Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

Indirizzo: Via Beckwith 49, Luserna San Giovanni (TO), 10062, ITALIA

Tel/Fax: (+39) 0121/30.28.50

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Testo della predicazione: Geremia 31,31-34

«Ecco, i giorni vengono», dice il Signore, «in cui io farò un nuovo patto con la casa d'Israele e con la casa di Giuda; non come il patto che feci con i loro padri il giorno che li presi per mano per condurli fuori dal paese d'Egitto: patto che essi violarono, sebbene io fossi loro signore», dice il Signore; «ma questo è il patto che farò con la casa d'Israele, dopo quei giorni», dice il Signore: «io metterò la mia legge nell'intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò loro Dio, ed essi saranno mio popolo. Nessuno istruirà più il suo compagno o il proprio fratello, dicendo: "Conoscete il Signore!", poiché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande», dice il Signore. «Poiché io perdonerò la loro iniquità, non mi ricorderò del loro peccato».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, il profeta Geremia è un “profeta della crisi”, nel senso che è coinvolto nella più grande crisi della storia d’Israele che corrisponde al suo declino politico e alla distruzione di Gerusalemme e del Tempio. Siamo attorno al 580 a.C. Geremia ha un compito profetico che lo porta a confrontarsi duramente tanto con la realtà politica, quanto con quella religiosa.

Per questo il libro delle “Lamentazioni” di Geremia è la fonte dell’interpretazione del profeta stesso: egli ci dice che ciascuno di noi ha il diritto al lamento, cioè ad aprirsi a Dio senza paura. Però, il profeta non perde di vista l’essenziale, non si perde nel lamento, ma va oltre per costruire un rapporto con Dio giusto, sano, e l’intensità del suo messaggio diventa tanto profonda da giungere alle potenti metafore della Parola di Dio vista come un fuoco o come un martello che frantuma le pietre.

Israele ha abbandonato Dio per servire altri dèi (1,16) perciò le conseguenze di questa scelta saranno inevitabili: l’autodistruzione che corrisponderà alla deportazione in Babilonia del 587 a.C. Geremia invita il popolo alla conversione, cioè a tornare a Dio, che è sempre stato un liberatore, e annuncia che Dio stesso muterà/convertirà la loro prigionia, la deportazione in Babilonia, in libertà.

Testo della predicazione: Salmo 104 passim

Loda il Signore, anima mia: Signore, mio Dio, quanto sei grande! Sei avvolto in un manto di luce. Hai disteso il cielo come una tenda, avanzi sulle ali del vento. Hai fissato la terra su solide basi; dalle sorgenti fai scendere le acque ed ecco ruscelli scorrere tra i monti. Alle loro sponde vengono le bestie della campagna, le zebre vi placano la sete. Là intorno fanno nidi gli uccelli e tra le foglie compongono canti. Sulla cima dimora la cicogna. Dall'alto dei cieli fai piovere sui monti, non fai mancare alla terra l'acqua necessaria. Fai crescere l'erba per il bestiame e le piante che l'uomo coltiva. Sulle alte montagne vivono i cervi, i tassi trovano rifugio nelle rocce. Tu hai fatto la luna per segnare il tempo e il sole è puntuale al suo tramonto. Come sono grandi le tue opere, Signore, e tutte le hai fatte con arte! La terra è piena delle tue creature. Gloria al Signore, per sempre! Canterò a te, Signore, finché ho respiro. Ti loderò, mio Dio, finché ho vita. Ti piaccia il mio canto, Signore; la mia gioia viene da te. Amen!

Sermone

Cari bambini e bambine della Scuola domenicale, cari fratelli e care sorelle, il tema scelto per questa giornata di Festa delle Scuole domenicali della Val Pellice è quello della natura come creazione di Dio.

Sono per tutti un meraviglia i fiori di ogni genere e colore, come gli alberi, piccoli o maestosi, i loro frutti, il cielo azzurro, l’acqua… il mare…

Il Salmo 104 è un invito a dare lode a Dio attraverso lo splendore della sua creazione.

Ciò che Dio crea è la vita, tutti noi che siamo vivi, quindi, siamo legati a Dio che ci mantiene in vita. Si tratta dell’amore di Dio per noi, proprio come ci ama la mamma e il papà. È lo stesso amore.

Loda Dio un credente profondamente sorpreso dalla bellezza della natura: dei monti, dei campi, dei fiumi, dei fiori, degli animali, dell'aria, del fuoco, della terra e dell’acqua.

Ci guardiamo attorno e restiamo sempre stupiti, e ringraziamo Dio per questo: per l’amore dei genitori, per la vita delle persone che ci amano e per la vita degli animali e della natura che in questo periodo di primavera si risveglia più che mai.

Ecco, il creato invita a lodare il Creatore.

Testo della predicazione: Atti 16,22-34

Presero Paolo e Sila e comandarono che fossero battuti con le verghe. E, dopo aver dato loro molte vergate, li cacciarono in prigione, comandando al carceriere di sorvegliarli attentamente. Ricevuto tale ordine, egli li rinchiuse nella parte più interna del carcere e mise dei ceppi ai loro piedi. Verso la mezzanotte Paolo e Sila, pregando, cantavano inni a Dio; e i carcerati li ascoltavano. A un tratto, vi fu un gran terremoto, la prigione fu scossa dalle fondamenta; e in quell'istante tutte le porte si aprirono, e le catene di tutti si spezzarono. Il carceriere si svegliò e, vedute tutte le porte del carcere spalancate, sguainò la spada per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. Ma Paolo gli gridò ad alta voce: «Non farti del male, perché siamo tutti qui». Il carceriere, chiesto un lume, balzò dentro e, tutto tremante, si gettò ai piedi di Paolo e di Sila; poi li condusse fuori e disse: «Signori, che debbo fare per essere salvato?» Ed essi risposero: «Credi nel Signore Gesù, e sarai salvato tu e la tua famiglia». Poi annunciarono la Parola del Signore a lui e a tutti quelli che erano in casa sua. Ed egli li prese con sé in quella stessa ora della notte, lavò le loro piaghe e subito fu battezzato lui con tutti i suoi. Poi li fece salire in casa sua, apparecchiò loro la tavola, e si rallegrava con tutta la sua famiglia, perché aveva creduto in Dio.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, vi sarà, senz’altro, capitato tante volte di trovarvi a pregare, senza neppure rendervene conto, a motivo di una sofferenza, un dolore, vostri o di altre persone che vi sono care. Accade tante volte che una gioia, una felicità per un evento che avete vissuto o per un pericolo scampato produca un profondo “Alleluia” dall’animaoppure un “grazie Signore”, o semplicemente un “sia ringraziato il cielo”. Sì, tante volte. Altre volte ci si trova a canticchiare piano o forte, una bella canzone o un inno che esprimono la nostra contentezza, e non ce ne accorgiamo neppure.

All’apostolo Paolo e al suo compagno missionario, Sila, era capitata, invece, una brutta avventura che non era destinata a risolversi facilmente. Erano in Macedonia, e Paolo aveva guarito una serva che aveva uno spirito indovino che procurava molti guadagni ai suoi padroni, così, a motivo di quella liberazione, la popolazione si era ribellata denunciandogli apostoli che sconvolgevano la città annunciando tradizioni e riti diversi da quelli consentiti. In realtà erano i loro guadagni che erano compromessi non la loro fede.

Così gli apostoli sono condotti in carcere, in catene e con ceppi ai piedi. Erano, cioè, pericolosi, potevano avere dei poteri con i quali liberarsi; meglio neutralizzare i loro poteri e rendere impossibile la loro liberazione.

Ma l’annuncio della Parola di Dio è l’annuncio della liberazione e non saranno i ceppi e le catene a rendere prigionieri i credenti.

Testo della predicazione: II Corinzi 4,16-18

«Non scoraggiamoci anche se il nostro essere esteriore va in disfacimento, quello interiore viene rinnovato giorno dopo giorno. Infatti, la lieve e momentanea tribolazione ci procura, oltre ogni misura, un carico eterno di gloria. Noi non scrutiamo le cose visibili, ma quelle invisibili. Quelle visibili, infatti, sono fugaci, mentre quelle invisibili sono eterne».

Sermone

Cari fratelli e sorelle, l’apostolo Paolo sta facendo una riflessione sul senso della vita. L’apostolo parla delle fragilità che le difficoltà della vita producono nei credenti, in questa lettera scrive a delle persone che attraversano momenti difficili dovuti a persecuzioni e discriminazioni. Perciò cerca di dare a questi credenti una parola di incoraggiamento.

L’apostolo Paolo sa che possiamo diventare fragili e deboli, sa che possiamo attraversare momenti di stanchezza durante i quali vorremmo rinunciare a tutto, vorremmo arrenderci e dire: «Ma chi me lo fa fare?», e a tutti dice che, quando sentiamo venir meno le forze e il senso della vita, dobbiamo ricordarci che è Dio stesso la fonte della vita”, è Lui che illumina l’interno della nostra esistenza che, a dispetto di ogni debolezza, la nostra vita riceve da Dio un valore nuovo e autentico che le dà sollievo, forza, coraggio.

Dio ci fa vedere in modo diverso le nostre fragilità, e lo fa attraverso il dono della fede. La fede dà il giusto peso alle cose e ridimensiona le prove e le difficoltà della vita, ci permette di superare il senso di paura e di tristezza. Se prima vedevamo una montagna che si presentava davanti a noi, ora vediamo un sasso da scavalcare lungo il nostro cammino.

Ecco, per l’apostolo, la fede ci aiuta a dare il giusto peso agli eventi che ogni giorno ci accadono, ci incoraggia a non ingigantirli, ma neppure a sottovalutarli, e ci invita a ricordare che Dio è davvero vicino a noi e ci accompagna, non solo dentro la nostra immaginazione o il nostro desiderio, ma concretamente.

Testo della predicazione: Luca 10,25-37

«Un dottore della legge si alzò per mettere Gesù alla prova, dicendo: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?» Gesù gli rispose: «Nella legge che cosa sta scritto? Come leggi?» Egli rispose: «Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la forza tua, con tutta la mente tua, e il tuo prossimo come te stesso». Gesù gli disse: «Hai risposto esattamente; fa' questo, e vivrai». Ma egli, volendosi giustificare, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». Gesù rispose: «Un tale scendeva da Gerusalemme a Gerico, e cadde nelle mani dei banditi. Essi lo spogliarono e, dopo averlo ferito, se ne andarono lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella stessa via e, avendolo visto, passò dall'altra parte. Così pure un levita, che si trovava in quel luogo, lo vide, ma passò oltre dal lato opposto. Un samaritano in viaggio, invece, giunse fino a lui e, avendolo visto, ebbe compassione e, fattosi avanti, fasciò le sue ferite versandovi dell'olio e del vino. Dopo averlo caricato sulla sua cavalcatura, lo condusse a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno dopo diede due denari al locandiere e disse: "Prenditi cura di lui; e quello che spenderai in più, io te lo renderò al mio ritorno". Quale dei tre pensi che sia stato il prossimo di colui che si è imbattuto nei ladroni?» Lui rispose: «Quello che gli ha dimostrato misericordia». Gesù gli disse: «Va', e comportati allo stesso modo».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, la parabola del «buon Samaritano» nasce dall’esigenza della gente comune di capire quale fosse il comandamento più importante da seguire perché troppo difficile era diventato seguire ogni dettaglio della legge ebraica e le innumerevoli pratiche della tradizione.

Gesù spiega che “amare” significa adempiere tutta la legge, amare Dio e amare gli altri, cioè il prossimo. Da qui sorge l’altra domanda: «Chi è il mio prossimo?». Chi sono gli altri? Tutti quanti? Tutto il mondo? Anche i Romani oppressori? Anche gli esattori delle tasse? Anche i nemici?

Al tempo di Gesù il “prossimo” era una persona ap­partenente al popolo di Israele, le altre persone non erano considerate prossimo. Tra ebrei e samaritani vi era un odio profondo perché i due popoli rivendicavano, ciascuno, di essere il vero popolo di Dio. Un samaritano non si avvicinava, né parlava a un israelita e viceversa. Anche la donna samaritana al pozzo con Gesù si meraviglia dicendo: «Come mai tu che sei Giudeo chiedi da bere a me, che sono una samaritana?». Gesù, come vedremo, apre orizzonti nuovi.

Per la Bibbia, l’amore è una realtà divina che irrompe nella nostra realtà umana: è un dono di Dio che ci rende capaci di amare gli altri, il prossimo. Dunque torniamo alla domanda: «Chi è il mio prossimo?». Gesù risponde che non lo è solo la persona della tua stessa religione, il tuo vicino di banco in chiesa, il tuo compatriota, ma lo è anche chi è straniero e abita nella tua città, ti è prossimo chi si trova nel bisogno, chi è debole, è colui che puoi aiutare; Gesù stesso si identifica con i minimi quando dice: «quanto avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, lo avete fatto a me».

Testo della predicazione: 1 Samuele 2,12. 6-8 (TILC)

Anna pregò così: «Il Signore ha riempito il mio cuore di gioia, il Signore ha risollevato il mio spirito abbattuto. Ora posso ridere dei miei nemici; Dio mi ha aiutata: sono piena di gioia. Solo il Signore è santo, lui solo è Dio. Solo il Signore è roccia sicura. Il Signore fa morire e fa vivere, fa scendere e risalire dal regno dei morti. Il Signore rende poveri e ricchi, umilia e innalza. Rialza il povero dalla polvere, solleva l'infelice dalla miseria: lo fa sedere in mezzo ai prìncipi, gli riserva un posto d'onore, perché il Signore è il fondatore del mondo e lo sostiene».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, l’evento della nascita del figlio di Anna, narrato nel primo libro di Samuele riguarda non solo Anna, ma la comunità intera a cui Anna appartiene: Israele. La nascita di un figlio da una donna o un uomo sterile, oggi può essere senz’altro essere una gioia, ma non è strano perché può accadere attraverso la tecnologia medica e scientifica. Nell’antico Israele, è l’occasione di una festa straordinaria: Anna riacquista la sua dignità di donna e il suo posto accanto al marito è ristabilito.

Dunque, Anna canta, deve cantare perché quelli che la mortificavano amareggiandole la vita, rinfacciandole la sua sterilità, adesso sarebbero stati zitti davanti all’opera di Dio!

Quello di Anna, non è un canto rivolto alla fatalità oppure alla fortuna, è il canto di chi è consapevole del fatto che Dio è davvero all’opera e che ha un disegno che vuole portare avanti.

Rendere possibile un figlio ad una donna sterile riguarda l’intera comunità afflitta, l’intero popolo sofferente. Non è un miracolo privato quello che accade qui, ma è affermata la volontà di Dio di offrire una possibilità nuova, una nuova vita.

Anche Israele deve cantare con Anna.

Testo della predicazione: Isaia 50,4-9

Dio, il Signore mi ha insegnato le parole adatte per sostenere i deboli. Ogni mattina mi prepara ad ascoltarlo, come discepolo diligente. Dio, il Signore, mi insegna ad ascoltarlo, e io non gli resisto né mi tiro indietro. Ho offerto la schiena a chi mi batteva, la faccia a chi mi strappava la barba. Non ho sottratto il mio volto agli sputi e agli insulti. Ma essi non riusciranno a piegarmi, perché Dio, il Signore, mi viene in aiuto, rendo il mio viso duro come la pietra. So che non resterò deluso. Il Signore mi è vicino, egli mi difenderà. Chi potrà accusarmi? Dio, il Signore, mi viene in aiuto. Chi mi dichiarerà colpevole? Tutti i miei avversari scompariranno. Diventeranno come un abito logoro, divorato dai tarli.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, nel libro del profeta Isaia abbiamo ascoltato il «terzo canto del servo del Signore». È un canto autobiografico. Il servo è il popolo stesso, Israele, che vive il segno profondo della sofferenza e dell’umiliazione a causa della deportazione in Babilonia per opera del re Nabucodonosor. Lo hanno colpito, gli hanno tirato la barba, lo hanno insultato, gli hanno sputato in faccia. Al servo è indicato il compito di proclamare anche in cattività la Parola di Dio, ed è questa Parola che gli permette di resistere alle ostilità e può sfidare i suoi oppositori invitandoli a un confronto davanti a un giudice in tribunale.

Tutta la violenza e l’umiliazione non hanno alcun potere, infatti egli dice, «il Signore è vicino, mi difenderà, chi potrà accusarmi?».

Ecco, si tratta della consapevolezza che credere in Dio non significa vivere senza dubbi e interrogativi, e neppure senza esperienze dolorose e delusioni. Credere in Dio significa invece, sentire crescere dentro di sé la forza per far fronte all’annientamento a cui ci porterebbero i colpi della vita e della nostra storia.

È un mistero quello che spesso accade, e cioè che il più battuto e vittima del dolore e delle lacrime è anche colui o colei che ha la forza di dare conforto agli altri. Perciò questo servo del Signore può dire: «Dio mi ha soccorso, non sono stato abbattuto» (v. 7).

Infatti la sorte degli avversari è ormai segnata, perché il re persiano Ciro sta avanzando e la caduta dell'Impero babilonese è vicina. Israele sarà finalmente libero e potrà tornare a servire Dio come fa un discepolo nei confronti del suo maestro.

Dice il testo originale ebraico del nostro canto: «Il Signore mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco; egli risveglia ogni mattina il mio orecchio perché io ascolti come ascoltano i discepoli».

Testo della predicazione: Geremia 32,6-15

Geremia disse: «La parola del Signore mi è stata rivolta in questi termini: "Ecco, Canameel, figlio di Sallum, tuo zio, viene da te per dirti: 'Còmprati il mio campo che è ad Anatot, poiché tu hai il diritto di riscatto per comprarlo'"». E Canameel, figlio di mio zio, venne da me, secondo la parola del Signore, nel cortile della prigione, e mi disse: «Ti prego, compra il mio campo che è ad Anatot, nel territorio di Beniamino; poiché tu hai il diritto di successione e il diritto di riscatto, compratelo!» Allora riconobbi che questa era parola del Signore. Io comprai da Canameel, figlio di mio zio, il campo che era ad Anatot, e gli pesai il denaro, diciassette sicli d'argento. Scrissi tutto questo in un documento, lo sigillai, chiamai i testimoni, e pesai il denaro nella bilancia. Poi presi l'atto d'acquisto, quello sigillato contenente i termini e le condizioni, e quello aperto, e consegnai l'atto di acquisto a Baruc, in presenza di mio cugino Canameel, in presenza dei testimoni che avevano sottoscritto l'atto d'acquisto, e in presenza di tutti i Giudei che sedevano nel cortile della prigione. Poi, davanti a loro, diedi quest'ordine a Baruc: «Così parla il Signore dell'universo e Dio d'Israele: "Prendi questi atti, l'atto d'acquisto, sia quello sigillato, sia quello aperto, e mettili in un vaso di terra, perché si conservino a lungo". Infatti, così parla il Signore dell'universo, Dio d'Israele: "Si compreranno ancora case, campi e vigne, in questo paese"».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, questo brano tratta della compravendita di un terreno eseguita con tutte le norme e le procedure della legislazione giudaica. Ciò che sorprende in questa compravendita è che essa si situa alla vigilia di una catastrofe inevitabile, quella della deportazione in Babilonia del 587 a.C.

Infatti, Gerusalemme era ormai assediata dall’esercito del re Nabucodonosor e la città si sentiva ormai prossima all’occupazione e alla disfatta.

In questa situazione non ha alcun senso acquistare un terreno perché tutto è perduto, la compera non servirà a niente perché Israele lascerà quella terra, forse per sempre; ma il senso del gesto del profeta sta proprio nell’assurdità dell’acquisto.

Il profeta Geremia compie un atto profetico e ne dà una grande rilevanza. Non si tratta di parole e neppure di un atto simbolico, ma di un atto concreto, reale, giuridico che porta con sé tutto il futuro che Geremia vuole annunciare, un futuro che sta già anticipando con l’acquisto del terreno.

Questo atto impegna il profeta non solo economicamente, ma nella fede e nella speranza: il vaso di terracotta in cui il contratto sarà conservato è un pegno che Dio sancisce; ciò significa che il contratto non sarà logorato dal tempo perché ben conservato (la carta era fatta da semplici papiri che avevano breve durata) e neppure annientato dalla distruzione imminente di Gerusalemme.

Lunedì, 12 Marzo 2018 22:51

Sermone di domenica 11 marzo 2018

Testo della predicazione: Filippesi 1,15-21

Vero è che alcuni predicano Cristo anche per invidia e per rivalità; ma ce ne sono anche altri che lo predicano di buon animo. Questi lo fanno per amore, sapendo che sono incaricato della difesa del vangelo; ma quelli annunziano Cristo con spirito di rivalità, non sinceramente, pensando di provocarmi qualche afflizione nelle mie catene. Che importa? Comunque sia, con ipocrisia o con sincerità, Cristo è annunziato; di questo mi rallegro, e mi rallegrerò ancora; so infatti che ciò tornerà a mia salvezza, mediante le vostre suppliche e l'assistenza dello Spirito di Gesù Cristo, secondo la mia viva attesa e la mia speranza di non aver da vergognarmi di nulla; ma che con ogni franchezza, ora come sempre, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia con la vita, sia con la morte. Infatti per me il vivere è Cristo e il morire guadagno.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, la lettera ai Filippesi è scritta dalla prigionia, l’apostolo Paolo è stato arrestato e incarcerato a Efeso perché predicava l’Evangelo di Gesù Cristo. E ora, egli scrive questa lettera per rassicurare la comunità di Filippi che lui stesso aveva fondato con la sua predicazione.

È stanco della prigionia e preferirebbe non soffrire più quei patimenti ingiusti, e dice che vorrebbe «partire ed essere con Cristo». Il termine «partire» significa letterarmente “tirar via i picchetti della tenda”“togliere gli ormeggi”“emigrare”. Questo desiderava Paolo. Forse, alla tristezza del carcere bisogna aggiungere la malattia dell’apostolo Paolo, quella che egli stesso chiama “una spina nella carne” per la quale ha chiesto la guarigione al Signore, per ben tre volte, e il Signore gli ha risposto «La mia grazia ti basta!».

Ma Paolo, anche in quella situazione di estrema fragilità, riesce a capire che Dio ha un progetto quello della divulgazione dell’Evangelo. Perciò l’apostolo, pur preferendo partire, riconosce che il suo rimanere, il suo restare in vita è più importante e necessario perché l’annuncio della grazia di Dio per l’umanità è un progetto che va portato avanti e non va interrotto.

L’apostolo, pur nella situazione difficile della prigionia, riesce a mettere a confronto le sue esigenze con la necessità dell’evangelo. È una lezione di grande umiltà che ci è donata e cioè quella di saper esprimere i propri desideri, essere consapevoli delle nostre aspettative e, allo stesso tempo, saper riconoscere quello che veramente conta, quello che più è importante per noi e per gli altri. Talvolta la Parola di Cristo va in conflitto con le nostre esigenze e là noi siamo chiamati a fare delle scelte.

Eppure, a un certo punto, l’apostolo si rallegra della sua prigionia perché essa è servita al progresso dell’Evangelo, cioè al suo allargamento, alla sua promozione. Forse perché dopo un’istruttoria in cui l’apostolo ha potuto spiegare in cosa consisteva la predicazione del Vangelo, sono cadute le calunnie su di lui, o forse perché anche in prigione ha potuto annunciare l’amore di Dio.

Testo della predicazione: Geremia 13,1-11

Così mi ha detto il Signore: «Va', comprati una cintura di lino, mettitela attorno ai fianchi, ma non la porre nell'acqua». Così io comprai la cintura, secondo la parola del Signore, e me la misi attorno ai fianchi. La parola del Signore mi fu indirizzata per la seconda volta, in questi termini: «Prendi la cintura che hai comprata e che hai attorno ai fianchi; va' verso l'Eufrate e nascondila laggiù nella fessura d'una roccia». Io andai e la nascosi presso l'Eufrate, come il Signore mi aveva comandato. Dopo molti giorni, il Signore mi disse: «Àlzati, va' verso l'Eufrate e togli di là la cintura che io ti avevo comandato di nascondervi». Io andai verso l'Eufrate, scavai e tolsi la cintura dal luogo dove l'avevo nascosta. Ecco, la cintura era marcita, non era più buona a nulla. Allora la parola del Signore mi fu rivolta in questi termini: «Così parla il Signore: "In questo modo io distruggerò l'orgoglio di Giuda e il grande orgoglio di Gerusalemme, di questo popolo malvagio che rifiuta di ascoltare le mie parole, che cammina seguendo la caparbietà del suo cuore, e va dietro ad altri dèi per servirli e per prostrarsi davanti a loro; esso diventerà come questa cintura, che non è più buona a nulla. Infatti, come la cintura aderisce ai fianchi dell'uomo, così io avevo strettamente unita a me tutta la casa d'Israele e tutta la casa di Giuda", dice il Signore, "perché fossero mio popolo, mia fama, mia lode, mia gloria; ma essi non hanno voluto dare ascolto".

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, il profeta Geremia è chiamato ad annunciare un messaggio scomodo; lo fa rivolgendosi ad un popolo, Israele, che aveva rinnegato Dio con l’adorazione di divinità straniere, la venerazione degli astri, del sole e della luna, oltre a compiere scelte politiche equivoche e destinate al fallimento, scelte sociali egoistiche dettate da protervia, superbia derivate dal rifiuto di ascoltare la Parola di Dio. Il profeta parla di orgoglio, caparbietà del cuore e di malvagità del popolo; parla di un culto che è il risultato di un tentativo di ingannare Dio, mentre si tratta di un auto-inganno; così dirà Geremia: «La mia casa, nella quale è invocato il mio nome, è diventata una spelonca di ladri» (7,11).

In modo arrogante e presuntuoso, il popolo aveva rotto l’alleanza con Dio, una rottura che avrebbe portato a delle conseguenze più che ovvie: alla disgrazia.

Così, Geremia, compie un’azione dimostrativa che Dio gli ordina di fare: quella di comprare una cintura di lino e di indossarla; successivamente di portare quella cintura presso l’Eufrate e di nasconderla nella fessura di una roccia. Si trattava di una fascia di stoffa di lino legata ai fianchi a mo’ di cintura e che faceva parte dei paramenti dei sacerdoti secondo la legge mosaica (Esodo 28,1-5. 39-43); rappresentava il legame stretto tra Dio e il popolo, un legame che partiva dal patto con Dio sul monte Sinai e dalle parole «Voi sarete mio popolo e io sarò vostro Dio» (11,4) parole pronunciate dallo stesso profeta.

Ebbene, dopo un lungo lasso di tempo, Geremia deve tornare sul luogo in cui aveva nascosto la cintura di lino per riprenderla e per scoprire che era marcita, che non era più buona a nulla se non a essere gettata via.