Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Airali

Archivio dei sermoni domenicali

Luca 17,7-10

Se uno di voi ha un servo che ara o bada alle pecore, gli dirà forse, quando quello torna a casa dai campi: "Vieni subito a metterti a tavola"? Non gli dirà invece: "Preparami la cena, rimbòccati le vesti e servimi finché io abbia mangiato e bevuto, poi mangerai e berrai tu"? Si ritiene forse obbligato verso quel servo perché ha fatto quello che gli era stato comandato? Così, anche voi, quando avrete fatto tutto ciò che vi è comandato, dite: "Noi siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare"

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, per gli antichi copisti della Bibbia, i commentatori o i predicatori, ma anche per noi, questo testo suona molto severo. In fondo ci dice di essere dei buoni a nulla, delle persone inutili. Per questo si è spesso ritoccato il testo per attenuare la sua severità. Lo fa anche la TILC traducendo «Siamo soltanto servitori» omettendo "inutili".

Invece, la frase «Siamo servi inutili» dovrebbe dare a tutti molta gioia.

Certo, ci indisponiamo quando qualcuno ci dice che siamo inadatti al nostro compito, ma se ci pensiamo bene, tutti noi sappiamo di essere peccatori e peccatrici e siamo ben convinti che nessuno al mondo è giusto.

Eppure ci sono tanti «buoni» cristiani che si sono arresi perché si credevano adatti a un compito speciale, ma… quando hanno visto la loro debolezza, e quella degli altri, sono crollati.

Perciò dobbiamo provare molta gioia e riconoscenza per il fatto che Gesù ci tratti già in partenza da «buoni a nulla». Qui, Gesù ci vuole liberare da quel personaggio tanto orgoglioso che è dentro di noi. Gesù ci rimette al nostro posto, al nostro vero posto, e dà la miglior definizione che mai sia stata data della Chiesa: «Una compagnia di buoni a nulla».

Testo della predicazione: Romani 8,18-25

Io ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria che dev'essere manifestata a nostro riguardo. Poiché la creazione aspetta con impazienza la manifestazione dei figli di Dio; perché la creazione è stata sottoposta alla vanità, non di sua propria volontà, ma a motivo di colui che ve l'ha sottoposta, nella speranza che anche la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio. Sappiamo infatti che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio; non solo essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro di noi, aspettando l'adozione, la redenzione del nostro corpo. Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? Ma se speriamo ciò che non vediamo, l'aspettiamo con pazienza.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, nel brano che abbiamo ascoltato, l'apostolo Paolo riflette sul futuro che attende i credenti.

L'apostolo prende in considerazione dei momenti della vita cristiana: quelli tristi e quelli gioiosi. Quante volte siamo angosciati o ci sentiamo abbandonati al nostro destino a causa delle avversità e delle sofferenze della vita? Tante volte! Quante volte ci scoraggiamo e siamo tentati di rinunciare, di fermarci e smettere di lottare perché è davvero troppo dura? Tante volte!

E quante altre volte ci domandiamo perché Dio permette le sofferenze, i dolori, la fame, la crisi economica, l'ingiustizia… argomenti a cui spesso non riusciamo a dare una risposta convincente. Restiamo smarriti e qualcuno cerca di trovare nella Bibbia risposte a queste domande.

Ci sono persone che pensano ancora che la fede riservi loro un premio, quello di essere risparmiati da sofferenze, dispiaceri e dolori. L'apostolo, invece, cerca di spiegare che il fatto di essere credenti non ci risparmia dalle difficoltà e dalle oscurità della vita e del corso della storia.

Certo, ci si può ribellare, ma contro chi? Contro tutto il mondo? Contro Dio?

Perché no? Ma si tratta di una reazione che può far stare bene per un po’ perché trova un capro espiatorio per tutti i mali dell’umanità. Ma è una interpretazione di comodo che ci auto-giustifica, ci auto-assolve, come se tutti non partecipassimo a costruire la storia, bella o brutta, drammatica o serena che sia.

Romani 10,9-17

Se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato; infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati. Difatti la Scrittura dice:
«Chiunque crede in lui, non sarà deluso». Poiché non c'è distinzione tra Giudeo e Greco, essendo egli lo stesso Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato. Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c'è chi lo annunci? E come annunceranno se non sono mandati? Com'è scritto: «Quanto sono belli i piedi di quelli che annunciano buone notizie!» Ma non tutti hanno ubbidito alla buona notizia; Isaia infatti dice: «Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione?» Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, la storia nei confronti del popolo ebraico è stata molto crudele: penso a tutte alle persecuzioni subite nel corso dei secoli, penso all'olocausto nazista perpetrato con l’accusa di deicidio: gli ebrei avevano ucciso Gesù, il Cristo, il figlio di Dio e per questo dovevano essere puniti: inutile dirlo che tale giustizia era considerata la volontà di Dio che si attuava attraverso il regime: "Gott mit uns" diceva il motto nazista "Dio con noi".

Spesso anche noi ci domandiamo come mai proprio gli ebrei non hanno creduto alla parola di Cristo, loro che lo hanno udito predicare, ebreo tra ebrei, loro che lo hanno visto compiere miracoli, annunciare il Regno di Dio ai poveri e, infine, morire sulla croce perdonandoli. Spesso si avvera alla lettera il proverbio che dice: “Nessuno è profeta in patria”.

E’ vero che nel Nuovo Testamento vi è quasi una sottile accusa contro gli ebrei non convertiti, a loro viene detto: "Voi l'avete ucciso", è Pietro che lo dice nella sua predicazione pubblica, è Stefano che lo annuncia prima della sua morte. Non si tratta di un'accusa, ma di una constatazione "…e continua a rimanere morto per chi non crede". D'altra parte come si può negare che anche i discepoli non fossero responsabili della morte di Gesù? Essi lo abbandonarono nel Getsemani e Pietro lo rinnegò tre volte. E poi, non siamo anche tutti noi, che viviamo nella nostra epoca, responsabili della morte del Signore a causa del nostro peccato?

Testo della predicazione: Matteo 25, 14-29

«Un uomo il quale, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e affidò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità; e partì. Subito, colui che aveva ricevuto i cinque talenti andò a farli fruttare, e ne guadagnò altri cinque. Allo stesso modo, quello dei due talenti ne guadagnò altri due. Ma colui che ne aveva ricevuto uno, andò a fare una buca in terra e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo, il padrone di quei servi ritornò a fare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto i cinque talenti venne e presentò altri cinque talenti, dicendo: "Signore, tu mi affidasti cinque talenti: ecco, ne ho guadagnati altri cinque". Il suo padrone gli disse: "Va bene, servo buono e fedele; sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore". Poi, si presentò anche quello dei due talenti e disse: "Signore, tu mi affidasti due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due". Il suo padrone gli disse: "Va bene, servo buono e fedele, sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore". Poi si avvicinò anche quello che aveva ricevuto un talento solo, e disse: "Signore, io sapevo che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; eccoti il tuo". Il suo padrone gli rispose: "Servo malvagio e fannullone, tu sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; dovevi dunque portare il mio denaro dai banchieri; al mio ritorno avrei ritirato il mio con l'interesse. Toglietegli dunque il talento e datelo a colui che ha i dieci talenti. Poiché a chiunque ha, sarà dato ed egli sovrabbonderà; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle,

vi propongo una ri-lettura, in chiave moderna, della parabola dei talenti, che abbiamo ascoltato nel Vangelo di Matteo.

Vi era un Maestro, di grande fede e intuito, il quale credeva profondamente nel riscatto e nella salvezza dell’umanità. Aveva visto e vissuto tanta violenza e sopraffazione, oppressione e schiavitù; così intraprese la via di una ricerca per insegnare l’arte della pace e della giustizia, nella prospettiva di insegnare agli abitanti della sua terra il segreto per superare la violenza che ognuno ha dentro di sé, la guerra e l’uso delle armi.

Aprì una scuola, il cui ingresso era aperto a tutti, ma per entrare si richiedeva grande dedizione e partecipazione, impegno e coraggio. Il Maestro era molto esigente: non poteva rischiare di fallire quando era in atto un’operazione strategica di diplomazia tra due stati; era estremamente vitale che le parti in causa chiarissero le loro divergenze e si stringessero la mano.

La sua terra andava sempre più verso una deriva da cui non si sarebbe più tornati indietro: i pochi ricchi possedevano 80% delle risorse, i tanti poveri, invece, disponevano di briciole lasciate cadere dalle tavole imbandite dei ricchi. Stava per innescarsi una grande rivolta planetaria degli uni contro gli altri che avrebbe condotto all’autodistruzione.

Testo della predicazione: Atti 2,41-47

Quelli che accettarono la sua parola furono battezzati. Ed erano perseveranti nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere. Ognuno era preso da timore; e molti prodigi e segni erano fatti dagli apostoli. Tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le proprietà e i beni, e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. E ogni giorno andavano assidui e concordi al tempio, rompevano il pane nelle case e prendevano il loro cibo insieme, con gioia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Il Signore aggiungeva ogni giorno alla loro comunità quelli che venivano salvati.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, il libro degli Atti degli apostoli descrive una comunità cristiana quasi perfetta, modello da imitare; in sostanza, l’autore del libro, Luca, ci presenta una comunità a cui ispirarsi, verso la quale tendere.

Dunque di che si tratta? Di che modello comunitario stiamo parlando?

Innanzitutto parliamo di una comunità perseverante.

La comunità degli inizi non fonda il suo stile di vita su un entusiasmo momentaneo destinato a sopirsi, non agisce sull’onda emozionale di eventi forti e miracolosi che la rendono attiva e vivace, non è una comunità di esaltati. La comunità cristiana è chiamata a essere una chiesa perseverante, cioè lontana dallo scalpore e dall’eccitazione fanatica, non vive perché lei ha ragione e gli altri hanno torto, non si contrappone a nessuno: è perseverante.

Ma in che cosa persevera questa chiesa degli inizi dell’era cristiana? È perseverante rispetto a quattro elementi che la caratterizzano profondamente, che le danno un senso e significato:

1) Il PRIMO elemento è la perseveranza nell’insegnamento degli apostoli: si tratta dell’ascolto della PAROLA, la Parola di Gesù, quella che gli apostoli trasmettono, è il punto di partenza della chiesa, non esiste la chiesa senza la Parola di Gesù, senza che vi sia la predicazione della Parola di grazia e di perdono. Quindi non è da confondere con una ideologia o un tipo di moralismo, ma è testimonianza degli insegnamenti di Gesù, ubbidienza al Signore che rivela il suo amore per tutti. Questa Parola è quella che fonda i credenti e la chiesa stessa.

2) Questa Parola produce il SECONDO dei quattro momenti che danno senso alla chiesa: la comunione fraterna, in greco koinonìa, che è comunione con Dio e unione tra i credenti; essi hanno quindi la stessa e fede, dono di Dio, lo stesso progetto di vita. Lo Spirito che permette la predicazione della Parola, è lo stesso Spirito che permette la koinonìa, la comunione fraterna; è questo il vero miracolo di Pentecoste: lo Spirito forma un corpo unico, la chiesa, quello dei credenti, dall’incontro di gente diversa.

Testo della predicazione: I Corinzi 1,18-25

La predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio; infatti sta scritto: «Io farò perire la sapienza dei saggi
e annienterò l'intelligenza degli intelligenti». Dov'è il sapiente? Dov'è lo scriba? Dov'è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza di questo mondo? Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia; 24 ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, il brano biblico che l’apostolo Paolo scrive e che abbiamo ascoltato è un discorso di rottura, un forte testo di contestazione. A noi possono suonare ovvie le parole di Paolo: «Noi predichiamo Cristo crocifisso». Ma l’apostolo vuole richiamare i credenti di Corinto a non predicare più su altre fantasie e personaggi illustri perché solo Cristo è stato crocifisso per noi e non un altro.

L’apostolo parla della fatto che la fede nel Cristo crocifisso è centrale e i credenti di Corinto avevano perso questa centralità. L’apostolo è molto pungente nel cercare di frantumare una immagine di Dio distorta; egli vuole Paolo ricollocare la croce al suo posto, da dove è stata tolta via.

Perché tutto questo? Cos’era successo in quella chiesa?

Nella chiesa di Corinto vi erano divisioni, alcuni si schieravano con la teologia di un predicatore di nome Apollo, altri con quella di Cefa, l’apostolo Pietro, altri ancora con Paolo stesso. L’apostolo ricorda invece che la fede non si fonda né sulla teologia di uno, né sulla filosofia di un altro, né sulla scienza, né su qualche persona, spirituale per quanto possa essere.

Una parte dei credenti di Corinto fondava la propria fede nei miracoli: Dio c’è solo dove interviene con opere potenti, e non c’è dove non ci sono miracoli. «Dio ha fatto questa guarigione, vedete? Vuol dire che è dalla nostra parte».

Altri credenti si stupivano davanti a tale ingenuità e fondavano il loro cristianesimo su tesi filosofiche che spostavano la fede nell’ambito della ragione.

Paolo mette scompiglio sulle tesi dei due gruppi perché nessuno di loro sentiva il bisogno di credere e annunciare che Cristo era morto sulla croce.

Per l’apostolo Paolo, l’annuncio dell’Evangelo parte da un fondamento certo: Cristo che è stato crocifisso. Annunciare altro significava annunciare un cristo diverso, non quello che Dio aveva mandato e nel quale, Dio si era donato all’umanità.

Testo della predicazione: I Giovanni 4,16b-21

«Noi abbiamo conosciuto l'amore che Dio ha per noi, e vi abbiamo creduto. Dio è amore; e chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui. In questo l'amore è reso perfetto in noi: che nel giorno del giudizio abbiamo fiducia, perché qual egli è, tali siamo anche noi in questo mondo. Nell'amore non c'è paura; anzi, l'amore perfetto caccia via la paura, perché chi ha paura teme un castigo. Quindi chi ha paura non è perfetto nell'amore. Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo. Se uno dice: «Io amo Dio», ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto. Questo è il comandamento che abbiamo ricevuto da lui: che chi ama Dio ami anche suo fratello».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, l’autore della lettera di Giovanni riflette sul Dio che ci è stato annunciato da Gesù, e da questo annuncio scaturisce una definizione di Dio unica in tutta la Bibbia. Non dice come è fatto Dio, ma parla della qualità di Dio, dell’essenza di Dio, dell’essere di Dio. Dice: Dio è amore. Punto e basta. Altro non possiamo sapere sul Dio in sé.

Potremmo dire che Dio è onnipotente, onnisciente, onniveggente, tuttavia si tratta di categorie umane attribuite, in modo superlativo, a Dio. Il nostro autore biblico non si lascia ingannare dalla potenza o dalla sapienza o dalla capacità che gli umani possono, in qualche modo, possedere e poi trasferire queste qualità all’essere di Dio. Il nostro autore prova a considerare una realtà, di cui ha fatto l’esperienza, che reputa divina: è l’amore. Perché l’amore non è una realtà umana.

Per la Bibbia, l’amore è una realtà divina che irrompe nel nostro presente, nella nostra esistenza, nella nostra storia. È una realtà, attraverso la quale, Dio si rivela a noi. «Dio ha tanto amato il mondo, che ha mandato il suo unico figlio» (Gv. 3,16), vi è qui la consapevolezza che l’amore produce un movimento di Dio verso noi e di noi verso altri, da persona a persona. Si tratta di un movimento che non è fine a se stesso, perché Dio viene, in Cristo, in mezzo a noi, per farsi dono di sé. Questo è l’amore: un’azione un movimento verso l’altro/a per accoglierlo/a e donarsi a lui/lei.  

L’amore, dunque, non è semplicemente un volersi bene, non è vivere una tregua, non farsi la guerra, sopportare l’altro, tollerare chi è diverso, ma è farsi dono agli altri.

Questa è la definizione di amore nella Bibbia, non va mai interpretata in modo diverso. Il Dio che ama si dona, la persona che ama si fa dono agli altri.

Testo della predicazione: Colossesi 3,12-17

Rivestitevi, dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza. Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi. Al di sopra di tutte queste cose rivestitevi dell’amore che è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati per essere un solo corpo, regni nei vostri cuori; e siate riconoscenti. La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente; istruitevi ed esortatevi gli uni gli altri con ogni sapienza; cantate di cuore a Dio, sotto l’impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali. Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù ringraziando Dio Padre per mezzo di lui.

Sermone

     Cari fratelli e sorelle, il vestito è qualcosa con cui abbiamo a che fare ogni giorno. Indossiamo vestiti comodi per stare in casa, quelli per uscire ogni giorno e andare a lavoro, il vestito per i giorni di festa. Perfino quelli che mettiamo per le occasioni speciali, per onorare un parente o un amico, o noi stessi.

    Certo, il vestito rispecchia anche il nostro carattere, la nostra sensibilità, il nostro cuore. Alle volte tradisce il nostro disagio, o il nostro sentirci bene. Esprimiamo noi stessi anche attraverso il nostro modo di vestire. Ci sono, infatti, vestiti che indossiamo volentieri e vestiti che non trovano neppure posto nel nostro armadio perché non esprimono il nostro carattere.

    L’apostolo Paolo scrive alla chiesa di Colosse e la interroga circa il suo carattere, il suo modo di esprimere la testimonianza di Gesù, e quali rapporti ha intessuto al suo interno e nella società civile. L’apostolo Paolo non nega che bisogna essere se stessi, ma è profondamente convinto che la Parola di Cristo cambia, trasforma il nostro modo di essere e di porci nei confronti degli altri.

    Tu sei credente, ed è vero che tutti sono chiamati a essere se stessi, che tutti dobbiamo essere autentici e sinceri nei rapporti con gli altri; è vero che tutti dobbiamo essere accolti e ricevuti così come siamo, ma questo non ti autorizza a essere scorbutico, scontroso, violento (anche nel linguaggio) e orso. Spesso ci si difende dicendo: «sono fatto così e non posso farci niente, almeno io le cose le dico in faccia».

Bravo/a! Viva la sincerità!

Ma come ti poni poi di fronte alle sensibilità ferite, ai buchi che hanno lasciato i tuoi proiettili verbali, alle lesioni che hanno frantumano l’anima di chi ha subito la tua sincerità?

Testo della predicazione: Apocalisse 5,1-14

Vidi nella destra di colui che sedeva sul trono un libro scritto di dentro e di fuori, sigillato con sette sigilli. E vidi un angelo potente che gridava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e di sciogliere i sigilli?» Ma nessuno, né in cielo, né sulla terra, né sotto la terra, poteva aprire il libro, né guardarlo. Io piangevo molto perché non si era trovato nessuno che fosse degno di aprire il libro, e di guardarlo. Ma uno degli anziani mi disse: «Non piangere; ecco, il leone della tribù di Giuda, il discendente di Davide, ha vinto per aprire il libro e i suoi sette sigilli». Poi vidi, in mezzo al trono e alle quattro creature viventi e in mezzo agli anziani, un Agnello in piedi, che sembrava essere stato immolato, e aveva sette corna e sette occhi che sono i sette spiriti di Dio, mandati per tutta la terra. Egli venne e prese il libro dalla destra di colui che sedeva sul trono. Quand'ebbe preso il libro, le quattro creature viventi e i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all'Agnello, ciascuno con una cetra e delle coppe d'oro piene di profumi, che sono le preghiere dei santi. Essi cantavano un cantico nuovo, dicendo: «Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai acquistato a Dio, con il tuo sangue, gente di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, e ne hai fatto per il nostro Dio un regno e dei sacerdoti; e regneranno sulla terra». E vidi, e udii voci di molti angeli intorno al trono, alle creature viventi e agli anziani; e il loro numero era di miriadi di miriadi, e migliaia di migliaia. Essi dicevano a gran voce: «Degno è l'Agnello, che è stato immolato, di ricevere la potenza, le ricchezze, la sapienza, la forza, l'onore, la gloria e la lode». E tutte le creature che sono nel cielo, sulla terra, sotto la terra e nel mare, e tutte le cose che sono in essi, udii che dicevano: «A colui che siede sul trono, e all'Agnello, siano la lode, l'onore, la gloria e la potenza, nei secoli dei secoli». Le quattro creature viventi dicevano: «Amen!» E gli anziani si prostrarono e adorarono.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, il libro dell’Apocalisse è un libro misterioso, pieno di parole da interpretare, da collocare nel giusto posto prima di poter intenderne il messaggio sempre preciso e penetrante. Ed è questo messaggio che tenteremo anche noi, oggi, di capire facendo un piccolo viaggio nel mondo del veggente Giovanni.

L'Apocalisse è un libro che parla per immagini, un po' come le parabole di Gesù, solo che le immagini dell'apocalisse non servono a facilitare la comprensione (come nelle parabole), ma per nasconderla, affinché il persecutore non intenda mentre i credenti sì.

L'immagine alla nostra attenzione è una scena di giudizio. Vi è un trono, posto al centro della scena, su cui siede il giudice, Dio, vi sono i suoi servi, i suoi ministri e, ciò che più conta, un libro. La stessa scena ce la propone il profeta Daniele con lo stesso trono sul quale siede Dio e con gli stessi servi; a un certo momento l’atmosfera si fa carica di tensione perché “...i libri furono aperti”.

In una scena di giudizio biblica, il libro contiene dei nomi, i nomi di coloro che sono stati fedeli fino alla morte, altrove nella Bibbia è definito “il libro della vita” (Salmo 69,29; Apoc 13,8).