Culto domenicale:
ore 9,00 sala degli Airali
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti
nel periodo invernale il culto avrà luogo presso la sala Beckwith

Nuovo numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Airali

Archivio dei sermoni domenicali

Testo della predicazione: Isaia 2,3-5

«Venite, saliamo al monte del Signore, alla casa del Dio di Giacobbe; egli ci insegnerà le sue vie, e noi cammineremo per i suoi sentieri. Da Sion, infatti, uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli giudicherà tra nazione e nazione e sarà l'arbitro fra molti popoli; ed essi trasformeranno le loro spade in vomeri d'aratro, e le loro lance, in falci; una nazione non alzerà più la spada contro un'altra, e non impareranno più la guerra. Casa di Giacobbe, venite, e camminiamo alla luce del Signore!».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, chi non ha un sogno nel cassetto? Un sogno che spera, prima o poi, si realizzi? Un sogno che si attende come una promessa che prima o poi verrà onorata. Alle volte quel sogno può essere una vanità personale, altre volte può essere l'unica speranza a cui aggrapparsi. Il sogno può essere quello di poter comprare finalmente una casa, un'auto o una moto, oppure il sogno di fare un viaggio, di andare lontano, o di trovare la persona giusta a cui legarsi per la vita.

Ma ci sono anche altri tipi di sogni, possiamo dire, esistenziali, come per esempio quello di poter coltivare la propria terra che è stata minata durante una guerra, oppure di ricongiungersi con la propria famiglia dopo anni di separazione a causa dell'essere profughi, perseguitati, o semplicemente perché in cerca di un lavoro; il sogno potrebbe anche essere quello di ricevere finalmente la liberazione dalla schiavitù della povertà, di ricevere finalmente l’istruzione prima negata. Il sogno di poter essere considerate persone come gli altri e non discriminati a motivo della propria religione, sesso, condizione sociale o colore della pelle. Ci sono persone che vorrebbero anche solo pregare, in pace, nella loro chiesa, e non possono.

Ricordate il sogno di Martin Luther King, il pastore nero americano? «Ho fatto un sogno… Ho sognato che un giorno gli uomini si alzeranno in piedi e si renderanno conto che sono stati creati per vivere insieme come fratelli e sorelle. Ho il sogno che un giorno ogni (…) persona di colore in tutto il mondo, sarà giudicata sulla base del suo carattere piuttosto che su quella del colore della sua pelle, e ognuno rispetterà la dignità e il valore della persona… Ho ancora il sogno che un giorno la giustizia scorrerà come l'acqua e la rettitudine come una corrente poderosa… Ho ancora il sogno oggi che un giorno la guerra cesserà, che gli uomini muteranno le loro spade in aratri e le nazioni non insorgeranno più contro altre nazioni, e la guerra non sarà più neppure oggetto di studio».

Testo della predicazione: Giovanni 6,30-35

Dissero a Gesù: «Quale segno miracoloso fai, dunque, perché lo vediamo e ti crediamo? Che operi? I nostri padri mangiarono la manna nel deserto, come è scritto: “Egli diede loro da mangiare del pane venuto dal cielo”». Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico che non Mosè vi ha dato il pane che viene dal cielo, ma il Padre mio vi dà il vero pane che viene dal cielo. Poiché il pane di Dio è quello che scende dal cielo, e dà vita al mondo». Essi quindi gli dissero: «Signore, dacci sempre di questo pane». Gesù disse loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà mai più sete».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, questo brano è situato appena dopo il racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci: Gesù condivide quel poco che i discepoli posseggono con una grande folla che lo seguiva. Qui, Gesù si proclama egli stesso "Pane", da spezzare, da mangiare, da condividere. Più esattamente dice di essere il "Pane della vita".

Nella Bibbia, il pane è spesso una metafora con diversi significati, può rappresentare la legge dell'Antico Testamento, oppure gli insegnamenti dei Rabbi, i maestri. Il profeta Nehemia, accosta la legge che Dio diede a Mosè, alla manna che il popolo mangiò nel deserto, una manna venuta dal cielo dice il profeta (9,15). Alla manna vi facciamo riferimento anche nei nostri detti quando diciamo per esempio: «quella medicina, o quella pioggia, è stata una manna».

Tuttavia, Gesù dichiara che quello di Mosè, era un pane che nutriva solo il corpo e la vita biologica, ma il vero pane, quello che dà la vera vita in ogni senso, viene da Dio. Questo pane dà la vita al mondo, dà cioè il desiderio, sempre nuovo, di vivere con riconoscenza e gioia, e di condividere la nostra speranza con tutti.

Testo della predicazione: Marco 4,35-40

«Divenne sera e Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all'altra riva». I discepoli, lasciarono la folla e portarono Gesù con la barca. A un certo punto, il vento si mise a soffiare con tale violenza che le onde si rovesciavano dentro la barca, e questa già si riempiva d’acqua. Gesù, intanto, dormiva su un guanciale a poppa. I discepoli lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, affondiamo! Non t'importa che noi moriamo?» Egli, si svegliò, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!» Allora, il vento cessò e ci fu una grande calma. Poi Gesù disse ai suoi discepoli: «Perché avete tanta paura? Non avete ancora fede?»

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, l’evangelista Marco ci invita a riflettere sulle nostre paure. Inizia questo brano in cui Gesù calma la tempesta, con le parole: «Divenne sera», è la fine della giornata, quando si fa buio, quando siamo stanchi. La sera avverte che la notte sta per arrivare, e la notte rivela tutta la nostra fragilità: l’incapacità di affrontare ciò che non vediamo, la notte rivela la nostra impotenza, le nostre paure e le nostre angosce.

E proprio quando la notte si annuncia, Gesù dice ai discepoli «Passiamo all’altra riva». Avrebbe potuto dire: «Troviamo un posto sicuro dove passare la notte». I discepoli devono affrontare la tempesta quando è già buio nella loro anima, nel momento più alto della loro vulnerabilità, come a volte accade anche a noi.

Gesù chiede ai discepoli, e a noi oggi, di affrontare la notte, chiede di essere persone mature e consapevoli che possono diventare protagonisti della loro storia, del loro destino, piuttosto che subirlo. Gesù chiede cambiare direzione, di fare rotta verso altre mete piuttosto che rinchiudersi dentro le proprie sicurezze, di andare incontro a realtà sempre nuove e a persone nuove, o semplicemente di non costruire muri contro i cambiamenti della storia, ma di andare avanti con fiducia, anche quando destano grandi tempeste dentro di noi.

Un proverbio cinese dice: «Quando soffia il vento del cambiamento, alcuni costruiscono muri, altri mulini a vento».

Testo della predicazione: Giovanni 16,16-23a

«Tra poco non mi vedrete più; e tra un altro poco mi vedrete [perché vado al Padre]». Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra di loro: «Che cos'è questo che ci dice: "Tra poco non mi vedrete più"; e: "Tra un altro poco mi vedrete"; e: "Perché vado al Padre"?». Dicevano dunque: «Che cos'è questo "tra poco" che egli dice? Noi non sappiamo quello che egli voglia dire». Gesù comprese che volevano interrogarlo, e disse loro: «Voi vi domandate l'un l'altro che cosa significano quelle mie parole: "Tra poco non mi vedrete più", e: "Tra un altro poco mi vedrete"? In verità, in verità vi dico che voi piangerete e farete cordoglio, e il mondo si rallegrerà. Sarete rattristati, ma la vostra tristezza sarà cambiata in gioia. La donna, quando partorisce, prova dolore, perché è venuta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell'angoscia per la gioia che sia venuta al mondo una creatura umana. Così anche voi siete ora nel dolore; ma io vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi toglierà la vostra gioia. In quel giorno non mi rivolgerete alcuna domanda».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, Gesù annuncia la sua morte, ma anche la sua risurrezione. Annuncia il sopravvento della morte che però sarà sconfitta con la morte stessa. Una sorta di autodistruzione, di auto-goal. La vittoria della morte, la croce, diventa vittoria sulla morte. Perché la morte della morte genera la vita.

Questo è accaduto sulla croce: Dio ha risuscitato Gesù, e la sua risurrezione, il suo tornare in vita, diventa vita per tutti: è speranza contro il sopravvento del male, dell’abisso, del nulla, dell’annientamento. Dunque, la risurrezione è la fine della paura, delle nostre angosce ancestrali; la fine del dolore, della sofferenza, della tristezza; la fine delle lacrime. Per questo Gesù dice: «La vostra tristezza sarà cambiata in gioia». Gesù parla della sua risurrezione che cambia la nostra vita di oggi rendendola gioiosa.

Intanto, però, Gesù annuncia la sua morte, la sua partenza, che, per i discepoli, è l’infrangersi di tutte le speranze, il commiato dal sogno che aveva reso possibile il loro essere uniti nell’annuncio che era davvero possibile che l’umanità intera cambiasse. Forse poteva sembrare un’utopia, ma Gesù con i suoi segni e il suo messaggio, la rendeva sempre più concreta quella realtà dove tutti avevano il loro posto, nessuno era allontanato, discriminato, aggredito perché malato, straniero, povero, diverso, donna o bambino reputati gli ultimi. Tutto ciò diventava sempre più vero, più concreto, realizzabile.

Il sogno cominciava a diventare realtà e proprio quando questo sarebbe accaduto in breve, Gesù annuncia il contrario, la fine di tutto. La sua morte, era anche la morte del sogno? Per i discepoli, sì, lo era. Sì, perché su Gesù erano rivolti i loro occhi, riposte le risposte alle loro domande, ma anche il cuore, la mente, i sentimenti e le trepidazioni.

«Tra poco non mi vedrete più… e voi piangerete».

Che annuncio agghiacciante, tremendo!

Testo della predicazione: II Corinzi 4,16-18

«Noi non ci scoraggiamo ma, anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, il nostro uomo interiore si rinnova di giorno in giorno. Perché la nostra momentanea, leggera afflizione ci produce un sempre più grande, smisurato peso eterno di gloria, mentre abbiamo lo sguardo intento non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono; poiché le cose che si vedono sono per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne».

Sermone

Cari fratelli e sorelle, si tratta di una riflessione sul senso della vita e della morte quella che l’apostolo Paolo ci propone nel brano che abbiamo ascoltato. Egli considera la debolezza dei credenti, le difficoltà reali, fisiche, che riguardano persecuzioni, l’intolleranza e discriminazione nei confronti dei credenti dell’epoca.

L’apostolo cerca di dare coraggio a quei credenti che vivevano in quelle situazioni di così grande disagio, egli stesso vive quelle difficoltà a motivo della sua predicazione del Vangelo, conosce, dunque, la sofferenza ed è perfettamente consapevole del peso delle sue affermazioni.

L’apostolo prende in esame la fragilità della vita umana e la mette in contrasto con Colui che è fonte della vita”, Dio, egli illumina di una forte luce l’interno della nostra esistenza che, a dispetto di ogni sofferenza, dolore e debolezza, acquista un valore nuovo e autentico che le conferisce forza e dignità.

Dio permette di vedere in modo diverso la nostra fragilità, e lo fa attraverso la fede che ci offre in dono. La fede relativizza le difficoltà che incontriamo, esse diventano piccole, relativizza il senso di paura e tristezza che prima predominava come una montagna minacciosa davanti a noi, diventa una pietruzza, un sassolino lungo il nostro cammino.

Per l’apostolo, la fede permette di dare il giusto peso agli eventi che ogni giorno ci accadono, ci incoraggia a non ingigantirli, ma neppure a sottovalutarli, e ci invita a ricordare che Dio è davvero presente e ci accompagna, non solo dentro la nostra immaginazione o il nostro desiderio, ma concretamente.

Ogni giorno, da quando ci svegliamo fino a quando torniamo a dormire, Dio è accanto a noi, che cammina con noi e che ci sorregge con il suo amore.

Testo della predicazione: Luca 10,38-42

Mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio; e una donna, di nome Marta, lo ricevette in casa sua. Marta aveva una sorella chiamata Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola. Ma Marta, tutta presa dalle faccende domestiche, venne e disse: «Signore, non ti importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e sei agitata per molte cose, ma una cosa sola è necessaria. Maria ha scelto la parte buona che non le sarà tolta».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, questo episodio delle due sorelle Marta e Maria è molto simile a quello delle due sorelle di Lazzaro che Gesù ha risuscitato, ma non si tratta dello stesso racconto.

Qui le due donne Marta e Maria, in realtà sono anonime, non hanno collegamenti parentali con nessuno. Maria è la stessa donna che qualche capitolo prima appare come prostituta che entra in casa di un fariseo, Simone, dove vi era Gesù invitato a pranzo: la donna piange ai suoi piedi che bagna con le sue lacrime, li asciuga coi capelli e li unge con profumo. La stessa donna, qui si siede ai piedi del Signore e lo ascolta parlare.

L’evangelista Luca racconta tutto ciò con compiacimento, sapendo di scandalizzare parecchie persone.

Ripercorriamo il suo racconto. Una donna, Marta, invita Gesù a casa sua, la donna comincia a preparare il pranzo, mentre Gesù parla: le sue parole sono parole di pace, di giustizia, di speranza, di riscatto spirituale e sociale, per tutti: uomini e donne, schiavi e liberi. Improvvisamente, giunge in casa la sorella di Marta, è Maria. È attratta dalle parole di Gesù e si siede ai piedi del Maestro, come facevo i discepoli e si concentra nell’ascolto, è assorta, non lascia che nulla la distragga. Le importa solo quello, è oltremodo attratta da quel messaggio che sente indirizzato proprio a lei e non ritiene che vi sia nulla di più importante in quel momento che ascoltarlo con attenzione.

Due donne, due figure femminili: due modi di concepire la vita, due priorità diverse, due orientamenti diversi circa il rispetto e l’accoglienza di una persona.

Luca 17,7-10

Se uno di voi ha un servo che ara o bada alle pecore, gli dirà forse, quando quello torna a casa dai campi: "Vieni subito a metterti a tavola"? Non gli dirà invece: "Preparami la cena, rimbòccati le vesti e servimi finché io abbia mangiato e bevuto, poi mangerai e berrai tu"? Si ritiene forse obbligato verso quel servo perché ha fatto quello che gli era stato comandato? Così, anche voi, quando avrete fatto tutto ciò che vi è comandato, dite: "Noi siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare"

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, per gli antichi copisti della Bibbia, i commentatori o i predicatori, ma anche per noi, questo testo suona molto severo. In fondo ci dice di essere dei buoni a nulla, delle persone inutili. Per questo si è spesso ritoccato il testo per attenuare la sua severità. Lo fa anche la TILC traducendo «Siamo soltanto servitori» omettendo "inutili".

Invece, la frase «Siamo servi inutili» dovrebbe dare a tutti molta gioia.

Certo, ci indisponiamo quando qualcuno ci dice che siamo inadatti al nostro compito, ma se ci pensiamo bene, tutti noi sappiamo di essere peccatori e peccatrici e siamo ben convinti che nessuno al mondo è giusto.

Eppure ci sono tanti «buoni» cristiani che si sono arresi perché si credevano adatti a un compito speciale, ma… quando hanno visto la loro debolezza, e quella degli altri, sono crollati.

Perciò dobbiamo provare molta gioia e riconoscenza per il fatto che Gesù ci tratti già in partenza da «buoni a nulla». Qui, Gesù ci vuole liberare da quel personaggio tanto orgoglioso che è dentro di noi. Gesù ci rimette al nostro posto, al nostro vero posto, e dà la miglior definizione che mai sia stata data della Chiesa: «Una compagnia di buoni a nulla».

Testo della predicazione: Romani 8,18-25

Io ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria che dev'essere manifestata a nostro riguardo. Poiché la creazione aspetta con impazienza la manifestazione dei figli di Dio; perché la creazione è stata sottoposta alla vanità, non di sua propria volontà, ma a motivo di colui che ve l'ha sottoposta, nella speranza che anche la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio. Sappiamo infatti che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio; non solo essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro di noi, aspettando l'adozione, la redenzione del nostro corpo. Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? Ma se speriamo ciò che non vediamo, l'aspettiamo con pazienza.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, nel brano che abbiamo ascoltato, l'apostolo Paolo riflette sul futuro che attende i credenti.

L'apostolo prende in considerazione dei momenti della vita cristiana: quelli tristi e quelli gioiosi. Quante volte siamo angosciati o ci sentiamo abbandonati al nostro destino a causa delle avversità e delle sofferenze della vita? Tante volte! Quante volte ci scoraggiamo e siamo tentati di rinunciare, di fermarci e smettere di lottare perché è davvero troppo dura? Tante volte!

E quante altre volte ci domandiamo perché Dio permette le sofferenze, i dolori, la fame, la crisi economica, l'ingiustizia… argomenti a cui spesso non riusciamo a dare una risposta convincente. Restiamo smarriti e qualcuno cerca di trovare nella Bibbia risposte a queste domande.

Ci sono persone che pensano ancora che la fede riservi loro un premio, quello di essere risparmiati da sofferenze, dispiaceri e dolori. L'apostolo, invece, cerca di spiegare che il fatto di essere credenti non ci risparmia dalle difficoltà e dalle oscurità della vita e del corso della storia.

Certo, ci si può ribellare, ma contro chi? Contro tutto il mondo? Contro Dio?

Perché no? Ma si tratta di una reazione che può far stare bene per un po’ perché trova un capro espiatorio per tutti i mali dell’umanità. Ma è una interpretazione di comodo che ci auto-giustifica, ci auto-assolve, come se tutti non partecipassimo a costruire la storia, bella o brutta, drammatica o serena che sia.

Romani 10,9-17

Se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato; infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati. Difatti la Scrittura dice:
«Chiunque crede in lui, non sarà deluso». Poiché non c'è distinzione tra Giudeo e Greco, essendo egli lo stesso Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato. Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c'è chi lo annunci? E come annunceranno se non sono mandati? Com'è scritto: «Quanto sono belli i piedi di quelli che annunciano buone notizie!» Ma non tutti hanno ubbidito alla buona notizia; Isaia infatti dice: «Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione?» Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, la storia nei confronti del popolo ebraico è stata molto crudele: penso a tutte alle persecuzioni subite nel corso dei secoli, penso all'olocausto nazista perpetrato con l’accusa di deicidio: gli ebrei avevano ucciso Gesù, il Cristo, il figlio di Dio e per questo dovevano essere puniti: inutile dirlo che tale giustizia era considerata la volontà di Dio che si attuava attraverso il regime: "Gott mit uns" diceva il motto nazista "Dio con noi".

Spesso anche noi ci domandiamo come mai proprio gli ebrei non hanno creduto alla parola di Cristo, loro che lo hanno udito predicare, ebreo tra ebrei, loro che lo hanno visto compiere miracoli, annunciare il Regno di Dio ai poveri e, infine, morire sulla croce perdonandoli. Spesso si avvera alla lettera il proverbio che dice: “Nessuno è profeta in patria”.

E’ vero che nel Nuovo Testamento vi è quasi una sottile accusa contro gli ebrei non convertiti, a loro viene detto: "Voi l'avete ucciso", è Pietro che lo dice nella sua predicazione pubblica, è Stefano che lo annuncia prima della sua morte. Non si tratta di un'accusa, ma di una constatazione "…e continua a rimanere morto per chi non crede". D'altra parte come si può negare che anche i discepoli non fossero responsabili della morte di Gesù? Essi lo abbandonarono nel Getsemani e Pietro lo rinnegò tre volte. E poi, non siamo anche tutti noi, che viviamo nella nostra epoca, responsabili della morte del Signore a causa del nostro peccato?