Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

Indirizzo: Via Beckwith 49, Luserna San Giovanni (TO), 10062, ITALIA

Tel/Fax: (+39) 0121/30.28.50

Mail: Per contattare il pastore via mail, clicca qui

 

Testo della predicazione: Luca 18,18-23. 28-30

Uno dei capi lo interrogò, dicendo: «Maestro buono, che devo fare per ereditare la vita eterna?» Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio. Tu conosci i comandamenti: Non commettere adulterio; non uccidere; non rubare; non dir falsa testimonianza; onora tuo padre e tua madre». Ed egli rispose: «Tutte queste cose io le ho osservate fin dalla mia gioventù». Gesù, udito questo, gli disse: «Una cosa ti manca ancora: vendi tutto quello che hai, e distribuiscilo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, udite queste cose, ne fu afflitto, perché era molto ricco. Pietro disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato le nostre cose e ti abbiamo seguito». Ed egli disse loro: «Vi dico in verità che non c'è nessuno che abbia lasciato casa, o moglie, o fratelli, o genitori, o figli per amor del regno di Dio, il quale non ne riceva molte volte tanto in questo tempo, e nell'età futura la vita eterna».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, dalla Bibbia abbiamo ascoltato un racconto in cui un giovane, molto ricco, domanda a Gesù cosa deve fare per ottenere la Vita eterna, la salvezza eterna.

Gesù risponde: “Segui i comandamenti di Dio”! Eppure, questi erano osservati attentamente e alla lettera dal giovane ricco che, però, lo stesso, domanda a Gesù cosa deve fare per avere la certezza della Vita eterna.

Eppure, questo giovane dovrebbe avere la coscienza a posto, fa tutto quello che gli è comandato, è uno scrupoloso osservatore dei precetti, attento a tutte le leggi dell’antico Israele. Eppure, sente che tutto questo non basta, che qualcosa gli manca.

Perché?

In fondo, può sentirsi una persona a posto con se stessa e con Dio, può sentirsi una persona perdonata, perché lo meriterebbe davvero, ha tutte le carte in regola per essere benedetto da Dio nella vita terrena e “anche dopo”.

Testo della predicazione: Marco 1,40-45

«Venne a lui un lebbroso e, buttandosi in ginocchio, lo pregò dicendo: «Se vuoi, tu puoi purificarmi!» Gesù, impietositosi, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio; sii purificato!» E subito la lebbra sparì da lui, e fu purificato. Gesù lo congedò subito, dopo averlo ammonito severamente, e gli disse: «Guarda di non dire nulla a nessuno, ma va', mostrati al sacerdote, offri per la tua purificazione quel che Mosè ha prescritto; questo serva loro di testimonianza». Ma quello, appena partito, si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare apertamente in città; ma se ne stava fuori in luoghi deserti, e da ogni parte la gente accorreva a lui».

Sermone

Care sorelle e fratelli, una persona malata di lebbra è guarita da Gesù. Nell’Israele dell’epoca, la lebbra non era soltanto una malattia qualunque, ma la malattia, e Gesù sta per scontrarsi contro tabù e chiusure, paure e timori profondamente radicate. Con questa guarigione del lebbroso, Gesù annuncia il superamento della paura delle malattie devastanti che portano alla morte, e non lo farà con un un discorso convincente che invita ad accogliere i lebbrosi, ma con un gesto che ha in sé un annuncio inequivocabile: i tabù culturali che ostacolano l’accoglienza e la solidarietà vanno superati, le paure circa la punizione divina sui malati vanno vinte, la discriminazione di esseri umani malati è disumana.

I lebbrosi erano emarginati dalla società, considerati maledetti da Dio, cacciati via anche dalla loro famiglia. Non venivano più considerati esseri umani, dovevano tenersi a distanza da tutti. Da Dio potevano aspettarsi solo la sua condanna.

Ogni epoca ha i suoi lebbrosi, che possono essere i senza dimora, i nostri malati di AIDS, i nostri immigrati, gli omosessuali, i poveri, chiunque venga emarginato per qualunque motivo.

Dappertutto la nostra società rigurgita di eliminati, di disprezzati, di esclusi. Il lebbroso di oggi è il diverso che non si omologa agli altri, è il terrone, o il “vu’ cumprà”, chi ha la pelle nera, oppure è il drogato, l’islamico, l’immigrato.

Testo della predicazione: Marco 3,31-35

«Giunsero sua madre e i suoi fratelli; e, fermatisi fuori, lo mandarono a chiamare. Una folla gli stava seduta intorno, quando gli fu detto: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle là fuori che ti cercano». Egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su coloro che gli sedevano intorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Chiunque avrà fatto la volontà di Dio, mi è fratello, sorella e madre».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, ci deve sorprende molto il fatto che la famiglia di Gesù lo cerchi, i suoi fratelli, le sue sorelle e sua madre lo cercano fuori dal luogo in cui si trova, mandano qualcuno a chiamarlo. Cosa c’è di così urgente da interrompere la predicazione di Gesù rivolta a una folla? Forse c’è tanta gente da non riuscire a trovare Gesù? No, la sua famiglia lo cerca perché crede che Gesù sia “fuori di sé”. Così ci dice il versetto 21 di questo capitolo 3, di cui, però, abbiamo ascoltato i versetti da 31 a 35.

Forse, sua madre, i suoi fratelli e le sue sorelle sono venuti per portarlo via, forse lo considerano un disadattato o un eccentrico. Il verbo greco del versetto 21 significa letteralmente «essere fuori di», quindi è fuori di sé, o meglio: «è uscito di senno», o «è diventato pazzo».

Gli scribi non hanno dubbi, lo accusano di collusione con Satana: «Egli ha Belzebù… il principe dei demoni» (Mc. 3,22), che letteralmente significa «Il signore delle mosche» (II Re 1,2). Questo pensavano di Gesù, questa la loro avvilente opinione di Gesù. E la sua famigli? Lo credeva “fuori di sé”. Perché?

«Tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono là fuori che ti cercano». È l’amore e la compassione per Gesù che li spinge ad andargli incontro, non vogliono che sia stritolato dentro gli ingranaggi fatti di cultura, di pregiudizi, di falsa giustizia, di perbenismi contro i quali Gesù si scaglia. I fratelli e le sorelle di Gesù, e loro madre, sanno che se Gesù continua a remare contro gli interessi dei potenti e ad andare controcorrente, urtando moralisti e conformisti che colpisce nella loro sensibilità, prima o poi, quelli gliela faranno pagare. E così infatti accadrà!

Testo della predicazione: Matteo 21,28-32

Un uomo aveva due figli. Si avvicinò al primo e gli disse: "Figliolo, va' a lavorare nella vigna oggi". Ed egli rispose: "Vado, signore"; ma non vi andò. Il padre si avvicinò al secondo e gli disse la stessa cosa. Egli rispose: "Non ne ho voglia"; ma poi, pentitosi, vi andò. Quale dei due fece la volontà del padre?» Essi gli dissero: «L'ultimo». E Gesù a loro: «Io vi dico in verità: i pubblicani e le prostitute entrano prima di voi nel regno di Dio. Poiché Giovanni è venuto a voi per la via della giustizia, e voi non gli avete creduto; ma i pubblicani e le prostitute gli hanno creduto; e voi, che avete visto questo, non vi siete pentiti neppure dopo per credere a lui».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, questa parabola di Gesù fa ricordare tutti noi quando ricevevamo ordini dai nostri genitori, dagli insegnati, o comunque, dagli adulti. Non sempre avevamo voglia di dare seguito agli ordini ricevuti, soprattutto quando implicavano una certa fatica da parte nostra. Allora, talvolta, rispondevamo di sì, perché non potevamo farne a meno, talora di “no” in modo convinto. All’epoca di Gesù, l’ubbidienza e il rispetto al padre erano dovuti: il primo figlio dice al padre: “vado, signore”. Dire di “no” spudoratamente, era un grave affronto.

I figli della parabola sono molto diversi, uno risponde di sì alla richiesta del padre di andare a lavorare nella vigna di famiglia, ma poi non va; l’altro risponde di no, ma poi ci va.

Quale dei due figli è stato ubbidiente al padre? Chi ha detto “sì” o chi ha detto “no”? Risposta: chi ha detto “no”!

Gesù, nella sua parabola, non spiega il comportamento dei due figli e perché danno quelle risposte; a Gesù importa che noi che l’ascoltiamo, possiamo identificarci con l’uno o con l’altro figlio rispetto alla volontà di Dio.

Gesù ha davanti a sé dei leader religiosi che sono molto scettici nei suoi confronti, e cercano di scavare dentro il suo messaggio per capire cosa pensa veramente, e qual è lo scopo della sua predicazione.

Testo della predicazione: Marco 12, 28-34

Uno degli scribi che li aveva uditi discutere, visto che egli aveva risposto bene, si avvicinò e gli domandò: «Qual è il più importante di tutti i comandamenti?» Gesù rispose: «Il primo è: "Ascolta, Israele: Il Signore, nostro Dio, è l'unico Signore. Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua". Il secondo è questo: "Ama il tuo prossimo come te stesso". Non c'è nessun altro comandamento maggiore di questi». Lo scriba gli disse: «Bene, Maestro! Tu hai detto secondo verità, che vi è un solo Dio e che all'infuori di lui non ce n'è alcun altro; e che amarlo con tutto il cuore, con tutto l'intelletto, con tutta la forza, e amare il prossimo come se stesso, è molto più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Gesù, vedendo che aveva risposto con intelligenza, gli disse: «Tu non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno osava più interrogarlo.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, a differenza di altri brani analoghi contenuti nei Vangeli, qui, in Marco, lo scriba non vuole mettere Gesù in difficoltà, lo incontra per imparare qualcosa anche da lui. Ed è questo ciò che accade, lo scriba riprende la risposta di Gesù e prosegue dicendo “È proprio vero, l’amore è tutto, vale più degli olocausti che si sacrificano nel tempio a Dio”. Gesù si congratula con lo scriba e gli dice: “Tu non sei lontano dal Regno di Dio”.

Infatti, Gesù annunciava il Regno di Dio, un Regno che cominciava nel presente. Oggi siamo abituati a questo tipo di predicazione, ma non era scontata in una realtà nella quale la religione assumeva forme ritualistiche, che si fondava su una serie di regole da osservare e riti per rendere propizio il favore di Dio.

Gesù, e lo scriba, riconoscono insieme che questo modo di credere e vivere la fede allontana da un Dio che è semplicemente amore. Potremmo anche dire che la mera osservanza di riti e regole nasce dall’incapacità di riconoscere questo Dio e di avere una relazione con Lui; il rito nasce per riempire un vuoto. Infatti il rito è staticità, fissità, immobilità, immutabilità, cioè tutto il contrario di Dio che vuole un rapporto dinamico, sempre nuovo e imprevedibile, con i suoi figli e figlie.

Ma allora se si toglie la legge che regola il rapporto con Dio e tra i credenti, e se scompaiono i riti, cosa rimane? Quali saranno i punti di riferimento di una religione autentica?

Questa è infatti la domanda dello scriba, che è espressa così: “Qual è il più importante di tutti i comandamenti?” in realtà significa: qual è il fondamento della vera religione? Su cosa deve essere fondato il nostro rapporto con Dio e con il prossimo?

Gesù risponde: «Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua e con tutta la forza tua e ama il tuo prossimo come te stesso. Non c’è nessun altro comandamento maggiore di questi».

Testo della predicazione: Matteo 7,24-27

Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica sarà paragonato a un uomo avveduto che ha costruito la sua casa sopra la roccia. La pioggia è caduta, sono venuti i torrenti, i venti hanno soffiato e hanno investito quella casa; ma essa non è caduta, perché era fondata sulla roccia. E chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica sarà paragonato a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. La pioggia è caduta, sono venuti i torrenti, i venti hanno soffiato e hanno fatto impeto contro quella casa, ed essa è caduta e la sua rovina è stata grande.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, la casa sulla roccia è una parabola che l’evangelista Matteo a conclusione delle beatitudini e del discorso sul discepolato, cioè sul seguire Gesù. L’evangelista sottolinea che la predicazione di Gesù, il cosiddetto Sermone sul Monte, si attende da noi una risposta chiara, senza vie di mezzo: possiamo essere tra coloro che dopo aver ascoltato Gesù costruiscono la loro casa sulla roccia, l’avranno messa in pratica, oppure sulla sabbia, non avendo messo in pratica quanto ascoltato.

In effetti questa parabola si inserisce nella tradizione biblica in modo parallelo all’Alleanza dell’Antico Testamento, anche lì Dio promette benedizioni per coloro che osservano la legge di Dio e la mettono in pratica e minacce di maledizione per coloro che la trasgrediscono. In Deuteronomio leggiamo:

Ora, se tu ubbidisci diligentemente alla voce del Signore tuo Dio, avendo cura di mettere in pratica tutti i suoi comandamenti che oggi ti do, il Signore, il tuo Dio, ti metterà al di sopra di tutte le nazioni della terra; e tutte queste benedizioni verranno su di te e si compiranno per te, se darai ascolto alla voce del Signore tuo Dio.

Appare chiaramente la parola ascoltare (shema’) e la parola fare (asha’), perché l’ascolto della Parola di Dio produce sempre delle conseguenze pratiche.

Testo della predicazione: Isaia 2,3-5

«Venite, saliamo al monte del Signore, alla casa del Dio di Giacobbe; egli ci insegnerà le sue vie, e noi cammineremo per i suoi sentieri. Da Sion, infatti, uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli giudicherà tra nazione e nazione e sarà l'arbitro fra molti popoli; ed essi trasformeranno le loro spade in vomeri d'aratro, e le loro lance, in falci; una nazione non alzerà più la spada contro un'altra, e non impareranno più la guerra. Casa di Giacobbe, venite, e camminiamo alla luce del Signore!».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, chi non ha un sogno nel cassetto? Un sogno che spera, prima o poi, si realizzi? Un sogno che si attende come una promessa che prima o poi verrà onorata. Alle volte quel sogno può essere una vanità personale, altre volte può essere l'unica speranza a cui aggrapparsi. Il sogno può essere quello di poter comprare finalmente una casa, un'auto o una moto, oppure il sogno di fare un viaggio, di andare lontano, o di trovare la persona giusta a cui legarsi per la vita.

Ma ci sono anche altri tipi di sogni, possiamo dire, esistenziali, come per esempio quello di poter coltivare la propria terra che è stata minata durante una guerra, oppure di ricongiungersi con la propria famiglia dopo anni di separazione a causa dell'essere profughi, perseguitati, o semplicemente perché in cerca di un lavoro; il sogno potrebbe anche essere quello di ricevere finalmente la liberazione dalla schiavitù della povertà, di ricevere finalmente l’istruzione prima negata. Il sogno di poter essere considerate persone come gli altri e non discriminati a motivo della propria religione, sesso, condizione sociale o colore della pelle. Ci sono persone che vorrebbero anche solo pregare, in pace, nella loro chiesa, e non possono.

Ricordate il sogno di Martin Luther King, il pastore nero americano? «Ho fatto un sogno… Ho sognato che un giorno gli uomini si alzeranno in piedi e si renderanno conto che sono stati creati per vivere insieme come fratelli e sorelle. Ho il sogno che un giorno ogni (…) persona di colore in tutto il mondo, sarà giudicata sulla base del suo carattere piuttosto che su quella del colore della sua pelle, e ognuno rispetterà la dignità e il valore della persona… Ho ancora il sogno che un giorno la giustizia scorrerà come l'acqua e la rettitudine come una corrente poderosa… Ho ancora il sogno oggi che un giorno la guerra cesserà, che gli uomini muteranno le loro spade in aratri e le nazioni non insorgeranno più contro altre nazioni, e la guerra non sarà più neppure oggetto di studio».

Mercoledì, 02 Agosto 2017 17:20

Predicazione di domenica (Giovanni 6,30-35)

Testo della predicazione: Giovanni 6,30-35

Dissero a Gesù: «Quale segno miracoloso fai, dunque, perché lo vediamo e ti crediamo? Che operi? I nostri padri mangiarono la manna nel deserto, come è scritto: “Egli diede loro da mangiare del pane venuto dal cielo”». Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico che non Mosè vi ha dato il pane che viene dal cielo, ma il Padre mio vi dà il vero pane che viene dal cielo. Poiché il pane di Dio è quello che scende dal cielo, e dà vita al mondo». Essi quindi gli dissero: «Signore, dacci sempre di questo pane». Gesù disse loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà mai più sete».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, questo brano è situato appena dopo il racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci: Gesù condivide quel poco che i discepoli posseggono con una grande folla che lo seguiva. Qui, Gesù si proclama egli stesso "Pane", da spezzare, da mangiare, da condividere. Più esattamente dice di essere il "Pane della vita".

Nella Bibbia, il pane è spesso una metafora con diversi significati, può rappresentare la legge dell'Antico Testamento, oppure gli insegnamenti dei Rabbi, i maestri. Il profeta Nehemia, accosta la legge che Dio diede a Mosè, alla manna che il popolo mangiò nel deserto, una manna venuta dal cielo dice il profeta (9,15). Alla manna vi facciamo riferimento anche nei nostri detti quando diciamo per esempio: «quella medicina, o quella pioggia, è stata una manna».

Tuttavia, Gesù dichiara che quello di Mosè, era un pane che nutriva solo il corpo e la vita biologica, ma il vero pane, quello che dà la vera vita in ogni senso, viene da Dio. Questo pane dà la vita al mondo, dà cioè il desiderio, sempre nuovo, di vivere con riconoscenza e gioia, e di condividere la nostra speranza con tutti.

Testo della predicazione: Luca 15,1-7

Tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinavano a lui per ascoltarlo. Ma i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché non la ritrova? E trovatala, tutto allegro se la mette sulle spalle; e giunto a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: "Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora che era perduta". Vi dico che, allo stesso modo, ci sarà più gioia in cielo per un solo peccatore che si ravvede che per novantanove giusti che non hanno bisogno di ravvedimento».

Sermone

Care sorelle, cari fratelli, Gesù si rivolge ai farisei e agli scribi, dottori delle Scritture, che ritenevano sconveniente il comportamento di Gesù il quale si presentava come un Rabbi, un maestro. Per questi teologi era necessaria una separazione netta tra buoni e cattivi, giusto e sbagliato, bianco e nero, per non perdere il senso della giustizia; quindi le due categorie opposte non vanno trattate allo stesso modo: i buoni vanno premiati, i cattivi puniti. Per i farisei era in gioco l’educazione dei giovani che non traevano un buon esempio da un maestro come Gesù che, invece, andava a mangiare a casa di malfattori, di prostitute, di peccatori come i pubblicani, cioè gli esattori delle tasse per conto dei Romani.

Agli occhi dei pii farisei, che avevano l’incarico di educare il popolo alla fede e a una corretta morale, Gesù doveva sembrare pericolosamente distruttivo, perché legittimava le persone moralmente dubbie, sedendosi a tavola con loro, condividendo, così, con loro non solo il cibo, ma anche la loro stessa vita, la loro storia, quindi i loro malaffari. In altre parole, era come diventare come loro.

Gesù risponde con tre parabole:

  • con quella della pecora smarrita e ritrovata (quella alla nostra attenzione),
  • con quella della moneta perduta e ritrovata
  • con quella del figlio perduto e ritrovato (il figliol prodigo).

Nella nostra parabola, Gesù dice: «Chi di voi non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché la ritrova?». Nessuno! La risposta è che nessuno lo farebbe, nel senso che si andrebbe alla ricerca della pecora perduta solo se le novantanove sono al sicuro, dentro un ovile, non certo nel deserto pieno di pericoli e di animali predatori!

Testo della predicazione: Marco 4,35-40

«Divenne sera e Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all'altra riva». I discepoli, lasciarono la folla e portarono Gesù con la barca. A un certo punto, il vento si mise a soffiare con tale violenza che le onde si rovesciavano dentro la barca, e questa già si riempiva d’acqua. Gesù, intanto, dormiva su un guanciale a poppa. I discepoli lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, affondiamo! Non t'importa che noi moriamo?» Egli, si svegliò, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!» Allora, il vento cessò e ci fu una grande calma. Poi Gesù disse ai suoi discepoli: «Perché avete tanta paura? Non avete ancora fede?»

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, l’evangelista Marco ci invita a riflettere sulle nostre paure. Inizia questo brano in cui Gesù calma la tempesta, con le parole: «Divenne sera», è la fine della giornata, quando si fa buio, quando siamo stanchi. La sera avverte che la notte sta per arrivare, e la notte rivela tutta la nostra fragilità: l’incapacità di affrontare ciò che non vediamo, la notte rivela la nostra impotenza, le nostre paure e le nostre angosce.

E proprio quando la notte si annuncia, Gesù dice ai discepoli «Passiamo all’altra riva». Avrebbe potuto dire: «Troviamo un posto sicuro dove passare la notte». I discepoli devono affrontare la tempesta quando è già buio nella loro anima, nel momento più alto della loro vulnerabilità, come a volte accade anche a noi.

Gesù chiede ai discepoli, e a noi oggi, di affrontare la notte, chiede di essere persone mature e consapevoli che possono diventare protagonisti della loro storia, del loro destino, piuttosto che subirlo. Gesù chiede cambiare direzione, di fare rotta verso altre mete piuttosto che rinchiudersi dentro le proprie sicurezze, di andare incontro a realtà sempre nuove e a persone nuove, o semplicemente di non costruire muri contro i cambiamenti della storia, ma di andare avanti con fiducia, anche quando destano grandi tempeste dentro di noi.

Un proverbio cinese dice: «Quando soffia il vento del cambiamento, alcuni costruiscono muri, altri mulini a vento».