Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

Indirizzo: Via Beckwith 49, Luserna San Giovanni (TO), 10062, ITALIA

Tel/Fax: (+39) 0121/30.28.50

Mail: Per contattare il pastore via mail, clicca qui

 

Testo della predicazione: Filippesi 2,1-5

Se dunque v’è qualche incoraggiamento in Cristo, se vi è qualche conforto d’amore, se vi è qualche comunione di Spirito, se vi è qualche tenerezza di affetto e qualche compassione, rendete perfetta la mia gioia, avendo un medesimo pensare, un medesimo amore, essendo di un animo solo e di un unico sentimento. Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a sé stesso, cercando ciascuno non il proprio interesse, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, dal carcere di Efeso l’apostolo Paolo scrive questa lettera alla chiesa della città di Filippi. Da lì rivolge un appello a quella comunità che ha visto nascere e crescere, una comunità alla quale era molto legato.

L’apostolo dice in tono paterno: «rendete perfetta la mia gioia: abbiate un medesimo pensare, un medesimo amore, siate di un animo solo e di un unico sentimento».

Per lui, quella era la sua famiglia, la comunità dei credenti, perché questo in fondo è la chiesa: una famiglia, essa si fonda sull’affetto, sull’amore reciproco e sui legami che questo crea.

Dunque, l’apostolo fa appello all’amore, quello che lega questi due sposi tra loro, Irene e Dennis, l’amore sta alla base di ogni legame, ogni affetto, ogni tipo di famiglia.

Chi ama non sbaglia mai.

Mercoledì, 30 Novembre 2016 19:22

Lezione 2: La cristologia giovannea

La cristologia giovannea

Fin dai primi anni del movimento, i cristiani cercarono di giungere a visioni comuni sulla natura di Gesù di Nazareth, tale lavoro si concluse nel Concilio di Nicea nel 325 d.C. Nel Nuovo Testamento vi sono molti sforzi atti a formulare quello che i cristiani volevano dire su Gesù, sulla sua persona e sulla sua opera: essi cercano parole adeguate ad esprimere la loro fede in Cristo. Il Vangelo di Giovanni dà un contributo alla visione che i credenti del primo secolo avevano di Cristo.

La cristologia del Logos

Leggiamo di nuovo il prologo di Giovanni (1,1-18) ponendo attenzione a quanto in esso è affermato circa la natura e l’opera della “Parola”:

1 Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. 3 Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. 4 In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. 5 La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l'hanno sopraffatta.

6 Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni. 7 Egli venne come testimone per render testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui. 8 Egli stesso non era la luce, ma venne per render testimonianza alla luce. 9 La vera luce che illumina ogni uomo stava venendo nel mondo. 10 Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l'ha conosciuto. 11 È venuto in casa sua e i suoi non l'hanno ricevuto; 12 ma a tutti quelli che l'hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventar figli di Dio: a quelli, cioè, che credono nel suo nome; 13 i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d'uomo, ma sono nati da Dio.

14 E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. 15 Giovanni gli ha reso testimonianza, esclamando: «Era di lui che io dicevo: "Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me. 16 Infatti, dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia"». 17 Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. 18 Nessuno ha mai visto Dio; l'unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l'ha fatto conoscere.

Lunedì, 28 Novembre 2016 22:37

Sermone di domenica 27 dicembre 2016

Testo della predicazione: Vangelo di Giovanni 8,3-11

Gli scribi e i farisei gli condussero una donna colta in adulterio; e, fattala stare in mezzo, gli dissero: «Maestro, questa donna è stata colta in flagrante adulterio. Or Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare tali donne; tu che ne dici?» Dicevano questo per metterlo alla prova, per poterlo accusare. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere con il dito in terra. E, siccome continuavano a interrogarlo, egli, alzato il capo, disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva in terra. Essi, udito ciò, e accusati dalla loro coscienza, uscirono a uno a uno, cominciando dai più vecchi fi no agli ultimi; e Gesù fu lasciato solo con la donna che stava là in mezzo. Gesù, alzatosi e non vedendo altri che la donna, le disse: «Donna, dove sono quei tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?» Ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neppure io ti condanno; va' e non peccare più».

Sermone a cura di Lidia Maggi (tratto da: L’evangelo delle donne, figure femminili nel Nuovo Testamento – Claudiana 2010)

Una donna viene portata a Gesù che, seduto per terra, giudica e ammaestra nel cortile del Tempio. Una donna usata per incastrarlo. A nessuno sembra interessare la sua vita. È solo un’adultera, colta in flagrante e destinata alla lapidazione. Sola contro quegli uomi­ni che si appellano alla durezza della loro legge per farla morire; sola senza colui che ha amato, colpevole come lei, eppure latitan­te. Sola con tutti gli occhi puntati su di lei, sguardi pesanti come macigni che la scrutano, la invadono e la colpiscono prima ancora delle pietre. Sguardi insistenti e morbosi.

Eccola davanti a Gesù. L’unico con il capo chinato; il solo che le risparmia anche la sofferenza di occhi giudicanti.

Ci sono situazioni dove lo sguardo infiamma, come nell’incon­tro con il giovane ricco: «e Gesù guardatolo negli occhi l’amo»; e altre in cui lo sguardo spegne, diventa tortura.

Gesù, con il capo chino, scrive sulla sabbia. Traccia segni che in pochi istanti svaniranno. Intorno a lui, uomini pronti a lanciare sassi, a uccidere. Nel mezzo, la donna.

I Vangeli di Matteo e Luca riportano il racconto della nascita di Gesù e una genealogia, quello di Marco parte dal ministero di Gesù. Il Vangelo di Giovanni inizia con un prologo teologico e con la predicazione di Giovanni Battista, non vi troviamo nessuna narrazione della natività e nessuna genealogia. L’intenzione dell’autore è dare rilievo a Gesù come Parola, Logos, che era con Dio fin dall’inizio, partecipa alla creazione e poi diventa un essere umano. In Giovanni, Gesù non nasce neppure per un intervento straordinario dello Spirito Santo, perché egli esisteva da sempre; è la manifestazione incarnata della Parola eterna.

Nei Vangeli, Gesù si rapporta a Dio chiamandolo “Padre”, nel quarto, Gesù parlando di sé dice “Io sono”, un termine che, nell’Antico Testamento, è riferito a Dio: “Io sono colui che sono” (Esodo 3,14).

Nei Vangeli, la festa di Pasqua, durante il ministero di Gesù, passa una sola volta, nel quarto viene richiamata in tre occasioni deducendone che il ministero di Gesù si sia svolto nel tempo di tre Pasque, mentre, secondo i vangeli sinottici nell’arco di un solo anno. È probabile, tuttavia che Giovanni dia un significato teologico alla Pasqua, infatti Giovanni anticipa la passione di Gesù di un giorno, rispetto agli altri vangeli, affinché la crocifissione coincida con il momento in cui gli ebrei scannavano l’agnello pasquale.

I vangeli sinottici parlano dell’ultima cena come una Cena pasquale, e questa non c’è in Giovanni che riporta, invece, la lavanda dei piedi.

Che Gesù sia crocifisso proprio mentre si uccidono gli agnelli per la Pasqua, significa che egli è davvero «L’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» come dice il Battista in 1,29. Solo Giovanni paragona Gesù all’agnello immolato, gli altri Vangeli, no!

Nel quarto vangelo mancano i seguenti episodi: il battesimo di Gesù; le tentazioni nel deserto; la confessione di Pietro che dice: «Tu sei il Cristo, il Figlio dell’Iddio vivente»; la trasfigurazione, l’agonia nel Getsemani, l’istituzione dell’ultima cena; il grido di abbandono sulla croce. I seguenti elementi sono contenuti solo in Giovanni: le nozze di Cana, il dialogo con Nicodemo, l’incontro con la donna samaritana, la risurrezione di Lazzaro, la lavanda dei piedi ai discepoli.

Testo della predicazione: Apocalisse 21,1-7

Vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c’era più. E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scender giù dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate». E colui che siede sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Poi mi disse: «Scrivi, perché queste parole sono fedeli e veritiere», e aggiunse: «Ogni cosa è compiuta. Io sono l’alfa e l’omega, il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuitamente della fonte dell’acqua della vita. Chi vince erediterà queste cose, io gli sarò Dio ed egli mi sarà figlio.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, l’apocalisse è un libro scritto durante le difficili persecuzioni della chiesa da parte dei romani e in particolare dell’imperatore Domiziano. Ci sono scritte parole di conforto e di consolazione per poter superare tempi difficili e duri; si poteva morire per la propria fede, solo per il fatto di essere cristiani, come accade ancora oggi, in alcune parti del mondo dove le chiese sono incendiate e i credenti uccisi.

L’autore dell’Apocalisse, allora, vede un tempo nuovo, addirittura un nuovo mondo, una nuova terra, una nuova città da abitare, una nuova città santa, Gerusalemme, un mondo dove non ci sarà più il dolore, la sofferenza, il piano e il lutto.

Per certi versi, qui ci è detto che ci sarà una fine del mondo, ma che dopo non ci sarà il nulla, ma un mondo nuovo, finalmente felice.

     Nel Medioevo si credeva che l’anno 1000 sarebbe stato il limite del tempo, oltre il quale ci sarebbe stata la fine. Tutti si preoccupavano e si domandavano: “Cosa succederà, alla fine dei tempi?” È una grande domanda che, ancora oggi, molti si pongono. Alcuni credono perfino di avere la risposta. Da sempre, in tutti i tempi e in tutte le culture, questa domanda ha suscitato angoscia e turbamento e sono state date risposte estremamente diversificate.

     Anche la Bibbia si pone la stessa domanda e ci dà una risposta: dopo la fine di questo mondo ci sarà un nuovo cielo e una nuova terra dove quelli che sono stati perseguitati e condannati ingiustamente per la loro fede vivranno felici: non ci sarà più la sofferenza, il dolore, il pianto e neppure la morte.

Testo della predicazione: Romani 8,18-25

Io ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria che dev'essere manifestata a nostro riguardo. Poiché la creazione aspetta con impazienza la manifestazione dei figli di Dio; perché la creazione è stata sottoposta alla vanità, non di sua propria volontà, ma a motivo di colui che ve l'ha sottoposta, nella speranza che anche la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio. Sappiamo infatti che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio; non solo essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro di noi, aspettando l'adozione, la redenzione del nostro corpo. Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? Ma se speriamo ciò che non vediamo, l'aspettiamo con pazienza.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, nel brano che abbiamo ascoltato, l'apostolo Paolo riflette sul futuro che attende i credenti.

L'apostolo prende in considerazione dei momenti della vita cristiana: quelli tristi e quelli gioiosi. Quante volte siamo angosciati o ci sentiamo abbandonati al nostro destino a causa delle avversità e delle sofferenze della vita? Tante volte! Quante volte ci scoraggiamo e siamo tentati di rinunciare, di fermarci e smettere di lottare perché è davvero troppo dura? Tante volte!

E quante altre volte ci domandiamo perché Dio permette le sofferenze, i dolori, la fame, la crisi economica, l'ingiustizia… argomenti a cui spesso non riusciamo a dare una risposta convincente. Restiamo smarriti e qualcuno cerca di trovare nella Bibbia risposte a queste domande.

Ci sono persone che pensano ancora che la fede riservi loro un premio, quello di essere risparmiati da sofferenze, dispiaceri e dolori. L'apostolo, invece, cerca di spiegare che il fatto di essere credenti non ci risparmia dalle difficoltà e dalle oscurità della vita e del corso della storia.

Certo, ci si può ribellare, ma contro chi? Contro tutto il mondo? Contro Dio?

Perché no? Ma si tratta di una reazione che può far stare bene per un po’ perché trova un capro espiatorio per tutti i mali dell’umanità. Ma è una interpretazione di comodo che ci auto-giustifica, ci auto-assolve, come se tutti non partecipassimo a costruire la storia, bella o brutta, drammatica o serena che sia.

Testo della predicazione: Luca 17,20-24

Gesù, interrogato dai farisei sul quando verrebbe il regno di Dio, rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare gli sguardi; né si dirà: “Eccolo qui”, o “eccolo là”; perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi». Disse pure ai suoi discepoli: «Verranno giorni che desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, e non lo vedrete. E vi si dirà: “Eccolo là”, o “eccolo qui”. Non andate, e non li seguite; perché com’è il lampo che balenando risplende da una estremità all’altra del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, i farisei pongono una domanda a Gesù: «Quando verrà il Regno di Dio?». Per un israelita dell'epoca, il Regno di Dio evocava immagini di pace, di libertà dall'oppressore romano, tempi di prosperità, fine della paura del nemico, fine delle malattie, dei dolori e delle sofferenze.

Possiamo dire che l'attesa bruciante di questo Regno di Dio promesso, ma che tardava a venire, produceva l'ansiosa domanda: "Quando?". Quando finirà il sopruso e la violenza, quando finirà la prepotenza e l'aggressione, la discriminazione e l'egoismo?

Tuttavia, i farisei tradiscono la loro debolezza, perché i calcoli umani sui tempi dell'azione di Dio sono del tutto futili, sono arroganti e irriverenti davanti alla sovranità di Dio. Il Regno di Dio è una promessa, ma sul quando verrà questo Regno, Gesù stesso risponde «Non spetta a voi di sapere i tempi o i momenti…» (Atti 1,6-7). Gesù si preoccupa del tempo dell’impazienza, di chi usa la Bibbia come un almanacco o un manuale di cabala per trarre informazioni e conoscere il quando, Gesù si preoccupa del fanatismo, di quella tendenza, presente anche oggi, tesa a trasformare l’attesa del Regno in un insieme di falsi allarmi e di calcoli avventati.

In realtà, i farisei chiedono a Gesù di mostrare i segni del Regno di Dio, essi cercano i segni del Regno, ma poi rifiutano l'unico vero segno disponibile: Gesù. Gesù l'ha detto chiaramente quali sono i segni di questo Regno di Dio che egli stesso è venuto a inaugurare: i ciechi vedono, i sordi sentono, gli zoppi camminano, i morti sono risuscitati e l'Evangelo è annunziato ai poveri. Sono queste le condizioni che segnano la presenza del Regno di Dio.

Testo della predicazione: Romani 3,21-28

Ora però, indipendentemente dalla legge, è stata manifestata la giustizia di Dio, della quale danno testimonianza la legge e i profeti: vale a dire la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti coloro che credono - infatti non c'è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio - ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito come sacrificio propiziatorio mediante la fede nel suo sangue, per dimostrare la sua giustizia, avendo usato tolleranza verso i peccati commessi in passato, al tempo della sua divina pazienza; e per dimostrare la sua giustizia nel tempo presente affinché egli sia giusto e giustifichi colui che ha fede in Gesù. Dov'è dunque il vanto? Esso è escluso. Per quale legge? Delle opere? No, ma per la legge della fede; poiché riteniamo che l'uomo è giustificato mediante la fede senza le opere della legge

Sermone

     Care sorelle e cari fratelli, la Riforma protestante del ‘500 ha sottolineato questa parola dell’apostolo Paolo: «Siamo giustificati gratuitamente per la Grazia di Dio mediante la fede».

     La grazia è quindi il presupposto della nostra salvezza, ne è il fondamento, il fulcro attorno a cui ruota l’esistenza umana. Ma dobbiamo domandarci che cosa è questa grazia di cui parla l’apostolo! La chiesa dell’epoca, certo non escludeva la grazia di Dio, ma escludeva la gratuità della grazia di Dio. La grazia andava, dunque, comprata, anche attraverso le indulgenze.

     E tutti abbiamo bisogno della grazia perché essa è donata a chi ha subìto una condanna, ciò vuol dire che tutti siamo rinchiusi nella condanna dovuta al nostro peccato, come scrive l’apostolo Paolo: «Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza per far misericordia a tutti» (Rom. 11,32). Nessuna differenza quindi, ma tutti “uno in Cristo” (Gal. 3,28), nessuna religione, nessuna confessione religiosa, nessun peccato, nessuna condizione umana, possono diminuire la grazia di Dio.

     Per noi protestanti, la grazia è, dunque, il punto di partenza di un cammino di fede, non il punto di arri­vo, non la meta, non il nostro obiettivo. Non accade che dopo una serie di buone opere arriviamo a guadagnarci l’agognata grazia, dopo una serie di sacrifici e di rinunce riusciamo a meritarci quella grazia che ci porta in salvo. Al contrario, consapevoli che la grazia è solo un dono di Dio, che ci è data senza averla meritata, possiamo incamminarci portando i frutti che la grazia produce in noi.

     Ma com’è questa cosa, che il Paradiso non bisogna meritarlo? Che non va suda­to con duri sacrifici? Anche se umanamente funziona così per tutte le cose, la logica di Dio no, e segue criteri diversi dai nostri.

     Grazia vuol dire, appunto, dono gratuito, non meritato, perché diversamente diventa baratto, scambio, acquisto.

Testo della predicazione: Romani 14,17-19

«Il regno di Dio non consiste in vivanda né in bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo. Poiché chi serve Cristo in questo, è gradito a Dio e approvato dagli uomini. Cerchiamo dunque di conseguire le cose che contribuiscono alla pace e alla reciproca edificazione».

Sermone

      Care sorelle e cari fratelli, lo scrittore Luigi Pintor, narrando un momento della lunga malattia della moglie scrisse questa considerazione:

«Non c’è,
in un intera vita,
cosa più importante da fare che chinarsi affinché l’al­tro,
cingendoti il collo,
possa rialzarsi».

      L’apostolo Paolo ha in mente questo atteggiamento del chinarsi verso l’altro/a, quando scrive questo brano e i capitoli poco precedenti. L’apostolo parla a lungo della grazia e della misericordia di Dio, ma ora ci spiega che non si tratta di sole riflessioni teologiche, ma di vere ogni giorno, nelle nostre faccende quotidiane, la misericordia. Perciò dice: «Vi esorto a trarre le conseguenze da quello che avete fin qui ascoltato».

      L’apostolo parla della pratica della misericordia, della compassione, della pietà umana, della generosità che non possono essere vissuti solo interiormente, ma condivisi con il prossimo, con la comunità dei credenti, con la società nella quale viviamo.

     L’apostolo ci indica le linee guida circa l’agire di noi credenti, sottolineando innanzitutto l’importanza dell’amore.

Romani 10,9-17

Se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato; infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati. Difatti la Scrittura dice:
«Chiunque crede in lui, non sarà deluso». Poiché non c'è distinzione tra Giudeo e Greco, essendo egli lo stesso Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato. Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c'è chi lo annunci? E come annunceranno se non sono mandati? Com'è scritto: «Quanto sono belli i piedi di quelli che annunciano buone notizie!» Ma non tutti hanno ubbidito alla buona notizia; Isaia infatti dice: «Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione?» Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, la storia nei confronti del popolo ebraico è stata molto crudele: penso a tutte alle persecuzioni subite nel corso dei secoli, penso all'olocausto nazista perpetrato con l’accusa di deicidio: gli ebrei avevano ucciso Gesù, il Cristo, il figlio di Dio e per questo dovevano essere puniti: inutile dirlo che tale giustizia era considerata la volontà di Dio che si attuava attraverso il regime: "Gott mit uns" diceva il motto nazista "Dio con noi".

Spesso anche noi ci domandiamo come mai proprio gli ebrei non hanno creduto alla parola di Cristo, loro che lo hanno udito predicare, ebreo tra ebrei, loro che lo hanno visto compiere miracoli, annunciare il Regno di Dio ai poveri e, infine, morire sulla croce perdonandoli. Spesso si avvera alla lettera il proverbio che dice: “Nessuno è profeta in patria”.

E’ vero che nel Nuovo Testamento vi è quasi una sottile accusa contro gli ebrei non convertiti, a loro viene detto: "Voi l'avete ucciso", è Pietro che lo dice nella sua predicazione pubblica, è Stefano che lo annuncia prima della sua morte. Non si tratta di un'accusa, ma di una constatazione "…e continua a rimanere morto per chi non crede". D'altra parte come si può negare che anche i discepoli non fossero responsabili della morte di Gesù? Essi lo abbandonarono nel Getsemani e Pietro lo rinnegò tre volte. E poi, non siamo anche tutti noi, che viviamo nella nostra epoca, responsabili della morte del Signore a causa del nostro peccato?