidianità è la nostra speranza, il nostro nuovo destino che si delinea con contorni sempre più netti.

È questo il Dio che conosciamo, il Dio che viene a noi: Dio ci è davvero vicino in ogni momento della vita, nella sofferenza e nel dolore, si fa solidale con noi, ci accompagna nelle difficoltà, ci tiene per mano quando si fa buio, quando rallentiamo il passo perché non riusciamo a vedere chiaramente dove poggiare in modo fermo il nostro piede. Quando siamo confusi e non sappiamo più capire il senso di quanto accade attorno a noi.

Domenica, 25 Dicembre 2016 12:49

Sermone di Natale 2016 (Michea 5,1-4a)

Testo della predicazione: Michea 5,1-4a

Da te, o Betlemme, Efrata, piccola per essere tra le migliaia di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni. Perciò egli li darà in mano ai loro nemici, fino al tempo in cui colei che deve partorire partorirà; e il resto dei suoi fratelli tornerà a raggiungere i figli d'Israele. Egli starà là e pascolerà il suo gregge con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore, suo Dio. E quelli abiteranno in pace, perché allora egli sarà grande fino all'estremità della terra. Sarà lui che porterà la pace.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, un proverbio ebraico dice così: «Non sprezzare alcun uomo e non svilire alcun oggetto, poiché non vi è uomo che non abbia la sua ora e non vi è cosa che non trovi il suo posto» (Trattato dei princìpi).

Betlemme era un villaggio tanto insignificante e così privo di importanza che quando i profeti dell'Antico Testamento lo nominavano la gente si domandava: «Ma cosa può venire di buono da Betlemme?». Eppure, il profeta pone l'accento sull’insignificanza di questa cittadina come qualcosa di grande e importante.

     Facciamo un piccolo passo indietro di 2700 anni, e andiamo al 720 a.C. Il regno del Sud vive sotto l'incubo dell'invasione degli Assiri, ormai il Regno del Nord è già caduto nel 722 sotto i pesanti colpi inferti dall'Assiria; «A chi toccherà adesso?», si domandava con inquietudine il popolo.

«Toccherà a noi», risponde il profeta Michea, toccherà ad Israele che non pratica più il diritto e la giustizia! «I suoi Capi giudicano per ottenere regalie (3,11); opprimono di deboli (2,1); dice: «Strappate le vesti addosso a chi passa tranquillo… cacciate le donne dalle case… togliete per sempre la gioia ai loro figli. Voi capi e magistrati del popolo: non dovreste occuparvi della giustizia? Ma voi… spellate la gente, anzi le strappate la carne dalle ossa. Voi divorate il mio popolo… lo fate a pezzi… come fosse carne da buttare nella pentola» (2,8-9; 3,1-3).

Michea solo condanna le ingiustizie e tuona contro chi crede di avere pure la protezione di Dio. Molti dicono al profeta: «Zitto, smettila di annunziare che saremo colpiti dal Signore! Chi l'ha detto che sarà così? Sarebbe questo il modo paziente di agire di Dio?» (2,6).

Testo della predicazione: Genesi 19,1-11

I due angeli giunsero a Sodoma verso sera. Lot stava seduto alla porta di Sodoma; come li vide, si alzò per andare loro incontro, si prostrò con la faccia a terra, e disse: «Signori miei, vi prego, venite in casa del vostro servo, fermatevi questa notte, e lavatevi i piedi; poi domattina vi alzerete per tempo e continuerete il vostro cammino». Essi risposero: «No, passeremo la notte sulla piazza». Ma egli fece loro tanta premura, che andarono da lui ed entrarono in casa sua. Egli preparò per loro un rinfresco, fece cuocere dei pani senza lievito ed essi mangiarono. Ma prima che si fossero coricati, gli uomini della città, i Sodomiti, circondarono la casa: giovani e vecchi, la popolazione intera venuta da ogni lato. Chiamarono Lot e gli dissero: «Dove sono quegli uomini che sono venuti da te questa notte? Falli uscire, perché vogliamo abusare di loro». Lot uscì verso di loro sull'ingresso della casa, si chiuse dietro la porta, e disse: «Vi prego, fratelli miei, non fate questo male! Ecco, ho due figlie che non hanno conosciuto uomo: lasciate che io ve le conduca fuori, e voi farete di loro quel che vi piacerà; ma non fate nulla a questi uomini, perché sono venuti all'ombra del mio tetto». Essi però gli dissero: «Togliti di mezzo!» E ancora: «Quest'individuo è venuto qua come straniero e vuol fare il giudice! Ora faremo a te peggio che a quelli!» E, premendo Lot con violenza, s'avvicinarono per sfondare la porta. Ma quegli uomini stesero la mano, tirarono Lot in casa con loro e chiusero la porta. Colpirono di cecità la gente che era alla porta della casa, dal più piccolo al più grande, così che si stancarono di cercare la porta.

Sermone

Il testo biblico, al capitolo che precede il nostro brano, ci dice che gli abitanti di Sodoma erano persone violente e brutali; era cioè una società che si opponeva a Dio e al suo progetto di fraternità, di accoglienza, ospitalità dichiarato fin dal primo capitolo della Genesi. I profeti Isaia e Zaccaria parleranno di quella città come di luogo in cui si praticava l’ingiustizia e la corruzione; gli abitanti peccavano d’orgoglio e d’indolenza; erano indifferenti verso i bisognosi.

Avevano cioè trasformato quella che doveva essere l’immagine di Dio in noi, in qualcosa di diabolico, malvagio e spietato. 

Il mondo, di nuovo, come ai tempi di Noè, si dirigeva verso la sua autodistruzione. Il testo biblico, al capitolo precedente, riporta una vivace discussione tra Abramo e Dio, nella quale Dio stesso dichiara di voler distruggere la città di Sodoma ma che, per amore di uno sparuto numero di persone giuste, 10 persone, non l’avrebbe fatto.

Non si troveranno neppure 10 persone giuste a Sodoma, perciò le sorti della città erano segnate.